strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Ma cos’hanno poi in comune?

Il giochino di domenica pomeriggio ha avuto un discreto successo, e ringrazio tutti coloro che hanno partecipato postando le loro ipotesi nei commenti.
Nessuno ci ha azzeccato – ma provarci e sbagliare è sempre certamente meglio che non provarci e poi dire a posteriori “ah, io la sapevo!”

Resta il problema: cos’hanno in comune A Christmas Carol di Dickens, The Stepford Wives di Ira Levin, Goodbye, Columbus di Roth e The Subterranean di Kerouak,e tutti gli altri titoli della lista?

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Sì, è vero, sono tutti libri.
E sono in inglese.
E sono tutti considerati dei classici.

Ma cos’hanno in comune davvero?

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Crosbie Garstin

14135Sono un po’ di giorni che sto cercando tre romanzi, usciti fra il 1923 ed il 1926, ed intitolati The Owl’s House, High Noon e West Wind.
Non vengono ristampati da una vita.
Amazon.com me ne offre una copia vecchia di ottant’anni, in volume unico, per 158 dollari, più le spese di spedizione.

Perché li cerco?
Perché stando alle voci che circolano, sono fra i migliori romanzi d’avventura storica a tema piratesco mai scritti.

E perché l’autore, che fu anche uno stimato poeta, morì giovane in seguito a una maledizione druidica.

E ora ditemi che riuscite a trattenervi e a non cliccare qui –> Continua a leggere


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2312 – i compromessi per costruire l’utopia

Dovevo recensire questo libro da mesi.
Ciò che mi ha finalmente convinto a mettermi al lavoro è stata una di quelle coincidenze che a volte capitano…
a . WordPress si è mangiato il post che avevo in programma per oggi
b . qualcuno là fuori si sta entusiasticamente lanciando a reinventare la ruota

Ma procediamo con ordine.
Di cosa stiamo parlando?
Di uno dei romanzi fondamentali del 2012, di un romanzo che probabilmente spazzolerà premi e citazioni per gli anni a venire, e che qui da noi sarà assolutamente ignorato.

ksrheadshotKim Stanley Robinson (autore del quale ho parlato spesso), è stato definito da Time Magazine uno degli uomini più importanti, per ciò che riguarda la coscienza ambientale e l’immaginazione di un futuro positivo – uno dei fari della cultura di questo giovane ventunesimo secolo.
Aggiungiamo che scrive benissimo, e che ha al proprio attivo un catalogo ricolmo di meraviglie – la trilogia delle Californie Alternative (solo due volumi pubblicati in Italia), la trilogia di Marte (solo un volume pubblicato in Italia) e la trilogia sulla Scienza nella Capitale (mai tradotta in Italia)* sono tre cicli assolutamente fondamentali.
Lo stesso possiamo dire per opere one-shot come Gli Anni del Riso e del Sale**, Antarctica e Galileo’s Dream.
E poi i racconti e le novelle, variamente raccolti in antologie e volumi diversi.
La formula (se di formula si può parlare) di quella che lo stesso autore ha definito “fantascienza umanista” di Robinson è ingannevolmente semplice – una buona storia, una base scientifica solidissima, una grande attenzioni a temi sociali e ambientali, un forte taglio “politico”, una fiducia di massima nella capacità dell’uomo di dare il meglio in situazioni improbabili (per quanto anche a dare il peggio non è che ci si debba sforzare), una dimensione spirituale informata dalla lunga frequentazione del buddhismo.

Un’idea centrale, che emerge in tutti i lavori dell’autore californiano, è poi il legame di responsabilità che unisce indissolubilmente il passato e il futuro.
Non esattamente robetta.

Il che ci porta a questo 2312 – un titolo che è una data. Continua a leggere


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Complicata, noiosa e morta da trent’anni

Qualche sera fa, su un canale televisivo nazionale, un noto autore di letteratura d’immaginazione nostrana mi ha spiegato che la fantascienza non tira più perché ormai

a . è troppo complicata
b . è troppo noiosa
c . da trent’anni non emergono nuovi autori validi

Se lo avesse detto un qualsivoglia signor nessuno (un blogger come me, per dire), la cosa farebbe semplicemente ridere, e sarebbe sintomo di scarsa dimestichezza con ciò di cui si vuol parlare.
Il fatto che si tratti dell’opinione divulgata pubblicamente di un autore piuttosto popolare ed apprezzato è francamente inquietante.
Ancora di più se aggiungiamo che la stessa trasmissione televisiva ha passato nelle settimane precedenti opinioni simili ventilate da uno dei curatori della maggiore rivista di fantascienza nel nostro paese, e dal principale editore di genere nel nostro paese.

L’ennesimo necrologio del mio genere d’elezione mi sorprende in particolar modo in questa lunga estate calda.
Perché mi basta spegnere il televisore e guardare cosa ho sul mio scaffale in lista di lettura, appena finiti o pronti per essere incominciati…

Quattro libri. Continua a leggere


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New Romancer

Lo trovai terribilmente noioso.
Popolato di personaggi spiacevoli.
Con un bel compendio di idee che avevo già visto.
Con uno stile che mi pareva vecchio di dieci anni almeno.
Eppure…

Doveva essere il 1992, e la gente parlava solo di cyberpunk.
Un tale, conosciuto per caso, mi spiegò in toni taglienti che

il cyberpunk è l’unica fantascienza che non faccia schifo

Capii che marcava male.
Però lo lessi, Neuromante.
Cosa me ne parve, ve l’ho già detto.
Eppure…

Cosa fu, in quella specifica congiuntura, a fare di Neuromante un mito, che non aveva fatto altrettanto dieci anni prima, con Shockwave Rider?
Eppure il romanzo di Brunner aveva tutto – il futuro distropico, l’eroe solitario che hackera i computer, i virus informatici che si autoreplicano, lo spazio virtuale…
E che dire di My Name is Legion, di Roger Zelazny? La società repressiva, il protagonista che si è cancellato da tutti i database ed ora lavora come freelance nelle ombre…

Probabilmente a Brunner e Zelazny mancò il senso di contemporaneità – nel 1975/1976, computer personali e reti informatiche erano ancora qualcosa che stava solo nella fantascienza. Gibson descrisse un mondo che si vedeva, o per lo meno si intuiva, nelle pubblicità sui giornali.
Proprio nei giorni in cui quel tale mi informava della vera natura del cyberpunk, seguii una noiosa lezone di un guru sudamericano del fantastico che spiegò a me e agli altri suoi prigionieri che il futuro della letteratura era il Clipper.
Impossibile immaginare di scrivere, nel ventunesimo secolo, senza conoscere il Clipper.

Ma dell’atmosfera di quegli anni ho già parlato in passato.

Il problema, naturalmente, fu che di Neuromante se ne accorsero anche gli intellettuali seri, quelli che non si sarebbero fatti trovare neanche morti con un romanzo di fantascienza in mano, e che se dicevi fantascienza rispondevano “Ah, sì, Asimov”, ma che sul lavoro di Gibson potevano sproloquiare incessantemente per ore ed ore, a cominciare dal suo fracked incipit.
Come risultato, Neuromante divenne un mito, fu oggetto di articoli di giornali e quant’altro, e devastò la fantascienza.
E se conosco un sacco di gente a cui Neuromante ha cambiato la vita, io francamente preferisco Burning Chrome, alias La Notte che Bruciammo Chrome, nel catalogo di Gibson (col quale ci vado piano, perché siamo entrambi fan degli Steely Dan).
Sui racconti il canadese ha meno cedimenti, è più focalizzato.
E annoia meno.

Ed ora, per il piano bar del fantastico, mi chiedono un po’ di cyberpunk alternativo.
E chi sono io per negarlo?
Accendiamo il vecchio Yamaha elettronico con interfaccia MIDI e One-Finger-System per le ritmiche… Continua a leggere


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Top Five – romanzi fantasy

https://i2.wp.com/www.powells.com/cgi-bin/imageDB.cgiHo commesso l’errore di sbilanciarmi in in post precedente, indicando i romanzi di Barry Hughart come uno dei cinque migliori titoli che mi sia capitato di leggere nell’ambito del fantastico.
Mai sbilanciarsi.
Una distrazione così, e subito ti beccano e ti richiamano all’ordine…

Opperbacco! Dici poco!
‘mo, prima di fiondarmi sul sito della Subterranean Press, sarebbe una bella cosa se riuscissi ad elencarmi gli altri quattro!

E così mi ritrovo a compilare una mia personale top five dei migliori fantasy letti negli ultimi quarant’anni, con in più l’aggravante di dover in qualche modo fronteggiare la poderosa lista offerta da Iguanajo

Il Maestro e Margherita, Dimenticato Re Gudù, Terra rossa e pioggia
scrosciante, Jonathan Strange e il Signor Norrell, Storie di Nevèrÿon
e/o Sandman

E dici niente, appunto.

Vediamo di mettere giù un paio di regole, prima di cominciare.
Niente Tolkien, niente Howard o Lovecraft – questa è gente che fa categoria a parte.
Niente Leiber o Moorcock, per lo stesso motivo.
Niente opere storiche, mitologia, folklorismo vario.
Solo romanzi – le raccolte di racconti le trattiamo in una top five separata.
Solo titoli popolari.
Cinque più uno.
Perché questo è il mio blog, e qui le cose le facciamo così.

Detto ciò, cominciamo.
In ordine assolutamente casuale…

https://i1.wp.com/images.amazon.com/images/P/0061120057.01._SX140_SCLZZZZZZZ_.jpgBridge of Birds, di Barry Hughart.
Ambientazione cinese, impianto investigativo, una trama che spiazza il lettore un capitolo si ed uno anche. Due personaggi memorabili ed una solidissima base storica (che viene puntualmente stravolta). La storia editoriale travagliata (quattro editori, tre volumi stampati e non menodi quattro bruciati dall’autore in un gesto di stizza) contribuiscono al carattere mitico del romanzo, che è il primo di tre – e per questo probabilmente rimane il più memorabile.

Little, Big, di John Crowley.
La logica (?) estensione degli studi sulle fate d’epoca vittoriana. Saga familiare, delirio architettonico, giallo fotografico, storia d’amore e di mistero, satira politica. Un libro che racchiude un universo intero.

https://i1.wp.com/image.guardian.co.uk/sys-images/Books/Pix/covers/2001/09/18/number9dream.jpgNumber9Dream, di David Mitchell (Sogno numero nove, in Italiano).
Ambientato a Tokyo, è – nonostante l’ambientazione assoluatmente moderna – una quest classica di un ragazzo solo alla ricerca del proprio padre ed in fuga dalla furia di un kami al quale ha mancato di rispetto. Yakuza, hackers, dipendenti impazziti dell’ufficio oggetti smarriti, pizzerie e alberghetti da due lire, John Lennon, the Big One… grandissimo.

The Well of the Unicorn, Fletcher Pratt (Il Pozzo dell’Unicorno, in Italiano).
Il compagno di goliardate di Lyon Sprague de Camp scrive un romanzo serissimo ispirato all’opera di Lord Dunsany e costruito sull’ambiguità morale del concetto di “guerra giusta”. Un eroe che non ci voleva venire, un nemico non malvagio ma efficiente, una galleria di comprimari splendidi (a cominciare dal malevolissimo stregone Meliboe) e un mondo in guerra tratteggiato con il linguaggio più scarno mai utilizzato sotto all’etichetta di “fantasy”.

The Wizard Knight, di Gene Wolfe.
Una lettera di duemila pagine su un viaggio onirico in una terra incantata, popolata da personaggi insoliti e vagamente familiari, raccontato con un linguaggio splendido; e unaguerra, contro… cosa? Chi?
Un tour da force se mai ce n’è stato uno, normalmente distribuito sotto formna di due volume dagli editori più pavidi.

Outsider: Silverlock, di John Myers Myers.
La versione della battaglia di Alamo in versi scaldici dovrebbe bastare, ma c’è molto di più. Una piccola summa di tuttala letteratura fantastica, oltre che una implacabile difesa della necessità del fantastico nella nostra vita. Ed una valanga di risate, naturalmente.

E questo è quanto.

Disclaimer: questa è la mia personale top five in questo momento.
I cinque/sei volumi che porterei con me sulla solita isola deserta bla bla.
È posibile – anzi, probabile – che il vostro romanzo preferito non compaia in questa lista.
Questo non è inteso come un attacco contro di voi, come un giudizio morale su di voi o sul vostro autore preferito, o come la prima salva in una flame-war.
Fatevene una ragione.