strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Sono arrivato in fondo alla scala

Oh, and there we were all in one place
A generation lost in space
With no time left to start again

Don McLean

Domani è il venti di luglio 2019. A meno che non siate molto distratti, vi sarà capitato di sentire da qualche parte che è il cinquantenario del primo allunaggio umano sulla luna.
Venti di luglio 1969, Apollo 11. Cinquant’anni fa.
Ci saranno molte celebrazioni, molte commemorazioni.
Io però vorrei cominciare da una data diversa.
Io vorrei cominciare dal 2 di novembre del 2000.

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La strada verso le stelle

Qualche giorno fa mi è stato segnalato un articolo scritto da Alastair Reynolds, e pubblicato sul sito della reuters.
Lo trovate qui.
Leggetelo.

Fatto?
Bene.

Il pezzo di Reynolds è una equilibrata – anche se un po’ freddina – analisi delle implicazioni della Teoria della Relatività per il viaggio spaziale.
L’iperspazio non esiste – questo sembra confermato da ogni nuovo esperimento.

Dreams of warp drives and hyperspace are just that — dreams.

Arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima richiede un sacco di tempo.
E chi ha la voglia, i soldi e la motivazione per spenderlo, tutto quel tempo?

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L’articolo di Alastair Reynolds si intitola Will Humanity Ever Reach the Stars?

E io sarei quasi tentato di rispondere, Define Humanity. Continua a leggere


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Il Ritorno della Buran

13722Oggi un post decisamente fuori programma, che nasce dal fatto di esser stato sveglio fino alle tre a chiacchierare.

Molti anni or sono scrissi e pubblicai una storia intitolata Buran – era il 2006, e il racconto uscì sul terzo volume dell’antologia Alia, pubblicato dalla CoopStudi di Torino.
Buran era la storia della rinascita, strana e avventurosa, di un programma spaziale sui generis in risposta ad un evento tanto inspiegabile quanto meraviglioso.
Era una storia sulla dignità della ricerca scientifica, sulla passione e sull’avventura della corsa allo spazio, sull’importanza di continuare a guardare le stelle.
Era eroica, enfatica, ottimista, e vagamente satirica.

In quella storia, mi serviva un’astronave, un veicolo spaziale che potesse portare quattro vecchi in orbita attorno alla Terra.
C’erano i vecchi Shuttle degli americani, certo, ma io preferivo le navette Buran sovietiche, anche perché erano strane, ed avevano una storia.
E così scrissi questo, a circa metà del racconto…
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Per me non cambia nulla

Oggi voglio raccontarvi una storia.
Un pork chop express alla cinese.

Nel 1400, l’imperatore Ming sedeva sul trono di quella che era, a tutti gli effetti, la più grande civiltà del mondo.
La struttura politica e burocratica era sviluppata, diversificata ed efficiente.
I commerci e l’agricoltura, così come le manifatture, prosperavano.
L’estensione territoriale – e soprattutto la densità demografica –  dell’Impero Cinese non erano confrontabili con nessuno stato contemporaneo occidentale.
Nel 1405, Yung Lo ordinò che venisse varata una flotta d’espplorazione.
Al comando dell’ammiraglio Cheng Ho (oggi, con la nuova trascrizione, Zheng He) vennero messe 250 navi (la più piccola delle quali misurava 55 metri di lunghezza ed aveva cinque alberi) e 28.000 uomini di equipaggio.
Nei venticinque anni successivi la flotta d’esplorazione ming coprì gran parte del Mar della Cina, dell’Oceano Indiano, risalendo le coste dell’Africa e il Mar Rosso.


Nel 1433, Chenh Ho avrebbe dovuto dirigersi a sud, doppiare il Capo di Buona Speranza, e risalire la costa dell’africa fino al bacino del Congo, e oltre, verso il Mediterraneo.
La morte dell’imperatore e, poco dopo, la morte dell’ammiraglio, fermarono il progetto per alcuni anni.
In quel frattempo, cavalcando una tendenza culturale che considerava la Cina il centro del mondo (era dopotutto il Chung Kuo, la terra di mezzo), una fazione politica che aveva a cuore gli interessi dei mercanti – i quali si sentivano minacciati dalla quantità di nuove mercanzie provenienti dalle terre contattate dalla Flotta – passò una serie di leggi sempre più repressive, miranti a negare la possibilità di ulteriori esplorazioni.
La flotta venne richiamata e distrutta, e in capo al 1500, era illegale in Cina costruire vascelli che avessero più di due alberi.
Dal 1525, i vecchi vascelli a due alberi vennero sequestrati e distrutti sistematicamente, e gli equipaggi arrestati.

Ma restiamo al 1433.
L’anno successivo, Enrico, terzo figlio del re del Portogallo, inviò una missione al comando di un certo Gil Eannes fino alle coste dell’Africa occidentale.
Qui naturalmente Eannes non incontrò la flotta cinese, per il semplice fatto che la flotta era stata richiamata e stava per essere smantellata.
Motivo per cui Enrico, detto il Navigatore, gettò grazie a Eannes prima, e a Vasco de Gama poi, le basi di quello che sarebbe stato il primo impero globale eurocentrico.
E dire che le quindici missioni precedenti a quella di Eannes erano state buchi nell’acqua (…)

Nel 1557, i portoghesi, che avevano basi commerciali in Cina dal 1511, si presero la città di Macao.
Persa la spinta all’esplorazione, la Cina aveva intrapreso un percorso di stagnazione che sarebbe durato per molti lunghi secoli.
La metaforica ciliegina sulla torta, naturalmente, ce la misero gli inglesi – quando nel 1793 Lord Macartney incontrò l’imperatore della Cina, Chien Lung, questi gli disse…

Nulla di ciò che voi avete ci necessita. Non abbiamo mai dato peso a oggetti strani o indigeni, né ci serve alcuna delle manifatture del vostro paese.

Certo, come no.
Proprio una bella giocata, Chien Lung.

Ora, perché questa lunga – per quanto affascinante – storia su dei cinesi morti.
Perché nel weekend, complice la morte di Neal Armstrong, mi sono sciroppato la solita sequenza di

A me il fatto che l’uomo sia arrivato sulla luna o meno non cambia minimamente la vita.

Ed ho ripensato all’imperatore Chien Lung.
Sono certo che Chien Lung avrebbe condiviso certi sentimenti.


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Due frontiere – quella in alto

La cosa prende le mosse da un po’ di fatti diversi.
Una concomitanza di coincidenze.
Sincronicità.

Il fattore scatenante è il post di Marina, sulle sue esperienze in compagnia di Gerard K. O’Neill.
The High Fronter.
Colonie Umane nello Spazio, l’edizione italiana.

L’ho già detto in passato – O’Neill è elemento centrale nel mio pantheon laico.
Avevo nove anni quando uscì The High Frontier, e ne avevo na manciata di più nei primi anni ’80, quando sulle riviste scientifiche italiane (Scienza & Vita, Omni…) venivano pubblicati i progetti delle unità abitative modulari sviluppate per le colonie spaziali, e si dibatteva se lo Shuttle sarebbe stato sufficiente per spostare materiali e personale…

Poi finì tutto.

Negli anni ’80, con l’allegro governo Reagan, la NASA divenne l’ente per la preservazione dello Shuttle, i russi smisero di partecipare alla corsa allo spazio e i soldi necessari per costruire un’isola spaziale in L5 vennero variamente spesi in cose utilissime come…
Beh, ok, guerre a bassa intensità, fondi ai Contras, colossali sgravii fiscali per le industrie, il programma Guerre Stellari, lo sviluppo, la produzione e la rottamazione di testate atomiche e la campagna Just Say NO contro la diffusione delle droghe…
Fantastico. Continua a leggere


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Siamo tutti soli

L’intermezzo fra questo post ed il precedente sulla faccenda esami di maturità è un brano di Boz Scaggs intitolato We Are All Alone.

I motivi sono molteplici.
Credo che Boz Scaggs abbia una delle voci più belle della sua generazione.
E We Are All Alone è una delle mie venti canzoni preferite, una canzone che ha una storia, per quel che mi riguarda.

La prima volta che sentii We Are All Alone, fu nell’arrangiamento di Bob James…

… e fatemi causa – è uno dei pezzi che ascolto ancora oggi quando voglio tirarmi su di morale.

Il problema è che, trattandosi di un brano strumentale, non si può ricavare dal testo il senso del titolo.

We are all alone – siamo tutti soli = noi due ora siamo soli soletti

We are all alone – siamo tutti soli = ciascuno di noi è solo

Il che si adatta molto bene, a rifletterci, alla questione della vita nell’universo e del posto dell’umanità nel grande disegno casuale delle cose.

Perciò, il tema di maturita faceva più o meno così…

Siamo Soli?

La stampa ci si è buttata a pesce.
Alla maturità un tema sugli UFO.
E tu senti una cosa del genere e pensi, ecco, Giacobbo ha vinto.

E invece no.
Ci sono fior di citazioni – Davies e Hawking, tanto per dire.
E allora ti siedi, guardi l’ora e ti domandi

Da quanti anni aspettavo un tema di esobiologia alla maturità?

Domanda scema.
Dal 1986.

Nel 1986, il mio anno dell’esame della maturità, la ragazza che avevo sedotto usando un disco dei Pretenders (lei prima ascoltava gli Spandau Ballet) mi disse che proprio non poteva farsi vedere in giro con uno che scriveva racconti sugli ometti verdi.

Quanto segue non ha nulla di autobiografico, naturalmente – ma potrebbe avere qualcosa a che fare con una persona che, nel 1986, avesse più o meno il mio aspetto fisico ed i miei interessi.

Siamo tutti soli.
Siamo soli perché ci era stato promesso lo spazio, e poi ci hanno dato la Playstation.

Oh, and there we were all in one place,
A generation lost in space
With no time left to start again.

[Don MacLean]

Lo abbiamo aspettato tutta la vita, un tema così.

Siamo tutti soli.
Noi e loro.
Perché forse il cosmo brulica di vita, variata e multiforme, o forse la vita è un incidente improbabile che si verifica solo per brevi istanti, in angoli sperduti del cosmo.
Ma in un modo o nell’altro, tali sono le distanze, che non potremo mai incontrarci, parlarci, confrontarci.
È addirittura improbabile che si riesca ad essere gli uni l’archeologia degli altri.

Siamo tutti soli perché se esiste un Dio – e non ho dati conclusivi a riguardo – ci ha giocato il tiro più birbone che si possa immaginare, facendoci finiti in un universo infinito.
Come dare 6000 mp3 ad un ragazzo, ma caricati su un lettore che ha solo due ore di autonomia.
Come lo definireste un padre che fa una cosa del genere?
Quindi, tutto considerato, forse è meglio che non ci siano dati conclusivi.

Siamo tutti soli perché la nostra specie ha voltato le spalle alle stelle.
Ho visto il primo uomo camminare sulla luna.
Le premesse esistevano per poter festeggiare il mio diploma di maturità sulla prima colonia orbitale, o nella prima città lunare.
C’erano i progetti – O’Neill aveva calcolato tutto.
Ma costava troppo.
Meglio conservarli, certi soldi per… vediamo, cosa ci avete fatto, esattamente? Avete debellato le malattie, la fame, la mortalità infantile…? Non mi pare.

Siamo tutti soli perché avevate la possibilità tecnica e le risorse ma non avevate… come dire… le palle.
I soldi ve li siete fumati – letteralmente – per far andare avanti e indietro le vostre macchinine.
Ci avete fatto un paio di guerre.
Oh, e un MacDonald in ogni città con più di 20.000 abitanti.

Siamo tutti soli perché questo sciocco tema di maturità non è stato capito da chi ne ha parlato e non ci si aspettava che venisse capito da chi doveva correggerlo.
Chi lo ha scritto, probabilmente, aveva ancora dei sogni, delle speranze.
E questo tema, il modo in cui è stato presentato, l’indifferenza criminale e beota di coloro che si sono trovati a valutarlo, l’ilarità cattiva dei compagni di classe, serviranno esclusivamente a ribadire quel piccolo, semplice fatto.

Siamo tutti soli.

Siamo tutti soli perché nonostante la nostra condizione, di esiliati su un sasso squallido in un angolo buio di un universo infinito, con una miccia che brucia con una velocità maledetta, abbiamo abbastanza intelligenza, ed immaginazione, da poter esplorare comunque quell’universo, e immaginare altri mondi, altre creature, e domandarci come sarebbe parlare con loro, come suonerebbe la loro musica, e come sia la vita notturna sul pianeta Cissalda.
E quelli di noi che lo faranno, verranno scaricati da ragazze insipide che non possono farsi vedere in giro con gente così, e tutti li considereranno un po’ scemi, per non aver scelto le Foibe, o Primo Levi…

Siamo tutti soli.
Ma non siamo disperati.
Nonostante voi.

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Il primo libro dell’anno

Uno dei lati divertenti del vivere ora in una casa disposta su due piani, è che è possibile tenere un libro “aperto” al pian terreno (zona giorno) ed uno “aperto” al primo piano (zona notte) ed avere così due titoli da leggere nel tempo libero.
Non è proprio come tenere tre o quattro libri aperti sulla scrivania e leggerne una trentina di pagine ciascuno per volta, come faceva Nero Wolfe, ma è un inizio.
Carl Sagan's Cosmic Connection
Il primo libro dell’anno è il libro del pianterreno – Carl Sagan’s Cosmic Connection, la ristampa/agiornamento del vecchio Cosmic Connection, pubblicata da Cambridge.
La solita biblioteca americana ha deciso di liberarsene, ed il volume è arrivato sul mio scaffale, per far compagnia agli altri libri di Sagan.
Ed è curioso, e vagamente sinistro, che un libro di Carl Sagan, che tanto ferocemente si batté nei suoi ultimi anni contro l’impoverimento della cultura scientifica negli Stati Uniti, mi capiti fra le mani a prezzo stracciatissim proprio perché una biblioteca ha deciso di disfarsi di alcune scaffalate di testi scientifici…

Una nota a margine.
Quando X-Files esplose sui teleschermi di tutto il mondo, vennero stampate delle magliette nere con la scritta “I Want to Believe” – dalla dicitura del famoso poster nell’ufficio di Fox Moulder.
In capo a pochi mesi venne messa in circolazione una maglietta alternativa, bianca, con la scritta “I Don’t Want to Believe – I Want to Know!”
A differenza della maglietta ufficiale, la si può reperire ancora oggi.
Era firmata da Carl Sagan.

Sagan scrisse Cosmic Connection nel 1973.File:Pioneer plaque.svg
Prendendo le mosse dalla missione Pioneer 10 – con il suo famoso carico di artefatti culturali terrestri e il messaggio ad una eventuale civiltà spaziale – Sagan percorre in capitoli rapidi e francamente divertenti i temi della vita nell’universo e sulla Terra, dell’esplorazine spaziale e della colonizzazione del sistema solare, della comunicazione e della trasmissione delle informazioni attraverso lo spazio ed il tempo.
Lo scopo è quello di mostrare le potenzialità e stimolare la curiosità del lettore.
E il volume era destinato a quella generazione di lettori – la mia, a ben guardare – che erano cresciuti col programma spaziale, ed ai quali era stato promesso un futuro spaziale.
E non spaziale nel senso di “Wow! È spaziale!”
Spaziale nel senso di colonie orbitali nei punti lagrangiani entro il 2005, basi sulla luna, navi in viaggio verso il Pianeta Rosso…

Poi, ora lo sappiamo, qualcuno decise che sarebbe stato molto, ma molto più divertente guardare la televisione, ed il programma spaziale andò a farsi benedire.
Cosmic Connection quindi rimane un testo che emoziona, ma del quale le biblioteche tendono a disfarsi, probabilmente per far spazio ad infinite saghe di vampiri adolescenti e libri sulla fine del mondo nel 2012.
Degli oltre venti titoli “fondamentali” nella produzione divulgativa di Carl Sagan, solo quattro sono stati tradotti in Italiano.

Ciononostante, l’Università di Cambridge ne ha prodotta una edizione aggiornata, con contributi di Freeman Dyson, Ann Druyan e David Morrison.
E il libro rimane straordinariamente lontano dalle diverse operazioni nostalgia che ci si sarebbe potuti aspettare.
E mentre Sagan ci intrattiene con una visione del destino dell’uomo nello spazio che non è necessariamente perduta, ma solo rimandata, Freeman Dyson trova il tempo per illustrare quanto la NASAdisattese le aspettative di Sagan e dei suoi contemporanei, anteponendo la politica alla scienza, e Ann Druyan si concede un momento di rabbia assoluta rivolta a quella comunità scientifica che emarginò Sagan perché “si dedicava eccessivamente alla divulgazione”.

Un libro eccellente, insomma, personale ed universale al tempo stesso.
Uno spettacolare promemoria su quali siano le priorità, specie per chi ha deciso di fare della scienza la propria professione.

Il primo libro dell’anno.
Un buon modo per cominciare un nuovo decennio.

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20.07.1969 – 20.07.2009

Sono infinitamente stanco.
E questo (l’avrete immaginato) è un pork chop express…

Oggi è il quarantesimo anniversario dell’Allunaggio Apollo.
Io c’ero – avevo due anni, e pare non condividessi al momento la meraviglia e l’entusiasmo dei miei genitori.
Ora è diverso.
Sono un geek, e cito Gerald O’Neill e Carl Sagan ogni tre per due.

L’allunaggio dell’Apollo 11.
Impresa colossale.
Tre uomini che sfidano lo spazio dentro una lavatrice montata sulla cima di una bomba.
Che sopravvivono e tornano per raccontarlo.

Ne ho già parlato in passato, estesamente, ed è documentata la mia scarsissima opinione delle persone che si ostinano a negare l’impresa dell’Apollo 11.
Mi manca solo un buon termine per definirli
Ok, deficienti và con tutto, però mi lascia aperto a rivalse di tipo legale da parte di terzi, e poi sarebbe bello avere un termine solo per loro, come si usa Piramidioti per quelli che vogliono convincerti che se dividi la massa della Piramide di Cheope per il quadrato della data del bar mitzvah di Nostradamus ottieni il prezzo di un biglietto giornaliero della metropolitana di Parigi, e questa non può essere una coincidenza!

Ora, naturalmente discutere di razionalità quando si ha a che fare con la fede è inutile.
E in mancanza di prove scientifiche, la convinzione che l’allunaggio non sia mai avvenuto è appunto questo – una forma di fede.
I fatti dicono il contrario, la logica sostiene il contrario, ma io non ci credo.
Bye-bye scetticismo.
E a questo punto, cosa volete farci?

Curiosamente, come ho già fatto notare in passato, quando lo stesso atteggiamento si applica a un differente evento storico – lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei Nazisti, ad esempio – improvvisamente il pubblico si fa molto più freddino, cominciano a chiamarti Negazionista (altro bel termine comodo), e in molti posti quello è solo l’inizio.
Provate, in quel caso, a dire I fatti dicono il contrario, la logica sostiene il contrario, ma io non ci credo.

E ancora una volta, non si tratta di un accostamento di cattivo gusto.
Perché se è palese che l’Olocausto fu una delle prove peggiori dell’essere umano, l’Homo sapiens al suo peggio, è altresì innegabile che portare dei nostri simili sulla luna fu una delle prove migliori dell’essere umano, l’Homo sapiens al suo meglio.
E mi incuriosisce molto il fatto che esistano persone printe ad accettare qualsiasi “prova” fasulla pur di negare l’Homo sapiens al suo meglio.

Sono passati quarant’anni.
Una rapida panoramica dell’umanità davanti ad Armstrong e Aldrin che zampettano come coniglietti impazziti sulla superficie lunare, ci porterà a incontrare…

  • gli entusiasti
  • i negazionisti
  • i disinteressati
  • gli ostili
  • quelli che proprio non…

Studiamoli un attimo.
Gli entusiasti includono i membri di gruppi di space advocacy e tutti coloro ai quali pare che la promessa dell’Apollo 11 sia stata disattesa clamorosamente. Sono quelli che citano O’Neill e Sagan ogni tre per due. Perdenti, ma non rassegnati.

I negazionisti
hanno diverse motivazioni – alcuni negano perché fan tanto X-files-cool, altri perché sono semplicemente bastian-contrari, altri ancora perché vogliono stimolare la discussione epromuovere un sano scetticismo, altri perché negare che l’uomo possa fare qualcosa di buono è un ottimo alibi per non cercare di fare nulla di buono, altri perché sono convinti che la Corsa avrebbero dovuto vincerla i russi. Sono perdenti, e godono della loro condizione, tentando di estenderla a tutta la specie.

I disinteressati sono semplicemente troppo fighi per occuparsi di una cosa capitata quarant’anni fa a quattrocentomila chilometri dal loro sushi-bar preferito. La frase “Tutta l’umanità col naso all’insù a guardare la Luna” li mette a disagio, perché la vedono come una dimostrazione di credulità e provincialismo, e li porta a pensare “Che sfigati!”
Dirò qui una bestialità, ma al limite preferisco i negazionisti – che saranno deficienti, ma non sono stronzi.

Gli ostili sono ostili perché con quei soldi si sarebbero potute fare un sacco di cose utili. Legittima osservazione. Che né prima né dopo, in assenza di un programma spaziale, quelle stesse cose utili (di solito molto generiche) non si siano mai fatte non sembra toccarli nè suggerire loro che magari il programma spaziale non c’entra. A loro scoccia il costo medio di un missile Titan, e basta.

Quelli che proprio non… hanno altro da fare. Urgentemente. Tipo procacciarsi il cibo, mantenere la loro esistenza e quella dei congiunti. Non hanno tempo per la nostalgia. Forse non sanno neanche che l’uomo è arrivato sulla luna. Se qualcuno glielo dicesse, commenterebbero “Wow! Davvero?” e poi continuerebbero a fare il loro lavoro – che, a ben guardare, e fate le debite proporzioni, è lo stesso che facevano 12.000 anni or sono i loro antenati cacciatori-raccoglitori.

Ed è qui che io mi imbizzarrisco – non per il costo dei missili Titan o per la credulità popolare – ma perché un’era piena di promesse è stata sul punto di aprirsi, in quell’estate del ’69, ma poi abbiamo preferito garantire per alcuni la TV satellitare e la Playstation.
Lo abbiamo deciso noi.
Votando politici più interessati a tenerci buoni che a farci progredire, voltandoci dall’altra parte, sparando idiozie sui soldi che si sarebbero potuti spendere meglio, felici di non essere poi così in basso nella struttura della piramide.
E si fottano i cacciatori-raccoglitori.

Negazionisti e disinteressati ci dicono in fondo che quel modo di pensare, gretto e cattivo, ha vinto.

Ma quella notte, quarant’anni or sono, un sacco di porte erano spalancate, ed aspettavano solo che avessimo il coraggio di attraversarle.

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