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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La storia raccontata coi cialtroni

Qualcosa che la scuola oggi fallisce miseramente nel trasmettere ai ragazzi è il fatto che la Storia, oltre a costituire un archivio di memorie ed esperienze inimmaginabile, è anche, il più delle volte, molto molto più divertente, avventurosa e surreale del romanzo medio.
Il dubbio, ai nostri insegnanti, potrebbe venire osservando il suiccesso dei film e degli sceneggiati a tema storico.
Il problema è anche in parte legato alla decisione – non sappiamo quanto condivisa dagli insegnanti – di eliminare l’elemento spettacolare dalla Storia, rimpiazzandolo con info-dump spesso noiosissimi, imprecisi al limite dl criminale, e con un sinistro orientamento ideologico.
Togliamo anche la preponderanza di cialtroni, millantatori, semplici alienati mentali e bastardi di tutti i calibri che hanno fatto la Storia, e non ci si dovrebbe sorprendere se i ragazzi ci si addormentino.

In altri paesi, dove la figura del cialtrone o del bastardo assetato di sangue ricevono lo spazio dovuto, il pubblico ama la storia, è ferratissimo in materia, e l’editoria ha un ampio bacino di utenza, pronto ad accogliere i testi meno ortodossi.
Gli inglesi – sempre loro – pubblicano saggi storici che sono un capolavoro di equilibrio e di intrattenimento, e vendono a palate.
Anche quando trattano argomenti che, buttati sul tavolo in una delle nostre classi di scuola superiore, scatenerebbe unatempesta mediatica di proporzioni bibliche.

A causa della mia malsana passione per quella striscia di storia e geografia che p la cosiddetta Via della Seta (alla quale un tempo dedicavo un ripiano sullo scaffale, e che ora si sta mangiando quasi un intero Billy), nel corso degli anni ho scoperto ed apprezzato (diciamo così) personaggi che hanno fatto della cialtronaggine il proprio credo: tutti gli ufficialetti inglesi di belle speranze a fare gli spioni in Afghanistan in epoca vittoriana, Younghusband, l’ultimo grande avventuriero coloniale, James Brooke, naturalmente, strappato alle pagine di Sandokan, Peter Fleming, Dick Halliburton, Nazaroff, che si fece pagare dai russi per dare la caccia a sestesso attraverso il caucaso…
E poi i falsi preti buddhisti, il Conte Otani ed i suoi ninja, il Khan di Bokhara, le signore inglesi in gita a Shanghai, i signori della guerra, le imperatrici vedove…

Continuando questa antica tradizione di caccia al deviante sulla Via della Seta, mi sono recentemente procurato una copia usatissima ma in condizioni più che buone del saggio di James Palmer, The Bloody White Baron.
Il libro,uscito nel 2008, è stato candidato al prestigioso Premio John Llewellyn Rice, è scritto in quel bell’inglese piano e facile di tanta buona divulgazione anglosassone, ed ha per soggetto uno dei più coloriti, deviati, surreali bastardi sanguinari del nostro (relativamente) recente passato – il Barone Roman Nikolai Maximilian von Ungern-Sternberg, generale, mistico, ultimo Khan della Mongolia, Dio della Guerra e devoto buddista sui generis.
Il genere di personaggio che un editor ci casserebbe, se lo infilassimo in un racconto.
Troppo poco plausibile.
Troppo… sopra le righe.
E figuriamoci a parlarne in aula!
La storia di Ungern-Sternberg, l’ultimo comandante a conquistare una nazione usando la cavalleria, russo bianco in guerra coi bolscevichi e – sostanzialmente – con chiunque non gli andasse a genio (ed erano parecchi), è quanto di più demenziale e grottesco si possa immaginare.
Il sogno di Ungern-Sternberg di aprirsi una strada da Ulan-bator a Mosca, segnandone il percorsocon un uomo crocefisso ogni cinquecento metri, l’utilizzo come luogotenente di un sadico deviato che aveva il solo scopo di strangolare chi andava contropelo al comandante, la sfrontatezza nel farsi dichiarare Dio della Guerra dal Dalai Lama in persona, l’ossessione per Gengiz Khan che scivola nel delirio di reincarnazione, i prigionieri inzuppati d’acqua e lasciati congelare al vento della steppa come preparazione per poi farli sbriciolare a colpi di maglio, la scelta della svastika come vessillo della propria armata… giù giù in una spirale granguignolesca che culmina con la decisione delle sue truppe di accopparlo, la fuga a cavallo, febbricitante, la fucilazione da parte delle forze bolsceviche…
Non c’è un momento, nella delirante vita di Roman von Ungern-Sternberg che non sia assolutamente over-the-top.
Non c’è un cattivo in un vecchio pulp, non c’è Bond-villain, non c’è Grand Moff o Signore dei Sith che possa stare alla pari con Roman Von Ungern-Sternberg per l’assoluta demenzialità della sua vena crudele.
Orribilmente sfregiato, e probabilmente soggetto a crisi psicotiche derivate dalla ferita alla testa, luterano convertito al buddhismo tibetano che amava cavalcare a torso nudo “come un neanderthal”…
Chi se lo potrebbe immaginare, uno così?
Chi potrebbe inventarselo?

Un piccolo tassello nella storia dell’Eurasia, una nota apié pagina nella cronaca della Rivoluzione Russa, eppure la biografia di questo essere inquietante mostra in pieno come la storia umana, al di là delle vicende politiche, al di là delle date e dei nomi, possa essere straordinaria come un romanzo d’avventura, orripilante come un horror di eccellente livello.
Ci mostra un passato meno banale di quanto non suoni nelle aule delle nostre scuole, nel quale le azioni di individui malati possono portare alla tragedia, nelle quali il singolo – nel bene e nel male – ha contato e conta più di quanto non si potrebbe pensare.
Viste attraverso il filtro del tempo, le imprese di un criminale come Roman von Ungern-Sternberg suscitano indignazione ma anche, appunto, una strana solleticazione della nostra ghiandola dell’avventura, che pare più atrofizzata ogni giorno di più.
Non dico di farne il soggetto di un paio di lezioni alle medie, ma magari, aprire la didattica del passato a quegli elementi, nel passato, che lo rendono straordinario, potrebbe aiutare.

In Italia, l’unico che si ricordasse del Barone, a quanto pare, era Hugo Pratt, che dell’avventura aveva fatto la propria stella polare.
In Corte Sconta detta Arcana, Roman von Hunger Sternberg fa una comparsa opportunamente malvagia e allucinata.
Fu lì, probabilmente, che lo incontrai per la prima volta, da ragazzino, quando leggevo Corto Maltese.
L’unico fumetto che mi venisse criticato da insegnanti (a parole) e compagni di scuola (a legnate).
Strana, la Storia…