strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Fra folklore, storia e fantasy

Sì, la copertina è abbastanza bruttarella

Sì, la copertina è abbastanza bruttarella

Quali sono i rapporti che legano il paesaggio britannico, le tradizioni popolari, la storia della Gran Bretagna e la letteratura fantastica?

Esistono parecchi libri indispensabili sull’argomento, dallo straordinariamente dotto Albion, di Peter Ackroyd, all’enciclopedico e monumentale The Lore of the Land di Westwood & Simpson.

Il recente 1 The Land of the Green Man, di Carolyne Larrington, rappresenta una alternativa molto più accessibile dei due volumi qui sopra – un buon primo passo per scoprire il folklore delle isole britanniche non solo da un punto di vista storico, ma anche – abbastanza curiosamente – da un punto di vista morfologico. Continua a leggere


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Storia & Immaginazione

Si parlava di storia, di narrativa storica e di fantasy storico, qualche giorno addietro, qui nel blocco C della blogsfera, e giù nel braccio femminile, la mia amica la Clarina ha fatto una specie 287175di auto-da-fé

Boys: Hey, Torquemada, whaddaya say?
Torq.: I just got back from the auto-da-fé
Boys: Auto-da-fé, what’s an auto-da-fé?
Torq.: It’s what you oughtn’t to do but you do anyway
Skit skat voodely vat tootin de day

Scusate, non ho saputo resistere.

In cosa è consistito l’auto-da-fé della mia amica.
Nell’ammettere

In via di principio so che non posso giudicare l’allegra propensione alla crudeltà, i terribili pregiudizi, la giustizia sbrigativa e l’intolleranza degli Elisabettiani secondo le mie sensibilità del XXI Secolo. All’atto pratico, le mie sensibilità del XXI Secolo sono anestetizzate solo in parte dalla prospettiva storica.

Il che è perfettamente ragionevole, ma non c’entra granché col fantasy storico, e con la sovrapposizione e pollinazione incrociata di storia e narrativa d’immaginazione – che è poi ciò di cui vorrei parlare oggi. Continua a leggere


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Letture notturne

Poco tempo per leggere, ancor meno per scrivere.
Le settimane di fuoco preventivate sono arrivate, con l’avvicinarsi di scadenze incombenti.
Ho due lavori diversissimi tra loro ed importantissimi, da chiudere in fretta – e devo collaborare assolutamente su un lavoro messo in cantiere da mio fratello.
Complicato complicato complicato.

Però un po’ di tempo per leggere devo assoluatemente trovarlo.
Anche perché fa bene alla salute.
Cose del tipo – sei minuti di lettura riducono del 60% lo stress, rallentano il battito cardiaco e rilassano i muscoli.
Due volte più efficacie di una tazza di té, tre volte più efficacie di farsi una bella passeggiata*.

Quindi io alla sera, potendo, mi leggo un buon libro e mi faccio una tazza di té.
Tanto per andare sul sicuro.

063435-FC222Al momento, sto centellinando The Age of Wonder, di Richard Holmes – un bel saggio storico sul rapporto fra scoperte e creatività nel diciottesimo secolo, attraverso le biografie di un gruppo di personaggi.
Uno di quei libri che apparentemente gli inglesi sfornano con una certa facilità, che entrano nella lista dei bestseller e spazzolano una bella serie di premi**.
Holmes è documentatissimo, e segue i suoi protagonisti – chimici, esploratori, fisici, poeti, matematici – attraverso un fitto interscambio di informazioni che fecero del diciottesimo secolo il secolo dei lumi.

LunarMenIl libro di Holmes fa una bella coppia con l’altrettanto interessante e divertente The Lunar Men, di Jenny Uglow, letto anni addietro, e che funziona quasi come un prequel.

Ed è interessante, questa panoramica dell’illuminismo anglosassone – che qui da noi ha poco mercato, e pare che anche ascuola ci si ricordi sempre e soltanto degli illuministi francesi.
C’è un che di Pickwickiano nelle dotte società britanniche, e naturalmente gli eventi e le ricerche dei pionieri narrati da Holmes sono alla radice di tanti, tantissimi elementi ormai acquisiti dalla nostra cultura.

Procurato per pochi centesimi, usato ma sanissimo, The Age of Wonder ha il solo difetto di essere un trade paperback da quasi 600 pagine, un chilo e rotti di volume scritto fitto, che può nuovere seriamente alla salute se letto di sera, a letto, in caso di improvviso mancamento.

Una lettura particolarmente affascinante, e fa anche bene alla salute.

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*Dovremo parlarne un giorno, di questa faccenda che leggere fa bene alla salute.

** No, certo, anche loro hanno le biografie dei calciatori e i libri dei comici televisivi.
Però poi fanno anche dei volumi di saggistica assolutamente fantastici, e ne vendono a carrettate.
È un dato di fatto.


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I Nazisti e l’Occulto

KenHiteKenneth Hite, fratello in Lovecraft, è un autore per il quale ho un rispetto che sfuma nella venerazione.
Il suo Nightmares of Mine è certamente uno dei migliori saggi mai pubblicati sulle dinamiche e le modalità dell’orrore.
I due volumi di Suppressed Transmission sono un colossale compendio dell’improbabile, enormi raccolte di meraviglie documentatissime e ampiamente discusse.
GURPS: Weird War II riunisce in un volume unico tutti i fattoidi, le interpretazioni alternative e le ucronie, e semplicemente le idee cool relative alla Seconda Guerra Mondiale – dalla superscienza nazista all’utilizzo di kaiju da parte delle forze giapponesi.
E naturalmente, a lui si deve The Day After Ragnarok, forse il più strano, ambizioso e straordinario setting per un gioco di ruolo che io abbia visto negli ultimi anni.

hite_nazi_occult_coverOra, Ken Hite pubblica, per i tipi della Osprey – prestigiosissima casa editrice dedicata alla storia militare – l’ingannevolmente esile The Nazi Occult, un saggio sul legame fra Nazismo ed Occultismo destinato agli appassionati di storia, agli scrittori ed ai giocatori di ruolo.

Il volume di ottanta pagine, parte della nuova collana Osprey Adventure, mantiene gli elevati standard della Osprey – grande formato, impaginazione chiara, ottimo apparato iconografico.

Al suo interno, dopo una breve introduzione storica, Hite ci offre una panoramica su…

  • il Segreto delle Rune
  • la Thulegesellschaft
  • le energie segrete
  • l’Ahnenerbe
  • Il Tibet e il Regno Segreto
  • Ricerche innominabili
  • l’Aktion Hess
  • Werwolf
  • il Sole Nero e il Quarto Reich

Più una breve bibliografia, un glossario e l’indice.

Antichi tesori archeologici, rituali oscuri, djinn, yeti, l’Agarthi, i dischi volanti, le basi segrete antartiche.
C’è tutto.
Riccamente illustrato con fotografie d’epoca e tavole a colori.

Certo, dirà qualcuno, nulla che non si sia già visto o letto – ma concentrato in 80 pagine anziché in svariati volumi.

Lo stile di Hite è di una concisione e di una chiarezza esemplari – c’è poco spazio, e bisogna usarlo al meglio, e l’autore sa bene come fare.
Particolarmente interessante è che, come normalmente capita con i lavori storici di Ken Hite, tutto fra queste copertine è documentato e basato su dati storici reali, limitando la speculazione al minimo indispensabile per interpolare fonti spesso contrastanti.
In altre parole, questo è il dato storico sul quale si fonda la leggenda dell’occultismo nazista.

Si tratta di una lettura estremamente divertente, e che spalanca un sacco di opzioni – sia in campo ludico, che in campo narrativo.
Indispensabile.

NOTA: mi risulta che il volume sia anche disponibile in ebook attraverso il solito Amazon – ma vista la qualità grafica, sarà necessario leggerlo su un lettore a colori o su un tablet.


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La paleontologa e il pirata

Comincia con una donna di trent’anni – anno più anno meno – che dalla ringhiera del ponte di un piroscafo che sta entrando in porto a Djibuti, vede un tizio, a bordo di un veliero, e lo saluta.
Lui la saluta a sua volta.
Siamo nella seconda metà degli anni ’20.

treatLei si chiama Ida Treat, e poverella oggi come oggi non ha neanche una pagina wikipedia a suo nome, ed è veramente criminale.
Ida è un’americana di belle speranze, educata in Inghilterra e in Francia – ha un dottorato in letteratura ed uno in paleontologia.
Ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo – l’Europa, l’Asia, il Pacifico – come corrispondente per una rivista parigina, ed ora è sul Mar Rosso per cercare informazioni sul traffico di schiavi ancora fiorente su quelle coste.
Non è il tipo di donna che si faccia sopraffare dalle difficoltà.

lush068Lui è noto come Abd el Hai, ma il suo vero nome è Henry de Monfreid, un quarantenne di famiglia aristocratica (il padre è un famoso pittore) che giunto sul Mar Rosso nel 1914 come mercante di pelli e cuoio, ma  è ben presto riciclato come mercante di perle, trafficante d’armi e contrabbandiere di hashish (e occasionalmente di morfina), convertendosi all’Islam e sviluppando una certa passione per l’oppio.
Ha sempre negato di avere a che fare col traffico di schiavi.
E lui una pagina su Wikipedia ce l’ha eccome!

I due scoprono di andare perfettamente d’accordo – per cui Ida si traveste da marinaio e spacciandosi per un uomo si imbarca sulla Altair, la nave di de Monfreid, ed i nostri eroi prendono il mare per esplorare le coste del Mar Rosso, contrabbandare merci illegali e, in linea di massima, spassarsela.

E a questo punto, se fosse un film, sarebbe fantastico.
E se fosse un romanzo, ne vorremmo una copia in tanti.

Invece è una storia vera – che Ida Treat racconterà prima in una serie di articoli per il National Geographic, e poi in un volume intitolato Pearls, Arms, Hashish (che oggi si trova in circolazione a prezzi stravaganti).
In particolare, durante una crociera di unmese, Treat e de Monfreid esplorarono la costa del Dankali nella Somalia Francese – un territorio al quale l’accesso era proibito.
de Monfreid, d’altra parte, abituato a seminare le cannoniere della Royal Navy quando contrabbandava armi, non si preoccupava granché della guardia costiera coloniale.

Boutre_indien

Concluse quelle avventure per mare, le strade dei due si separarono.
Ida Treat proseguì nei suoi viaggi e nelle sue avventure, fu amica di personaggi interessanti come Padre Teilhard de Chardin e si sposò due volte – tutte e due le volte con dei francesi. Ma mantenne il suo nome sda sposata per i suoi libri ed i suoi articoli.
Poi, nel 1948 tornò in patria e divenne insegnante di letteratura.
Henry de Monfreid scrisse dei libri sulle proprie avventure (si trovano anche in italiano, ad un prezzo piuttosto abbordabile, in tre volumi editi da Addictions-Magenes Editoriale), durante la guerra fu prigioniero degli inglesi in Kenya, e successivamente tornò in Francia, dove si stabilì in una casa di campagna dove si coltivava i suoi papaveri da oppio, e trascorreva il tempo a dipingere (era una cosa di famiglia), e a scrivere.
Il suo catalogo di romanzi è piuttosto nutrito – ed in Francia si trovano con una certa facilità.
Gira anche dei film.
Fa una comparsata in una delle avventure di Tin Tin.
Molto amato dal bel mondo per la sua mistica di nobile, avventuriero e pirata, aveva il vezzo di presentarsi alle feste in smoking ed espadrillas.

Ida Treat morì nel 1978.
Henry de Monfreid nel 1974.

Tutto questo, per ricordarci ancora e sempre che la storia è di solito molto molto più interessante di quanto non cerchino di farci credere.
e ci fu un tempo in cui gli avventurieri erano fitti sulla terra come i peli sulla schiena di un gatto persiano.
Poi… mah.

Tutta colpa della televisione.


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Fra le ombre di Gerusalemme

Gerusalemme, 12° secolo.
Il Barone Gregory de l’Ombre, inviato pontificio nella Città Santa, è sulle tracce di un antico artefatto che gli darà – lui crede – il potere assoluto.
Suo fratello William, reso orribile dalla lebbra, ed affascinato dalla cultura araba, ha probabilmente altri piani.
E sua figlia Isabella è una pedina inconsapevole in un gioco più grande di quanto tutti riescano ad immaginare. Ed è l’oggetto delle brame di Gerard, un mercenario che si occupa dei lavori sporchi per il Barone.
E mentre un antico orrore relegato nell’oscurità fin dai tempi di Salomone minaccia di annientare Gerusalemme, a proteggere la città ed i suoi segreti si erge la misteriosa creatura che tutti, cristiani e arabi, guerrieri e saggi, buoni e cattivi, chiamano semplicemente… il Djinn.

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Al cuore dell’Impero

Mese di trasferte – mese di spese esorbitanti.
È vero che al Collegio Universitario di Urbino si dorme comodamente in camera singola con 18 euro per notte (volete scherzare?), ma è anche vero che i due pieni di benzina che mi servono per raggiungere Urbino da Castelnuovo Belbo e ritorno mi erodono tre banconote da cinquanta euro.
Più l’autostrada.
Più l’incresciosa abitudine di mangiare.
Il che significa che, facendo questo giochino due volte al mese, si rimane a secco.
Ergo – si tagliano le spese futili.
I libri, ad esempio.
Quelli da diporto – e speriamo di non doverne procurare di accademici.

Questo mese, quindi, solo due volumi*.
Uno dei due, atteso e prenotato da quasi un anno (e fortunosamente reperito su Amazon.co.uk a metà prezzo per promozione – ma tocca aspettare il 20 del mese perché esca).
L’altro, una interessante sorpresa – e a cento pagine e rotti posso già farne un discreto resoconto.

È agli atti che mi piace leggere saggi storici.
Non a tappeto, così come capita, un greco-romano oggi, un rinascimentale domani…
Ho le mie aree di interesse, i miei periodi preferiti.
Ci ho anche fatto dei post, a fine 2011, ricordate?

Epoca vittoriana.
Storia coloniale dell’Impero Britannico.
Ah, una fonte di inesauribile divertimento.
La quantità di personaggi improbabili e di situazioni paradossali, il mix di eroismo e cialtronaggine, non hanno pari.
E le località esotiche.

Ci sono un sacco di buoni libri sul periodo coloniale inglese – i meravigliosi saggi di Peter Hopkirk, tanto per cominciare (in Italia li pubblica Adelphi), o gli eccellenti Plain Tales from the British Empire e Soldier Sahibs di Charles Allen.
Come dicevo, sull’argomento ci ho già fatto un post.

Una ulteriore esplorazione della mistica dell’Impero – e di tutti gli elementi ben poco mistici alla sua origine – è il recente, divertentissimo Running the Show, di Stephanie Williams.
La Williams prende le mosse dai quattro faldoni contenenti le risposte ad un sondaggio (lo chiameremmo oggi) svolto nel 1879 fra i governatori coloniali britannici.
Come vivevano?
Quali problemi dovevano affrontare?
Di quali spese erano gravati?

Dalle risposte a quelle domande (“Spendo quanto un gentiluomo spenderebbe per mantenere la propria abitazione con un minimo di dignità”), l’autrice isola una decina di personaggi “esemplari”, e ne racconta le improbabili vicende.
Scopriamo allora che un governatorato coloniale era spesso un buon sistema per levarsi dai piedi personaggi secondari.
Scopriamo che se l’eccentricità, l’autocrazia, la follia e la debosciaggine potevano spesso macchiare il curriculum di questi personaggi, pochissimi di loro, in 150 anni, si rivelarono corrotti.
Scopriamo il fastidio di molti di loro per il razzismo dei compatrioti rimasti a casa, e persino (inimmaginabile!) un governatore vittoriano che ammetteva al proprio tavolo anche ospiti di colore.
Scopriamo la necessità di inventarsi soluzioni a crisi politiche, emergenze sanitarie, problemi dementi.
Scopriamo il vuoto istituzionale, l’assenza di amici e familiari, ed il destino ultimo di ombra e oscurità.
In India, Africa, Medio ed Estremo Oriente, Australia, Indie Occidentali…

In questo il libro della Williams sembra confermare ciò che traspariva già dalle interviste in Plain tales di Allen – l’Impero venne forgiato da una maggioranza di individui decentissimi, spesso francamente opposti alle politiche imposte dalla corona.
E se non furono certamente individui illuminati, per i nostri standard, non furono neanche gli esempi di abiezione che una certa mentalità politically correct vorrebbe farci sembrare.
Erano gente a posto, insomma.

Il volume è documentatissimo, con fonti primarie e stralci di lettere, diari e quant’altro.
E poi ci sono un sacco di immagini, un sacco di mappe, un sacco di riferimenti bibliografici.
Una buona lettura.
Dispiace, a questo punto, che sotto la lente della Williams non passi anche quello che fu, probabilmente, uno dei personaggi più interessanti del colonialismo inglese – quel James Brooke, Rajah Bianco di Sarawak, che Salgari trasformò in una sorta di Darth Vader vittoriano**.
In compenso, fin dalle prime pagine, abbiamo una bella visione di Labuan, e del suo governatore – e ci sentiamo più che compensati***.

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* Non piangete – leggerò e vi parlerò di quelli accumulati nei mesi passati.

** E che Adolfo Celi rese così bene sullo schermo.

*** Anche se IL libro definitivo su Sarawak e sull’eredità coloniale di James Brooke non può che essere Sylvia, Queen of the Headhunters, di Philip Eade (e sì, questa nota è diretta soprattutto alla mia amica laClarina)


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Alchimista in casa altrui

Ammesso che non siate ancora stanchi delle mie chiacchiere, potrebbe piacervi fare un giro sul sito della mia amica laClarina, che oggi pubblica un mio guest-post storico-scientifico in salsa taoista.

Che poi un giro sul blog de laClarina dovreste farlo comunque, che è interessante e intelligente.

Oggi comunque, se passate di là, ci trovate il sottoscritto – con un estratto, oltretutto, dal prossimo Corso Online sulla Cultura Taoista.

È stato divertente scriverlo – spero sia divertente leggerlo.