strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un secondo giro in Averoigne

Ieri ho avuto una sorta di esperienza mistica. Una specie di illuminazione, come capire all’improvviso quale sia il suono di una mano sola, o rendersi conto che se un albero cade nella foresta e tu non hai orecchie per sentirlo, non fa rumore eppure cade.
Una cosa così, insomma.
Molto zen.

È andata in questo modo: ieri è uscito, su una popolare webzine1, un articolo biografico su Clark Ashton Smith, la sua vita, la sua opera, le sue influenze.
Interessante.
Così come è interessante che l’articolo lamenti la scomparsa di CAS dai nostri scaffali, e si chiuda con una frase che fa più o meno così…

Purtroppo in Italia è ormai da tempo che non viene pubblicato più nulla di questo autore e i suoi volumi hanno raggiunto quotazioni vertiginose fra i collezionisti. Sarebbe ora che qualche editore specializzato pensasse a ripubblicare e ritradurre la sua opera.

Già, sarebbe davvero il caso, mi sono detto, e poi, mentre la stanza si metteva come a turbinare attorno a me, ho provato come uno strano senso di deja-vu , come se stessero riallineando la matrice, capite, e poi ho pensato…


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Uno strano senso di deja-vu

L’ho scoperto stamani sfogliando il giornale.

Si intitola Taklamakan, ed è il lavoro di un giornalista italiano che scrive sotto pseudonimo come Marc Roubaix.

Dalla quarta di copertina:

Ai primi del ’900, dopo alcuni ritrovamenti casuali, si scatena una corse frenetica verso l’Asia centrale, nel Turfan, nel Kansu, lungo la Via della Seta. Una gara per arrivare primi e razziare di più. È la più grande, avventurosa e temeraria “caccia al tesoro” di tutta la storia dell’archeologia, giocata da uomini leggendari: lo svedese Svein Hedin, l’anglo-ungherese Aurel Stein, il tedesco von Le Coq, il francese Paul Pelliot, il giapponese conte Otani, l’americano Langon Warner.

Ho una strana sensazione.
Come se un certo mio agile volumetto fosse stato letto ed apprezzato assai.

Ma chi può dire – certo nessuno può accampare diritti sulla storia.
I fatti sono quelli, e sono lì da raccontare.
E sebbene la Repubblica lo descriva come “volumetto”, non possiamo certamente abbandonarci alla paranoia.
Sono solo io, che mi sono alzato col piede sbagliato.
Ma, da una recensione trovata on-line, probabilmente la buonanima di Aurel Stein dovrebbe avere più motivi del sottoscritto di sentirsi usato.

Certo, è ora che Il Crocevia del Mondo, Seconda Edizione, torni online.
Evidentemente esiste un mercato.