strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Una storia di spettri

Ho il piacere di annunciare che la mia storia A Rainy Night in the French Quarter è la selezione del mese su Dread Imaginings, e la potete leggere gratis.

Si tratta di una storia di spettri, che si svolge a Shanghai, in una cabina del telefono riadattata a micro-biblioteca. Mi rendo conto che ho scritto talmente tante storie ambientate a Shanghai che prima o poi dovrò chiedere la cittadinanza onoraria…

Spero che abbiate voglia di dare un’occhiata al mio racconto, e farmi sapere cosa ve ne pare.
Buona lettura!


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La signora e il gibbone

Emily_HahnAd un certo punto, nella prima parte di The Ministry of Thunder (non so, credo attorno a pagina 751), c’è un ricevimento al consolato italiano al quale partecipa anche una scimmia col pannolone.
La cosa ha turbato alcuni lettori, mi si dice – sapete, il fantasy, la sciocchezza, le implausibilità, mio dio come si fanno a scrivere certe cose…

E tuttavia la scena corrisponde in effetti a verità.
La scimmia in questione si chiamava Mr Mills, ed apparteneva ad una cittadina americana, Emily (talvolta Emilie) Hahn.

Nel 1937 Emiy Hahn si trovava a Shanghai per noia, ed era felicemente coinvolta in una quantità di relazioni sentimentali piuttosto complicate, oltre ad essere un’oppiomane entusiasta.

“Anche se ho sempre desiderato essere un’oppiomane, non è questo il motivo per cui sono venuta in Cina.”

E aveva una scimmia. Col pannolone per le occasioni mondane.
Donna interessante, Emily Hahn.
Possiamo esimerci dal dedicarle un post? Continua a leggere


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Il Gioiello d’Oriente

La revisione de Il Crocevia del Mondo è quasi completa, e il post di oggi riguarda un personaggio che avrei davvero voluto inserire nel volume, ma non c’è modo di farlo – poiché gran parte delle sue attività si svolsero in Manciuria, lontano dai luoghi sui quali il mio volumetto si va ad appuntare.

E allora, parliamone qui, di Yoshiko Kawashima.

W020100514560708495987Yoshiko Kawashima non si chiamava Yoshiko Kawashima, ma Aisin Gioro Xianyu – era una principessa manciù, quattordicesima figlia di un notabile della corte imperiale di Beijing, ed era anche nota come Gioiello d’Oriente.

Venne adottata a otto anni da un tale che si chiamava Kawashima – un losco figuro, mercenario e spione giapponese che vedeva, nella possibilità di allevare una principessa cinese come una giapponese, una potente arma diplomatica e  uno strumento spionistico.
Il condizionamento della giovane al fine di farne una leale e amorale agente imperiale non fu esattamente una scampagnata, e lasciò probabilmente delle cicatrici nella personalità del Gioiello d’Oriente.
Il nonno adottivo la violentò ripetutamente, e successivamente, Yoshiko divenne l’amante del proprio padre adottivo.
Trasferitasi a Tokyo per studiare all’università, divenne un popolare personaggio nel giro di artisti e perditempo della capitale, collezionando una bella infilata di amanti.

A vent’anni, nel 1927, per ordine del padre adottivo/amante, sposò il figlio di un generale mongolo, ma divorziò in capo a due anni, trasferendosi a Shanghai – e trovando probabilmente congeniale l’ambiente selvaggio della Parigi d’Oriente.

Straordinariamente attraente, con una personalità dominante, una figura quasi da dramma cinematografico, mezza maschiaccio e mezza eroina, e con la passione per l’indossare abiti maschili.

A Shanghai divenne l’amante e l’agente di un certo Tanaka, uomo dei servizi giapponesi, e quando questo venen richiamato in patria, Yoshiko rimase sul libro paga del suo successore – che non esitò a sfruttare la sua amicizia con Pu yi, l’Ultimo Imperatore (e con la moglie di costui, piuttosto sensibile alle grazie del Gioiello d’Oriente).

Gen_Yoshiko_KawashimaQuando i giapponesi si presero il Manchukuo, e i cinesi si sollevaronoin massa, Yoshiko si pose alla testa di una armata di alcune miglaiia di banditi e tagliagole, e divenne una cacciatrice di guerriglieri per conto dei giapponesi.
La propaganda ne fece una figura alla Giovanna d’Arco, ma sostanzialmente il generale Kawashima era a questo punto un signore (una signora?) della guerra come tanti altri in cina – col suo esercito privato,la tendenza ad estorcere danaro dai mercanti cinesi e una lealtà verso il Sol Levante che forse non era completamente corrisposta.

Il fatto che l’Armata del Kwantung non la volesse fra i piedi fu probabilmente la ragione per cui, nel momento in cui divenne una figura centrale della macchina di propaganda giapponese (programmi radio, articoli, anche racconti sulle riviste pulp), il suo atteggiamento si fece scomodo per l’Impero.
Le venne consigliato di abbassare il proprio profilo e scomparire.

Frattanto, Yoshiko si era trovata un altro amante, Riyoichi Sasakawa, spia e avventuriero, un uomo che, nel ’45, avrebbe accolto con gioia ed entusiasmo il fatto di essere stato etichettato come criminale di guerra di prima classe dagli americani (e dai russi, e dai cinesi), tanto da voler entrare in tribunale con l’accompagnamento della marcia della Marina Imperiale.
Sasakawa, pur travolto dalla passione per il Gioiello d’Oriente, non mancò di descriverla come una oppiomane sessualmente insaziabile, capace di “ripassarsi” una mezza dozzina di amanti – uomini e donne – ogni notte.

Poi, nel 1945, non essendo riuscita a rendersi invisibile (come avrebbe potuto?), Yoshiko Kawashima, il Gioiello d’Oriente, venne arrestata dai servizi segreti cinesi, sommariamente processata, ed eliminata con un colpo alla nuca.
Fucilarla, essendo di famiglia imperiale, sarebbe stato irrispettoso.

Yoshiko Kawashima fu molto popolare – naturalmente – presso gli sceneggiatori cinematografici.
C’è un film su di lei del 1957, compare ne L’Ultimo Imperatore ed è stata portata sullo schermo nel 1990 dalla grande, compianta Anita Mui.

Circolò voce, naturalmente, che fosse sopravvissuta, continuando con la propria vita avventurosa e dissoluta fino al 2006.
Ma era solo una leggenda.


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La Shanghai di una volta

Ci sono bei libri, e ci sono libri belli.
Se devo spiegarvi la differenza, siete sul blog sbagliato.

Ho messo le mani su Tales of Old Shanghai quasi per caso, mentre mi documentavo per un certo progetto.
Il titolo pareva interessante, il prezzo era abbordabile.
Il libro è una meraviglia.
È al contempo un bel libro ed un libro bello.

Un esile trade paperback pubblicato dalla Earnshaw Books – una piccola ma agguerrita casa editrice di lingua inglese specializzata in sinologia – il volume è come un meraviglioso album di ritagli, che fra stralci di articoli e di testi dimenticati, fotografie, testi di canzoni, pubblicità d’epoca, mappe e tabelle, condensa in 150 pagine la storia e soprattutto l’atmosfera di quella che venne definita la Parigi d’Oriente, ma anche la città più decadente del vecchio continente.

E qui c’è tutto.
Oh, certo, ho letto libri più approfonditi, più documentati, forse anche più dotti sulla Parigi d’Oriente.
Ma questo agile volumeto ha qualcosa in più.
Non sono solo i testi e le immagini a rendere gradevolissimo questo volumetto.
È l’impaginazione stessa, a dare un taglio accattivante al tutto.

E poi ci sono le minuzie meravigliose.
L’annuncio stralciato dalla pagina di un giornale, in cui un compito personaggio cerca qualcuno che lo possa aiutare a sminare il proprio giardino (siamo nel 1949).
La voce del Who’s Who del 1933 che presenta un quadro in fondo piuttosto attraente del leader assoluto del crimine organizzato cittadino.
L’agenzia di pompe funebri che si pubblicizza come “la migliore e la più fornita dell’Oriente”.
La paura dei comunisti.
Il traffico d’oppio.
Le donnine messe a disposizione come “accessorio” sui sedili posteriori dei taxi.

Una meraviglia.
E quei santi della Earnshaw hanno volumi simili per Hong Kong, Pechino e Singapore.
Una dannazione per il mio portafogli, ma una meraviglia assoluta.


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Tradurre o non tradurre?

Visto che ho già il tempo libero ridotto a zero…

Ho appena messo le mani su un libricillo uscito negli anni ’30 – non una gran cosa, più o meno 10000 parole.
Venti pagine scarse in formato A4, a metterci solo il testo in corpo 10 e interlinea 1.

Si tratta di un’artefatto di un’epoca più scollacciata e discutibile.
Una guida ai quartieri bassi di Shanghai, per il visitatore occidentale in cerca di un po’ di esotismo pesante.
Dove reperire compagnia femminile, alcool, sostanze illegali.
Il rischio di accoltellamento, le risse.
Come divertirsi a ritmo di jazz, fra russi bianchi e infidi orientali.
Una guida ad uno stile di vita per lo meno spericolato, in una città corrotta fino all’osso.

Il tutto col tono garrulo di un articolo per New Yorker, in un libriccino scritto da due cialtroni che probabilmente erano marinati nel gin, e fulminati a dovere.

“Per gran parte degli stranieri, esistono due soli tipi di cinesi, quelli puliti e quelli sporchi. Tuttavia, la situazione è molto più complessa.”

Politicamente corretto non lo è assolutamente.
Se si eliminassero le parti razziste, sessiste o generalmente offensive, quest’affare starebbe sul retro di una cartolina illustrata.

Il solo capitolo su come evitare di passare una serata da soli, che apre col consiglio di procurarsi una ragazzina dai quindici ai vent’anni – è normale, lo fanno tutti, non ci sono stigmatizzazioni sociali – è roba da capestro.

“Non poca della vita notturna sulle strade di Shanghai è cortesemente fornita delle signore la cui mercanzia è l’amore, in contanti e pronta cassa.”

Però, però…

Ho dato un’occhiata agli archivi americani per verificare il copyright.
Zero assoluto.
Non mi è neanche troppo chiaro dove sia stato stampato, il libercolo – se l’hanno stampato in Cina, come pare probabile, il concetto stesso di Copyright, specie all’epoca, è nullo.

Per cui, mi dico, potrei tradurlo.
Magari annotarlo.
E poi farlo circolare.
Un’altra cosa per gli Orientalisti Anonimi.

Non è lunghissimo, ed è il genere di lavoro di traduzione che mi diverte – anche se certe cose, in certi punti, mi danno i brividi.
Però, ehi, è storia!
Ma poi, cosa ne sarebbe…?

Se ne potrebbe fare un ebook…
Magari per Natale…

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