strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Hobby

Si era detto fare più post per arginare l’avanzata delle tenebre, poi come al solito le cose hanno preso una piega diversa. Vediamo di metterci in pari.
Hobby.
Voi ce l’avete un hobby? O tre?
74b61c034e9d8767fc607094155e7c1eL’idea è venuta fuori la notte passata, mentre finivo di leggere Il Nostro Tragico Universo, di Scarlett Thomas.
Attorno a pagina 300-e-rotti l’autrice (per mezzo della protagonista) si lancia in una lunga tirata – una delle tante lunghe tirate nel libro – sull’importanza degli hobby contrapposti e in effetti come alternativa al self help.
Cosa che mi è parsa interessante.
Con la faccenda dell’importanza degli hobby ci avevo già avuto a che fare l’anno passato, quando avevo seguito un MOOC su come affrontare la vecchiaia in maniera sana – avere un hobby tiene lontana la demenza, che non è cosa da poco. Aiuta anche a superare i traumi che la vecchiaia ci infligge, primo fra tutti la perdita delle persone care, e la solitudine.
Quindi sì, è bello avere un hobby.
Ci mantiene sani di mente. Continua a leggere


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Mezza Pinta

Qualche giorno addietro ho detto che Scarlett Thomas dovrebbe pagare una birra ad Alex Mcnab – perché senza il suo commento positivo su uno dei suoi romanzi, i due ultimi tomi della madama sarebbero rimasti intonsi sullo scaffale in attesa di essere riciclati.

Invece mi sono preso un paio di pomeriggi e mi sono letto L’Isola dei Segreti, appena pubblicato da Newton Compton per 4.90 euro.

E la reazione è – mah!

Oh, certo è scritto molto bene.
E ci sonoun paio di idee molto buone, lì dentro.
Il problema è che, per qualche misterioso motivo – che forse poi così misterioso non è – il totale è inferiore alla somma delle parti.

La trama in due parole – sei giovani delusi dalla propria situazione generale rispondono ad un misterioso annuncio, compilano un questionario e si ritrovano intrappolati su un’isola, senza comunicazioni con il resto del mondo, senza sapere cosa attendersi.

Ora, la trama non è originalissima.
Chiusi nella grande casa deserta che domina l’isola, i sei ragazzi chicchierano e condividono sempre più profondamente le proprie esperienze.
Sparano un sacco di scemate.
Hanno decisamente visto troppa televisione.
Il dialogo è ben scritto, ma la caratterizzazione dei personaggi è piuttosto superficiale.

C’è l’insicuro laureato in matematica, il geek per metà giapponese che è un asso con la tecnologia, il rasta piccolo spacciatore ma simpatico.
C’è la ragazza con personalità borderline, la ragazza facile, la ragazza per bene con un passato traumatico.

L’impressione è un po’ quella di assistere ad una lunga puntata di un qualche reality show nel quale per qualche motivo tutti i partecipanti sono più intelligenti e interessanti della media.

Poi arriva il colpo di scena, la grande rivelazione – ma si tratta di una scelta sospesa fra il prevedibile (per capirci, RKO – 1932) e l’arbitrario, che sconvolge solo i personaggi nel libro ma strappa uno sbadiglio nel lettore.

Che, confrontandosi con la scelta finale una ventina di pagine dopo prova non poca perplessità – e gli sorge il dubbio di aver gettato due pomeriggi.

Certo, il romanzo ha quasi dieci anni, è l’opera prima dell’autrice, e viene pubblicato ora sulla scia di un successo che ha arriso alla Thomas grazie ad opere più recenti e più complesse.

Credo che valga solo mezza pinta di Guinness, insomma.
Per il terzo romanzo, che ora giace triste sullo scaffale, aspetterò qualche tempo.

PS

Già, dimenticavo – se non avessi trovato un riferimento a degli “uccelli simili ad ostriche” a circa un terzo del romanzo, avrei avuto molta più fiducia nella traduzione.

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L’opinione degli altri

Capita anche a voi?
Perché a me capita sempre più spesso – è uno dei miei limiti, certo, il più feroce ed il più irrazionale.

No, nel senso che ai vecchi tempi, era un classico, giusto?
Libro dell’orrore – copertina generica, autore, titolo, e poi una bella citazione di Stephen King.

“Ho visto il futuro dell’horror ed il suo nome è…”
“Se ti sei perso… non sai cos’è il vero orrore”
“Un libro ed un autore destinati a cambiare il panorama…”

Ma come diavolo faceva a leggerseli tutti?
E com’è che tutti gli piacevano?
Io la mia teoria non l’ho mai nascosta – io credo che Stephen King abbia un cassetto pieno di striscioline di carta su cui è scritta unafrase lusinghiera generica.
Quando un editore gli spedisce un libro, lui pesca una frase a caso, la caccia in una busta preaffrancata che l’editore ha fornito, ela imposta.
Bello liscio.
Da dopo l’incidente, ha addesrtato una scimmietta ad estrarre a caso la frase dal cassetto.

Ora, la frase lusinghiera dell’autore X riguardo all’autore Y ed al suo lavoro è uno dei più palesi e – credo – futili esercizi pubblicitari mai messi in atto.
Nel senso – qualcuno di voi ha mai davvero acquistato e letto un libro perché piaceva a Stephen King?

Appunto.

Figuratevi se è piaciuto a qualcun’altro.

E qui sorge il mio problema.
E chissà, magari capita anche a voi…
Faccio un esempio.

C’è un’autrice inglese, molto in gamba.
Ho letto il suo primo libro in inglese, trovandolo meno che perfetto ma molto buono.
Mi interessano a questo punto gli altri due romanzi del suo catalogo.
Che esistono anche in traduzione italiana, per i tipi di un noto editore popolare, a prezzo irrisorio.
Circa dieci euro, e me li accaparro entrambi.

Non resta da fare altro che sedersi su una poltrona comoda e leggerseli, giusto?
Ma qui scatta il problema.

La copertina del primo riporta non uno, non due, non tre ma quattro – contatele, quattro – opinioni più che lusinghiere.
La prima è di un autore inglese che onestamente trovo molto sopravvalutato.
La seconda è di un autore inglese che stimo, ma che finora si è limitato a scrivere solo narrativa per ragazzi.
La terza e la quarta sono di due italiani – e vengono riprese sulla quarta di copertina, ed ampliate.

Sono comparse una su Il Venerdì di Repubblica ed una su Corriere della Sera Magazine.

Ed io mi blocco.
Io il libro coi commenti di quei due non lo riesco a leggere.
Mi infastidisce anche solo l’idea di buttare il mio tempo a leggerlo.

E sull’altro?
Tre commenti entusiastici.
Uno di un autore inglese che non ho mai frequentato granché (bravo, eh, ma non mi interessa).
E due degli stessi due italiani dell’altro.
Di più – gli stessi commenti.
Uguali!

Li hanno riciclati?
O semplicemente questi signori non hanno un cassetto fornito come quello di Stephen King?

A questo punto, il problema antipatia istintiva con pregiudizio annesso si fa rampante e crudele.
Lo so, lo so, lo so, si tratta di un meccanismo pubblicitario – commenti estratti da un cassetto da una scimmia ammaestrata, a nome di un glitterato di turno che il libro non lo ha neppure aperto.
Ma non ce la faccio.
Ho due libri che la parte razionale del mio cervello vorrebbe leggere subito.
Ma la parte istintiva strilla – Mai!

Mi salva, inaspettatamente, alcune settimane or sono, un commento di un blogger che commenta spesso questi miei post.
A lui il secondo libro – quello con le quattro marchette – è piaciuto.
L’opinione di una persona reale può, col tempo, disinnescare l’istantanea, istintiva ed ingiustificata antipatia.

Scarlett Thomas dovrebbe pagare una Guinness ad Alex McNab.

Uno di questi giorni, probabilmente, li leggerò, quei due romanzi.
Uno di questi giorni.
Col tempo.

Capita anche a voi?

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Il libro giusto, nel momento sbagliato

Ma alla fine, mi è piaciuto?
Non lo so.

Per l’ultima uscita a Urbino, mi sono portato – fedele alla linea – un bel paperback spesso.
Popco, di Scarlett Thomas, è unbel tomo di oltre 500 pagine, con una copertina un po’ troppo astratta per i miei gusti, e le pagine bordate di blu elettrico.
Della Thomas mi hanno parlato molto bene di The End of Mr Y, ma Popco mi acchiappava di più, col suo vago sentore di romanzo cospirativo.
E così, Popco sia – due serate di lettura, neanche spiacevole.

Di cosa si tratta.
Della storia che si svolge durante un campo di brainstorming per dipendenti di un’azienda produttrice di giocattoli.
È stata identificata una fascia di pubblico che rimane impervia al marketing aziendale, ed i dipendenti più brillanti e “insoliti” vengono riuniti in una villona a Darthmoorper sviluppre un prodotto-killer, ed una strategia-killer per venderlo.
La protagonista ha un background insolito – è cresciuta coi nonni, matematici legati alla squadra di crittografia di Bletchley Park, ha passato quasi tutta la vita a risolvere rompicapi matematici – un feroce atteggiamento anticonformista ad oltranza e una certa confusione nella propria esistenza.
La permanenza al campo di studio la porterà a mettere in questione la moralità di chi le paga lo stipendio, ed a scoprire tutta una serie di spiacevoli segreti.

Ma la trama è, di fatto, un pretesto.
Il romanzo della Thomas – uscito nel 2004 – è in effetti un costrutto memetico studiato a tavolino, con lo scopo dichiarato di veicolare tutta una serie di idee che dovrebbero portare il lettore a riflettere sullo strapotere del marketing, e sulla natura manipolativa dell’economia contemporanea.
Frattanto, impariamo un sacco di storia della matematica, e un sacco di matematica, ed anche parecchie cose su crittografia.
E marketing.
E non è neanche una cattiva idea.
Ed infatti il romanzo ha ricevuto recensioni più che positive presso la stampa britannica, e gode di un “cult following” in patria.

Nel mio caso, tuttavia, il libro non funziona particolarmente bene.
Il metatesto storico-matematico mi riserva ben poche sorprese – sono cose che conosco già.
Alan Turing? Fatto.
Il Manoscritto Voynich? (Ah!!) fatto, fatto eccome.
La Macchina Enigma? Fatto.
Charles Babbage? Vogliamo scherzare?
Al contempo, la diffidenza nei confronti del mondo corporativo, frutto di una lunga carriera come freelance, ed una lunga associazione con elementi che vivono di cospirazione, è ormai ben radicata nel mio modo di leggere la realtà.
No Logo? Letto.
Totnes? Fatto.
Mattel vs Hasbro? Fatto.
Hello Kitty? Appunto…

Ciò mi lascia solo con la trama, che da sola è un po’ pochino.
Bella la storia di pirati.
Il resto è un po’ prevedibile.

Insomma, Popco è un bel romanzo.
Ben scritto.
Con delle ottime idee.
Ed animato da un intento completamente condivisibile.
é il classico romanzo ediucativo, solo che l’educazione veicolata non è quella mainstream.
È una lettura piacevole.

A meno che non siate dei geek quarantenni.
In quel caso, The Invisibles di Grant Morrison farebbe di più al caso vostro.
Ma naturalmente lo avete già letto.