strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La donna dei sogni

Ho fatto un sogno.
No no, tranquilli, questo non è uno di quei post in cui uno vi racconta una storia incoerente* di ciò che ha sognato, annoiandovi a morte.

imagejointed9ZFnpNon potrei neanche se volessi – perché il sogno non me lo ricordo.
Miracoli dell’amigdala.
Ricordo però che c’era gente che parlava, e ripeteva un nome.
E il nome me lo ricordo.
Perché, ripetuto più e più volte, m’è rimasto in testa nel dormiveglia, e appena sveglio me lo son segnato**

Il nome è Hélène Mercier – pronunciato alla francese.
Mai sentito.
Però, c’è Google, giusto?

E scopro così che Hélène Mercier è una stimata pianista classica francese, moglie di Bernard Arnauld, e concertista di lusso.
Mai sentita prima***.

E allora ascoltiamocela adesso, che ne dite?
Un giorno o l’altro, poi, scoprirò come sia entrata nel mio subconscio…

E avendo messo un pezzo di Gershwin ieri, perché non continuare?

—————————
* é un sogno, è ovvio che sia incoerente
** lo faceva Lovecraft, di tenere unnotes sul comodino, perché non dovrei farlo anch’io?
*** Imperdonabile, in effetti.


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Sogni

Li odiate anche voi quelli che il mattino dopo vi raccontano i sogni fatti la notte prima?
Io li detesto.
Voglio dire, ciascuno ha il diritto alla propria privacy per lo meno quando si tratta dell’inconscio, giusto?
O delle Dreamlands.

Però a tutto c’è un limite.
La notte passata è tornata.
Come accade normalmente quando sono sotto pressione.
Sono trent’anni…
Il sogno non ve lo racconto:
Tanto è il solito.


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Il ritorno degli Acquanauti

Vengon fuori strane cose, mentre si cercano indirizzi ai quali spedire dei curricula…

Fu durante la seconda guerra mondiale che Jacques Cousteau cominciò a fare esperimenti con quell’aggeggio che sarebbe poi diventato l’Aqualung – l’apparato per la respirazione subacquea, non il disco dei Jethro Tull.

E tuttavia, da quei tempi gloriosi, meno persone hanno vissuto sotto la superficie del mare in insediamenti stabili, di quante abbiano visitato lo spazio oltre l’atmosfera del nostro pianeta.
Abbiamo avuto più astronauti che acquanauti.
Non che le occasioni siano mancate -a partire dagli anni ’70, una serie di progetti si sono susseguiti, nelle profondità dell’oceano, per valutare la possibilità di stabilire insediamenti stabili.
Ma non ne è venuto fuori nulla.
E se ormai abbiamo apparentemente voltato le spalle all’esplorazione ed alla colonizzazione spaziale, beh, pare che lo stesso valga per l’esplorazione e la colonizzazione subacquea.
Oh, abbiamo una gran voglia di trivellare, di raccattare i noduli di manganese, di sfruttare i giacimenti attorno ai fumatori neri del Medio Atlantico.
Ci scarichiamo molto molto volentieri i nostri rifiuti.
Ma andare a viverci?
Naaa… 

Ma non è scritto da nessuna parte che debba essere per forza così. Continua a leggere


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Sogni

Ho una vasta e variegata collezioni di libri sull’insonnia, ma stanotte, mentre la casa ronfa, non ho voglia di mettervi mano, e preferisco scrivere sul mio blog uno degli ultimi post dell’anno.

Da un paio di giorni alcuni commenti scambiati con un visitatore di queste pagine mi danno da pensare.
Potrebbe esserci nascosta una storia, in queste idee che mi perseguitano, o più d’una, o solo un dannato pork chop express.
Vediamo…

Il mondo si sta riempiendo di zombie.
E non intendo con zombie i pur rispettabili sottoproletari del cinema horror, le orde senza volte affamate di cervelli freschi (anche se la metafora è calzante) che cineasti più o meno dotati ci hanno inflitto negli ultimi decenni, ma piuttosto le orde senza volto dei nostri salariman, per usare un termine giapponese, di quelle persone che paiono andare a costituire la maggioranza.
I forzati del ciclo lavoro-palestra-serata in disco.
I portatori sani di telefono cellulare.
I finti giovani.
I finti allegri.
I finti felici.
E le loro famiglie.

Il mio visitatore Giovanni sostiene che non sappiano sognare.
Io sostengo invece che siano intrappolati in un sogno.
Ed abbiamo ragione entrambi, credo, o osprimiamo sensazioni e sentimenti simili con metafore apparentemente opposte.

Dipenderà forse dal fatto che io sono un giocatore di ruolo.
Oltre a condurre la mia doppia vita (accademico e letterato), per me è normale una volta alla settimana sedere ad un tavolo e, con l’ausilio di unamanciata di dadi ed una matita, tramutarmi per qualche ora in unpersonaggio immaginario – esploratore e avventuriero negli anni ’30, onesto gangster di Hong Kong, shadowrunner in un mondo cyberpunk…
E’ un divertimento sano.
Stimola la fantasia, amplia la cultura, ci si fanno delle matte risate.

Ma non fanno forse qualcosa di simile – e molto meno sano – i bancari che al termine di cinque giorni di burocratica attività finanziaria si dispongono coi tatuaggi esposti in groppa ad improbabili Harley acquistate in leasing per un weekend da biker?
O le serie segretarie d’azienda che armate di improbabili mise al limite del fetish ed una manciata di pillole illegali si tramutano in baccanti da discoteca col calare del sole del venerdì per riemergere sfatte e disorientate col sole del lunedì?
E tutti coloro che si spaccano in palestra con tempi e ritmi e anabolizzanti da regime d’allenamento sovietico, per crearsi un corpo nuovo e diverso, conforme ai canoni, facendo dell’Italia la popolazione più allenata e meno praticante sport al mondo?

L’impressione – che poi si parli di non saper sognare o di aver mollato gli ormeggi dalla realtà poco importa – è che la realtà sia divenuta per la maggioranza un peso talmente intollerabile che diventa necessario evaderne costruendosi una identità fittizia.
Un nuovo nome.
Una maschera.
Una temporanea affrancatura dalle regole.
E non in maniera ludica e consapevole, ma inconsapevolmente, in risposta a stimoli mediatici e manipolazioni occulte.
Per esserecome i VIP della televisione.
Per fare come nella pubblicità.

La dissociazione schizofrenica fra le due o più vite dei nostri zombie è probabilmente alla radice del loro stato dominante di zombie – la quotidianità come trappola, come necessaria gabella da pagare al fine di potersi permettere il costume e la Batmobile, e pertanto affrontata con muta rassegnazione, con non poca ostilità verso il prossimo, con nessuna cura per la qualità del lavoro che si svolge.
E’ un circolo vizioso patologico e letale. Come diceva quella vecchia pubblicità progresso: tiro cocaina per poter lavorare di più per poter fare più soldi per poter tirare cocaina per lavorare di più….

Dreaming is free, cantavano i Blondie, ma qui non dobbiamo scordarci che c’è anche un bel giro di quattrini – dalla palestra ai capi firmati al bilancio di spacciatori e personale d’intrattenimento.
Più in sintonia quindi il Have you any dreams you’d like to sell dei Fleetwood Mac.
Dreams of Loneliness, puntualizzava Stevie Nicks.

E il grosso problema rimane perché la Realtà è sempre più sorprendente di qualsiasi simulazione.
Lo sanno bene i giocatori di ruolo.
Se ne accorgono in maniera traumatica gli zombie dissociati – che sbarellano.
Vanno in overdose.
Si spalmano su un muro in calcestruzzo.
Finiscono accoltellati in ridicoli duelli rusticani.
Accoppano o finiscono accoppati in maniere eterogenee.
Avvizziscono in preda all’anoressia.

Forse, sela gente tornasse ascendere a patti con la realtà…
Se imparasse nuovamente a sognare – o a distinguere veglia da sogno…

Ma naturalmente non capiranno mai.
Vogliono tutti provare l’estremo (sesso estremo, sport estremi, vacanze estreme), vogliono tutti sentire l’adrenalina, vogliono tirare la coda della tigre.
E sperano di riuscirci senza pagare il prezzo.
Idioti.