strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Cantando nella zona eufotica

Gran parte del mio lavoro accademico, svolto nella mia vita precedente, riguarda il plancton.
Plancton fossile, ma comunque plancton.
Io sono un micropaleontologo, con un solido background in sedimentologia (clastica e non-clastica) e in analisi statistica di dati ambientali, per chi non avesse familiarità con il mio curriculum.
Per interessi personali, ho anche seguito una dozzina di corsi di oceanografia (in particolare nell’ambiente Surface Ocean Lower Atmosphere) e in archeologia sottomarina. Perché bisogna pure avere un hobby, giusto?

Tutto il mio lavoro (ed i miei hobby occasionali) si concentrano perciò nei primi 200 metri della superficie dei mari e degli oceani – è qui che vive e prospera il plancton, insieme con il 90% della flora e della fauna marine conosciute, è qui che avvengono le principali interazioni atmosfera/oceano, è qui che incidono maggiormente le attività umane (quest’ultimo punto è ormai discutibile, ma OK, diamolo per buono), è qui che andiamo a cercare relitti e tesori sommersi, è qui che penetra e si diffonde la luce solare che alimenta tutta una serie di dinamiche.
Io non sono un sommozzatore, ma è nella porzione superiore di questa fascia che i miei amici che fanno immersioni passano la maggior parte del loro tempo.
Questa è quella che si chiama zona fotica, o zona eufotica.

E mai avrei pensato di trovarmi a doverne discutere per colpa di un film della Disney – e no, non 20.000 Leghe sotto i Mari.

Come probabilmente avrete sentito – o forse mo – la Disney ha prodotto una versione live-action de La Sirenetta, il film d’animazione del 1989, liberamente tratto dalla fiaba di Hans Christian Andersen (l’uomo che inventò il copyright); un film che nel 1989 incassò 235 milioni di dollari.
Il nuovo live action uscirà nel 2023, ed improvvisamente c’è un sacco di gente che sguazza nella mia fascia di profondità preferita, e dice baggianate.

Perché vedete, il problema è che nel nuovo film, la protagonista sarà interpretata dall’attrice e cantante Halle Bailey, che è afroamericana – e qui apriti cielo perché, come un sacco di gente si è affrettata a spiegarci, la luce solare non penetra in profondità negli oceani, e quindi le sirene non possono essere di colore, perché la melanina, signora mia…

Le sirene, che non esistono, non possono essere di colore.
Perché la luce del sole non arriva a più di 20 metri – come ci spiega una spettatrice indignata…

Ora, qui c’è molto di cui discutere, e possiamo farlo risalendo dal basso (che è molto adatto, visto che si parlava di immersioni e di profondità). Allora…
In primo luogo, a qualcuno frega qualcosa se questa persona non andrà a vedere il film?
Mi permetto di dubitarne.
In secondo luogo, naturalmente, c’è il fatto che stiamo discutendo dell’accuratezza scientifica e della verosimiglianza di un film in cui ci sono i pesci che cantano.
I pesci.
Che cantano.
In terzo luogo, naturalmente conosciamo un sacco di forme di vita marine che hanno l’epidermide di colori diversi dal bianco – restando nell’ambito dei mammiferi, ci sono cetacei con la pelle nera, ci sono foche e altri pinnipedi (categoria nella quale sarei tentato di schedare le sirene, se esistessero) che sono tutto fuorché ariani. Non per effetto dell’abbronzatura, ovvero dello sviluppo di melanina in risposta all’intensità della radiazione solare ultravioletta, ma per altre dinamiche evolutive.

E per finire, 20 metri?
Davvero?

Vediamo – poiché l’acqua è un ottimo filtro per le onde elettromagnetiche, esiste un effetto noto come attenuazione; a causa di questo effetto, solo il 45% della radiazione solare penetra oltre un metro di profondità. A 10 metri arriva solo il 16% della luce, che si riduce all’ 1% a 100 metri. La luce solare non arriva oltre i 1000 metri.
Però è un po’ più complicato di così, perché diverse lunghezze d’onda arrivano a diverse profondità – in base al principio maggiore la lunghezza d’onda/minore la penetrazione – per cui la luce rossa si ferma nei primi 10 metri, la luce arancione non arriva oltre i 40, e la luce gialla non oltre i 100 metri. Oltre i cento metri penetrano ancora le radiazioni blu e verdi.
A complicare ulteriormente l’intera faccenda c’è la questione della torbidità dell’acqua, vale a dire la densità di particelle in sospensione, che riducono ulteriormente il potere di penetrazione della luce.

Ora, io non sono un dermatologo, né interpreto il ruolo di dermatologo in televisione o su Twitter, ma a me risulta che l’abbronzatura che tanto sta urticando una certa fascia del pubblico sia il prodotto della radiazione ultravioletta. Avete presente, che sulla bottiglia della crema solare c’è scritto UV? Ecco.

Orbene, la radiazione ultravioletta ha una lunghezza d’onda molto più corta della luce visibile, e quindi è ragionevole immaginare che penetri più in profondità della luce visibile.
Ma quanto, in profondità?

Andiamo a leggerci The measurement and penetration of ultraviolet radiation into tropical marine water, di Esther M. Fleischmann, pubblicato nel 1989 su Limnology & Oceanography, 34(8).
Stando all’affascinante studio della dottoressa Fleischmann – certamente non il più aggiornato, ma il più facile da reperire – il 33% della radiazione ultravioletta viene fermato dai primi due centimetri e mezzo di acqua, ma un 10% di raggi UV arriva ben oltre i 25 metri, in funzione della latitudine e dell’ora del giorno (grado di inclinazione dei raggi solari) e della torbidità delle acque.
Per cui 25 metri di acqua sono meno efficienti di un filtro solare con un rating di 15 SPF – perché 25 metri di acqua fermao il 90% dei raggi UV, il filtro 15 ne ferma il 93%.
E noi sappiamo che con un buon filtro 15 la pelle si abbronza ugualmente.

E tutto questo naturalmente è molto interessante, ed è un’ottima scusa per perdere tempo al lunedì mattina invece di lavorare ad una traduzione e spedire un pitch per un romanzo ad un editore.

Restano però due osservazioni interessaanti – la prima, ovviamente, è che il lavoro di Andersen, e il film della Disney, sono fiabe, non fantascienza, per cui tutta questa ossessione per la possibilità o meno di abbronzarsi sott’acqua è fasulla. In altre parole, non solo le sirene non esistono, ma appartengono ad un ambito della narrativa in cui la plausibilità scientifica non è essenziale, ed anzi, normalmente viene ignorata o capovolta.
Tanto varrebbe imbizzarrirsi per i pesci che cantano, o per il fatto che la protagonista della storia di Andersen venga trasformata in una donna grazie alla magia.
Non stiamo giocando con le regole della biologia, quindi smettiamo di invocarle in malafede.

Ma c’è un altro aspetto di questa intera faccenda che mi incuriosisce, ed è che il film che uscirà nel 2023 è il secondo live action Disney basato su La Sirenetta dell’89. Nel 2019 il network ABC trasmise una versione live, in cui la protagonista era interpretata da Auli’i Carvalho.
Che non è certamente bianca per gli standard americani – avendo antenati hawaiiani, portoricani e cinesi.
Ciò che mi incuriosisce è che non ricordo un furore paragonabile a quello attuale per la scelta del 2019.
Cosa è cambiato?
Tutti i difensori dei diritti della melanina erano distratti?

Ed ora potreste domandarmi, ma valeva la pena, di buttare due ore a fare ricerca per un post su queste idiozie?
E la mia risposta è, stancamente, sì.
Sì perché l’articolo della Fleischmann è interessante, come è interessante scoprire come viene calcolato il valore del fattore di protezione solare.
Ma anche e soprattutto perché io sono uno scienziato – anche se non più praticante – e non posso tollerare che vengano utilizzate argomentazioni pseudoscientifiche per giustificare quello che è, alla fine, solo semplice, comune, volgare, ruspante razzismo.