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Gli Youkai di Yamada-san

Chissà dove è nato quello che l'ha preparato...?

Chissà dove è nato quello che l’ha preparato…?

Ho un’amica che non va a mangiare giapponese a meno che non sia certa che i cuochi, di là, in cucina, sono giapponesi.
Immagino richieda allo stesso modo che i pizzaioli vengano tutti dalla provincia di Napoli, e che si aspetti che da MacDonald ad occuparsi dei fornelli siano dei baldi giovanotti statunitensi.
Come se una ciotola di gyudon, cucinata come dio comanda, potesse cucinarla solo qualcuno che abbia avuto almeno un antenato morto a Sekigahara.

Su un altro versante, mi si dice che nessuno può scrivere una storia ambientata in Giappone come un giapponese.
Che è un po’ una sciocchezza, o se preferite la scoperta dell’acqua calda – nessuno può scrivere una storia ambientata in Africa, come un giapponese. O come un russo. O come un italiano.
Perché, certo, esistono caratteri nazionali, differenze culturali, sensibilità diverse.
Ma è ben noto che a mio parere non è strettamente necessario essere nati a Tokyo – o a Piacenza – per scrivere una buona storia ambientata a Tokyo – o a Piacenza.
Aha, mi dicono, buona sì, ma non è davvero giapponese o piacentina!
Non è autentica.
Ma l’autenticità è un’illusione, un marketing ploy.
È un po’ come quel cartello che vi piazzano all’inizio dei film.

Basato su una storia vera.

Come se questo rendesse il film automaticamente… cosa?
Migliore?
Più autentico?
Più significativo?
Più divertente/commovente/spaventoso…?
Concentriamoci sulla storia, maledizione.

Il che mi serve per arrivare in maniera un po’ convoluta a un bel libro, scritto dall’americano Richard Parks, ed intitolato Yamada Monogatari: Demon Hunter.
Il romanzo uscirà a febbraio, ma l’editore è stato così cortese da fornirmene una copia non editata in preview.
Ed è stato davvero un bel leggere.

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