strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Senza un blog: the Earphone Diaries

Avevo bisogno di staccare – trovare qualcosa da fare che potesse servire come distrazione, per ricaricare le batterie.
E così ho creato The Earphones Diaries.

The Earphone Diaries sarà – finché dura – una serie di post brevi sulla musica che sto ascoltando.
Un post al giorno, un disco al giorno. Senza limiti di genere, senza un filo logico che non sia quello che in questo momento è nelle mie cuffie.
Ancora una volta si procede senza mappa.
E senza un blog.

Questo è un progetto da guerriglia, che potrebbe avere un clamoroso successo o morire miseramente.
Ma se vivrà, vivrà sui social – i post di The Earphones Diaries usciranno ogni giorno sul mio profilo Facebook, sulla mia pagina Instagram e sul mio Pinterest, sul mio canale Twitter.
Meno lavoro, più divertimento.

Si parte stasera dopo cena col primo disco, e vediamo cosa succede.



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Il Karma dello Spammer

Il post di oggi va online un po’ più tardi del solito non perché io mi sia attardato a poltrire (beh, ok, un po’ anche), ma perché un’idea scema che mi è venuta ieri si è tramutata in una sorta di esperimento, e volevo aspettare e vedere un po’ di dati prima di parlarne.

Uno degli elementi critici del pubblicare se stessi attraverso Amazon (o qualunque altra piattaforma, in effetti) è la spiacevole necesità di doversi promuovere.
Nessuno acquisterà i nostri ebook a meno che non sappia che esistono – e questo richiede post sui blog, banner pubblicitari (come quelli qui a destra) e frequenti condivisioni sui social network.

Il che è considerato di pessimo gusto, oltre che un chiaro segno che si è degli squallidi dilettanti allo sbaraglio e non professionisti seri con una casa editrice alle spalle. Continua a leggere


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#autoresolitario

TwitterHashtagQuesto è un post che riguarda un esperimento.
Si parlava, ieri, con alcuni amici, della difficoltà che hanno gli autori autoprodotti a ottenere la famosa visibilità.
Non quella con cui vi pagano certuni se lavorate gratis per loro, proprio la visibilità quella della vetrina, quella che permette a chi non vi conosce di persona di scoprire ciò che avete pubblicato.

Perché un blog come questo, o un profilo facebook, hanno i loro limiti.
E c’è un grande mondo, là fuori.

Da qui, un’idea un po’ storta, che provo a lanciare da qua, e vediamo cosa succede.
L’idea si chiama #autoresolitario.

#autoresolitario è un hashtag.

Come dice Wikipedia

Gli hashtag sono un tipo di tag utilizzato in alcuni social network per creare delle etichette.

Nel momento in cui io invio un tweet, se inserisco al suo interno un hashtag (una stringa di lettere preceduta da #), io marchio quel tweet, ed il suo contenuto, cosicché chiunque sia interessato, può ritrovare il mio tweet (e tutti quelli marchiati allo stesso modo) facendo una semplice ricerca attraverso Twitter.

Un hashtag permette quindi, se vogliamo, di creare un “canale”, su Twitter, che chiunque sia interessato agli argomenti etichettati a quel modo può seguire – e utilizzare.
Perché chiunque può utilizzare gli hashtag.

L’idea in questo caso è di creare un hashtag che venga utilizzato da chiunque voglia segnalare dei contenuti che riguardino autori autoprodotti e indipendenti.
#autoresolitario
È chiaro, non è ancora stato usato, è nostro.
Ed è di tutti.

hashtagFaccio un post sul libro autopubblicato di un amico? Posso twittarlo segnalandolo con #autoresolitario
Incespico su una intervista rilasciata da un autore indipendente su un blog da qualche parte sul web? Stessa cosa, posso segnalarlo con l’hashtag #autoresolitario
Una recensione su Amazon o su Goodreads? Posso retwittarlo marchiandolo con #autoresolitario

E chiunque altro può fare altrettanto.
L’hashtag viene automaticamente accettata anche da facebook – quindi se il vostro accont Twitter è collegato al vostro account Facebook, l’etichetta verrà diffusa anche attraverso quel network.
Lo stesso vale per altri social network – da Pinterest a G+ passando per Instagram.

E chiunque sia interessato all’argomento – gli autori autoprodotti ed i loro libri – può reperire tutti i tweet, i post su Facebook, su Instagram, su Pinterest e su G+, semplicemente usando quell’hashtag come stringa di ricerca.

A cosa serve?
Ad aiutare l’informazione riguardo agli autori autoprodotti anche al di fuori delle nostre cerchie abituali.
A fare in modo che non solo i libri, ma anche i blog che ne parlano, possano venire scoperti ed apprezzati dal maggior numero possibile di persone.

A generare visibilità minimizzando la possibilità di abuso.

E posso anche segnalare articoli sull’argomento dell’autopromozione e altro materiale simile, anche se #autoresolitario vuole prima di tutto segnalare gli autori e i loro libri.

Posso segnalare anche i miei libri?
Sì, ma se ci pensate, conviene molto di più segnalare i libri degli altri – perché chi mi segue (sul blog o su twitter o su qualunque altro social network) dei miei libri e delle mie attività è già informato, e probabilmente li ha già letti, o ha già deciso che non gli interessano.
Nel segnalare il lavoro degli altri, spero che anche loro facciano altrettanto – divulgando informazioni sul mio lavoro tra coloro che non mi seguono abitualmente, così come io sto divulgando il loro lavoro fra i miei followers.
L’autopromozione è in ultima analisi meno efficiente della condivisione.

Allo stesso modo, promuovere la qualità ripagherà in qualità – se useremo #autoresolitario per segnalare ciò che c’è di buono, permetteremo a ciò che c’è di buono di emergere al di sopra della massa indifferenziata.
Se invece spingeremo tutto, in maniera indifefrenziata, non otterremo alcun risultato.

Funzionerà?
Non ne ho idea.
La rete funziona in maniera darwiniana, e queste iniziative possono crescere e modificarsi o morire.,
In questo momento, là fuori, c’è qualcuno che sta pensando “Come posso usare questo sistema a mio vantaggio?”
Io spero che si renda conto che il modo migliore per usare #autoresolitario a proprio vantaggio è usarlo a vantaggio di tutti.
Trasformarlo in un ricettacolo di ciarpame equivale a liberarsi la vescica in piscina, e poi farsi una bella nuotata.

Staremo a vedere.


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Fratelli

Oggi faccio un post decisamente diverso dal solito, e vi segnalo una pagina Facebook.

L’idea di base è molto semplice – c’è un uomo che cerca suo fratello.
Suo fratello gemello.
Com’è che si son persi di vista?
Semplice, erano ad Auschwitz, parte del progetto di Mengele di sperimentazione sui gemelli.

Potrei fare un sacco di bla bla inutili riguardo alla potenza ed alla importanza dei social network – che non servono solo per postare gattini e bonazze.
Ma non c’è bisogno che lo faccia.
Il link è qui sotto, spero funzioni.
Buttateci un occhio, spargete la voce.

http://www.facebook.com/pages/A7734/499971010060858


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A volte ritornano

Come diceva Gibson, la strada ha il proprio uso per le tecnologie.
nel senso che tu sviluppi qualcosa con una certa funzione, e poi scopri che qualcun’altro la sta utilizzando per scopi parecchio diversi.
E che anzi questi scopi diversi stanno diventando la principale ragione per cui i più usano ciò che tu avevi immaginato sarebbe servito a tutt’altro.

Linkedin, ad esempio.

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China contro Facebook

No, non è un errore di battitura, e non parliamo di politica internazionale.

Riprendo la notizia dal blog di M. John Harrison – pare che China Mieville sia abbastanza infastidito da Facebook, e dalle persone che lo amministrano.

Segue testo più o meno completo – in originale (scusa Orlando – e anche gli altri non anglofoni, ovviamente – ma proprio non ce la faccio a tradurlo tutto in questo momento) Continua a leggere


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Web 2.0 – Noi non siamo amici

Ho espresso in passato i miei dubbi sui social network.
Sull’efficienza dei social network.
E ora, mentre dedico il weekend a ristrutturare il blog e risistemare la mia presenza online, butto giù un po’ di idee sfuse, per cercare di sostituire ai dubbi qualcosa di un poco più costruttivo.
Pork chop express 2.0, quindi.

Primapuntata – Facebook… facciabuco… faccialibro…

Nelle settimane passate ho assistito ad una delle più incredibili – ed al contempo più semplici e ovvie, col senno di poi – applicazioni dei social network che mi sia mai capitato di vedere.
Poiché si trattava di qualcosa di molto sperimentale, non posso dilungarmi esageratamente su cosa, come e soprattutto chi.
Diciamo che ho visto integrare tre o quattro piattaforme Web 2.0 per creare un servizio estremamente user friendly, con tempi di setup zero, scarico e installazione zero.
Grande – e quando sarà ufficiale, ne discuterò ampiamente.

Poi ci sono quelli che ti chiedono di aiutarli a costruire il fienile.
I giovanotti malesi che scambiano il tuo cognome per un nome malese e vengono a cercare di rimorchiarti.
Gli idioti.
Gli italiani (solo sesso e pallone – entrambi come sport da spettatori).

E intanto, come un fronte atmosferico carico di tempesta, si aggira per Facebook la paranoia del fake.
Tu non sei chi dici di essere, e anche se c’è gente che dice che tu sei tu io non ci credo perché sono dei fake anche loro.
Perciò ti cancello dai miei amici.

Ecco, il punto è questo.
Noi non siamo amici.
Coi miei amici ci si vede.
Ci si telefona.
Ci si parla.
Magari ci si scambia solo qualche mail.
Magari si interagisce solo su facebook, e poco – ma il mio ex compagno di banco del liceo non ha delle strane paranoie sul fatto che io sia io oppure no.
Condividiamo un trascorso, abbiamo il nostro linguaggio in codice.
Ma tu, ti domando, chi sei?
In funzione di cosa, siamo amici?

Il problema, di fondo, è la scelta di quel termine – friend, amico.
Facebook è un motore per gestire contatti, non amicizie.
Un sistema per divulgare rapidamente informazioni.
Oh, non scherziamo – se siamo amici, possiamo anche usare Facebook.
Ma non diventeremo mai amici solo in funzion e di Facebook.

Ma allora, a cosa serve, Facebook?
In prima istanza, a mantenere contatti rapidi e a bassa intensità.
Il mio editor in America mi comunica che presto uscirà un mio lavoro, e mi chiede informazioni riguardo alle coordinate bancarie.
Che NON gli invio via facebook.
Il progetto è ormai in dirittura d’arrivo – e non servono scambi intensi, che a suo tempo vennero gestiti con delle normali mail (anche una decina in una giornata, tra andata e ritorno).
Facebook è un’ottimo servizio di segreteria telefonica.
Può anche servire, alivello esplorativo, per trovare persone che abbiano i nostri stessi interessi.
O per stabilire un primo contatto con una persona specifica che volevamo contattare.
Poi si passa alla mail, agli incontri di persona (se possibili) o alle telefonate (idem).

E parlando di Editor – Facebook è un buon sistema per monitorare le attività di editor , autori, riviste o case editrici che ci interessano.

Facebook può anche servire per informare il pubblico di una iniziativa, o per attirare o coinvolgere in una iniziativa o evento il maggior numero possibiledi persone.
È insomma un buono strumento pubblicitario (non eccellente, ma neanche pessimo).

Facebook può svolgere funzioni insolite: dopo la tragica scomparsa di Mark McFadden, la comunità di Delta Green ha istituito una informale e invisibile “rete di sicurezza” attraverso Facebook, per evitare che qualcuno di noi possa scomparire senza che gli altri ne abbiano notizia immediata.

Facebook sostituisce la vecchia, vittoriana pratica di passare da casa di un conoscente e lasciare il proprio biglietto da visita – per dire “io esisto, se vuoi contattami”.
Pensando “fuori della scatola” è possibile inventarsi utilizzi creativi.

Ma, venire a visitare il tuo acquario virtuale?
Aiutarti a far fuori i tuoi nemici in Mafia Wars?
Fare a gara su chi conosce più trivia sui LedZep?
No, grazie.


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Adventures in Social Networking (part 2)

… ma allora perché lo usi?

…non è poi la domanda banale che sembra.
Effettivamente, se si tratta di uno strumento tanto dispersivo, perché usarlo?

È stato fatto notare (altrove) che improvvisamente Facebook si è riempito di italiani. Né la cosa ci sorprende, considerando che per circa un paio di mesi i media “tradizionali” ci hanno martellati con notizie palesemente amaestrate riguardo alle meraviglie di questo strumento.
Ma questa è solo una parte della questione.
Più importante, io credo, è che Facebook è essenzialmente semplice.

Per farmi una tranquilla chiacchierata con gli amici, potrei in effetti usare Pidgin, ed accedere a un normale network di conversazione on-line.
Le famigerate chat-line, ricordate, dove stando ai media tradizionali si trova di tutto, dai pedofili ai killer a pagamento, passando per i culti satanici e i patti suicidi…
Il problema è che su una chat line, o accetto lo scarso controllo – mi collego al canale “Cthulhu” e spero di trovare gente coi miei interessi – o se voglio metere in piedi una chat-room privata e poi invitarci gli amici, mi tocca lavorare – creare il canale, invitare gli amici, concordare un orario…
Facebook mi risolve il problema – mi iscrivo, lui fagocita gli indirizzi dal mio account di e-mail e và in automatico ad importunare tutti i miei contatti.
Funziona come quel filtro che su una chat-line o non c’è, o mi devo costruire di persona.
Oltretutto opera da browser – non devo installare software misteriosi ed imparare ad usarli.
E ci sono un sacco di scematine… i test di personalità, i gruppi…

Facebook, se vogliamo, toglie alla rete globale la sua originaria carica sovversiva, cyberpunk – non è più un posto dove ci faccio quello che voglio, ci costruisco ciò che mi serve, ma un luogo in cui uso gli strumenti messi a disposizione dal sistema, entro le regole stabilite dal sistema.
Se faccio baccano mi cacciano.
In questo, la rete attraverso Facebook è più simile alla televisione – che si subisce, non si fà – che non ad un canale di comunicazione radio, o anche semplicemente un diario.
La frontiera elettronica è diventata un paesaggio suburbano di villetet tutte uguali – ma il proprietario di ciascuna chiama la propria “il mio castello”.

È il solito vecchio problema – libertà o organizzazione?
Esistono altri metodi, naturalmente, e la rete permetterebeb di delinearli e sperimentarli – ma una certa fetta del web, invece, ha scelto di adattarsi ai soliti modelli.
Si sacrifica un po’ di libertà (ma quanta, in effetti?) in cambio di un po’ di organizzazione, e la comodità di lasciare gran parte del lavoro ad altri.

Torniamo allora alla domanda di partenza – perché lo usi?
Perché, per ciò che mi riguarda, il poco di costruttivo che riesco a farci è abbastanza, per il momento.
Rimane tuttavia un mezzo light – e se vi nascono idee e progetti, si è tutti concordi che i dettagli si discuteranno poi via mail.

Parlo di Facebook perché è la piattaforma sulal quale mi sto muovendo al momento, ed in effetti si è mostrata più attiva in una settimana di quanto sia stato attivo il mio account di MySpace in un anno.
Esistono certamente comunità meno attive e più utili, come LinkedIn, essenzialmente un servizio professionale, comunità nelel quali entrano solo gli iniziati (Mixi – per ovvi motivi) e comunità infinitamente più dispersive, come Gaia Online, con la quale arriviamo sulle coste di quel vasto mare caotico che sono le comunità virtuali, a partire dal colossale Second Life.
E Second Life è in effetti lo strumento più potente (potenzialmente) e peggio utilizzato (di fatto) del cyberspazio.

La delusione deriva essenzialmente dal fatto che questi strumenti potrebbero essere utilizzati per attività un tantinello più costruttive che simulare una serata in discoteca – vale la vecchia regola che poco di ciò che si può fare in visrtuale risulta meglio del farlo live.

In questo senso i vecchi gruppi di interesse – costruiti su siti-web, MUD, forum, mailing list e blog – si stanno dimostrando molto più dinamici dei social network.
Però non sarebbe bello, se esistese una piattaforma facile come Facebook che permettesse, invece di scambiarsi biscotti fatti di pixel e partecipare a gruppi che dibattono interminabili questioni di donne, palloni ed auto da corsa, non sarebbe bello riuscire a costruire una comunità che dibatta problemi reali, integrando diverse competenze e visioni, proponendo soluzioni autorevoli?
Ci aveva già pensato Buckminster Fuller, cinquant’anni or sono.
Ma i social network generalisti paiono al momento troppo intrisi di futilità per riuscire a dar vita alla visione del vecchio inventore.