strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Più che una piattaforma, una zattera

Raft_colorizedOK, post sui blog e sulla crisi dei medesimi, parte seconda*.

Ricapitolando.
La blogsfera è in crisi.
Visite e commenti sono in calo.
I lettori sono rimbambiti**.

Cosa può fare il blogger per contrastare l’inesorabile (?) declino?

Cominciamo col toglierci subito dai piedi la questione dei nuovi algoritmi di Google.
Sì, il calo c’è stato – io lo fatturo in un 30% secco di visite in meno.
E non credo esista una soluzione pret-a-porter.
Ho spulciato il web in cerca di informazioni – senza trovare alcunché di costruttivo.
Conosco un sacco di persone che hanno sperimentato diverse soluzioni che circolano via web – senza risultati degni di nota.
C’è gente al momento che, online, vende a caro prezzo supposte cure miracolose.
Ecco, la parola chiave è supposte.

Alla fine, l’unico consiglio che pare promettere bene, è poi un consiglio che ha sempre avuto senso: postare contenuti di qualità.

Detto questo, ed eliminata così la questione strettamente tecnologica, cosa posso fare, come blogger, per cercare di frenare il calo precipitoso delle visite? Continua a leggere


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Curriculum Vitae 2, il ritorno

Come ogni settembre, metto mano al curriculum.
Che ormai, dopo quasi due decenni di rimaneggiamenti, remixaggi, ripuliture, addenda ed effetti speciali, filtrato dall’esperienza e dagli standard del Curriculum Vitae Europeo, è diventato una cosa molto diversa dal semplice listato col quale uscii dal liceo ed entrai all’università.
Mi viene da pensare che i cambiamenti della mia vita, delle mie competenze, delle mie esperienze lavorative, costituiscano solo una minima parte dei cambiamenti registrati dal curriculum.
In realtà, il mio curriculum ha subito una lenta evoluzione in risposta all’inasprirsi dell’ambiente nel quale si trova a competere.
È diventato più agile, più cattivo, molto più sbrigativo.
In un paio di casi è stato più avanti del richiesto – battuto a macchina quando lo volevano in corsivo (per passarlo al grafologo, probabilmente), in formato elettronico quando lo volevano in cartaceo (per accenderci la stufa, probabilmente).
Si è adattato alla rete.
Si è differenziato, speciando in un curriculum scientifico, uno letterario/traduttorale, uno da jack-of-all-trades.
Ha pure sviluppato un marcato dimorfismo, comparendo sia in italiano che in inglese.

E fa un po’ ridere pensare che in fondo il serio ed ingessato responsabile del personale che maneggerà il mio prossimo curriculum non si troverà a giudicare le mie capacità, ma la mai abilità nel formattare le informazioni in maniera accattivante, abbastanza per spingerlo a passarmi al livello successivo.
D’altra parte, se fossi io ad interessargli, e non la mia capacità di conformarmi ad uno standard, ci incontreremmo per bere un chinotto e fare quattro chiacchiere.

Ben vengano allora, in questa corsa agli armamenti curricolari, i suggerimenti di Excelle per svecchiare il nostro CV.

Il vostro CV è irrimediabilmente vecchio se

Punto 1 . lo avete martellato per farlo stare in una pagina.
Dopotutto, quella del curriculum in una pagina è una di quelle sciocchezze che andrebbero punite con la fustigazione; dopotutto, è impensabile che un un quarantenne con varie esperienze alle spalle possa riassumere la propria vita professionale nello stesso spazio di cui ha bisogno un ventenne con la laurea triennale.
Facciamola breve ma non esageriamo.
lo ribadisco:  chi ci chiede il CV in una pagina dovrebbe venire frustato

C’è un rovescio della medaglia, naturalmente: tradizionalmente il cretino che deve decidere se darvi una possibilità non legge il CV, si limita a cestinare qualsiasi cosa sia sopra le tre pagine – o la pagina singola, a seconda di quanto voglia sentirsi maschio alfa nel guardarsi allo specchio nei bagni.
Per certe cose non c’è nulla da fare – fino a che i dirigenti non si renderanno conto che affidano la selezione del personale a frustrati e fenomeni da baraccone, le cose non cambieranno.
Ma considerando chi siede ai vertici dirigenziali…

Punto 2 – fate un elenco dei vostri obiettivi.
Chissà perché alla voce motivazioni nessuno scrive mai “guadagnare onestamente abbastanza quattrini da poter condurre una vita dignitosa e magari togliermi uno sfizio ogni tanto”.
No, guai, dire che volete lavorare per vivere sta malissimo!
Dovete dire che intendete lavorare per “accrescere la vostra esperienza”, “partecipare a progetti dinamici ed innovativi” bla bla bla
Si da per scontato che voi desideriate il lavoro per ottenere una remunerazione.
Perché allora non dare anche per scontato che voi desideriate un lavoro qualificante e conforme alla vostra professionalità?
Via, tagliare…
Al limite, usiamo la lettera d’accompagnamento (sperando che la leggano).

Punto 3 – promettete “Referenze disponibili a richiesta”
Perché, altrimenti?
Se te le chiedo non me le dai?
Buonissimo il consiglio di Excelle – facciamoci una lista dettagliata e teniamocela per gli stadi successivi della selezione.

Punto 4 – spedire il CV in formato Word.
Usate un pdf.

Punto 5 – fornire la lista dei lavori precedenti in ordine cronologico.
A meno che non siate proprio alle primissime armi, o che non stiate cercando di vendervi come spia industriale (“ho lavorato per Tizio, Caio e Sempronio, e posso raccontarvi tutto delle loro sezioni Ricerca & Sviluppo”), la lista dei lavori è fuori luogo.
Molto molto meglio una lista delle competenze – specificando magari quando e come le abbiamo conseguite, e fornendo quante più informazioni quantitative possibili.

Ed ecco fatto.
Il CV è svecchiato, e pronto a tornare in pista per un altro anno di scontri in puro stile Rollerball.

Il resto, naturalmente, dipenderà dal grafologo…

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Freelancing accademico

Mi rendo conto che con questo post sto infrangendo la regola che vorrebbe tutti i nostri interlocutori come nostri potenziali concorrenti.
E tuttavia, è successa una cosa strana.
Negli ultimi 10/15 giorni ho ricevuto due o tre email da persone a me sconosciute, che avendo scoperto il mio sito professionale, mi chiedevano informazioni su come sia possibile passare al freelancing in campo accademico o – nelle parole di uno dei miei corrispondenti – continuare a fare il nostro lavoro quando l’università non ci vuole più fra i piedi.

Ora, questo è molto imbarazzante.
nel senso che sarebbe bello poter dire a questi ragazzi e a queste ragazze “restiamo in contatto, chiamami domani, collaboriamo!”
Peccato che con l’aria che tira, ci sia a malapena lavoro a sufficienza per un singolo, e sarebbe difficile – anche se non impossibile – strutturarsi e proporsi come studio di associati.
I committenti già storcono il naso a pagare un solo consulente – figuriamoci una squadra di cinque.
Conserviamo quell’opzione per il futuro, ma concentriamoci sull’attuale situazione, che vuole lupi solitari o al massimo gruppi non strutturati di professionisti in grado di collaborare occasionalmente.

Tutto ciò che posso fare, quindi, è dare tutto il mio incoraggiamento, e mettere per iscritto alcune considerazioni su Come continuare a fare il nostro lavoro quando l’università non ci vuole più fra i piedi.
Augurandomi che altri vogliano aggiungere la propria opinione, o le proprie osservazioni, in modo da rendere queste note più complete.

Premessa: il modo migliore per restare nell’ambito della ricerca anche quando tutti cercano di farci fuori è quello di renderci indispensabili.

Il famoso proverbio anglosassone “costruite una migliore trappola per topi e il mondo si aprirà la strada fino alla vostra porta” ha un certo senso.

Per rendersi indispensabili, è essenziale saper fare bene qualcosa che gli altri non sappiano fare, e divulgare il più possibile questo fatto.
Sarà quindi necessario sottolineare e sviluppare gli elementi unici ed originali del proprio lavoro, e magari potenziare il proprio curriculum, e poi cercare occasioni per esporre la propria merce.

Il curriculum lo si potenzia lavorando (ah, è un cane che si morde la coda!) o frequentando corsi di perfezionamento.
Per qualsiasi materia esiste ormai un’offerta – in Italia ed all’estero – quantomai ampia e variegata di corsi di aggiornamento, per cui si ha spesso l’imbarazzo della scelta.
Io personalmente mi impongo un corso all’anno – ammesso di potermelo permettere.
Esiste infatti un problema: corsi e seminari costano.
Tocca avere una certa scorta di risparmi a cui attingere, oppure trovarsi un lavoro part-time per pagarseli, o al limite appoggiarsi a parenti ricchi.

Per l’esperienza lavorativa, si può provare a cercare un ente che offra internati estivi.
Ci sono di solito limiti di età, nazionalità o qualifica, ma l’offerta è spesso molto interessante.
Non ci si arricchisce, ma si tratta di esperienze formative infinitamente superiori a dei semplici corsi.
Anche qui, è più probabile avere delle spese che dei guadagni in solido.
Ma non è per i soldi che lo stiamo facendo.

Dove reperire le informazionia a riguardo?
In Internet.
Praticamente ogni attività professionale o accademica ha una mailing list e/o un server dedicato.
Da non trascurare le associazioni e gli ordini professionali, che spesso gestiscono siti web con materiale informativo.
Avendo accesso ad una buona biblioteca, molte riviste hanno ampie sezioni dedicate all’offerta formativa.
New Scientist fornisce lo stesso servizio anche on-line.

Per sottolineare ciò che c’è di originale nel proprio lavoro, tocca studiare, ampliare l’argomento, applicare nuove metodologie, sperimentare.
Aggiornare le nostre bibliografie rispetto allo stato dell’arte.
Anche qui una ricerca in rete può aiutare.
L’idea di fondo

  • C’è qualcosa che abbiamo fatto nel nostro lavoro di ricerca fin qui che sia particolarmente nuovo e originale?
  • Oppure qualcosa che avremmo potuto fare diversamente?
  • Soprattutto, c’è qualcosa che nessun’altro in Italia ha ancora fatto?

Sono quelli gli elementi da enfatizzare e sviluppare.

Io non trascurerei:

  • l’applicazione degli strumenti informatici
  • l’interdisciplinarità

Se possibile, dare al nostro lavoro un taglio che includa una (almeno) di queste due opzioni.
Che non sono solo buzzwords del marketing, ma rappresentano reali campi in cui la nostra pratica professionale potrebbe essere sottosviluppata.

https://i0.wp.com/www.ianlabs.com/wp-content/uploads/2007/03/freelance_stratosphere.pngFatto ciò, tocca farsi conoscere.

  • Sito internet, quindi, con dati personali e curriculum.
  • Biglietti da visita, con recapito, e-mail, telefono.
  • Un’idea chiara (ma trattabile) delle nostre tariffe
  • … e delle tariffe normalmente offerte dai potenziali committenti (difficile sperare in più di 1000 euro lordi dall’Università per un lavoro a contratto).

Poi si parte e si va ad un congresso – ma non come pubblico.
L’idea è quella di presentare un esempio del nostro lavoro – un esempio della nostra unicità.
Un poster o una breve presentazione – e poi darsi da fare con chi fa domande, per stabilire un contatto.
Anche ammettendo che ai congressi i due terzi dell’uditorio sono in stato comatoso, qualcuno nel terzo restante potrebbe vedere in voi un potenziale collaboratore.
Normalmente, si tratterà delle persone più intelligenti e simpatiche (avendo oltretutto interessi comuni ai nostri).

Intanto, per usare un termine giovanilistico, sbattersi.
Se c’è la possibilità di fare conferenze, farle.
Corsi per i ragazzini della scuola media, corsi per il dopolavoro ferroviario, per i membri della bocciofile.
WWF, ItaliaNostra, LIPU…
Non per denaro (se pagano meglio, ma è improbabile che paghino): per una lettera di accredito e, magari, un trafiletto sul giornale.
In modo da rimpolpare il curriculum.
Lo stesso vale per le pubblicazioni.
Cercarle attivamente, in qualsiasi sede.
Con un occhio inparticolare per le pubblicazioni accademiche.
A parità di sforzo, meglio il proprio nome su una pubblicazione accademica che un pagamento in denaro.

Nota: si arriverà al momento in cui tutte queste prestazioni gratuite per un pubblico non qualificato diventeranno un imbarazzo per i vostri committenti.
Vi chiederanno di toglierle dal curriculum, o per lo meno di ridimensionarle.
Potrebbe essere (perversamente) un segnale positivo.

E per finire mai, mai per nessuna ragione, rifiutare di dare una mano ad un collega in difficoltà.
Senza farsi usare, naturalmente, ma aiutando gli altri costruiamo una rete di contatti e di rispetto che può portarci informazioni, suggerimenti, collaborazioni future.

E intanto, conserva quel lavoro part-time.
Perché ci sono sempre comunque dei tempi morti, dei periodi di vacche magre o magrissime.

Un’ultima nota volante – la maggior parte dei siti dedicati ai freelance sul web (ce ne sono a dozzine, in lingua inglese), e che spesso offrono delle ottime idee, sembrano focalizzati sulle “professioni creative”.
Non permettete a nessuno di convincervi che la ricerca scientifica non sia un’attività creativa.
In altre parole, ciò che vale per un fumettista o un pubblicitario vale (con le dovute modifiche) anche per noi.