strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Godzilla contro Tarzan

La cosa parte dall’incontro di ieri del Club Villa Diodati – e dalle chiacchiere fatte con amici e colleghi.
Si parlava di fantastico, di libri, di storie.

E il mio amico Massimo Soumaré ha raccontato – con un certo senso di orrore – come parlando di fantastico giapponese, gli sia capitato di incontrare una vasta fetta del pubblico che non ha idea di chi sia Godzilla.

Godzilla-1954

E diciamo Godzilla per dire un sacco di quell’immaginario nipponico che per le persone della nostra generazione era la cultura di base.

La cosa mi ha colpito perché io ieri mi sono imbattuto – online – in alcune persone che lamentavano a gran voce la mancanza di immaginazione di Hollywood…

che ora si mette a fare i remake dei cartoni animati della Disney

Il tutto, a causa di questo trailer… Continua a leggere


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Tarzan e la Valle d’Oro

tarzan-valle-01-00Fin dalla sua prima uscita, nel 1912, Tarzan, la più longeva e popolare creatura di Edgar Rice Burroughs, conobbe un successo planetario, e lanciò uno dei primi franchise dell’intrattenimento – quando ancora i franchise non si chiamavano così: romanzi, racconti, fumetti, film, adattamenti radiofonici e successivamente televisivi, dozzine di imitatori.

Nel 1966, il coraggioso – o sventato – Sy Wientraub, che avevagià prodotto alcuni Tarzan, decise, con la piena approvazione della Burroughs Inc., di provare a riadattare il personaggio di Burroughs per contrastare l’ascesa dell’altro franchise milionario di quegli anni – James Bond.

Il risultato fu il non esattamente memorabile Tarzan and the Valley of Gold, interpretato dall’ex quarterback Mike Henry e girato interamente in Messico… probabilmente perché costava meno che girarlo in Africa.
Il film, se non esattamente memorabile, è tuttavia famoso per tre motivi.
Il primo, è che il ruolo della protagonista femminile sarebbe dovuto toccare a Sharon Tate, che però fece marcia indietro lasciando il posto a Nancy Kovack.
Il secondo motivo, naturalmente, è che questo è quel film in cui Tarzan uccide uno dei suoi nemici con una bottiglia di Coca-Cola…

Ma il terzo motivo è certamente il più interessante – chiaramente film apocrifo e infedele al canone, Tarzan and the Valley of Gold non ha nulla a che vedere con i 24 volumi pubblicati da Burroughs sulle imprese dell’Uomo Scimmia.
E perciò, quando la Ballantine decise di pubblicare comunque un volume basato sulla sceneggiatura di Clair Huffauker, la Burroughs Inc. si guardò attorno in cerca di un autore che potesse scrivere il primo romanzo di Tarzan non partorito dalla macchina da scrivere di ERB.
Qualcuno fece il nome di un popolare autore di fantascienza.
Quello scrisse un primo capitolo di prova, e il capitolo piacque.
E così Fritz Leiber scrisse Tarzan and the Valley of Gold.
La Burroughs Inc. non ebbe certo di che lamentarsi – come non si sarebbe certamente lamentato ERB.

Tarzan-Valley-of-Gold-Novel-CoverFino al 29 di agosto di quest’anno, Tarzan and the Valley of Gold era una specie di sacro graal per gli appassionati – non più ristampato da decenni, sopravvissuto in poche copie malandatissime di paperback così fragili e ingialliti.
Ma da giovedì passato, la Gollancz ha reso nuovamente disponibile il romanzo, in formato elettronico.
E il lavoro di Fritz Leiber è assolutamente memorabile.

Nel prendere in mano il personaggio di Burroughs, Leiber riscrive allegramente tutte le parti sciocche o discutibili della sceneggiatura, riciclando locations e personaggi per metterli al servizio dell’eroe.
Leiber non manca di iniettare la propria personale sensibilità nel personaggio.
Tarzan è un eroe che parla per l’umanità e che è al contempo pragmatico e idealista.

Cos’era in fondo l’umanità, se non grandi scimmie che brancolavano verso le stelle?

La trama bondiana – con tanto di supercattivo con tirapiedi mastodontico e avvenente ragazza-trofeo bionda – viene a tal punto colorata con descrizioni di paesaggi e luoghi, e con le riflessioni del protagonista su storia, cultura e politica, che alla fine è facile perdonare l’ingenuità della premessa e la prevedibilità dello sviluppo.
È come se Leiber, nel prendere in mano una storia inadeguata della quale non può, per contratto, liberarsi, facesse di tutto per arricchirla, e se possibile mascherarne i difetti più grossolani.
Ne ricava un romanzo di oltre trecento pagine, costellato di personaggi gustosi, di scene descritte con un linguaggio preciso e suggestivo, e di dialoghi scritti benissimo, che rendono l’insieme quasi perfetto.

E poi c’è la trasformazione che Tarzan subisce, nelle mani di Leiber, quando si spoglia degli abiti civili e torna ad essere l’Uomo Scimmia.
Il cambio di marcia, lo shift non solo psicologico ma sensoriale è tale, che si prova un certo senso di capogiro.
Nel momento in cui deve affrontare i suoi nemici, Tarzan è un animale, spogliato di ogni civiltà – razionale, ma capace di filtrare attraverso la razionalità degli istinti che l’homo sapiens ha dimenticato da millenni, e che Tarzan pare prendere direttamentein prestito dagli animali con cui è cresciuto – buro, tantor, numa
Leiber non esita a giocare con l’idea che i mangani che hanno allevato il giovane John Clayton non siano comuni scimmie, ma ominidi di una specie dimenticata – un’idea che P.J. Farmer riprenderà, anni dopo, nella sua biografia definitiva di Tarzan.

Il risultato finale è sorprendente, specie conoscendone l’origine – anni luce dal film, e molto, molto vicino allo spirito originario di Edgar Rice Burroughs.
Ottimo.

Tarzan and the Valley of Gold mi ha lasciato con una certa punta di malinconia – è un romanzo fantastico, ma è anche l’ultimo testo di Leiber che mi restava da leggere.
D’ora in avanti, potrò solo rileggere l’opera di questo autore straordinario.


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Lo Scaffale dei Pulp

Sam-casablanca-1345034-360-253Si era detto pulp, e neanche a farlo apposta, attraverso Facebook mi arriva una richiesta pulp per il Piano Bar del Fantastico.
prima performance dell’anno.
Il locale è buio e fumoso, il piano verticale mostra inquietanti fori da proiettile, ma noi il pezzo lo facciamo lo stesso.
Poi canteremo in coro la Marsigliese.

La richiesta fa più o meno così…

Mi piacerebbe leggere un’avventura sul classico, tipo avventuriero in giro per il globo et silmilia. […] Una cosa anni ’30 con locali ai confini del mondo, sigarette arrotolate a mano, donne chiamate pupe.

Il genere pulp-avventuroso, in Italia, è poco frequentato.
Un editore, da qualche parte in passato, provò a pubblicare Doc Savage, ma ottenne risultati mediocri di vendite e di critica.
Il genere è più praticato al cinema (Indiana Jones, La Mummia) che non nella narrativa.
A complicare le cose ci si è pure messo Tarantino, che intitolando Pulp Fiction un film che si sarebbe potuto tradutrre con Narrativa d’Appendice, ha autorizzato qualsiasi idiota a definire pulp una storia a base di sesso, droga e violenza.

adventurehouse-spicyadventurestories-November1942In realtà, la cosa è più complicata – possiamo immaginare una ideale suddivisione in quattro periodi della storia del pulp.

  1. il proto-pulp – su riviste come i penny dreadfuls inglesi e le dime novel americane, dagli anni 90 del 19° secolo alla prima guerra mondiale. Un catalogo che spazia da Conan Doyle a Kipling, passando per decine di autori sconosciuti.
  2. il pulp propriamente detto – quello delle riviste pulp pubblicate fra le due guerre… da Black Mask a Weird Tales passando per Astounding
  3. il pulp del dopoguerra – equamente suddiviso fra i paperback della Gold Medal e le riviste tipo Men’s Adventures
  4. il New Pulp – pubblicato ora, spesso in formato elettronico

Qui ci occuperemo essenzialmente di pulp propriamente detto – quello dei racconti e dei romanzi brevi pubblicati sulle riviste.
Perciò, fermiamoci un attimo, e cerchiamo di mettere giù una delle nostre solite reading list.
Ci toccherà leggere in inglese – fatevene una ragione. Continua a leggere


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Cento anni con l’Uomo Scimmia

Sono passati cento anni da che Edgar Rice Burroughs, giovanotto di belle speranze con molte variegate esperienze alle spalle e intrappolato in un improbabile lavoro di rappresentante di temperamatite, si mise d’impegno per scrivere una storia avventurosa come gli sarebbe piaciuto leggere, disgustato da ciò che veniva pubblicato sulle riviste che gli capitava di acquistare.

Nel 1912, Burroughs pubblicò due romanzi.
Uno era Under the Moons of Mars, alias A Princess of Mars, il primo romanzo del ciclo di John Carter.
L’altro era Tarzan of the Apes, il primo romanzo del ciclo di Tarzan.

Ora, di Tarzan abbiamo discusso estesamente in passato.
Rip-off dei Libri della Giungla di Kipling1, metafora del buon selvaggio, concentrato di superominismo, testo fondante della letteratura pulp, testo sacro su una divinità moderna (a sentire Farmer), romanzo tutt’altro che per ragazzi declassato a narrativa per ragazzi, punto nodale delle vicissitudini avventurose di tutti coloro che venenro prima e di tutti coloro che sarebbero venuti dopo in letteratura (a sentire Farmer, e due), ispiratore di uno dei più grandi personaggi cinematografici di tutti i tempi, uno dei grandi seduttori della narrativa popolare…

C’è a chi non piace.
Succede.

Come ho sostenuto altrove, la potenza di Burroughs non risiede nella sua tecnica di scrittore (che pure è solida, semplice ma efficiente), ma nella sua insuperabilità come narratore. Continua a leggere


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La Biografia Definitiva

Abbiamo parlato spesso di Tarzan, negli ultimi tempi, e il Signore della Giungla è stato spesso oggetto di discussione su queste pagine.
Impossibile a questo punto non parlare di Tarzan Alive, A Definitive Biography of Lord Greystoke, che il compianto Philip José farmer diede alle stampe quarant’anni or sono, e che dal 2006 la benemerita Bison Books rende disponibile in una sontuosissima edizione.

L’ossessione farmeriana per Tarzan è ben documentata, e spesso una versioni apocrife di Lord Greystoke comparvero nei lavori dello scrittore americano (da Lord Tyger a A Feast Unknown).
Ma Tarzan Alive non è né un pastiche né una parodia.
Farmer ha spulciato genealogie e compendi, giornali d’epoca e diari privati, ed è infine arrivato a incontrare e intervistare il vero “Lord Greystoke”, l’uomo (o piuttosto il superuomo) sul quale Burroughs basò il proprio personaggio.
La biografia che ne deriva corregge gli errori e le sviste di Burroughs, scioglie alcuni misteri e ne genera altri.
Davvero il nonno di Tarzan fu l’ispirazione per il protagoinista di un lavoro di G.B. Shaw?
Davvero il padre di Tarzan servì in India sotto il Colonnello Moran?

Il gioco letterario è quello caro agli sherlockiani – considerare Holmes e Watson reali, e Conan Doyle un semplice editor delle memorie del buon dottore.
E perché no?
Dopotutto Sherlock Holmes conobbe sia Tarzan che suo padre, e c’era anche una certa parentela, fra loro.

Perché è in Tarzan Alive che Farmer delinea quella che verrà poi conosciuta come teoria di Wold Newton – l’idea secondo la quale gran parte dei personaggi dell’immaginario popolare sono alla fine tutti parenti fra loro.
Ecco che allora alla famiglia di Tarzan si collegano Bulldog Drummond, Percy Blakely, George E. Challenger, John Roxton, Clark Savage, Kent Allard, Richard Wentworth, Harry Flashman e Peter Whimsey… per citarne solo alcuni.
E Farmer non esita a tracciare ogni genealogia, fin dai tempi di Guglielmo il Conquistatore (o prima, fino dall’era Hyboriana) in una succosa appendice biografica.

Mangani?

Ma il gioco di Farmer si allarga ulteriormente, e coopta Jane Goodall per discutere di primati – i mangani che allevarono Tarzan non sarebbero gorilla, ma probabilmente degli A. robustus sopravvissuti all’estinzione – e Elizabeth Mann Borgese per dare solidità alle proprie ipotesi.
Veniamo allora a sapere che Burroughs fu meno che preciso nel descrivere le bestie di Tarzan – molti dei leoni affrontati dal signore della giungla sono in realtà pantere – il linguaggio dei mangani non viene riprodotto con fedeltà e ci sono maledettamente troppe città perdute nella giungla.
I film vengono ignorati sdegnosamente, così come il selvaggio in perizoma di leopardo che l’iconografia classica ha consegnato alla storia.

Il risultato è meraviglioso – un tour de force di erudizione, immaginazione ed ironia che non può che affascinare tanto i fan dell’uomo scimmia quanto coloro che non lo frequentano da vicino.
Certo, Tarzan che legge Dickens nella giungla per imparare a leggere, che guida automobili e pilota aerei potrebbe spiazzare qualcuno molto di più dello scoprire che i fatti narrati da Conan Doyle in un certo racconto sono poi semplicemente un sorta di estensione di Orgoglio & Pregiudizio… che comunque è un romanzo su dei parenti di Tarzan*.

Il volume della Bison Books del 2006 che ristampa il saggio di Farmer è impreziosito da due testi comparsi solo su rivista, e finora scarsamente reperibili – l’intervista di quindici minuti che Tarzan rilasciò a Farmer nel ’72, e gli stralci del diario di Lord Greystoke, che Farmer fu autorizzato ad editare e pubblicare nel 1974.

Inutile ricordare che Tarzan Alive è parte di un dittico – insieme col volume Doc Savage, His Apocaliptic Life, del quale magari parleremo un’altra volta.

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* E per i fan di Farmer là fuori… certo che ci sono anche i dettagli sconci!


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Tarzan & la Bambinaia Francese – 2. Non troppo nobili, non troppo selvaggi

Secondo post scaturita da tutto l’ambaradan relativo a buoni selvaggi, coerenza storica, scrittura programmatica e quant’altro.

Oggi cerchiamo di parlare di civiltà.
E di gentiluomini (e gentildonne, naturalmente).

Ora nel post precedente* ho commesso un orribile passo falso ed ho affermato che – a mio parere, badate – non si sfugge all’agenda.
Noi siamo persone che credono in qualcosa, e quello in cui crediamo, di riffa o di raffa, entra in ciò che scriviamo.

E in cosa crediamo?

Beh, la mia amica laClarina ha le idee piuttosto chiare…

Non credo all’innata bontà e saggezza dell’umana natura, ecco. Soprattutto non alla bontà. Ma, pensandoci bene, nemmeno alla saggezza.

… e perciò il Buon Selvaggio con lei non è che proprio abbia molto margine.
Con buonapace di John Dryden, che però, quando scriveva…

I am as free as nature first made man,
Ere the base laws of servitude began,
When wild in woods the noble savage ran.

… non pensava a nulla di troppo buono – semplicemente faceva riferimento a un personaggio libero da vincoli feudali.
Uno che va a caccia di quel che gli pare, dove gli pare.
Come Robin Hood, ma senza la pena di morte (o quei tizi accampati nella foresta di Arden).
Poi, ok, le cose si sono fatte complicate.
Si sono fatte romantiche.

Certo, anche Dickens non ci credeva al buon selvaggio.
In un suo noto pezzo a riguardo espresse opinioni ancor più lapidarie della mia vicina di cella, arrivando a sostenere che il selvaggio non è buono, e bisogna eliminarlo.
Civilize him away, mi pare sia l’espressione esatta – cancellarlo civilizzandolo. Continua a leggere


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Tarzan & la Bambinaia Francese – 1. Intenti didattici

Dal dibattito della settimana passata che qui nel Blocco C ha coinvolto, fra gli altri, Tarzan e la Bambinaia Francese*, sono emersi due argomenti che mi interessano particolarmente e che sono solo tangenzialmente legati alla discussione principale.
Uno è la natura didattica della narrativa – e la liceità o meno di tale natura.
L’altro è il rapporto fra bontà/saggezza e competenza, fra nature & nurture, come direbbero gli anglosassoni.
Per cui questa settimana ci farò due post.
Uno sul primo argomento, l’altro, sull’altro.

Comincio dalla letteratura come veicolo di verità ed insegnamenti – anche perché ho parlato di qualcosa di questo genere un paio di giorni addietro, c itando Gerard O’Neill con 2081 e Dennis Chamberland con Undersea Colonies, due volumi che usano la narrativa a fine dichiaratamente didattico.

E comincio da una frase comparsa in un blog qui vicino, in un commento…

Il fatto è che è curiosamente connaturata nella mente del lettore medio l’idea che il libro -un buon libro- debba necessariamente avere una connotazione etica. “Insegnare qualcosa”, “lasciare un messaggio”.
[…]
Da dove viene questa tendenza?

Io lo so!
Da dove arriva, intendo. Continua a leggere


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Signore e Signori (della Giungla)

Piano bar del fantastico, un pezzo se non a richiesta, certo maledettamente necessario.
Perché non solo ci sono persone là fuori che non hanno visto i Goonies, ma esistono persone colte, intelligenti e dai gusti sopraffini, che non apprezzano Tarzan.
E Sheena.
Inaudito.
E quindi mentre facciamo entrare la sezione di tamburi tribali per l’accompagnamento al pianoforte, tanto vale cominciare con l’Enciclopedia Britannica.

nobile selvaggio, in letteratura, un concetto idealizzato di uomo non civilizzato, che simboleggia l’innata bontà di chi non è esposto alle influenza corruttive della civiltà.

… sì, qualcosa del genere…

Ci sono domande?

Stando alla Britannica, l’idea la rende popolare un francese, un certo Rousseau, nel 18° secolo, ma pare che gli inglesi ci fossero arrivati prima (qualcuno ne dubitava?), tanto che già nell’epoca elisabettiana (ah!) personaggi ascrivibili a questo cliché compaiono qua e là in diverse opere teatrali inglesi. Poi, nel 1672, John Dryden conia l’espressione “nobile selvaggio”, in un affare intitolato La Conquista di Granada.

Per fare buon peso e darci un tono intellettuale, possiamo anche citare Francois-René de Chateaubriand, James fenimore Cooper e Herman Melville… tutti e tre fautori del nobile selvaggio in letteratura, con particolare riferimento alle popolazioni native americane.
Non stiamo quindi parlando di autori di serie B o di lavori che non ambiscano ad una certa dignità letteraria.

Poi arriva Kipling, e scrive Il Libro della Giungla.

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