strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Guest Post – Sesso per Denaro, parte seconda

guestpostSeconda parte del guest post dell’amica Carlotta Sabatini, nel quale la mia ospite offre una ipotetica cassetta degli attrezzi per scrivere erotismo.
Impegnativo.
Lo scopo, qualora qualcuno dovesse volerlo esplicitato, è discutere di scrittura.
E di scrittura di genere (che è quella che ci piace).
Ed in questo caso, di un genere che io, come autore di questo blog, non sono equipaggiato per discutere seriamente.

Ma è interessante notare come esistano connessioni evidenti con la scrittura tout court – come insomma le regole, ammesso che esistano, siamo alla fine sempre le stesse, o ruotino attorno a principi generali simili.

Molto interessante.

Non posso a questo punto che ringraziare Carlotta per il suo contributo, ed augurare ai surfisti buona lettura.

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Scrivere è manipolare il lettore.
Questo vale per tutti i generi.
Io non amo la fantascienza, ma il frequentare chi invece la pratica da tempo mi ha fatto scoprire questo: Continua a leggere


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Un campionario di opzioni – Nascerà una Strega

Un post piuttosto specifico per il piano bar del fantastico.
Il mio amico Hell Graeco, che sta giù nel braccio degli Incorreggibili, sostiene di non aver mai gradito granché il racconto Nascerà una Strega, di Robert E. Howard, ed in generale ha un atteggiamento piuttosto critico riguardo alle capacità autorali del buon Two Guns Bob.
Su alcuni punti, insomma, non concordiamo.

Ora, naturalmente esistono questioni di gusti e personali inclinazioni che non sono argomento di discussione.

Resta tuttavia il fatto che Nascerà una Strega, storia minore del ciclo di Conan, rimane molto in alto nel mio personale elenco delle storie di Howard.
Non perché sia particolarmente bella, ma perché è estremamente importante.
Una storia minore.
Non eccelsa.
Ma meriteole di essere letta per un certo numero di ottime ragioni.
In realtà non parleremo di una storia, ma di due.
Ma non sarà male.
Vediamo…

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Scrivere a comando

Dove eravamo rimasti?

Ah, sì – professionisti e non, perché il genere e non qualcosa che venda davvero

Poi, Alex Mcnab osserva

In una cosa non sono invece assolutamente professionale. Non riesco a scrivere a comando.

E questo è grave.
Ok, non grave quanto non aver visto I Goonies, ma piuttosto grave.
Perché se la composizione è una delle cinque eccellenze taoiste, e ci permette quindi di sopravvivere anche in caso di crollo della civiltà, per stare più coi piedi per terra, la capacità di scrivere a comando può farci raggranellare qualche euro in più per mettere il pane sulla tavola, ed al contempo ci rende simpatici agli editor (che sanno di poter contare su di noi anche in tempi stretti), accentua la nostra immagine di uomini di scrittura e ci permette di sfidare a duello – tu, io, due Olivetti e una risma di carta – gli importuni che osano andarci contropelo.
Bello liscio.

Posto quindi che si tratta di una capacità essenziale, come la sviluppiamo?

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Senza barare mai

Il bello di avere un blog frequentato da gente in gamba è che tu fai un post su un argomento, e loro nei commenti ti suggeriscono l’argomento per il prossimo post.
E chi ci ferma più, a questo punto?

E così Ferruccio scrive…

Io purtroppo appartengo alla schiera degli scrittori inscatolati nelle regole. Non riesco a scrivere di un legionario romano prima di cristo perché non ho idea di come ci si possa sentire senza avere i fondamenti di quella religione. Non riesco nemmeno a scrivere una storia che sia ambientata in un luogo dove non sono mai stato, per questo certe soluzioni narrative usate in certi romanzi di genere mi fanno imbestialire. Dal mio punto di vista la difficoltà esiste comunque: satira, fantascienza, noir, tragedia. L’ideale sarebbe riuscire a mettere sua carta i nostri “fantasmi” senza barare mai, ma anche una storia d’amore può sembrare fasulla, perché ognuno è in grado di amare a modo suo.

Qui credo possa esserci un grave fraintendimento.

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Sono scemo?

Probabilmente si, ma non per i motivi addotti.

I fatti – in Cina si è deciso (non sappiamo in quale sede) che la Turandot di Puccini, essendo in qualche modo lesiva dell’immagine del Chung Kuo (un po’ come Chow Yun Fat che declama poesie nel terzo film de I Pirati dei Caraibi?), verrà meglio nella versione riscritta e completata da Hao Weyia, astro nascente della musica cinese.
La cosa causa un certo comprensibile ribrezzo nei melomani.
Un blog qui vicino pubblica un post tagliente.
Io rispondo al post.
Mi viene domandato se io sia scemo.
Si, sono scemo – ma non per i motivi addotti.

Ammetto che la cosa che mi ha originariamente irritato sia il taglio del post, col finto accento cinese e certi atteggiamenti che io – ed io solo, immagino – trovo poco piacevoli…

il signor Weiya (o il signor Hao, a scelta, mica lo so quale sia il nome e quale il cognome…)

Ma io trovo irritante e poco piacevole anche quando gli americani descrivono l’opera lirica come quella musica incomprensibile fatta di pachidermi muggenti ascoltando la quale gli italiani in genere, ma soprattutto i mafiosi, piangono nei loro piatti di spaghetti e polpette.

Ma un certo razzismo di fondo non è il punto della discussione (anche se lo è diventato, con mio rammarico).

Restiamo sulla palla.
La Turandot è un’opera incompiuta – l’autore essendo deceduto prima di arrivare in fondo.
Ne esistono due versioni, ciascuna completata da un diverso musicista.
E la versione cinese?

Ciò che mi interessa, qui, è la questione – è lecito completare un’opera d’arte (quale che sia il formato o il medium) lasciata incompleta dall’autore?
Non sarebbe meglio lasciarla così?
O forse sarebbe preferibile distruggerla?

Spostiamoci dall’opera lirica così cara ai mafiosi e passiamo invece alla narrativa d’immaginazione così cara a sfigati brufolosi e sovrappeso, così…
E’ meglio il Solomon Kane di Robert Howard completato da Gianluigi Zuddas, o quello completato da Ramsey Campbell?
O sarebe meglio lasciare i testi così come sono – come nelle più recenti edizioni filologiche, con i racconti completi intatti ed i frammenti in appendice?

La questione comporta una curiosa forca logica.
Si vuole che la creazione artistica sia frutto di una ispirazione o genio che si presumono unici e personali.
Se davvero è così, anche lavorando sugli appunti di Howard, il pur geniale ed ispirato Campbell non potrà mai eguagliare Howard – ed il prodotto delle sue fatiche sarà una sorta di racconto rappezzato, inferiore alla somma delle sue parti (Howard e Campbell).
Se d’altra parte Campbell riuscisse a creare racconti perfettamente howardiani, allora implicitamente dimostrerebbe che il lavoro di Howard è facilmente imitabile e falsificabile, frutto più di una studiata tecnica che non di una effettiva ispirazione.
In entrambi i casi, il pubblico riceve una fregatura – o una brutta opera, o la dimostrazione che il presunto genio era solo un abile praticante.
Gira e rigira, finiamo sul solito tema – ispirazione artistica o tecnica?

Ma restiamo sulla palla – l’opera incompleta, va preservata, distrutta o completata?

A favore dell’ipotesi preservazione c’è il fatto che in questo modo il poco che c’è non va perduto.

Ma a favore dell’ipotesi della distruzione c’è il fatto che l’autore, una volta completato il proprio lavoro, potrebbe decidere (per motivi suoi) di ricominciare da capo, riscrivendo tutto in forma diversa, o di abbandonare il progetto in toto – esistono numerosi esempi.
Un’opera incompleta, se vogliamo, è perennemente congelata nella condizione di bozza, di lavoro in corso. Son cose che il pubblico non dovrebbe vedere.
Si brucino.

A favore del completamento c’è l’ovvio desiderio di vedere “come va a finire”.
Col rischio naturalmente, che qualcuno decida di infilarci anche Paperino – lecito, seppure ridicolo.

Resta il fatto che io sono scemo.
Solo uno scemo, infatti, cercherebbe di costruire un discorso del genere su un blog diverso da questo e nello spazio limitato di un paio di commenti.
Mea culpa.