strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Una lunga notte a Crickley Hall

Nel 2006, prostrati dopo la scomparsa del figlio (il bambino è sparito mentre giocava in un parco), Gabe ed Eve Caleigh si trasferiscono per una stagione a Crickley Hall, nella campagna inglese. La scusa è un incarico di lavoro di Gabe, ma la coppia spera che lasciarsi alle spalle Londra permetta loro ed alle loro due figlie di riprendersi dalla tragedia. Appena arrivati, i Caleigh incontrano Percy Judd, un pensionato locale che in termini abbastanza sbrigativi consiglia loro di tornare a Londra, e soprattutto di portare via le due ragazzine da quel posto.
Gabe minimizza, Eve si sente strana, la piccola Cally e l’adolescente Loren sono convinte che il posto sia infestato (il che, naturalmente, “è una figata”). E ci sono tutte quelle lapidi con la stessa data del 1943, nel cimitero locale…

Nel 1943, la giovane Nancy Linnet viene sfollata da Londra e trova un impiego a Crickley Hall, un orfanotrofio gestito con brutalità estrema dai fratelli Augustus e Magda Cribben. Pogressivamente sempre più preoccupata per la violenza e gli abusi dei quali i bambini sono palesemente vittime, Nancy cerca di denunciare la situazione, ma viene rapidamente isolata: i Cribben sono persone timorate di dio e pilastri della comunità. L’unico che crede a ciò che Nancy racconta è Percy Judd, un giovane in procinto di partire per la guerra, che cerca di aiutarla…

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Ma la TV fa male al cervello?

Ma nei fatti, si diceva nei commenbti un paio di giorni or sono, cosa fa la televisione alla testa della gente?
Davvero incide sulle nostre capacità di apprendimento e concentrazione?
Beh, ho dato un’occhiata in giro, e ci hanno fatto degli studi.
E i risultati sono interessanti.

television-off-air

Hanno studiato gli effetti dell’esposizione di bambini in età prescolare alla televisione, e ne è risultato che il principale effetto è un indebolimento di quella che viene chiamata teoria della mente, che sarebbe quella capacità che ci permette di capire gli stati d’animo e anticipare entro un certo margine i pensieri di chi ci sta attorno.
I bambini dello studio (svolto nel 2013) non riuscivano più a capire lo stato d’animo dei propri genitori sulla base delle loro azioni.
Non è bello.

Ma è anche peggio di così.
C’è una bella pila di studi che pare confermare che le conseguenze di una eccessiva esposizione alla TV possono causare un abbassamento delle capacità verbali, e favorire comportamenti antisociali. Continua a leggere


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Le tette di vetro di Harlan Ellison

Nel 1968 lo scrittore americano Harlan Ellison venne ingaggiato dalla Los Angeles Free Press per scrivere una rubrica settimanale di critica televisiva.
Ellison aveva lavorato a lungo per la TV e aveva vinto due premi come sceneggiatore per episodi di popolari serie televisive – Demon with a Glass Hand per The Outer Limits e City on the Edge of Forever per Star Trek1.
Era quindi la persona giusta per il lavoro.

TheGlassTeatIl risultato fu un ciclo di 102 articoli su cose diverse quali spettacoli comici, talk show, pubblicità, serie televisive.
La prima annata di articoli venne raccolta in un volume della Ace Books intitolato The Glass Teat – Ellison sosteneva infatti che la TV, uno dei mezzi di comunicazione più potenti e rivoluzionari disponibili all’uomo, era stato trasformato in una “tetta di vetro”, alla quale il pubblico si aggrappa in maniera acritica, sciroppandosi tutto ciò che viene passato, senza provare alcuno stimolo a pensare, a riflettere.
Ad immaginare.
La TV come morte dell’immaginazione.
Brutale, ma corretto. Continua a leggere


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Negli interstizi con Hitler e Godzilla

“Ho un piano.”
“Che sarebbe?”
“Improvvisare.”

Danger-5

Il nuovo nome della vittoria – Danger 5

Dunque, vediamo di mettere le cose in ordine.
Siamo nella prima metà degli anni ’60.
Probabilmente.
E siamo nel pieno della Seconda Guerra Mondiale.
Adolf Hitler è un supercattivo in puro stile pulp, e può contare su…
. una base segreta nel vulcano
. valkirie ariane come guardie del corpo
. un esercito di scimmie del Reich
. dinosauri nazisti
. mostri giganti giapponesi
. una flotta di dirigibili
. un cane lupo cocainomane
. una carrellata di luogotenenti grotteschi e sacrificabili

Contro di lui, gli eroi del team internazionale Danger 5.

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UFO

Una rapida segnalazione per tutti i surfisti.
Questa settimana, di là da Il Futuro è Tornato, ci occupiamo di UFO.
No, non di contattismo e sciroccati vari – della serie televisiva di Gerry Anderson.
Quella col Comandante Straker.
Fondamentale non solo nella storia del genere, ma anche nella diffusione della fantascienza nel nostro paese.
Un telefilm con una storia complicata, divertente, spesso sorprendente.
E Il Futuro è Tornato ne tratterà estesamente.
Sette giorni, sette articoli curati da Nick il Nocturniano e da Giuseppe Massari.

Se, come me, ricordate con nostalgia questo pilastro della fantascienza televisiva, fateci un giro.
Se non sapete di cosa sto parlando e volete scoprire cosa vi siete persi, fateci un giro.


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Pulp TV

Meglio Stephen Collins o Bruce Boxleitner?
Eh, scelta difficile, in prima battuta.
Collins interpretò lo sfortunato comandante Decker nel primo film della serie Star Trek.
Ma Boxleitner è stato il Comandante Sheridan in Babylon Five.

A cavallo fra il 1982 ed il 1983, tuttavia, la scelta avrebbe comportato altre considerazioni.
Nell’82, infatti, i sempre vigili e attenti produttori televisivi american si dissero che, considerando il numero di persone che avevano pagato un biglietto di prima visione per I Predatori dell’Arca Perduta, forse mettere in cantiere delle serie televisive di genere pulp-avventuroso, non sarebbe poi stata una cattiva idea.

Fu la prima e l’ultima volta – che io riesca a ricordare – che l’avventura classica alla maniera delle riviste anni ’30 e ’40 arrivava in televisione.
E per alcune decine di episodi non fu neppure male – specie considerando in retrospettiva il deserto che ci attendeva. Continua a leggere


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Figli bastardi di Indiana Jones

Da quando per la prima volta Raiders of the Lost Ark uscì nelle sale cinematografiche, gli archeologi hanno per il personaggio una sorta di odio-amore.

Si lamentano del fatto che sia inaccurato, e poco scientifico, e pieno di balle, ma sotto sotto l’idea dell’eroe romantico che sfugge alle trappole mortali delle civiltà perdute gli piace, e se la spacciano alla grande alle feste di laurea ed alle serate col pubblico.
E da parecchi anni, sfottono i geologi.
Loro c’hanno Indiana Jones, noi cosa abbiamo?
Sam Neil in Jurassic Park?
O Pierce Brosnan in Volcano?
Non c’è partita.

Ma se al cinema i giochi sono fatti, alla TV gli archeologi hanno ben poco da ridere.

Ed io, che all’archeologia mi sono appassionato andando al Museo Egizio di Torino quando tagliavo da scuola, che non capisco e non condivido la fissa per i telefilm che ha travolto i miei amici da quando è arrivato il Demenziale Terrestre, e che nelle ultime settimane mi sono sparato una quantità di avventure archeologiche filmiche e letterarie “per ricerca”, non posso che contemplare le macerie.
Vogliamo fare un rapido censimento?

Relic Hunter
Lo Xena dell’archeologia.
Scenografie di cartapesta, location ridicole, trame mortalmente ripetitive.
La serie, di produzione anglo-canadese, ha per protagonista un’archeologa che si chiama Sidney Fox (non proprio il massimo della sottigliezza), ed il suo assistente scemo.
No, proprio scemo.
La presenza di Tia Carrere dovrebbe titillarci, ma le trame sono di una tale plumbea noiosità, che Relic Hunter per me funziona esattamente come un’endovena di camomilla.
Tre stagioni, 66 episodi.
Poi, grazie al cielo, l’oblio.
Si salva solo: Tia Carrere, più per i ricordi che ci ha lasciato con Wayne’s World che per questa pietosa pretesa di serial. Se mai mi avessero detto che mi sarei addormentato guardandola…

Adventure Inc.
L’A-team dell’archeologia.
Ipoteticamente ispirato alle reali avventure dell’archeologo subacqueo ed esperto di pirati Barry Clifford, questo prodotto canadese-americano si avvale di unbuon cast tecnico, e con la collaborazione occulta (e forse più spirituale che materiale) di Roger Corman.
Michael Biehn (Terminator, Aliens) interpreta l’avventuriero Judson Cross, che per lo meno non ha un nome ammiccante – ma in compenso si trascina per il mondo una bonazza con un fetish per le armi (Karen Cliché… mai nome fu più appropriato) ed un assistente scemo.
No, proprio scemo.
Una sola stagione, 22 episodi di qualità ineguale e tristemente “telefonati” nella maggior perte dei casi.
Ha una briciola, ma proprio una briciola di dignità scientifica in più di Relic Hunter (ma non è un’impresa impossibile).
Si salva solo: l’idea di partenza, probabilmente rubata alla biografia di Gifford.

Bonekickers
Il CSI dell’archeologia.
Miniserie della Beeb con un cast solidissimo assolutamente sprecato in sei episodi estremamente diseguali.
Hugh Bonneville, Julie Graham, Adrian Lester e Gugu Mbatha-Raw recitano con tutta la dignità possibile dei dialoghi di una banalità assassina, ma si vede che tutto il possibile è stato fatto per salvare la dignità scientifica della serie.
La reazione del pubblico britannico è stata pessima – e la serie è morta allaprima stagione, sei episodi.
Per lo meno uno se li guarda in due serate, e via.
Brilla per la sua assenza l’assistente scemo, e forse c’è una parte di melodramma che nel cocktail stona un po’ troppo.
Imperdonabile la scelta di vestire Bonneville col driza-bone ed il cappellaccio.
Si salva solo: la varietà di situazioni offerte, e l’idea che l’archeologia sia qualcosa di diverso dal volteggiare appesi a una frusta…

Nel complesso, un panorama desolante.
Ma ci sono delle buone idee, e si possono prendere degli appunti.
E poi consolarsi con un buon libro di archeologia – di quella vera.
Ma di quelli parliamo magari un’altra volta.

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Il Selvaggio West

Quasi un piano bar del fantastico.
La sola idea che esistano persone che al titolo The Wild Wild West associno l’orrida accozzaglia di idee di seconda mano e di pessima recitazione che è il film del 1999 mi spinge a scrivere quanto segue.

Dimenticate, per cortesia, il film con Will Smith.

Nel 1965, la CBS mise in produzione una serie che era stata venduta come “James Bond nel West”.
I romanzi di Fleming avevano un successo stravagante in quegli anni, e l’idea di accoppiare intrighi bondiani ad una ambientazione western era buona, ma non originalissima – la TV americana degli anni d’oro è costellata di serie comiche western, polizieschi western, saghe familiari western (la scelta migliore, per lo meno per i produttori – un cast fisso che può, di settimana in settimana affrontare storie romantiche, avventurose, drammatiche…).
Perché allora non una serie di spionaggio?

Dice Wikipedia

The show incorporated classic Western elements with an espionage thriller, as well as science fiction/alternate history ideas (in a similar vein to steampunk) and plenty of comedy. In the finest James Bond tradition, there were always beautiful women, clever gadgets, and delusional arch-enemies with half-insane plots to take over the country or the world.

I protagonisti sono due agenti del servizio segreto.
Robert Conrad interpretava la parte d Jim West, il bello della situazione, il tipo d’azione che stende i cattivoni a pugni o pistolettate, e poi rimorchia la bella (mai attrici sopra il metro e 67, per non mettere in cattiva luce l’eroe, che arivava al metro e ottanta solo grazie a tacchi da 8 centimetri). Conrad non usava controfigura nelle scene di combattimento, che coreografava con gli stuntman e, come il Capitano Kirk, il suo personaggio finiva spesso a torso nudo (…).
Più interessante, forse, per gli appassionati di steampunk, il personaggio di Artemus Gordon, quello specializzato in travestimenti e gadget tecnologici, che se la cava a chiacchiere e che, pur avendo pari dignità nella coppia, è sempre a rischio di diventare la spalla dell’eroe. La scelta del casting alleggerì in parte il rischio – Ross Martin era un prestigiatore e trasformista passato al cinema, parlava sette o otto lingue oltre all’Inglese, e curava personalmente make-up e trucchi del proprio personaggio, disegnando le proprie facce dopo aver letto il copione di ciascun episodio.
In ciascun episodio, a West/Conrad toccano due combattimenti, a Gordon/Martin un travestimento.
In effetti, l’essere troppo capace a cambiare faccia avrebbe dato dei problemi a Martin ed alla serie…

I due protagonisti si spostano per l’America a bordo di un treno a vapore privato, dotato di tutti i gadget della tecnologia vittoriana (a cominciare dal telegrafo) e di tutti i confort dell’appartamento di uno scapolo (a cominciare dal biliardo e dal mobile bar).

I cattivi sono il classico campionario di casi clinici da spionaggio anni ’60 – principi russi sadici, mandarini cinesi pazzi, reduci confederati recidivi, scienziati pazzi.
Spicca fra questi la nemesi fondamentale dei nostri eroi, quel Dr. Miguelito Loveless interpretato da Michael Dunn (visto anche in Star Trek) – impossibile da sconfiggere in maniera permanente, destinato a tornare in eterno, stagione dopo stagione, il Moriarty di The Wild Wild West.
Il fatto che Loveless fosse un nano è oggidì fonte infinita di problemi per la serie nell’America del politically correct – ed uno dei motivi per cui la serie, in DVD, ha un rating piuttosto elevato.
Quando venne girato il film con Will Smith, i geniali autori hollywoodiani decisero di rimpiazzare il terribilmente scorretto nano Loveless con… un paraplegico.
Già, un malvagio senza le gambe e relegato ad una sedia a rotelle.
Bel colpo, ragazzi!

Il successo della serie fu notevole (si produssero in totale 104 episodi).
La prima stagione, girata in bianco e nero, viene considerata la migliore dai puristi.
Ci sono più sesso e violenza (beh, ok, per gli standard dell’epoca), e le storie hanno un taglio più cupo (nonostante tutti gli elementi “leggeri”).
Le successive stagioni a colori ridussero drasticamente la violenza e gli elementi sexy, ed il povero Ross Martin non poté più utilizzare a pieno regime le proprie capacità di trasformismo – uno dei produttori aveva infatti ventilato la possibilità che il pubblico non riconoscesse Martin cammuffato.
I travestimenti successivi si fecero molto meno credibili, spesso imbarazzanti.

Nel complesso, passare dalla prima alla seconda stagione di Wild Wild West è un po’ come passare dal Bond di Connery a quello di Roger Moore.

Tutti gli episodi, tranne uno, si intitolano “The night…” – anche se nelle stagioni successive alla prima, l’elemento notturno ed onirico tende ad essere stemperato di giogionaggine, una certa influenza da Poe è innegabile.

Qui, per i più curiosi, i primi dieci minuti – sequenza pre-titoli e primi minuti – del primo episodio della prima stagione.
The Night of the Inferno.

Ammettiamolo, è un po’ diverso dal film con Will Smith.
I production values sono molto alti – come era tipico per la TV della metà degli anni ’60.
Ed è notevole l’abilità mimica e vocale di Ross Martin – che compare nelle prime sequenze senza make-up, lavorando senza trucco per mettere in campo la prima di oltre 104 differenti identità alternative.
La serie a colori sarebbe stata ancora più sontuosa, ma avrebbe perduto in contenuti e in momenti di virtuosismo – pur restando, per gli standard attuali, a livelli altissimi. Solo i pettorali di Conrad avrebbero continuato ad avere una buona esposizione (per la dannazione della commissione censura).

I titoli di testa, invece…

… sono un piccolo classico.

Alla fine, le continue accuse di violenza portarono all’uccisione della serie nel ’69, nonostante il gradimento del pubblico rimanesse alto – i gruppi genitori-insegnanti desideravano una serie western senza pistolettate, risse, e ammazzamenti vari.
Considerando che io ci ho fatto le scuole dell’obbligo, con The Wild Wild West – lo trasmetteva TMC – e che non sono risultato poi più deviato della media, pare che anche in questo caso l’allarmismo fosse, probabilmente, eccessivo.

Il merito maggiore dela serie televisiva risiede nella capacità di autori e tecnici di riuscire a fondere perfettamente l’ambientazione con gli elementi anacronistici – il treno con i gadget, le armi a scomparsa, i deliri politico-scientifici dei malvagi, non turbano mai la sospensione dell’incredulità.
Se l’anachrotech di Legend o di Brisco County Jr. fa sorridere, e invoca la scrollata di testa, in TWWW lo spettatore rimane coinvolto, ed al limite si dice “Che diamine! Un razzo in stile liberty/un siluro cammuffato da mostro marino/un cyborg a vapore…!”
Come ci riescono?
Probabilmente perché la telecamera non indugia mai sull’anacronismo, i protagonisti lo trattano come qualcosa di normale, quotidiano – è parte del loro mondo, e non suscita commenti o reazioni fuori misura. E le super-armi dei cattivi innescano l’urgenza di correre ai ripari, non la strizzata d’occhio al pubblico che certe cose le conosce bene.

Su 104 episodi, oltre la metà resistono molto bene agli anni.
Il resto è riempitivo, ma riempitivo di qualità.
È ragionevole affermare – dati alla mano – che oggi una serie del genere non si riuscirebbe più a produrre.