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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Signore della Luce

signoredellaluceIl volume numero otto della Fantacollana è Signore della Luce, di Roger Zelazny, premio Hugo nel 1967, ed uno dei miei romanzi preferiti.
Fatemi causa.

Ancora una volta, la Fantacollana corre sul confine fra fantascienza e fantasy – e per quel che mi riguarda, Lord of Light è molto più fantascienza che fantasy.
Ma a Zelazny, esponente di punta della fantascienza letteraria americana che costituisce più o meno un parallelo della New Wave inglese, piace giocare con le strutture mitologiche, e quindi l’incertezza è più che ammissibile.
Non solo, ma lo stesso autore ammise di aver scritto il romanzo in modo che lo si potesse considerare tanto fantascienza quanto fantasy – per vedere se fosse possibile, e vedere come sarebbe stato accolto.
L’Hugo gli diede, probabilmente, un segnale riguardo a questo secondo punto.

La storia?

La Terra è stata distrutta.
Una nave di profughi, provenienti dall’India, ha colonizzato un pianeta simile alla terra, riducendo quasi all’estinzione gli indigeni (creature di pura energia) e acquisendo una tecnologia che permette il trasferimento della mente – in fondo, un semplice schema energetico.
Sono passati millenni.
I membri dell’equipaggio della nave si sono scelti il ruolo delle divinità, mantenendo la popolazione del pianeta – i discendenti dei profughi – ad un livello pre-tecnologico.
Ma a qualcuno questa faccenda non piace.
Non gli piaceva già all’epoca, ma ribellarsi non gli era valso a nulla.

I suoi discepoli lo chiamavano Mahasamatman, e sostenevano che fosse un dio. Lui preferiva lasciar perdere il Maha- e l’-atman, e si faceva chiamare Sam. Non affermò mai di essere un dio. Ma d’altra parte, non affermo mai di non essere un dio.

Il piano di Sam è semplice – l’unico modo per abbattere una religione di stampo induista che mantiene lo status quo attraverso la promessa di una vita migliore alla prossima reincarnazione, è “inventare” il buddhismo, il cui scopo è quello di interrompere per sempre la catena delle reincarnazioni.

E sì, questa è una storia avventurosa.
Zeppa di battaglie e inseguimenti, una partita a poker con un demone, e il Giorno della Yuga.

Roger Zelazny

Roger Zelazny

Il fatto che Roger Zelazny riesca, in un romanzo di poco più di 300 pagine, a mettere in campo un tema tanto intellettuale, buttandoci dentro anche un sacco di considerazioni sulla natura dell’identità, sulla spiritualità e la tecnologia, sulla responsabilità e sulla religione, e che riesca a farlo con un taglio avventuroso, molto spesso umoristico, restando all’interno dei canoni del planetary romance, è una testimonianza della qualità di questo autore – che per motivi a me francamente inspiegabili ha sempre goduto di una pessima stampa nel nostro paese.

Zelazny allinea un solido cast – a partire dall’anarchico Sam, a Yama il Signore della Morte, a Brahma, a Kali…
Al contempo, il lettore che volesse badarci – e di solito, alla terza o quarta rilettura ci si bada parecchio – Zelazny intesse colori, suoni, persino strutture verbali, per caratterizzare ciascun personaggio, ciascun luogo, ciascuna epoca.

Uno degli elementi più interessanti, di Signore della Luce –  e ce ne sono tanti – è la struttura, che se da una parte ricalca quella dei classici cicli mitologici indiani, dal Mahabarata in avanti, dall’altra costruisce la trama attraverso una serie di flashback annidati, per cui la scansione temporale dell’intera vicenda risulta lunghissima, ma compressa narrativamente.
D’altra parte, l’effetto dell’immortalità sulla psiche umana fu uno dei temi cari a Zelazny, tanto nella sua narrativa breve quanto nei suoi romanzi.

lord-of-lightSignore della Luce è scritto benissimo, è avvincente senza essere esclusivamente intrattenimento, è solido, ed è invecchiato benissimo.
Il romanzo di Zelazny è stato variamente ristampato -sia in originale che nel nostro paese.
Se ne favoleggiò addirittura di un adattamento cinematografico, con costumi e scenografie  disegnati da Jack Kirby, ed un grande parco a tema nel deserto americano.
Poi non se ne fece nulla – e forse è meglio così.

ADDENDUM – quando del film si decise di non farne nulla, il progetto venne rilevato dalla CIA, che utilizzò la lavorazione di Signore della Luce come copertura per le operazioni di recupero ostaggi in Medio Oriente.
L’intera faccenda viene anche citata nel recente film Argo, di Ben Affleck.

Col volume numero otto, la Fantacollana è ormai nel pieno del suo secondo anno di vita, ed ha un piccolo catalogo assolutamente impareggiabile.
Ci sarà ancora molto di buono a venire.

Sciocco dettaglio personale – Signore della Luce è uno dei due o tre romanzi che io di solito consiglio a chi abitualmente non legge fantascienza o fantasy, e che mi offre la litania

sì, sì, startrekspadelaserhobbittuttecazzate.

La reazione alla lettura di questo libro, di solito mi permette di separare con estrema precisione gli onesti dai disonesti.


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Noi non abbiamo paura della Bomba – Una Top Five

Sì, ok… ma non potremmo rendere la copertina un po’ più triste?

L’altra sera, io e la mia amica Lucia ci siamo resi conto di avere una grande nostalgia per la fine del mondo.
Per l’apocalisse nucleare, possibilmente.
No, ok, The Road, grande libro, una valanga di risate, però…
Però ai vecchi tempi l’apocalisse nucleare ed il dopobomba avevano un diverso stile, una diversa impostazione.
la fine della civiltà non era un’occasione per farsi dei devastanti trip di disperazione e senso di colpa, ma piuttosto era un’opportunità per spazzare via tutte quelle persone noiose che comunque – ammettiamolo – una vita tanto non ce l’avevano, e per riaprire i giochi in maniera darwinista.

E così mi sono detto… perché non fare una Top Five?
Con uso di Piano Bar.
Anzi, due – una per i romanzi, ed una per i film.
Non dovrebbe essere difficile, no?

C’è altro?
Ah, sì… no.
No nel senso che non ci saranno Un Cantico per Leibowitz, Davy l’Eretico, Cronache del Dopobomba e tutti quegli eccellenti romanzi che ho letto, mi sono piaciuti, ma non hanno nulla a che vedere con questa top five.
È la fine del mondo come lo conosciamo – e noi vogliamo divertirci.

Perciò, via, cominciamo con qualche libro da leggere. Continua a leggere


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Come un Iceberg

Si era detto altre cose sui personaggi.
Già.
Che poi alla lunga, sai la noia.

E quindi, affidiamoci a quelli in gamba.

Se l’autore vede una parte più ampia della storia di quanto alla fine non racconta, questo rafforza la storia. Fa sì che il personaggio sembri più reale.

Questa è di Roger Zelazny*, da una lettera del 1986, riguardo al suo classico “Una Rosa per Ecclesiaste”, dall’edizione NESFA di Threshold**.

Ora si dirà che questa è la scoperta dell’acqua calda, ma considerando che esiste chi si fa versare 200 euro da giovani ottenebrati per insegnar loro …

L’ispirazione: come viene, come cercarla, come svilupparla. ***

… beh, allora direi di tenerci stretta l’osservazione gratuita di Roger Zelazny, berci un chinotto alla sua memoria, e cercare di ragionarci sù.

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Impara l’arte…

Sei morto, Joe... quelli che la sanno lunga dicono che non puoi raccontarci come è successo...

L’idea di partenza era di seguire un corso di scrittura.
Perché prima di proporne uno mio, mi pareva una buona idea seguirne almeno uno altrui dall’inizio alla fine.
Notoriamente, quand’ero giovane e impulsivo, fuggii a gambe levate dall’unico corso di scrittura che fu mia ventura frequentare, nel momento in cui mi spiegarono, a circa mezz’ora dall’inizio della prima lezione, che non è possibile scrivere una storia in cui l’io narrante rivela nell’ultima pagina di essere morto.
Se è morto, come fa a raccontare la storia?
Con buonapace di Billy Wilder, naturalmente.
Ma quando citai Sunset Boulevard mi guardarono come se fossi fuggito dallo zoo, ed allora io fuggii dal loro zoo.

Ma il vuoto mi è rimasto lì.
Perciò mi son guardato attorno e mi son trovato il corso giusto – sei mesi, circa sessanta euro al mese.
Che son quattrini, specie coi tempi che corrono, la fine del dottorato che incombe ed il grande nulla che si estende al di là del novembre 2012.
Si tratta di eccentricità che non ci si può più permettere.
Poi, mi sono reso conto che esistono altre possibilità. Continua a leggere


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La Piramide Sepolta

Tanti, tanti anni or sono (era il ’91?), quando eravamo ancora studenti di geologia, io ed un paio di amici ci imbucammo ad un dotto congresso di egittologi, organizzato presso il Museo Egizio di Torino, e sostanzialmente trascorremmo una manciata di giorni spacciandoci per archeologi, seguendo le varie conferenze, commentando poster e presentazioni, ed in generale divertendoci un sacco.
Ad un certo punto, io ed un’amica venimmo agganciati da una anziana gentildonna che ci attaccò un bottone che non finiva più, discutendo di come le cose per noi fossero cambiate da quando studiava egittologia lei – e giù a sparlare di docenti ormai mummificati da lunghe immemorabili dinastie.
Giorni gloriosi della Brigata Belzoni.

Questo per spiegare almeno in parte il fatto che a me l’Egitto Misterioso ha sempre affascinato – ben prima dei remake della Mummia e della preponderanza mediatica del buon Zahi Hawass.

Complice l’estate ed una botta di ennuì da inattività forzata, ho ripescato un paio di giorni or sono uno dei miei libri della scorta speciale, quelli che tengo lì per i momenti di autentica disperazione.
Da sempre – beh, ok, da quando ricordo – ho sempre lì una piccola scorta di romanzi molto promettenti ma conservati per i momenti d’emergenza: tracollo finanziario, casa bloccata dalla neve o dalle orde dei morti viventi, collasso della civiltà, ennuì terminale.

The Buried Pyramid, di Jane Lindskold, arriva con un buon numero di auspici positivi.
La Lindskold è autrice di una monografia su Roger Zelazny, ed ha ricevuto lodi da personaggi quali Charles DeLint e Ron Fortier.
La pubblica Tor – che ha una percentuale straordinariamente bassa di schifezze in catalogo.
Il romanzo in questione ha ricevuto delle buone recensioni, ed è l’unico, della Lindskold, a non avere un lupo in copertina – cosa che mi tranquillizza.
La copertina, tra l’altro, è molto bella.

E poi è un’avventura egiziana, ambientata durante l’epoca vittoriana – e con un taglio piacevolmente avventuroso anziché orrifico (come la moda attuale potrebbe suggerire).
E se la protagonista femminile da una parte scimmiotta un po’ troppo il protagonista dell’eccellentissimo Mr American di MacDonald Fraser, e se lascia presagire sviluppi romantici tipici da romanzo “da donne”, l’impalcatura sembra più che accettabile.

E se l’autrice commette qua e là qualche strafalcione linguistico (“hobbyist” invece di “dilettante”), ci sono a questo mondo peccati molto più gravi.
La prosa della Lindskold è diretta, semplice, senza troppi fronzoli, ed i suoi personaggi sono caratterizzati con semplicità; la trama scorre piacevole, fra città sepolte, oasi fantasma, maledizioni egizie, competizioni fra squadre di archeologi d’assalto, ed un misterioso personaggio che si firma “La Sfinge” e che contribuisce all’atmosfera solidamente pulp di questa storia.

Che è poi ciò che cercavo per sfuggire alla noia.

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Nuovo libro al primo piano

Il nuovo libro del primo piano lo sto centellinando.
Si tratta di The Dead Man’s Brother, un thriller spionistico scritto da Roger Zelazny.
Zelazny tocca centellinarlo, perché finito quel che c’è, non ce ne sarà più – l’autore americano è scomparso nel 1995, e pur avendo lasciato dietro di se un abbondante catalogo, ad ogni nuova lettura si sente chiaramente che la scorta si va esaurendo.

The Dead Man’s Brother è un caso un po’ particolare perché in primo luogo non si tratta di fantascienza o fantasy – i generi d’elezione di Zelazny – ma di un thriller – l’unico esperimento di Zelazny col genere.
Il manoscritto rimase perduto per oltre trent’anni fra le carte dell’autore, ed è stato dato alle stampe in anteprima assoluta nel febbraio dell’anno passato, dalla solita Hard Case Crime.
Scritto negli anni ’70 – probabilmente nel 1970 0 1971 – il romanzo presenta il solito eroe freddo ed analitico, ma ironicamente distaccato, così tipico di tanti lavori di Zelazny, alle prese con un oscuro caso di fondi vaticani sottratti da un sacerdote truffaldino.
Con un corollario di traffico d’armi e politica sudamericana.
Le cose che si inventano, eh, questi scrittori…
Come si può evincere dalla copertina, la storia non rimane a lungo negli algidi corridoi di San Pietro.

Ciò che non manca di sorprendere, nel leggere questo Zelazny perduto e ritrovato, è la qualità della prosa dell’autore americano.
Zelazny è precisissimo quando serve, ma il suo linguaggio rimane lieve e quasi giocoso.
Non so se The Dead Man’s Brother riuscirà a rimpiazzare quello che io considero il più grande libro di Roger Zelazny – l’incredibilmente idiosincratico, stupefacente A Night in the Lonesome October – ma di sicuro promette bene.
Molto bene.

Ma devo farlo durare almeno una settimana – quindi non più di cinquanta pagine ogni sera.

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