strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Dentro la matrice

Diciamo che, per motivi lunghi a spiegarsi, ho deciso di scrivere un romanzo “on spec”.
Un romanzo di fantascienza.
“On spec” sta per “on speculation” – vale a dire una cosa che si scrive senza avere la certezza che qualcuno la vorrà poi comprare e pubblicare.
Quando si scrive per pagare i conti – come io faccio ormai da qualche anno – scrivere on spec è un rischio; si rischia di buttare tempo e lavoro per qualcosa che poi risulterà invendibile. Scrivere un racconto on spec può significare buttare un pomeriggio, o un weekend, o una settimana. Scrivere un romanzo on spec è un enorme rischio – perché la quantità di tempo e lavoro che rischiamo di buttare sono considerevoli.

Ma per tutta una serie di motivi, ho deciso di farlo comunque – anche semplicemente per cambiare marcia al cervello dopo quasi dieci mesi passati a scrivere materiale all’interno di IP sviluppate da altri.
Non è che a scrivere per un franchise non si sia liberi di creare quel che ci pare (se abbiamo la fortuna di lavorare con persone intelligenti), ma scrivere on spec è una forma diversa di libertà.
Si lavora senza rete, e senza limiti se non quelli che imponiamo a noi stessi con la scelta del genere, del tono e dei temi della nostra storia.

Per cui, il progetto – non meno di 800 parole al giorno, per non più di 100 giorni, cominciando il 10 di agosto.
80.000 parole in prima stesura.
Bello liscio.

Si tratta di un traguardo facilmente raggiungibile – posso scrivere 800 parole la sera, dopo cena, lasciando il resto della giornata ai lavori destinati a pagare i conti.

Resta il fatto che 800 parole al giorno è l’ultimo dei problemi – e avendo deciso questo corso d’azione il 5 di agosto, ho cinque giorni per fare tutto il resto del lavoro:

  • trovare una serie di idee utili su cui costruire il romanzo
  • mettere insieme la ricerca per i dettagli tecnici e scientifici
  • organizzare un cast di personaggi
  • delineare una trama, per quanto semplice – una mappa da seguire durante il lavoro

Cinque giorni non sono tanti. Ho perciò deciso di barare, ed utilizzare la Matrice del Romanzo, proposta a suo tempo da Scarlett Thomas nel suo eccellente volume Monkeys with typewriters.

Ora, la matrice ha alle spalle tutto un discorso tecnico e critico che non è il caso di approfondire qui (vi ho messo il link commerciale al libro, se siete interessati – ed è davvero ottimo, come manuale di scrittura “avanzato”. E naturalmente voi sapete cosa comporta la presenza di un link commerciale e bla bl abla).

Ma in linea di massima, la matrice funziona così:

Sono otto colonne, nelle quali ci viene chiesto di inserire, in assoluta onestà

  1. una lista di nomi di personaggi
  2. almeno quattro luoghi che conosciamo bene
  3. una lista di lavori che abbiamo svolto
  4. una lista di problemi che abbiamo affrontato e risolto
  5. una lista di conoscenze e competenze che possediamo
  6. una lista delle nostre attuali preoccupazioni
  7. almeno quattro romanzi che ci piacciono, e perché ci piacciono
  8. una lista delle nostre attuali ossessioni

E questo è più o meno quanto – lì dentro c’è il nostro romanzo: una storia su qualcosa di cui vogliamo scrivere (perché contiene una o più delle nostre ossessioni, e delle nostre attuali preoccupazioni), scrivendo di ciò che conosciamo (abbiamo affrontato e risolto problemi simili, abbiamo vissuto in situazioni simili), ambientato in un posto che conosciamo bene, e abbiamo anche la lista dei personaggi.
Abbiamo anche i titoli dei libri dai quali rubare, e cosa rubare.
Si tratta solo di scegliere gli elementi della matrice che vanno bene insieme.

Si tratta di rilegere la matrice, riflettere, e scegliere i pezzi che funzionano insieme per costruire la storia che abbiamo voglia di raccontare.
Alla fine della fiera posso avere tre personaggi, scelti da una lista di otto, che vivono o operano in uno dei quattro posti che conosco bene, ed affrontano un paio dei problemi che mi stanno a cuore, usando competenze che mi sono familiari, il tutto tenendo presente ciò che ho imparatro da due dei miei romanzi preferiti.

Per complicare ulteriormente la trama, o per raffinare i personaggi, possiamo rispondere a una lista di domande supplementari

  • Qual’è la tua posizione sulla religione?
  • Cosa ne pensi delle relazioni?
  • Qual è il nostro posto nell’universo?
  • Cosa ne pensi dell’arte?
  • Il mondo sta migliorando o peggiorando?
  • Nomina una teoria o idea filosofica che ti ha particolarmente interessato.
  • Completa questa frase: La maggior parte delle persone non indovinerebbe mai che io…

Ora, come si diceva, queste domande servono anche per definire rapidamente i personaggi, descrivendo rapidamente alcuni aspetti della loro personalità.

È un sistema bislacco, puzza di workshop di scrittura creativa, ma si adatta tanto alla narrativa di intrattenimento e di genere che alla letteratura mainstream, e funziona.

Poiché si focalizza su elementi che conosciamo bene e ci interessano anche nella vita di tutti igiorni, alleggerisce la fase di documentazione – o sono cose che conosciamo già, o sono cose che non ci peserà approfondire – così come la scrittura – perché stiamo scrivendo di cose che ci stanno a cuore.

E sì, c’è gente là fuori che alla sola idea di usare un sistema di questo genere probabilmente si strapperebbe i capelli – e ciascuno di loro non ha mai scritto più di tre pagine, ma ha un corso di scrittura da vendervi.
Ma non ha importanza.
L’unica cosa che conta è ciò che funziona per noi, quando ci mettiamo al lavoro.
Io so che storia voglio raccontare. La matrice mi aiuta semplicemente a mettere sul tavolo altri elementi che potrò usare per dare coerenza alla storia.

Perciò siamo qui – dedicherò il weekend a mettere giù una rapida delineatura – neanche una cosa capitolo per capitolo, ma semplicemente una lista di eventi, di punti per i quali la storia dovrà passare nel suo dipanarsi. Più un abbozzo di struttura che una lista di capitoli.
E poi il dieci si comincia.
Non più di 100 giorni, non meno di 800 parole al giorno in media.
Vediamo cosa ne viene fuori, e se poi qualcuno sarà interessato a pagare per pubblicarlo.


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Né artificiale, né intelligenza

Questo è un post un po’ confuso, che andrà un po’ di qua e un po’ di là prima di arrivare, spero, ad una conclusione coerente. È anche uno di quei post in cui uno che si paga (a malapena) i conti scrivendo parlerà di pagarsi i conti scrivendo (a malapena).

Ed è anche possibile che contenga link commerciali, perché sapete come vanno queste cose.

Per cui siete stati avvisati, e potete anche staccare qui se la cosa non vi interessa.

Qualche giorno addietro ho ascoltato una bella intervista a Peter F. Hamilton, il popolare scrittore inglese che è schedato come “il più venduto autore di fantascienza in lingua inglese.” Ora, Hamilton può piacere o meno – io personalmente trovo che abbia delle idee spettacolari ma sia decisamente troppo prolisso; e resta il fatto che Great North Road, con le sue quasi mille pagine, sia un romanzo fantastico. E a quanto pare ci piacciono anche gli stessi libri, per cui provo un istintivo moto di simpatia nei suoi confronti.
Ma che piaccia o meno, si diceva, Peter F. Hamilton ha una infilata lunga un braccio di best-seller, ed emerge dalle interviste come una persona estremamente piacevole, coi piedi saldamente per terra, che ammette candidamente che scrivere è l’unico lavoro che sappia fare, e che quando i suoi libri non venderanno più, sarà davvero in difficoltà.
L’unica cosa che lo tranquillizza, dice ridendo, è che è molto improbabile che una intelligenza artificiale gli porti via il lavoro, checché ne dicano gli entusiasti.

Ed ora, io ho letto l’eccellente You Look Like a Thing and I Love You, il saggio di Janelle Shane, una ricercatrice che ha speso un sacco di tempo a cercare di addestrare una AI per farle generare delle battute “toc toc… chi è?”, dei “dad jokes” e delle frasi per rimorchiare. I risultati – divertentissimi, ed il libro è assolutamente impagabile (e in questi giorni Amazon vi lascia l’ebook a tre euro e mezzo) – mi portano a concordare con Hamilton: è abbastanza improbabile che un computer mi porti via il lavoro in tempi brevi.
Un problema in meno.

Però, però, però…

Durante il lockdown, nel 2021, mi arriva un invito per un seminario di scrittura tenuto da una popolare autrice americana di narrativa erotica. E io mi dico, perché no?
Come spesso capita in questi “seminari gratuiti”, lo scopo non era quello di insegnare alcunché, ma di vendere qualcosa – di solito si tratta di corsi o manuali, ma in questo caso era qualcosa di completamente diverso: un software per generare prime stesure di narrativa erotica.
Si inseriscono il numero, il genere e i nomi dei personaggi, si selezionano alcune opzioni, si stabilisce un word-count, e poi si p reme un bottone … e voil°, la prima stesura viene prodota in formato rtf., pronta per essere editata – ed è ovviamente necessario editarla masicciamente, ma hey, la prima stesura non è più un problema. Offerta speciale per i partecipanti al corso, quattrocento dollari per la licenza d’uso del software di base – gli aggiornamenti si pagano extra.

Non è intelligenza artificiale, ma è qualcosa che va ad intaccare, se vogliamo, una certa visione della scrittura – che si ipotizza sia frutto di un mix di logica, emozione e “ispirazione” (qualunque cosa sia), e qui invece si riduce ad un database e ad un modello di query.
A rendere tutto quanto ancora più spiacevole è l’autrice che sta cercando di vendermi il software, e che per un’ora, incessantemente, non fa che parlare di soldi – quanti soldi si fanno con l’erotica, quanti soldi possiamo fare all’anno, al mese, alla settimana, quanti soldi si possono fare sfornando una novella sconcia ogni sette giorni, quante belle cose luccicanti ci si può comperare con tutti quei soldi…

E io mi dico, OK, è americana, loro mangiano pane e realismo capitalista, cosa ci vogliamo fare.
Oerché è chiaro che chi scrive per vivere ai quattrini ci pensa, eccome, ma che diamine, un minimo di eleganza…

Poi però mi capitano due cose, nel giro di 24 ore – proprio mentre sto ascoltando una bella intervista a Claire North, che ha vinto il World Fantasy Award e che dice, sostanzialmente, che scrivere è meraviglioso e per fortuna ora le hanno acquistato i diritti per fare un film da un suo romanzo, perché per quel che ne sa, la sua carriera potrebbe finire domani – quando si scrive per vivere, non ci sono certezze.

Le due cose che mi succedono sono un articolo su una rivista online e un annuncio pubblicitario via Facebook.

L’articolo parla del mercato dei romanzi a base di sesso e licantropi – non fate quella faccia, hanno a quanto pare un certo successo – che stanno diventando oggetto di una sorta di gig economy – una quantità di piattaforme (a cominciare dal nostro amico Amazon) sfornano a cottimo decine e decine di titoli in questo ed altri generi, per un pubblico che macina pagine su pagine.
E gli autori, a seconda della piattaforma e del successo, possono fare dai 300 agli 800 dollari per ciasdcun titolo.
Non è una cosa limitata ovviamente a sesso e licantropi – e molti autoprodotti possono dichiarare cifre del genere, o anche più basse.
Ma ciò che è interessante è il meccanismo, questa sorta di produzione a cottimo, che sa più delle vecchie workhouse di dickensiana memoria che non di redazione di rivista pulp. È una catena di montaggio.
Per soddisfare la richiesta dobbiamo sfornare un certo numero di pagine all’ora, e quindi possiamo pagare qualcuno per “generare contenuti.”

La seconda cosa che mi capita sott’occhio è invece una pubblicità che Facebook è assolutamente convinto mi interesserà – si tratta di un corso di scrittura, destinato a giovani dai 18 ai 30 anni (ah, mister Zuckerberg, lo prendo come un complimento), equiparato a una laurea triennale: diecimila euro l’anno di iscrizione, più vitto alloggio e spese in una grande città, perché i corsi sono tutti in sede, e tutti in presenza. Ma l’iscrizione al corso ci garantisce fino al 20% di sconto per la permanenza in residence.
E qui il mio cervello surriscaldato comincia a macinare numeri – trentamila euro di iscrizione, più per lo meno altrettanto per vivere per quei tre anni. Sessantamila euro. Come minimo.
Ora, è estremamente improbabile che un esordiente riesca a scucire più di 5000 euro di anticipo sul suo primo romanzo nel nostro paese, ed all’estero è quasi impensabile che l’anticipo per un primo romanzo superi i 10.000 dollari. Di solito parliamo di cifre molto molto più basse.
In altre parole, a fronte di un investimento di sessantamila euro, ci toccherà vendere non meno di sei, più probabilmente una quindicina di romanzi.

E lo so, ora mi direte sì, ma una laurea in astrofisica costa uguale e quando mai l’ammortizzi lavorando…

Ma non stiamo parlando di astrofisica – stiamo parlando di scrittura.
On writing, di Stephen King, vi costa meno di otto euro in ebook, in italiano, più il tempo necessario per leggerlo, e magari trenta euro di classici di vostra scelta da leggere perché se non leggete non potrete mai scrivere. E OK, io personalmente non considero il testo di King questo grande manuale di scrittura su cui tutti piangono commossi, ma ne abbiamo parlato in eterno – non esiste un manuale che vada bene per tutti. Io per esempio preferisco Monkeys with Typewriters, di Scarlett Thomas, ma a ciascuino il suo.
Basta stare alla larga dallo Strunk & White, e va tutto bene.
E ammettiamolo, con sessantamila euro, di manuali di scrittura ce ne compriamo un container.

Senza contare, naturalmente, che ci sono fior di corsi online – da quelli a costo decisamente modesto ma eccellenti di Holly Lisle, a quelli assolutamente gratuiti di Brandon Sanderson pubblicati su Youtube.
Certo, bisogna conoscere l’inglese. Ma un corso di inglese costa molto meno di sessantamila euro – e molto meno di un corso di scrittura in italiano. E conoscere l’inglese è molto più utile che conoscere lo show don’t tell e l’infodump.

Ma al di là di queste considerazioni pratiche, ciò che mi colpisce in questo uno/due, articolo più pubblicità, è che se è vero che per ora l’intelligenza artificiale non minaccia leprofessioni creative e la scrittura in particolare, è anche vero che vediamo sempre più di frequente delinearsi due ambiti in cui “l’ambiente della scrittura” si sta dividendo – da una parte gli scrittori a cottimo, che per vivere al minimo della sussistenza devono sfornare due romanzi al mese, scrivendo con formule così ben definite che possiamo programmare un database per generare trame, e quelli per i quali la scrittura è essenzialmente un giocattolo per ricchi – trentamila euro di corso, e tre anni in residence.
Ed è particolarmente orribile, per me, che i primi vengano considerati scribacchini ed i secondi possano fregiarsi di titoli altisonanti e parlare di arte, di ispirazione, di muse e altre divinità improbabili dei quali sarebbero i prediletti. Premi, interviste, salotti, rubriche su riviste a bassa tiratura, e poi l’oblio.

Ciò che mi preoccupa, e che preoccupa molti altri, è la scomparsa, anche nel mondo della scrittura, della classe media, del semplice artigianato, della professione contrapposta al lavoro a cottimo o al lifestyle per il gusto del lifestyle – quegli scrittori che con due romanzi l’anno si mantengono dignitosamente, e che quando postano sul loro blog le belle recensioni del loro ultimor omanzo si sentono dire “però non è vera letteratura.”
Questo, e non le AI, è ciò che mi fa temere per il mio futuro professionale.


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Aiutati che dio ti aiuta

Sto leggendo due libri, in questi giorni, uno durante la pausa del pranzo ed uno durante la cena. Mio fratello sta seguendo una studentessa cinese alla quale sta facendo tutoring per la programmazione in Android (meraviglie del telelavoro), e quindi viviamo con fusi orari diversi. Se devo mangiare da solo, posso per lo meno godere della compagnia di un buon libro.

A pranzo sto leggendo Monkeys with Typewriters, gli appunti del corso sul romanzo tenuto da Scarlett Thomas all’Università del Kent. Mi piacciono i libri della Thomas, ed il suo “manuale di scrittura” si sta rivelando estremamente interessante. Le radici universitarie si vedono, non è la solita zuppa a base di show don’t tell e POV – ci sono tutti gli argomenti fondamentali, ma trattati in maniera diversa dal solito.
Ottimo.

Curiosamente ho ripensato alla Thomas qualche giorno addietro (prima, in effetti, di acquistare con un buono il suo manuale), quando mi sono trovato a discutere con alcuni contatti oltremanica della recente reazione che si sta sviluppando contro i cosiddetti manuali di self-help. Quelle cose del tipo Come Farsi degli Amici e Influenzare la Gente, ma anche i corsi di lingue su CD, le diete e i manuali per riordinare la casa e la guida alla lettura dei tarocchi. Ricade tutto, merceologicamente parlando, nel calderone del self-help.

Continua a leggere


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Hobby

Si era detto fare più post per arginare l’avanzata delle tenebre, poi come al solito le cose hanno preso una piega diversa. Vediamo di metterci in pari.
Hobby.
Voi ce l’avete un hobby? O tre?
74b61c034e9d8767fc607094155e7c1eL’idea è venuta fuori la notte passata, mentre finivo di leggere Il Nostro Tragico Universo, di Scarlett Thomas.
Attorno a pagina 300-e-rotti l’autrice (per mezzo della protagonista) si lancia in una lunga tirata – una delle tante lunghe tirate nel libro – sull’importanza degli hobby contrapposti e in effetti come alternativa al self help.
Cosa che mi è parsa interessante.
Con la faccenda dell’importanza degli hobby ci avevo già avuto a che fare l’anno passato, quando avevo seguito un MOOC su come affrontare la vecchiaia in maniera sana – avere un hobby tiene lontana la demenza, che non è cosa da poco. Aiuta anche a superare i traumi che la vecchiaia ci infligge, primo fra tutti la perdita delle persone care, e la solitudine.
Quindi sì, è bello avere un hobby.
Ci mantiene sani di mente. Continua a leggere


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Mezza Pinta

Qualche giorno addietro ho detto che Scarlett Thomas dovrebbe pagare una birra ad Alex Mcnab – perché senza il suo commento positivo su uno dei suoi romanzi, i due ultimi tomi della madama sarebbero rimasti intonsi sullo scaffale in attesa di essere riciclati.

Invece mi sono preso un paio di pomeriggi e mi sono letto L’Isola dei Segreti, appena pubblicato da Newton Compton per 4.90 euro.

E la reazione è – mah!

Oh, certo è scritto molto bene.
E ci sonoun paio di idee molto buone, lì dentro.
Il problema è che, per qualche misterioso motivo – che forse poi così misterioso non è – il totale è inferiore alla somma delle parti.

La trama in due parole – sei giovani delusi dalla propria situazione generale rispondono ad un misterioso annuncio, compilano un questionario e si ritrovano intrappolati su un’isola, senza comunicazioni con il resto del mondo, senza sapere cosa attendersi.

Ora, la trama non è originalissima.
Chiusi nella grande casa deserta che domina l’isola, i sei ragazzi chicchierano e condividono sempre più profondamente le proprie esperienze.
Sparano un sacco di scemate.
Hanno decisamente visto troppa televisione.
Il dialogo è ben scritto, ma la caratterizzazione dei personaggi è piuttosto superficiale.

C’è l’insicuro laureato in matematica, il geek per metà giapponese che è un asso con la tecnologia, il rasta piccolo spacciatore ma simpatico.
C’è la ragazza con personalità borderline, la ragazza facile, la ragazza per bene con un passato traumatico.

L’impressione è un po’ quella di assistere ad una lunga puntata di un qualche reality show nel quale per qualche motivo tutti i partecipanti sono più intelligenti e interessanti della media.

Poi arriva il colpo di scena, la grande rivelazione – ma si tratta di una scelta sospesa fra il prevedibile (per capirci, RKO – 1932) e l’arbitrario, che sconvolge solo i personaggi nel libro ma strappa uno sbadiglio nel lettore.

Che, confrontandosi con la scelta finale una ventina di pagine dopo prova non poca perplessità – e gli sorge il dubbio di aver gettato due pomeriggi.

Certo, il romanzo ha quasi dieci anni, è l’opera prima dell’autrice, e viene pubblicato ora sulla scia di un successo che ha arriso alla Thomas grazie ad opere più recenti e più complesse.

Credo che valga solo mezza pinta di Guinness, insomma.
Per il terzo romanzo, che ora giace triste sullo scaffale, aspetterò qualche tempo.

PS

Già, dimenticavo – se non avessi trovato un riferimento a degli “uccelli simili ad ostriche” a circa un terzo del romanzo, avrei avuto molta più fiducia nella traduzione.

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L’opinione degli altri

Capita anche a voi?
Perché a me capita sempre più spesso – è uno dei miei limiti, certo, il più feroce ed il più irrazionale.

No, nel senso che ai vecchi tempi, era un classico, giusto?
Libro dell’orrore – copertina generica, autore, titolo, e poi una bella citazione di Stephen King.

“Ho visto il futuro dell’horror ed il suo nome è…”
“Se ti sei perso… non sai cos’è il vero orrore”
“Un libro ed un autore destinati a cambiare il panorama…”

Ma come diavolo faceva a leggerseli tutti?
E com’è che tutti gli piacevano?
Io la mia teoria non l’ho mai nascosta – io credo che Stephen King abbia un cassetto pieno di striscioline di carta su cui è scritta unafrase lusinghiera generica.
Quando un editore gli spedisce un libro, lui pesca una frase a caso, la caccia in una busta preaffrancata che l’editore ha fornito, ela imposta.
Bello liscio.
Da dopo l’incidente, ha addesrtato una scimmietta ad estrarre a caso la frase dal cassetto.

Ora, la frase lusinghiera dell’autore X riguardo all’autore Y ed al suo lavoro è uno dei più palesi e – credo – futili esercizi pubblicitari mai messi in atto.
Nel senso – qualcuno di voi ha mai davvero acquistato e letto un libro perché piaceva a Stephen King?

Appunto.

Figuratevi se è piaciuto a qualcun’altro.

E qui sorge il mio problema.
E chissà, magari capita anche a voi…
Faccio un esempio.

C’è un’autrice inglese, molto in gamba.
Ho letto il suo primo libro in inglese, trovandolo meno che perfetto ma molto buono.
Mi interessano a questo punto gli altri due romanzi del suo catalogo.
Che esistono anche in traduzione italiana, per i tipi di un noto editore popolare, a prezzo irrisorio.
Circa dieci euro, e me li accaparro entrambi.

Non resta da fare altro che sedersi su una poltrona comoda e leggerseli, giusto?
Ma qui scatta il problema.

La copertina del primo riporta non uno, non due, non tre ma quattro – contatele, quattro – opinioni più che lusinghiere.
La prima è di un autore inglese che onestamente trovo molto sopravvalutato.
La seconda è di un autore inglese che stimo, ma che finora si è limitato a scrivere solo narrativa per ragazzi.
La terza e la quarta sono di due italiani – e vengono riprese sulla quarta di copertina, ed ampliate.

Sono comparse una su Il Venerdì di Repubblica ed una su Corriere della Sera Magazine.

Ed io mi blocco.
Io il libro coi commenti di quei due non lo riesco a leggere.
Mi infastidisce anche solo l’idea di buttare il mio tempo a leggerlo.

E sull’altro?
Tre commenti entusiastici.
Uno di un autore inglese che non ho mai frequentato granché (bravo, eh, ma non mi interessa).
E due degli stessi due italiani dell’altro.
Di più – gli stessi commenti.
Uguali!

Li hanno riciclati?
O semplicemente questi signori non hanno un cassetto fornito come quello di Stephen King?

A questo punto, il problema antipatia istintiva con pregiudizio annesso si fa rampante e crudele.
Lo so, lo so, lo so, si tratta di un meccanismo pubblicitario – commenti estratti da un cassetto da una scimmia ammaestrata, a nome di un glitterato di turno che il libro non lo ha neppure aperto.
Ma non ce la faccio.
Ho due libri che la parte razionale del mio cervello vorrebbe leggere subito.
Ma la parte istintiva strilla – Mai!

Mi salva, inaspettatamente, alcune settimane or sono, un commento di un blogger che commenta spesso questi miei post.
A lui il secondo libro – quello con le quattro marchette – è piaciuto.
L’opinione di una persona reale può, col tempo, disinnescare l’istantanea, istintiva ed ingiustificata antipatia.

Scarlett Thomas dovrebbe pagare una Guinness ad Alex McNab.

Uno di questi giorni, probabilmente, li leggerò, quei due romanzi.
Uno di questi giorni.
Col tempo.

Capita anche a voi?

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Il libro giusto, nel momento sbagliato

Ma alla fine, mi è piaciuto?
Non lo so.

Per l’ultima uscita a Urbino, mi sono portato – fedele alla linea – un bel paperback spesso.
Popco, di Scarlett Thomas, è unbel tomo di oltre 500 pagine, con una copertina un po’ troppo astratta per i miei gusti, e le pagine bordate di blu elettrico.
Della Thomas mi hanno parlato molto bene di The End of Mr Y, ma Popco mi acchiappava di più, col suo vago sentore di romanzo cospirativo.
E così, Popco sia – due serate di lettura, neanche spiacevole.

Di cosa si tratta.
Della storia che si svolge durante un campo di brainstorming per dipendenti di un’azienda produttrice di giocattoli.
È stata identificata una fascia di pubblico che rimane impervia al marketing aziendale, ed i dipendenti più brillanti e “insoliti” vengono riuniti in una villona a Darthmoorper sviluppre un prodotto-killer, ed una strategia-killer per venderlo.
La protagonista ha un background insolito – è cresciuta coi nonni, matematici legati alla squadra di crittografia di Bletchley Park, ha passato quasi tutta la vita a risolvere rompicapi matematici – un feroce atteggiamento anticonformista ad oltranza e una certa confusione nella propria esistenza.
La permanenza al campo di studio la porterà a mettere in questione la moralità di chi le paga lo stipendio, ed a scoprire tutta una serie di spiacevoli segreti.

Ma la trama è, di fatto, un pretesto.
Il romanzo della Thomas – uscito nel 2004 – è in effetti un costrutto memetico studiato a tavolino, con lo scopo dichiarato di veicolare tutta una serie di idee che dovrebbero portare il lettore a riflettere sullo strapotere del marketing, e sulla natura manipolativa dell’economia contemporanea.
Frattanto, impariamo un sacco di storia della matematica, e un sacco di matematica, ed anche parecchie cose su crittografia.
E marketing.
E non è neanche una cattiva idea.
Ed infatti il romanzo ha ricevuto recensioni più che positive presso la stampa britannica, e gode di un “cult following” in patria.

Nel mio caso, tuttavia, il libro non funziona particolarmente bene.
Il metatesto storico-matematico mi riserva ben poche sorprese – sono cose che conosco già.
Alan Turing? Fatto.
Il Manoscritto Voynich? (Ah!!) fatto, fatto eccome.
La Macchina Enigma? Fatto.
Charles Babbage? Vogliamo scherzare?
Al contempo, la diffidenza nei confronti del mondo corporativo, frutto di una lunga carriera come freelance, ed una lunga associazione con elementi che vivono di cospirazione, è ormai ben radicata nel mio modo di leggere la realtà.
No Logo? Letto.
Totnes? Fatto.
Mattel vs Hasbro? Fatto.
Hello Kitty? Appunto…

Ciò mi lascia solo con la trama, che da sola è un po’ pochino.
Bella la storia di pirati.
Il resto è un po’ prevedibile.

Insomma, Popco è un bel romanzo.
Ben scritto.
Con delle ottime idee.
Ed animato da un intento completamente condivisibile.
é il classico romanzo ediucativo, solo che l’educazione veicolata non è quella mainstream.
È una lettura piacevole.

A meno che non siate dei geek quarantenni.
In quel caso, The Invisibles di Grant Morrison farebbe di più al caso vostro.
Ma naturalmente lo avete già letto.