strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Occhi d’Insetto

OK, piano bar del fantastico – pezzo a richiesta, qualcosa sul nostro vecchio amico, il BEM, il bug-eyed monster, ilmostro dagli occhi d’insetto.
Questa è per IguanaJo, e per Consolata Lanza.

Ora, il BEM è interessante.
Nell’immaginario del fantastico – non necessariamente nel fantastico, ma nel modo in cui il fantastico viene immaginato – rappresenta l’antagonista basilare dell’eroe spaziale.
È al contempo profondamente non-umano, ma anche terribilmente umano nei suoi desideri (sesso e violenza – esiste forse cocktail più umano di questo?)
È quindi un’immagine convenzionalmente speculare dell’eroe.
L’eroe è bello ed eroico.
Il BEM è verde, ha il cervello esposto, gli occhi d’insetto, le chele…
Spesso è comunista (si veda Ho Sposato un Mostro Venuto dallo Spazio) – o per lo meno è una metafora del pericolo rosso.
Arriva da Marte o “da un’altra galassia” (certo, come no) ma non è un Ultracorpo insinuante, un Klingon burino o uno scimpanzé evoluto che parla maledettamente troppo – è altro, ma è anche molto qualsiasi.
È intercambiabile.
Volete mettere al suo posto un uomo-rettile?
Cambierebbe qualcosa?

Però…
Ho detto “vecchio amico” – ma siamo poi sicuri?
Dice Wikipedia

Il mostro dagli occhi da insetto o BEM (dall’acronimo inglese Bug-Eyed Monster) è una figura convenzionale della fantascienza. Gli extraterrestri nelle storie di fantascienza degli anni trenta sono spesso descritti e rappresentati graficamente nelle riviste pulp come grottesche creature con occhi enormi o composti e animati dal desiderio di donne, sangue e distruzione generale.

Il mio dubbio non è dettato dalle presunte attività del BEM – perché chiamare vecchio amico uno che arriva, ti bombarda il pianeta e ti rapisce le donne è stiracchiare al limite lo spirito conviviale.
No, il mio dubbio è che, per quanto io abbia frequentato parecchia fantascienza anni ’30, di BEM ne ho conosciuti pochi.
E non ci ho potuto fare granché amicizia.

Vero, non ho mai bazzicato granché Doc Smith – e per quel che ne so, sull’Allodola dello Spazio i BEM erano la seconda razza più rappresentata.
Io viaggiavo piuttosto con autori come Hamilton, Bracket…
La Regina delle Catacombe Marziane non aveva occhi enormi e composti… fidatevi.
Le Medusae di Jack Williamson, d’altra parte, avevano dei grandi occhioni purpurei… ma non erano BEM.
Almeno, non credo.

Per cui il dubbio mi rimane che i BEM siano figure convenzionali della fantascienza per chi di fantascienza ne ha letta poca.
Sono probabilmente discendenti di certi brutti articoli scritti da H.G. Wells per le riviste scientifiche, negli anni ’20, in cui cercava di immaginare il vero aspetto dei marziani.
Forse i migliori BEM compaiono nelle storie di Frederic Brown – ma Brown ne faceva già un uso post-moderno.
Ci scherzava su.

Al cinema?
Certo, c’era il Mutante di Metaluna (da This Island Earth), che era parecchio BEM.
E per lo meno a giudicare dal poster del film, con le donne ci sapeva fare.
Era talmente BEM, poveretto, che i giapponesi ci si ispirarono per disegnare BEM, “lo spettro umano”, storica serie para-lovecraftiana cupissima che passò di frequente anche sui nostri schermi e rimane una leggenda, specie per chi non l’ha mai vista.
Poi naturalmente c’è il Gorn, quello che riempie di botte il Capitano Kirk in Arena (debole adattamento di una storia di Brown) – che ha gli occhi da insetto, ma fatti di carta stagnola.
E Greedo.
Duda-duda, Solo?
Povero Greedo – preso a pistolettate mentre faceva il suo lavoro, e per di più vittima del più bieco revisionismo lucasiano, che nella edizione definitiva di Star Wars edita la scena, in modo che Han Solo spari solo in risposta allo sparo del Rodiano, uccidendo perciò per legittima difesa.
Il che, Mister Lucas, significa chiederci di credere a due cose alle quali nessuno che conosca a fondo Star Wars crederà mai
a . che Han Solo non spari per primo sempre e comunque, a prescindere
b . che un rodiano sbagli la mira con un fulminatore a meno di due passi dal bersaglio, col bersaglio seduto… goffo ed erratico un corno di bantha, mister Lucas – io sono stato un rodiano (Fagen il Rodian, ero addetto alla sicurezza della corvetta Rilitto… uccidevo per denaro – per noi rodiani è una cosa culturale) e so come vanno certe faccende.
Ma certo, da uno che si inventa i midiclorian…

E quindi, anche con le grandi saghe della fantascienza cinematografica e televisiva, occhi-d’insetto significa antagonista – e sfigato.

C’è però un’eccezione che mi sento volentieri di citare qui, e che meriterebbe un post a parte – le storie del Settore Generale, di James White.
L’idea è semplice – un ospedale spaziale (immaginate Doctor House + Babylon 5), dove i medici devono di volta in volta affrontare emergenze mediche che spesso consistono nel definire cosa diavolo sia il paziente, in modo da poter poi capire cosa non vada in lui, e curarlo.
James White fu un grande autore di fantascienza, e un geniale inventore di razze aliene.
Tutto il campionario xenobiologico essenziale si trova nei dodici volumi del Sector General , che la ORB ha riunito pochi anni or sono in tre colossali omnibus che valgono tanto oro quanto pesano.
White fu anche autore dello splendido All Judgement Fled, un altro romanzo pieno di mostri alieni.
La pubblicazione di quel singolo romanzo, in un vecchio Urania, col titolo de L’Astronave del Massacro, da sola giustifica per quel che mi riguarda l’esistenza di Urania.
Le opere di White sono zeppe di BEM.
E sono tutto fuorché convenzionali.


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Aspettando il drago

La biblioteca pubblica di Cedar Rapids, Iowa, ha deciso di liberarsi di una copia di The Last Hot Time, di John M. Ford.https://i0.wp.com/www.fantasticfiction.co.uk/images/n4/n24702.jpg
Il volume – un bel rilegato rigido Tor del 2000 – è stato prima amorevolmente foderato con una di quelle doppie fodere di plastica che usano le biblioteche americane, e che probabilmente fermano anche le coltellate. È stato timbrato, schedato, posto su uno scaffale.
Nessuno lo ha chiesto in prestito, stando alla scheda appiccicata all’interno.
E ora lo hanno dato via.
Ho esitato forse trenta secondi, prima di prenderlo.
E compiango i poveri cittadini di Cedar Rapids, che si sono persi questo gioiello.
O magari, chissà, Cedar Rapids è una città illuminata, e c’è una copia di questo romanzo in ogni casa,
Di questo, e di The Dragon Waiting.
Già.
Puro fantasy.

Come fantasy è il contenuto del volume – ambientato in una Chicago parallela (e molto anni ’80) in cui la magia funziona e tutto ciò che potremmo aspettarci, c’è.
Promette un sano divertimento fin dalla copertina, e nasconde fra le proprie pagine più di una positiva sorpresa.

John M. Ford (1958-2006), nonostante un World Fantasy Award e un Philip K. Dick Award, non è particolarmente conosciuto – ed è un peccato.
Rispettato probabilmente più dai colleghi che dai lettori, Ford era specializzato in romanzi nei quali l’interesse per dove stiamo andando era spesso rimpiazzato dall’interesse per da dove veniamo.
Romanzi ambientati nel futuro e tesi a cercare il legame fra il passato e il presente.
Poeta (famoso il suo poema 110, dedicato all’attentato alle Torri Gemelle) e critico, oltre che narratore, Ford si occupò anche di giochi di ruolo, e collaborò alla stesura di alcuni dei migliori manuali di GURPS e di Paranoia!, oltre a contribuire al gioco FASA dedicato a Star Trek, creando dal nulla la storia, la cultura e la mistica dei Klingon.

US First printing coverBollato come esperto di Klingon (attenzione, questo molto prima che ci fossero dizionari di lingua klingon, o anche solo gli episodi di ST:TNG), Ford riuscì a piazzare alla Paramount il primo romanzo del ciclo di Star Trek imperniato sugli eterni rivali dei nostri eroi.
The Final Reflection, pubblicato nel 1984, è probabilmente il singolo più importante lavoro mai pubblicato come tie-in per una serie televisiva; gran parte di ciò che oggi è considerato canonico dagli appassionati di Star Trek, relativamente ai Klingon, è una semplificazione e banalizzazione di ciò che Ford mise in quel suo romanzo.
La Paramount non mancò quindi di cassare completamente il sequel proposto da Ford, cestinandolo senza pietà.
E Ford si vendicò pubblicando – con la benedizione della casa produttrice (il che la dice lunga sull’acume dei dirigenti Paramount) – How Much for Just the Planet, un romanzo costruito come un musical, con tanto di battaglia a torte in faccia.
E poi non scrisse mai più nulla nell’universo di Star Trek.

The Final reflection da solo sarebbe bastato a giustificare la fama e il rispetto di cui godeva Ford.
Ma l’autore americano non si limitò ad un paio di romanzi e qualche manuale di gioco.
Pubblicò anche The Web of Angels, un cyberpunk scritto quattro anni prima che il genere cyberpunk venisse inventato.https://i0.wp.com/www.sfsite.com/grx/orion/dwlg.jpg
E The Dragon Waiting – a masque of time, un’ucronia ambientata in un rinascimento parallelo nel quale l’impero bizantino non è mai caduto, la religione cristiana non ha mai preso il sopravvento. Intrighi di corte, vendette, battaglie campali, un omicidio a camera chiusa, l’ascesa di Riccardo Terzo col suo corteggio di riferimenti shakespeariani, e l’attesa per il risveglio di Artù, ultima speranza dei resti dell’impero d’occidente di arginare l’avanzata bizantina.

Eclectically blending elements of folklore, literature and historical inquiry — Celtic myth, Arthurian Romance, and speculation upon events surrounding the ascension of Richard III — with chronicled events and figures such as Lorenzo di Medici, the Sforzas, Margaret of Anjou, and the backdrop of the War of the Roses, Ford creates a conspiratorial stew of fantasy and history in which the lines between become wonderfully blurred. Written with a deft and clever hand, the text is leavened with fascinating historical anecdote as well as more contemporary commentary disguised within a factual as well as fantastical garb. Magic is at once imagined and tied to its recorded precedents, both inventive and totally believable.

Il tutto senza una riga di infodump, senza un paragrafo di sbrodolamenti in Alto Elfico, senza una sbavatura, con un linguaggio piano, quasi giornalistico.
Bello.
Coinvolgente.
Da leggere e rileggere.
L’ideale modello sul quale ogni ucronia dovrebbe basarsi(1).

Letto The Dragon Waiting, lo ammetto, mi sono messo in caccia, alla ricerca di qualsiasi cosa avesse sulla copertina il nome di John M. Ford.
Ricerca lunga e convoluta.
Ma finora sempre più che ricompensata dai tesori recuperati.

(1) – colpevole, vostro onore, lo ammetto, colpevole!

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La fidanzata di Spock

https://i0.wp.com/www.startrek.com/imageuploads/200303/tos-070-nurse-christine-chapel/320x240.jpgLa BBc ha divulgato la notizia della scomparsa, il 19 ultimo scorso, di Majel Barrett Roddenberry, vedova di Gene Roddenberry – il creatore di Star Trek– e l’unica attrice ad essere compars praticamente in ogni incarnazione della serie TV.

Il suo ruolo più famoso rimane quello della inferiera Christine Chapel, che si strugge d’amore per il buon signor Spock (che da parte sua non è che la fili esageratamente).

La Barrett soffriva da tempo di leucemia.
Con lei se ne và l’ultimo legame del franchise più popolare del video (con buonapace di Topolino) con lo spirito creativo originario, ed uno dei motori che hanno mantenuto Star Trek sul mercato per quarant’anni.


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Ultima frontiera

Una passeggiata sulle pagine della BBC, e due notizie mi rimangono stranamente addosso.

winona ryderNotizia numero uno – il regista e creatore di Lost dirigerà il prossimo film di Star Trek, l’undicesimo della serie, nel quale compariranno le versioni giovani dei personaggi della cosiddetta Serie Classica: un giovane Kirk, un giovane Spock e così via.
Winona Ryder rischia di interpretare la madre di Spock (che curiosamente pare sia vulcaniana – ma Spock non era un mezzo sangue di madre terrestre? Mah…)

Il fatto che la Ryder si possa prestare a un’operazione del genere la dice lunga – o sul budget della nuova pellicola o ,più probabilmente, sullo stato attuale della carriera dell’attrice americana.

Ruotiamo il mondo di un terzo di giro.
Dall’altra parte del Pacifico…

kosanNotizia numero due – la Corea del Sud considera così importante lo sviluppo entro tempi brevi di una presenza stabile nello spazio che non solo sta costruendo la propria base di lancio e sviluppando (con supporto russo) i propri vettori, ma ha aperto all’intera popolazione la selezione per il posto di primo coreano nello spazio.
Dopo un primo procedimento di scrematura, i corani più promettenti sono stati coinvolti in un reality show che li ha visti affrontare le fasi finali dello screening e le fasi iniziali dell’addestramento da astronauti.
Alla fine, un ricercatore trentenne ha vinto il biglietto per le orbite alte.
L’operazione è stata studiata dal governo per coinvolgere il più possibile la popolazione, avvicinare il pubblico televisivo all’idea che lo spazio sarà un posto come unaltro dove sviluppare l’economia, e stimolare i giovani ad interessarsi agli studi aerospaziali.

Ci siamo persi qualcosa per strada?

Perché è ovvio che la notizia numero uno susciterà molto più scalpore e discussioni dela notizia numero due.
I nerd spaccheranno il capello in quattro (…ma Spock non era un mezzo sangue di madre terrestre?) e ancora una volta, come negli ultimi trent’anni, saranno così intenti a guardare il dito che non vedranno la Luna che il dito sta indicando.

E perché l’idea di un governo che decida una spinta tanto forte ed invasiva verso lo spazio, coinvolgendovi tutti i propri cittadini ci è quasi completamente estranea.
E se è estranea agli occidentali ingenere, è assolutamente folle per la nostra povera italietta, dove si continua a farneticare del primato della cultura umanistica su quella scientifica, e dove chi va bene a scuola deve avere qualcosa che non va, ed i compagni lo picchiano.

Noi andiamo in sollucchero per il “miracolo” della chiacchierata fra il Presidente della Republica ed il nostro uomo sulla Stazione Europea, ma poi ci interessa molto di più il destino turpe dei falliti accatastati dalla RAI su L’Isola dei Famosi.

Forse è vero che abbiamo perdutola spinta verso il futuro.
E non possiamo nemmeno incolpare la Playstation – perché ne hanno molte di più i coreani.
Loro però, andranno nello spazio per restarci.