strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Letture estive: come se non ci fosse un domani

Questo post ha, in un certo senso, attinenza con il progetto di crowdfunding delle mie storie, del quale abbiamo già parlato , e in particolare con la storia di hard science fiction che mi sono impegnato a scrivere come extra. Ed è una seconda risposta alla richiesta di un po’ di titoli da leggere sotto all’ombrellone.
Ma questo post ha anche molta più attinenza con la vostra vita e – ammesso che ve ne freghi qualcosa – con la vita dei vostri figli.

Comincia con un lungo articolo comparso su New York Magazine riguardo al cambiamento climatico.
È un articolo lungo ma che vale la pena di leggere, e il link è questo.

Ma poiché è in inglese, è lungo e fa caldo, vedrò di riassumerne i punti salienti qui sotto. Ripeto che dovreste leggerlo, ma per intanto, riassumiamo qui le basi.

La versione brevissima:

Morirete tutti in maniera orribile.

Ora, vediamo di approfondire. Continua a leggere


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Cicatrici

Mi è stato fatto notare che da un po’ di tempo la signora in verde mancava da queste pagine.
Troppi post sui libri, non abbastanza post sull’ambiente.
Troppo vero.
E se posso garantire che nelle settimane prossime le cose cambieranno – poiché ho in proigramma non meno di cinque post da qui a metà luglio, a tema ambientale – è sempre bene non aspettare a lungo.

Quindi, un breve post a tema ambientale.
Più o meno.

Parto da una faccenda personale, come mio solito.
Lo so, è poco di classe, ma fatevene una ragione.
Quando avevo cinque anni, mi ustionai gravemente le gambe.
Succede, se ci si rovescia un paio di litri di acqua bollente addosso.
Le cicatrici, che dopo i vent’anni parevano scomparse, con la vecchiaia sono tornate a farsi vedere.
Niente di troppo grave – non è che io abbia occasione di mostrare le gambe in pubblico molto di frequente*.
Però sono lì, a ricordarmi quella cosa accaduta quarant’anni or sono.

Gli studiosi della psiche umana saranno interessati a sapere che a quarant’anni di distanza ho ancora un ricordo estremamente vivido dell’intera faccenda – ma non del dolore.
Fortunatamente.

Ora, tutto questo mi porta a parlare dell’attuale dibattito sul riscaldamento globale. Continua a leggere


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350

green_fairy_by_matusciac.jpgLa signora in verde è qui per me, per il mio amico Vittorio e per segnalare che questo è un post di natura ambientale.

La faccenda del riscaldamento globale è già stata discussa in passato su questo blog.
Ok, lo sappiamo, voi non ci credete – a casa vostra è fresco e tranquillo, avete il frigo pieno di bibite, non conoscete nessuno la cui vita sia radicalmente cambiata a causa del cambiamento climatico.
E comunque sapete che si tratta di una cospirazione di scienziati malvagi, desiderosi di farsi pubblicità ed ottenere maggiori fondi per la ricerca, e ambientalisti più rossi che verdi, ansiosi di abbattere lo stile di vita occidentale.
Ve lo ha detto la buonanima di Mike Crichton.
Scienziati cattivi e ambientalisti radicali.
Brutta gente.

Ma immaginiamo per un attimo che la faccenda abbia un fondo di verità.
E immaginiamo – questo è il vero punto del contendere – che noi si abbia la possibilità di farci qualcosa.
Immaginiamo che degli scienziati, già ampiamente finanziati e per nulla desiderosi di pubblicità, abbiano fatto un paio di calcoli, arrivando a tre numeri facili.

275

350

390


Misurata in parti per milione, 275 è la quantità di anidride carbonica presente nell’atmosfera per gran parte della storia umana – fino grossomodo al 1800.
Con l’avvio della rivoluzione industriale, la concentrazione di anidride carbonica è progressivamente aumentata.
E badate, questo non è un attacco alla rivoluzione industriale, un rigurgito di nostalgia per quando eravamo quasi tutti servi della gleba. La rivoluzione industriale è stata grande – peccato che ad un certo puntio si sia fermata, o abbia per lo meno subito un feroce rallentamento.
Questioni politiche a parte, comunque, attualmente il tenore in anidride carbonica nella nostra atmosfera è di poco al di sotto al valore di 390 parti per milione, con una tendenza alla crescita – in questo momento – di due parti per milione per anno.

Glaciers everywhere are melting and disappearing fast—and they are a source of drinking water for hundreds of millions of people. Mosquitoes, who like a warmer world, are spreading into lots of new places, and bringing malaria and dengue fever with them. Drought is becoming much more common, making food harder to grow in many places. Sea levels have begun to rise, and scientists warn that they could go up as much as several meters this century. If that happens, many of the world’s cities, island nations, and farmland will be underwater. The oceans are growing more acidic because of the CO2 they are absorbing, which makes it harder for animals like corals and clams to build and maintain their shells and skeletons. Coral reefs could start dissolving at an atmospheric CO2 concentration of 450-500 ppm. These impacts are combining to exacerbate conflicts and security issues in already resource-strapped regions.

Poiché i cicli biologici e geochimici sui quali la concentrazione di CO2 và ad incidere si possono modellizzare matematicamente con una certa precisione, si può calcolare il valore limite, la concentrazione di anidride carbonica al di sopra della quale la situazione precipita ed il pianeta cessa di essere abitabile.
Il valore limite è 350 parti per milione.
Credo che a questo punto la natura del problema sia abbastanza facile da capire.

Da qui la proposta di una seriedi azioni a livello locale e globale per abbassare il tenore in CO2 nell’atmosfera.
Alla svelta.
Per favorire lo scambio di informazioni e la comunicazione fra organizzazioni, è stato ora approntato un network – chiamato semplicemente 350 – attualmente impegnato nel sensibilizzare il più possibile la popolazione del pianeta, affinché l’urgenza del problema non venga trascurata.

È anche stato sviluppato un interessante framework operativo per mitigare le emissioni senza penalizzare lo sviluppo – e magari ne parliamo un’altra volta.
Anche perché a voi naturalmente tutto questo non interessa.
È lontano da voi milioni di anni luce.
E gli unici numeri dei quali vi importi qualcosa sono quelli del Lotto.

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La crisi invisibile (dormendo nella casa in fiamme)

Su questo blog non dovrei parlare di bottega – ma avendo cancellato gli altri, mi rimane solo questo.
E poi, parlare del futuro, per chi si fiscalizza (anche) come scrittoredi fantascienza, non è poi così off-topic.
E poi, il titolo qui sopra dice strategie evolutive.
Quindi, vediamo…

Constatato che la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone, posso tranquillamente concordare che sia davvero in atto, aspetterò che passi.

E così ho incontrato un’altra persona che davanti all’ipotesi di una vasta crisi ecologica in atto a scala planetaria, risponde con una spallucciata ed una frase furbetta.
Una persona intelligente, badate bene, ben argomentata e con buone letture alle spalle.
Certo, esprime opinioni estremamente sciocche

Io non vedo nessuna “crisi ecologica”, una “crisi ecologica” è il meteorite che ammazza tutti quanti, non se sale la temperatura di un paio di gradi (sempre sia vero).

ma così facendo non fa che allinearsi con una quantità di persone là fuori.
Tutte persone per bene, col cuore al posto giusto, persone intelligenti e spesso ben argomentate.
Che non credono alla crisi ecologica in atto.
Che non la vedono.

E questa cosa mi lascia di sale, perché io su queste cose ci sto lavorando da un decennio.
I dati sono indiscutibili.
Non si tratta di “credere” – come non si crede alla gravità, ma se ne accetta la realtà sulla base dei dati, così dovrebbe essere per la crisi in corso.
Ma loro no, loro non la vedono.

Mettiamo un po’ d’ordine.
I sistemi naturali su questo pianeta (e presumibilmente sugli altri) seguono una ciclicità che può essere schematicamente rappresentata da quattro fasi molto generali, convenzionalmente indicate come, in successione
1 – crescita e sviluppo (fase r)
2 – stabilità e conservazione (fase K)
3 – collasso (fase omega)
4 – riorganizzazione (fase alpha).
E poi si ricomincia.

Questo ciclo è indipendente dallo spazio e dal tempo – nel senso che posso applicarli al mio acquario di casa o all’oceano Atlantico.
Per quanto la complessità di ciascuna fase cresca, e le scale temporali e spaziali considerate siano diversissime, alla fine potrò sempre riportare gli eventi a queste quattro fasi.

Il discorso della scala è importante, perché sulla scala lavora la nostra percezione.
Mi sarà molto facile capire che i duecento grammi di sale iodato che ho versato nei cento litri di acqua dell’acquario abbiano ammazzato tutti i pesci rossi in due ore.
Mi sarà molto meno facile osservare come l’accumulo di inquinanti attraverso decenni abbia intaccato le catene alimentari dell’Atlantico settentrionale.
Ciò che però ci aiuta è che possiamo scomporre gli eventi maggiori (per alloro scala troppo grandi per essere percepiti a colpo d’occhio) in cicli minori in essi annidati.
L’accumulo di inquinanti per decenni nell’Atlantico intacca intere catene alimentari, ma è in fondo la risultante di tanti piccoli accumuli locali, su tempi molto più brevi, che hanno intaccato catene alimentari o ecologie locali.
Per fare un altro esempio, una variazione di temperatura di un paio di gradi può influire sulla riproiduzione di alcuni organismi, modificando localmente la catena alimentare e, sulla lunga distanza, inducendo una riorganizzazione su scala molto più vasta, come per un effetto domino.

E ancora…
Una petroliera che si schianta sulla costa Bretone, insomma, se è vero che a breve termine stravolge “solo” l’ecosistema costiero di quella regione, a lungo termine contribuisce a stravolgere gli equilibrii ecologici dell’intero Atlantico.
Ma noi vediamo solo la petroliera, e la solita foto del cormorano inzaccherato, e dopo un paio di giorni la nostra attenzione è stata attratta da altro.
Vediamo gli attivisti di Greenpeace che puliscono la scogliera con gli spazzolini da denti e quando, fra due anni, qualcuno ci dirà che la costa Bretone è comunque morta, ci torneranno in mente, e ci diremo che quei fessi si danno un sacco di arie ma non concludono nulla.

Una seconda importante caratteristica dei cicli annidati sopra descritti è che capitano.
Sono parte integrante del funzionamento del motore della Terra.
Noi non possiamo controllarli o pilotarli.
Ma, paradossalmente, possiamo variarne l’intensità e la scala.
In altre parole, qualsiasi tentativo di controllo probabilmente, ci scoppierà in faccia.
Ed a maggior ragione, qualsiasi interferenza non ponderata, ci scoppierà in faccia.
L’unica soluzione è accettare il flusso dell’energia, assecondandolo.
Molto taoista.
È per questo che, se da una parte la civiltà occidentale del ventesimo secolo è probabilmente almeno parzialmente responsabile della crisi in corso, dall’altra c’è ben poco che possiamo fare per riportare le cose allo stato iniziale. Le promesse di certi eco-politici sono vuote.
Possiamo però fare i passi necessari per adeguarci al cambiamento in atto – questo è la “crisi”, un passaggio da uno stato stabile ad uno di riorganizzazione – cercando di minimizzare i danni.

Interrompere certi atteggiamenti (riversare idrocarburi in mare o anidride carbonica nell’atmosfera, ad esempio), non riporterà quindi le cose alla normalità.
Ma potrebbe evitare che la crisi sia così acuta da non lasciarci spazio per adattarci.

E, qui viene il bello, il sistema dei cicli appena descritto si applica anche alle attività umane in rapporto ai cambiamenti climatici.

Ma era già accaduto prima, diranno alcuni.
Vero, sacrosanto – obiezione perfettamente legittima.
Il ciclo è continuo e inarrestabile, e lo è stato per milioni di anni, miliardi.
E ce la siamo cavata! Voglio dire, glaciazioni, vulcani, catastrofi ambientali…
Certo – ma eravamo duecento milioni, su questo pianeta, non settemiliardi.
Era facile trovare una scappatoia per un pugnodi disperati.
E vincereuna volta alla roulette non significa che si vincerà sempre.

Ma, e qui comincia tutto un altro tipo di problema, c’è quella fetta della popolazione che sembra convinta che

la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone

Chi sarà a pensarla così?
Probabilmente non quelle trentamila famiglie europee che hanno perduto un congiunto nell’ondata di caldo anomala dell’estate del 2003.
Probabilmente non le 139 famiglie californiane che hanno subito la stessa perdita, per lo stesso motivo, nel 2006.
Per costoro, si spera, gli effetti del riscaldamento globale non sono solo un numero.

Ma naturalmente, c’era chi, nell’estate del 2003 aveva un condizionatore, un barattolo di gelato ed una fontana in cui tuffarsi con gli amici.

E certo opinione forte sul cambiamento climatico potrebbero averla gli abitanti del Darfur, se solo la guerra lasciasse loro il tempo di pensare a qualcosa di diverso della sussistenza.
Perché se le piogge non si fossero ridotte drasticamente e la desertificazione non fosse avanzata, le tribù settentrionali di pastori non si sarebbero dovute spostare a sud in cerca di pascoli, trovandosi a contendere i territori con i loro originari occupanti.
E questa guerra ha altre ripercussioni – come la gran quantità di persone in fuga, che intasano le economie e i territori degli stati confinanti, in una sequenza di anelli sempre più ampi, fino alle panchine della stazione della nostra città…

Ma naturalmente ci sono persone per cui Darfur è una famosa marca di caramelle.
Ed anche ammesso che possa essere un paese, è un paese dannatamente lontano, dove la guerra l’hanno sempre fatta.
E gli extracomunitari comunque qui noi non ce li vogliamo.

E i cinquecento milioni di uomini e donne lungo il corso del Gange, che con la riduzione progressiva dei giacciai Himalayani, vedono le risorse di acqua potabile diminuire progressivamente, cosa ne penseranno del fatto che la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone?

Ma certo, anche quello è qualcosa di lontano, nello spazio e nel tempo.
E poi, non si sono sempre lamentati, nel delta del Gange, in Bangladesh, delle inondazioni?

L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Di gente morta per via della crisi ecologica.
Di esperienze, e di possibilità, perdute per via del cambiamento in atto.
Si tratta di un mosaico, di un puzzle di tessere interconnesse, di minuscoli cicli locali che vanno a combinarsi in un unico ciclo avasta scala di cambiamento e riorganizzazione.
La riorganizzazione è in corso, e tocca tutti.
E tocca anche voi, sicuri nella vostra casetta col vostro condizionatore d’aria e la vostra scorta d’acqua potabile.
Le bollete di luce e gas aumentano, fare il pieno alla macchina costa caro.
Nel vostro freezer ci sono filetti di merluzzo che in realtà sono di merluzzide (diciamo un cugino di bassa qualità del merluzzo – il merlano, ad esempio) perché la pesca intensiva e l’acidificazione della acque oceaniche hanno portato il merluzzo sull’orlo dell’estinzione.
La legge non impone ancora di distinguere tra merluzzi e merluzzidi, e Capitan Findus continua perciò a gabbarvi, ma credetemi, quello che mangiate non è merluzzo-merluzzo.
L’articolo originale è ormai una rarità – e voi non potreste permettervelo.
Ma voi state tranquilli, perché la “vasta crisi ecologica in atto” non ha nessuna conseguenza sulla vita delle persone.

Bello sognare, eh?

E in fondo è meglio, no?
Nessun problema, nessuna responsabilità.
È questo il ragionamento vincente, giusto?
Non c’è, non esiste, non sta avvenendo e non avverrà mai, ed anche se fosse, non è a causa nostra, noi non sapevamo nulla ed eravamo in buona fede.
Sono gli scienziati, che da cinquant’anni ne parlano e non ci hanno fatto nulla.
È colpa loro, di quelli a cui non abbiamo mai dato retta ed ai quali abbiamno tagliato i fondi, se tutto sta andando all’inferno in un secchio..
Oppure è colpa dei politici, di quei politici che noi abbiamo eletto e che non hanno fatto nulla di ciò che noi comunque non gli abbiamo mai chiesto.
Oppure… oppure è comunque colpa di qualcun’altro.
Noi stavamo solo dormendo, mentre la casa andava in fiamme.

Davvero, come sostengono alcuni, se non sei parte della soluzione sei parte del problema.
È troppo tardi per frenare?
Non lo sappiamo.
Ma provarci non è certo un crimine.
Meglio che continuare a dormire, mentre la casa va a fuoco.


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I Quattro Avvocati dell’Apocalisse

Beh, sei, in effetti.

Doveva succedere.
E non poteva succedere che negli Stati Uniti – paese che ha fatto della causa legale una forma standardizzata di interazione sociale, e dove la class action fa paura per davvero.

A rivolgersi ad uno studio legale (beh, sei, in effetti) sono stati questa volta i rappresentanti del Consiglio della Tribù dei Kivalina, una comunità nativa americana che fa base a Kivalina, Alaska.

La CNN riporta la notizia…

The city of Kivalina and a federally recognized tribe, the Alaska Native village of Kivalina, sued Exxon Mobil Corporation, eight other oil companies, 14 power companies and one coal company in a lawsuit filed in federal court in San Francisc

Le aziende citate in giudizio sono co-responsabili della immissione in atmosfera dei gas serra il cui effetto sta mettendo in pericolo la comunità di Kivalina.
Lo scioglimento precoce e esteso dei ghiacciai intacca infatti significativamente le attività degli inuit…

Sea ice traditionally protected the community, whose economy is based in part on salmon fishing plus subsistence hunting of whale, seal, walrus, and caribou. But sea ice that forms later and melts sooner because of higher temperatures has left the community unprotected from fall and winter storm waves and surges that lash coastal communities.

L’unica alternativa all’estinzione per questa gente è emigrare in massa – con uncosto stimato di 400 milioni di dollari.
E qualcuno dovrà pagare.

La cosa è stata presa in mano da due organizzazioni non-profit e, appunto, sei studi legali, e pare che la battaglia – se ci sarà – sarà tale da entrare nei libri di storia…
Possibile che dove non sono arrivati gli assaltatori verdi di Greenpeace e migliaia di dimostranti possa arrivare un’azione legale con uno strascico miliardario ai danni delle maggiori industrie petrolifere ed energetiche occidentali?
Non ci sarebbe da stupirsi.

The other oil companies named were BP PLC, BP American, BP Products North America, Chevron, Chevron USA, ConocoPhillips, Royal Dutch Shell PLC and Shell Oil.

Also named were Peabody Energy, a major coal producer, and power companies AES, American Electric Power, American Electric Power Services, DTE Energy, Duke Energy, Dynegy Holdings, Edison International, MidAmerican Energy Holdings, Mirant Corp., NRG Energy, Pinnacle West Capital, Reliant Energy, The Southern Co. and Xcel Energy.

L’accusa comprende – oltre a un generico “disturbo della quiete”, anche una “cospirazione per disinformare il pubblico sulle reali cause ed effetti dell riscaldamento globale”.

La Exxon al momento sta emettendo dei suoni generici di autodifesa (tipo “noi vogliamo bene all’ambiente…”).
La causa sarà di competenza di una corte californiana – altro fatto che lascia presagire il peggio per le aziende coinvolte.

Noi aspettiamo sviluppi, sventolando la bandierina della tribù Kivalina.