strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


6 commenti

Buoni propositi per l’anno nuovo: una gita al Pharo

E se io cominciassi a portarmi avanti, e a mettere in cantiere i buoni propositi per il 2021 a dicembre del 2020?
Chi ha tempo non aspetti tempo, e tutto quel genere di cose, e complici un paio di disavventure lavorative, il tempo al momento è tutto quello che ho, ma magari a gennaio le cose cambieranno.
E allora avanti…

Come di solito succede quando mi trovo sepolto qui fra i colli dell’Astigianistan con un sacco di tempo libero, raggomitolato sotto ad uno spesso strato di coperte, con una teiera fumante e il vuoto esistenziale che ulula nella notte, avevo pensato di seguire un corso di qualche genere. Imparare una lingua, magari – magari il coreano.
È interessante il coreano.

Continua a leggere


13 commenti

La quarta dimensione del libro

Fra le tante – troppe – cose che quest’anno mi sto perdendo per una miscela malata e dolorosissima di troppo lavoro, troppo poco danaro, cattiva salute e disastri familiari, c’è stato lo SchoolBookCamp.
Leggo il (primo) post fatto a riguardo da SpeculumMaius, e mi prendo a calci per non esserci stato.
Una di quelle occasioni che è criminale perdersi.

Questo SchoolBookcamp intende coinvolgere tutti coloro che sono interessati a ripensare sia alla natura stessa dei testi scolastici, sia a come riposizionare i contenuti che rompono la struttura lineare della creazione, della distribuzione, della fruizione, e irrompono nella circolarità della rete.

Sia come ricercatore (quando capita), che come insegnante (ditto), che come occasionale scrittore di fantascienza (questa è tutta da ridere) la cosa mi interessa.
E l’impressione, dal materiale visto finora in rete, rimane che più scrittori o appassionati di fantascienza avrebbero potuto contribuire positivamente alla discussione.
O essere cacciati in massa – ma ci siamo abituati, e si sarebbe finiti in qualche trattoria a (s)parlare di Star Trek.

Ciò che mi stimola la ghiandola della fantascienza è la percezione di una dicotomia miope – cito da SpeculumMaius (che tanto non si offende):

l’identificazione immaginifica del libro di testo con l’istituzione scolastica nella sua forma “biblica” da Pinocchio in poi e la funzione di contenimento (o di coperta di Linus se preferite) svolta da questo sussidio per la stragrande maggioranza dei docenti. Del resto, per controllare e contenere è stato creato…
[…]Alla ricerca di definizioni e differenze, ciò che secondo me – ora – distingue un libro di testo “tradizionale” da uno digitale è la sensorialità tattile e l’appartenenza storico-culturale ben radicata nell’immaginario collettivo.

Identificazione immaginifica.
Mica balle.
Non li adorate anche voi, quelli che frequentano la cultura umanistica?

Se da una parte concordo sul fatto che il libro cartaceo abbia una sua componente sensoriale molto forte – colleziono libri, ne ho la casa piena, li sento scricchiolare di notte… – io credo che questa visione del libro cartaceo come oggetto di legno, come contenitore blindato, non sia completamente corretta.
E finisca per danneggiare la progettazione del… del qualcosa in formato elettronico, che dovrebbe sostituirlo.

Io al liceo non ho mai usato i libri di testo – tant’è vero che alla fine dei cinque anni li ho venduti tutti come nuovi e col ricavato ci ho finanziato la mia collezione di romanzi di fantascienza (notiamo un tema ricorrente in questo post?)
Il motivo per cui non usavo i libri di testo è che – a fronte di ottimi insegnanti – avevo imparato a prendere degli ottimi appunti.
I miei appunti erano, di fatto, una customizzazione dei libri di testo, che integravano testo e spiegazione, e incrociavano le materie – usando un quadernone ad anelli e una penna da geek di quelle con quattro colori, potevo mantenere separate le materie a ma ottenere riferimenti incrociati. Includendo anche le pagine del libro di testo.
Niente di troppo doloroso, se si esclude il callo dello scrivano.

È vero – il libro ha una sua fisicità.
Ma ha anche una quarta dimensione, uno spazio accessibile alla modifica, alla customizzazione – posso annotarne i margini, sottolinearlo, aggiungere fogli volanti, fare i fumetti alle figure, smembrarlo in fascicoli e riordinarlo… Diavolo, posso correggerlo a mano!
Ai vecchi tempi gli studenti col libro “in disordine” venivano martellati a morte, ma erano quelli che lo usavano di più, e meglio.
Se ne appropriavano completamente, e così facendo si appropriavano anche dei contenuti, ritagliandoli sulle proprie necessità e sul proprio stile di studio.

Oppure erano semplicemente dei teppisti che scarabocchiavano il libro e ne stracciavano le pagine,  ma datemi un minimo di margine, qui, ok?

L’e-book didattico, a mio parere, per avere successo, dovrebbe in primo luogo favorire la manipolazione, la riorganizzazione del testo in maniere che allo studente risultino ragionevoli, dando un significato ai contenuti e alla loro sequenza.
Fornire la possibilità di taggare e hiperlinkare argomenti e voci, in modo che ciascuno si possa creare il proprio percorso di lettura.
O magari essere distribuito a blocchi che possano essere ordinati.
Quante volte il professore di storia ci ha detto “questa parte la saltiamo e la vedremo il prossimo trimestre, insieme con filosofia”… e allora perché non spostare il dannato capitolo più avanti, e linkarlo col testo di filosofia ai paragrafi opportuni?
Oppure fisica e matematica – che dovrebbero andare di pari passo, ma spesso si perdono.
Le diverse letterature.

Perché se mi limito a fornire ai ragazzi un ipertesto con i link già determinati, in realtà non sto fornendo loro nulla di più libero, interessante ed efficiente dei vecchi libri cartacei.
Anzi, fornisco qualcosa di inferiore – perché questo non lo posso scarabocchiare.

Questo significa, naturalmente, che stiamo parlando di una ipotesi di testo molto diversa dall’e-book come se l’è immaginato il Ministero, dove nessuno probabilmente ha letto The Diamond Age, or A Young Lady’s Illustrated Primer di Neal Stephenson (e dire che è uscito anche in italiano).
Noi non abbiamo bisogno di un dannato e-book – noi abbiamo bisogno di un ambiente di apprendimento, del quale l’e-book sia casomai l’interfaccia.
Stiamo parlando di qualcosa che non è un semplice pdf del testo cartaceo scandito al computer.
O un ipertesto coi link al loro posto.
Parliamo di un software modulare, assolutamente trasparente e user friendly, seduto su un database coi controfiocchi, con un amplissimo campo di adattabilità alle esigenze dell’utente.
Stiamo parlando di SmallTalk – e la cosa mi diverte, perché SmallTalk è un linguaggio di programmazione che ha trent’anni.
O magari parliamo di Ruby.
Stiamo parlando di qualcosa che non è necessariamente più leggero (in termini di Megabyte), più economico (in termini di persone pagate per crearlo) o più universalmente accessibile (in termini di “lo porto ovunque, lo uso quando voglio”) di un libro.
Ma che è, se possibile, operativamente tetradimensionale quanto un libro cartaceo.
Se non di più.
Stiamo parlando di Squeak!

Il che significa che tocca costruire, creare dal nulla, tre diverse parti del meccanismo.
Da una parte, l’ambiente di apprendimento, con la sua interfaccia, i suoi contenuti, la sua documentazione. Al limite, diciamo, con Squeak! l’ambiente c’è già, possiamo solo dedicarci a strutturare dei colossali database di contenuti. Database in grado di autoaggiornarsi collegandosi al web, naturalmente (perché sennò, che gusto c’è?)
Il secondo elemento sono gli studenti, che dovranno essere in grado di usare la sintassi dell’ambiente di apprendimento (SmallTalk per Squeak!, quel che ci pare per ciò che dovessimo decidere di creare da zero), in modo da poter accedere ai database e creare i propri libri di testo/laboratori interattivi/gallerie virtuali. Tocca insegnargli a programmare.
Il terzo elemento sono gli insegnanti, che non solo dovranno conoscere tutti ciò che conosceranno gli studenti, ma dovranno anche aver sviluppato una forma mentis che permetta loro di adattarsi ad una modalità di insegnamento molto diversa da quella attuale. Non più “studiate da pagina x a pagina y”, ma…
Cosa?
“Partite dai moduli X e Y e portatemi una relazione per venerdì”?
Non sarebbe male.
A questi insegnanti bisognerebbe anche e soprattutto insegnare che è giusto ristrutturare l’informazione.

In alternativa – perché bisogna avere sempre almeno due buone idee – potremmo lasciare che il lavoro lo facciano gli altri… lo hanno già fatto, in effetti.
E fornire ai ragazzi solo un buon browser web, custom-made, che includa un gestore di metatag, un archivio per le annotazioni e – se proprio vogliamo – una serie di filtri per decidere a quali siti sia possibile connettersi e a quali no.
Poi sguinzagliamoli in rete.
Lo stanno già facendo, ma con strumenti autocostruiti e inefficienti.
Considerando che il motore di Mozilla è open-source, perché non provare a creare non un e-book, ma un hyper-binder, una supercartellina nella quale i ragazzi possano collezionare i testi suggeriti dai docenti e agganciarci tutte le note, i ritagli e i file media che vogliono.

O una terza idea – perché quesllo di immaginare il futuro è il mio passatempo, capite – perché non resuscitare la tecnologia degli agenti informatici (Microsoft Agent?) e compilare degli assistenti virtuali che i ragazzi possano interrogare con un linguaggio normale, e che reperiscano per loro le informazioni su web o su database specifici?
Le informazioni che vogliono i ragazzi, nell’ordine che ritengono opportuno.
I Giapponesi hanno già qualcosa del genere! Lo vendono, lo si può acquistare!
Ovviamente, a conferma che la prima applicazione non militaredi tutte le nuove tecnologie è futile, Aris è insopportabilmente kawaii e non serve per la didattica (a meno che non si voglia insegnare ai ragazzi come molestare le ragazze), ma la tecnologia c’è (anche in questo caso, con Microsoft Agent, da oltre un decennio).

In tutti questi casi (io preferisco il primo, perché ovviamente arriverebbe ad includere il secondo e a non escludere il terzo), la vera sfida, a parte la creazione dello strumento, consisterebbe nell’educare gli utilizzatori a ricavarne il massimo possibile.
Insegnare agli utenti come usare gli strumenti – che è poi la missione basilare di chi educa.
O no?

Ma probabilmente caricheranno semplicemente i ragazzi di pdf in formato portrait.
Password protected, naturalmente.
Che spreco.

770px-LaptopOLPC_aADDENDUM:  scopro solo ora che Squeak è stato incluso nel pacchetto di software caricati sui computer del progetto One Laptop per Child.
Al momento sono stati ordinati 1 milione e 300 mila laptop.
Posso solo immaginare le conseguenze del fornire a così tanti bambini lo strumento per la creazione da zero di un intero ambiente nel quale crescere e apprendere, comunicando.
La mia ipotesi di unambiente di apprendimento diffuso diventa improvvisamente quasi una certezza – e certo solo la più banale delle possibilità.
Il futuro è appena diventato un poco più brillante.

Powered by ScribeFire.


Lascia un commento

Ancora SmallTalk

Siamo alle solite.
Era già accaduto sotto Windows, ora sotto Ubuntu.
Faccio un giro su Squeak, e mi viene voglia di installare VisualWorks della Cincom.
E così l’ho fatto.
Non che sia facile (si veda la nota in chiusura).

E così, dopo un’oretta di installazione, ho la versione 7.5 di Cincom VisualWorks (anche noto come ObjectStudio) sul mio hard disk.
E sembra girare più che bene.

Ricapitolando.
SmallTalk.
Il primo grande linguaggio di programmazione a oggetti.
Se il Basic sta alla programmazione come l’ascia neolitica sta alla storia della civiltà, allora SmallTalk sta alla programmazione come il Monolito Nero di 2001 sta alla storia della civiltà.
Un’idea di quanto sia strano SmallTalk?
Ogni applicazione include l’ambiente di sviluppo.

SmallTalk è strano e difficile da imparare, ma estremamente utile perché insegna a pensare in maniera diversa.
E pensare in maniera diversa è una buona strategia evolutiva.

L’edizione Cincom è probabilmente la più completa e flessibile delle distribuzioni.
Si integra abbastanza bene nel desktop Gnome, e sfrutta bene la potenza della macchina su cui faccio girare Ubuntu.
È gratuita per uso generale…
Aggiungiamo un po’ di pazienza, un po’ di tempo e Smalltalk & Object Orientation (pdf scaricabile gratis, insieme a molti altri) e il gioco è fatto.

Nota – Installare VisualWorks in Ubuntu

Primo: installare il gestore csh

sudo apt-get install csh

Poi scarichiamo l’installatore per linux dal sito della Cincom

Si tratat di un file .run – VWInstallerLinux86.run, nel mio caso.
Per farlo girare, attraverso un terminale Linux, eseguire i comandi

chmod +x VWInstallerLinux86.run

sudo ./VWInstallerLinux86.run

A quest punto l’installatore parte.
Selezioniamo l’installazione tipica, accettiamo la licenza e pazientiamo circa un’ora.
Il file transfer protocol di Cincom va un po’ a singhiozzo a certe ore, ma è l’unico problema che si rischia di incontrare.
A installazione eseguita, andiamo nella directory opportuna (vw7.5nc) e facciamo partire in un terminale l’eseguibile VisualNC.
Fatto!


Lascia un commento

Squeak!

Ora il mio 2008 è completo e pronto a muoversi.
Ho appena installato Squeak su Ubuntu.
Nelle lunghe notti solitarie dell’estate, quando la calura più che l’insonnia mi impedirà di chiudere occhio, potrò ricominciare a fare pratica e forse, per il capodanno 2009, sarò padrone di Squeak.

Non lo avevo segnato nei buoni propositi per l’anno a venire, ma imparare SmallTalk (del quale Squeak è figlio) o Ruby erano sulla mia lista delle cose da fare.
Finora Ruby su Ubuntu si è rivelato impraticabile.
Ma squeak funziona!

Cos’è Squeak?
Si tratta diuna implementazione autosufficiente (una macchina virtuale) per lo sviluppo di software usando SmallTalk.
Non sarà ObjectStudio/VisualWorks, ma funziona.

Cos’é SmallTalk
Un linguaggio di programmazione a oggetti (object-oriented), sviluppato originariamente dalla Xerox alla fine degli anni ’70.
Già… computer coi bobinoni di nastro, floppy grossi come 45 giri…
Personal Computer che parevano oggetti venuti dal futuro, oggetto di sporadiche pubblicità su riviste come OMNI o BYTE.
In quell’epoca di frontiera, SmallTalk aveva una interfaccia grafica a finestre, ed utilizzava un mouse – Bill Gates portava ancora i pantaloni corti e Apple non aveva ancora il sistema a finestre – ed era costruito su principi come

  • Personal Mastery: se un sistema deve essere al servizio dello spirito creativo, deve essere interamente comprensibile per un singolo individuo.

Un artefatto di un’era più civile, l’intera sintassi di SmallTalk si può riassumere su una cartolina postale, e la sua filosofia di programmazione era essenziale all’estremo. SmallTalk è flessibile, potentissimo, estremamente robusto.
Rappresenta anche un diverso modo di pensare.

Dato per spacciato alla fine degli anni ’80, SmallTalk è sopravvissuto in parte come legacy system (un linguaggio dimenticato dai più ma dal quale ancora dipendono processi critici in corso), ed è poi stato resuscitato da alcune aziende desiderose di rimettere in campo la potenza spaventosa di questo linguaggio.
Squeak è una delle implementazioni open source di SmallTalk – e a Squeak hanno lavorato e stanno lavorando molti degli originari sviluppatori di questo linguaggio.
Costruito in modo da rendere la programmazione in Smalltalk accesibile ad unbambino, Squeak è un buon punto da cui cominciare (ed è ampiamente supportato da una comunità di programmatori , utenti e insegnanti).

Da cosa deriva la mia ossessione per SmallTalk (e Squeak)?
A parte il fascino per un linguaggio retrò come SmallTalk, le considerazioni sono le seguenti:
. è il primo vero linguaggio a oggetti – tutti gli altri sono corruzioni dei concetti base di SmallTalk
. è potente e flessibile
. è disponibile in versione free/open source
. gran parte della documentazione è disponibile gratuitamente in rete (i manuali sono talmente antichi che gli editori li lasciano scaricare gratis)
. è abbastanza difficile da rendere il processo di apprendimento eccitante
. è abbastanza desueto da garantire una scarsa richiesta di programmatori sul mercato, ma d’altra parte, il numero di programmatori Smalltalk è talmente basso da garantire lavoro per tutti.

E’ un buon esercizio per mantenere il cervello in funzione, mi apre nuove prospettive lavorative, mi permette di blandire la parte più geek della mia personalità.

NOTA – installare Squeak in Ubuntu

… è meno che banale.
Squeak compare nel menu Aggiungi/Rimuovi Applicazioni.
Si seleziona, si clicca e si installa.
Ma a questo punto, Squeak non gira.
E’ necessario aprire il Gestore di Pacchetti Synaptic (in Amministrazione), cercare Squeak e installare i pacchetti mancanti.
A questo punto si cancella la cartella fasulla che la prima installazione ha creato nella Cartella Home, e Squeak gira come un orologio svizzero.