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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un neo da estirpare

An Olivetti Lettera 22, circa 1950 designed by...

An Olivetti Lettera 22, circa 1950 designed by Marcello Nizzoli (Photo credit: Wikipedia)

Tom Robbins, mi pare, diceva che Olivetti era un buon nome per una macchna per scrivere – sembrava il nome di un giocoliere o di un liilusionista – The Amazing Olivetti – e scrivere è come fare i giocolieri o gli illusionisti.
E io l’ho già raccontato in passato – uo ho cominciato a scrivere sulla Olivetti Lettera 22 di mia madre.
Risme su risme di carta bianca coperte di caratteri martellati con due dita.
E mi viene da fare un pork chop express.

Ora, in questi giorni, mi è capitato di assistere da più parti a pietosi tentativi di fare un tardivo, tardivissimo santino ad Olivetti – proprio lui Adriano Olivetti.
C’hanno fatto lo sceneggiato, capite – mediocre, da quel che mi dicono – e bisogna parlarne.
Ed io accendo la TV e sento la frase

Adriano Olivetti è stato lo Steve Jobs d’Italia

E forse è vero.
Con la non trascurabile differenza che Jobs creò un impero, Olivetti ed il suo progetto vennero progressivamente ostacolati e alla fine marginalizzati.

“la società di Ivrea è strutturalmente solida, potrà superare senza grosse difficoltà il momento critico. Sul suo futuro pende però una minaccia, un neo da estirpare: l’essersi inserita nel settore elettronico, per il quale occorrono investimenti che nessuna azienda italiana può affrontare”

E chissà poi perché.
Era il 1964, Olivetti era morto da tre anni, ed a parlare era Vittorio Valletta, nome ben noto ai torinesi, amministratore delegato di FIAT (e FIAT entrò in Olivetti e partecipò alla marginalizzazione dopo la morte del fondatore).
Si arrivò al punto che i progetti per i calcolatori (sì, i computer) della Olivetti – che vendevano benissimo in America – si dovettero sviluppare sotto mentite spoglie, spacciandoli per progetti di macchine da computisteria, ché altrimenti sarebbero stati cancellati.

Nessuna azienda italiana poteva investire in elettronica.
Strano, considerando che potevano farlo aziende giapponesi e coreane in quegli stessi anni.
Ma in Italia era necessario fare spazio a chi produceva automobili e a chi costruiva immobili – i due pilastri del boom.

Fare un pietoso santino ad Adriano Olivetti ora, ammirare con occhi lucidi il suo sogno dopo che il suo sogno venne orribilmente tradito, è inammissibile.

Negli anni in cui io cominciavo a scrivere a macchina su una Olivetti Lettera, i primi robot entravano in FIAT.
Sui tram, andando a scuola, si sentivano gli operai che discutevano di come, coi robot, non ci sarebbe più stato bisogno di operai.
In quegli stessi anni – doveva essere il 1984 – i ragazzi di un noto centro sociale torinese sfasciarono pubblicamente un computer “simbolo di oppressione”.
Sono passati trent’anni.
Chissà cosa ne è stato di quei giovani nemici dell’oppressione…
Gli operai non servono più – ma non per colpa dei robot, ma semplicemente perché le industrie si sono spostate in posti dove la manodopera costa meno.
I figli pagano il prezzo diaver avuto dei padri incapaci di immaginare un futuro per loro, che fosse diverso dal proprio presente.
L’Italia aranca nel campo dell’hi-tech e delle professioni tecnologiche.
I nativi digitali non sanno cosa sia un RSS Feed.

Paghiamo scelte fatte cinquant’anni fa, ed abbracciate con entusiasmo da pochi, e con somma indifferenza da tutti gli altri.
Il neofeudalesimo non è cosa di ieri.


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Sciocchi, affamati e fuori contesto

Continuo ad essere offline, ma vi lascio un’idea sulla quale riflettere a inizio settimana.

Nella settimana passata, doo la dipartitadi Steve Jobs, ho avuto la ventura di affermare che il precetto “Stay Hungry, Stay Foolish”, in linea di principio, mi pare perfettamente sottoscrivibile.
Mi è stato fatto notare che sono un imbecille, e che le parole di Jobs agli studenti sono state in fondo un gesto di marketing arrogante e ipocrita da parte di un turbocapitalista satollo.
Facile dire agli altri di restare affamati quando si ha la pancia piena.

Intanto, però, la frase viene ripetuta a oltranza.
E in rete compaiono cose come questa…

E qui la cosa si fa interessante.
Perché la frase attribuita a Jobs non è sua.
E chiunque abbia ascoltato il discorso incriminato dovrebbe saperlo, perché Jobs lo dice chiaro e tondo – era stampta sulla quarta di copertina dell’ultimo numero del Whole Earth Catalog.
Quindi, al limite, è una frase di Stewart Brand.
E se non sapete chi è Stewart Brand, potete leggervelo qui.

E se volete saperne di più sul Whole Earth Catalog, potete sfogliarlo qui.
Insieme con un sacco di altre cose interessanti.

E mi fa un po’ ridere che per una quantità di persone, là fuori, Jobs paserà alla storia… ok, per i computer, gli iPhone, la Pixar, la quantità oscena di denaro… ma verrà ricordato per una frase non sua.
Che beffa colossale.
In capo a dieci anni sarà una domanda da Trivial Pursuit… chi ha detto “Stay Hungry, Stay Foolish”.

Dà da pensare, vero?


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Steve Jobs non è morto per i nostri peccati

Premessa – questo post non lo volevo fare, per motivi che forse appariranno chiari.
Però, poi, sapete come sono fatto…
Pork chop express alla memoria, quindi.

È ben documentata la mia scarsa simpatia per la morte.
Non mi piace, non mi attira, preferirei evitarla del tutto.
Ben poco mi consola il ragionamento che i morti non sanno di esserlo, proprio perché i vivi sanno che lo saranno.
Insomma, credo che morire sia una gran scocciatura.
Immagino che morire a 56 anni, piuttosto che a 60, o a 85, lo sia ancora di più.
Ancora un sacco di anni davanti, potenziale inespresso…
E posso immaginare che morire a 56 anni, ricchi sfondati, sia anche peggio – perché se per alcuni la morte può essere un sollievo dagli stenti (ci han fondato religioni, su quell’idea), beh, morire nel momento in cui tutto sembra andare per il meglio… dai!

Questo per dire che ho provato una fitta di sano dispiacere, quando ho saputo della morte di Steve Jobs.
Non per i computer, gli mp3, i discorsi agli studenti o quant’altro – a per il semplice fatto che morire a 56 anni, quando tutto pareva tirare per il meglio…
Poi, però…

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