strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Il mio guru è meglio del tuo

Approfittiamo del tempo libero (…) per recuperare su dei post che avrei voluto fare in settimana. Ma per scaldarci, partiamo con una figura, il cui senso (spero!) diventerà più chiaro in seguito.
La figura è questa.

E ora, cominciamo…

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La strada verso le stelle

Qualche giorno fa mi è stato segnalato un articolo scritto da Alastair Reynolds, e pubblicato sul sito della reuters.
Lo trovate qui.
Leggetelo.

Fatto?
Bene.

Il pezzo di Reynolds è una equilibrata – anche se un po’ freddina – analisi delle implicazioni della Teoria della Relatività per il viaggio spaziale.
L’iperspazio non esiste – questo sembra confermato da ogni nuovo esperimento.

Dreams of warp drives and hyperspace are just that — dreams.

Arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima richiede un sacco di tempo.
E chi ha la voglia, i soldi e la motivazione per spenderlo, tutto quel tempo?

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L’articolo di Alastair Reynolds si intitola Will Humanity Ever Reach the Stars?

E io sarei quasi tentato di rispondere, Define Humanity. Continua a leggere


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Povero di tempo, povero di denaro (o viceversa)

Mi sono trovato a riflettere, un paio di noti addietro, su una strana faccenda legata alle mie attuali circostanze, ed alla situazione generale.

Come ho accennato altrova, questo inizio 2013 (inizio oramai inoltrato) ha portato un po’ di imbarazzi economici – nulla di devastante, ma certo, per motivi già discussi, la questione del pagare le bollette è passata dall’essere una cosa della qual esi occupava in background la mia banca, all’essere il frutto di una oculata gestione personale delle mie finanze.
Ovvero – tocca far due conti e tirare la cinghia.

Piggy-bank7Ma la cosa che mi ha in effetti sorpreso, in questo mio impoverimento di danaro, è stato il parallelo impoverimento di tempo.
Mi ha sorpreso perché, abitualmente, si associa la penuria di quattrini con la sovrabbondanza di tempo libero.
Forzatamente libero.
Da una parte, l’ipotesi che il danaro incassato sia proporzionale alle ore lavorate è profondamente radicata nella nostra cultura – l’ideale pseudorandiano secondo il quale se ai poveri nonpiacesse davvero la povertà, basterebbe loro lavorare di più.
Dall’altra, la carenza di pecunia limita seriamente le possibilità nel tempo libero – niente cinema, serate al pub, cene esotiche, gite fuori porta.
Avanza un sacco di tempo.
O no?

Beh, apparentemente no.
Perché a quanto pare, quando le cose si fanno difficili (la Crisi, ricordate?), ci si ritrova semplicemente a lavorare molto di più per incassare sostanzialmente meno.
Un po’ dipende dai clienti – come sa benissimo qualunque freelancer, affermare di poter fare il lavoro in trenta ora significherà semplicemente che il committente
a . ci chiederà di farlo in venticinque
b . cercherà di cacciare a forza nel pacchetto cinque ore in più
Un po’ dipende dal fatto che quando si ha bisogno di lavorare ci vengono proposte tariffe più basse.

clock-faceMa una parte consistente del problema tempo dipende dal fatto che, quando i conti si fanno sul centesimo, si spreca un sacco di tempo.
Per fare i conti al centesimo, ad esempio.
Oppure per fare quella mezz’ora di macchina in più che ci permetterà di approfittare delle offerte speciali di quel certo supermercato.
O nell’ora – tra andare e tornare – per raggiungere il posto dove tenere le lezioni, riparare il computer, ammaestrare le pulci o quale che sia la nostra attività di sussitenza, il nostro piano B, C, D.
E poi il tempo impiegato per delineare i piani E, F, G, e H – che, l’esperienza ce lo insegna, diverranno tragicamente necessari se la situazione continuerà ad essere quella attuale.
E non ci sono segnali che ci lascino sperare il contrario.

E così non ho tempo di scrivere (le mie storie) perché devo scrivere (i miei articoli).
Non ho tempo per tradurre (ciò che mi piacerebbe tradurre) perché sono troppo impegnato a tradurre (ciò per cui mi pagano):
Non ho tempo per leggere un buon libro… beh, no, ok, ce l’avrei, se non mi prendesse l’ansia di sapere che il tempo passato a leggermi un libro potrei spenderlo (aha!) per inventarmi una nuove fonte di introiti, per portarmi avanti col lavoro, per fare dei conti…

L’anticamera della depressione, della lenta discesa nella spirale per cui si disperdono energie e risorse e si riesce solo a scivolare più in fretta giù per la china.
È il momento di rivedere le priorità, o soccombere.

Esiste però un rovescio della medaglia, sperimentato nelle ultime settimane – come per il denaro, anche col tempo, l’averne poco può essere compensato dall’amministrarlo con attenzione.
E qui c’è una bella differenza – perché se è vero che amministrare con cura le nostre finanze, da solo, non basterà a farle aumentare, amministrare con cura il nostro tempo ci può permettere di accrescerlo, e di usarlo meglio.

Non credo esista una ricetta preconfezionata e buona per tutti per la gestione del tempo.
Ma è possibile, con un po’ di attenzione e un po’ di inventiva, sviluppare una propria tabella di marcia che potrebbe farci scoprire che, sì, i soldi sono pochi, ma ogni giorno ci viene consegnata fresca una nuova giornata di 24 ore – e possiamo usarla per fare un sacco di cose.
Anche staccare per un po’, e smettere di pensare ai quattrini.

Il tempo è importante.
Come diceva Harlan Ellison – e aveva ragione – soldi potrò sempre guadagnarne degli altri.
Il tempo non è soggetto a rivalutazioni, speculazioni e aumenti di capitale.
Ma nessuno potrà mai restituirci quello che ci viene sottratto (o che buttiamo)*.

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* Oh, una rapida nota sulle opportunità.
Culturalmente sono portato a vedere qualunque cosa mi capiti come un’opportunità per migliorare, perimparare qualcosa di nuovo, eper mettere a frutto ciò che ho imparato.
Ma questo non significa che io accolga questi tempi maledetti, come una meravigliosa opportunità della quale rallegrarmi.
Non sono stupido fino a quel punto.


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Ventitreesimo giorno, ventiduesima lezione

tumblr_m0t3dz9X471r1s3t1o1_500Il tempo, passato, presente e futuro.
Kinoo, kyoo, ashita – ieri, oggi e domani.
Ma c’è il trucco – in una gran parte dei casi, per indicare diversi momenti del tempo, basta aggiungere un prefisso a giorno, mese, anno – kon-, mai-, rai- e sen-… questo, ogni, il prossimo e il passato.
E spero apprezziate il fatto che la desinenza mai- significa sempre (asa =  mattino, maiasa = tutte le mattine).
Poi vediamo le forme del passato, ma qui le le cose si complicano – poiché se fare il passato dei verbi pare abbastanza banale (ci metto un deshita dopo), il problema è che in giapponese gli aggettivi si possono mettere al passato.
Omoshiroi desu – è interessante.
Omoshirokatta desu – era interessante.
Omoshiroku nakatta desu – non era interessante.
Oho!
Toccherà studiare a memoria.

 


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La seconda volta

E così, passando per Malniboné, veniamo al fatto che il tempo è, certo, dalla nostra parte (lo dicevano i Rolling Stones), ma a volte ci gioca dei brutti tiri.

Del tipo – la prima volta che ho ascoltato The Minstrel in the Gallery dei Jethro Tull, l’ho trovato insopportabile.
Oggi – una ventina d’anni dopo – è probabilmente uno dei miei dischi preferiti di Ian Anderson & Co.

Oppure – La Vita, Istruzioni per l’Uso, di Georges Perec.
Caspita, che libro!
Ma quante volte l’ho iniziato senza riuscire ad andare oltre le prime… mah, dieci pagine?
Ora l’ho preso seriamente in considerazione fra i libri con cui essere intombato.

E parlando di intombamenti, ve l’ho già detto, vero, che il giorno del mio funerale voglio che mettano un disco di Carly Simon durante le fasi finali della sepultura (quando i becchini gettano via i fiori e si mettono al lavoro con le pale)?
C’è una specifica canzone di carly Simon che voglio sia suonata quel giorno.
Beh, ne parliamo magari un’altra volta…
Ma di fatto, il primo disco di Carly Simon che mi sono comperato poi l’ho regalato perché non mi piaceva (scemo! Oggi quel vinile vale un sacco di soldi!)

O Richard Dawkins… Dawkins l’ho dovuto leggere in inglese perché mi diventasse simpatico…

Ed ho fatto unafatica bestia ad arrivare oltre le prime venti pagine di Flashman and the Mountain of Light – solo per arrivare in capo a tre anni a venerare Harry Flashman, e a leggere quasi tutto ciò che ha scritto George Macdonald-Fraser.

Succede.

Pork chop express riflessivo e malinconico, dunque, ma in ultima analisi ottimista.
E piano bar – anche del fantastico – su richiesta di Alex Mcnab.

Il punto è che, molto spesso, ci capitano fra le mani libri, dischi, film o più in generale esperienze che non siamo ancora pronti a metabolizzare.

È anche un po’ per questo, ad esempio, che mi dà abbastanza in testa questa mania, per dire, degli adolescenti che fanno il giro del mondo a vela in solitaria a diciassette anni.
No.
Il mondo in solitaria devi girarlo a quaranta, per vivere l’esperienza in modo significativo.
Credo (mai girato il mondo in solitaria, quindi…)

Può capitare, perciò, di avere lì sullo scaffale un libro che al primo approccio ci ha lasciati assolutamente indifferenti, o peggio, ci ha fatto schifo, salvo poi scoprire per caso, quindici anni dopo, che ora parla ad una parte di noi che, semplicemente prima non c’era.

Viviamo nell’illusione di essere immutabili, di restare coerenti con noi stessi, di crescere senza cambiare.

Ma il nostro corpo ricicla ogni singola cellula ogni nove anni, e la nostra mente cambia molto molto più di frequente.
Ma poiché il processo è dinamico, e continuativo, non ce ne accorgiamo – come cerchiamo di non accorgerci della pancetta, dei capelli che diventano grigi, degli amici che imborghesiscono, si sposano, si abbioccano davanti a La Signora in Giallo… loro che una volta suonavano in una cover band degli Iron Maiden.

Le esperienze si accumulano, le soddisfazioni, le delusioni, i processi di apprendimento.
Di pari passo col processo di sostituzione cellulare, tutto questo fa sì che io, oggi, non sia la stessa persona che ero dieci anni or sono.
E se è vero, è indubbio, che ci sono libri (per me, soprattutto) o dischi o film o esperienze, che hanno fatto di me ciò che sono (buon argomento per un post, eh?), è anche in dubbio che ci siano stati libri, film, dischi ed esperienza che non ero ancora equipaggiato per apprezzare.
E chissà se lo sarò mai.

Quindi, varrebbe la pena, io credo, di rileggere, una volta ogni tanto, non solo il nostro libro preferito, ma anche provare a riprendere uno di quei titoli che ci hanno assolutamente raccapricciato.

Rivedere un film.

Riascoltare un disco.

Non si tratta semplicemente di rivalutare il libro, il disco, il film.
Si tratta di rivalutare noi stessi – confrontarci con ciò che eravamo.
Dopotutto, noi stessi siamo l’unica persona che siamo sicuri di ritrovare al nostro risveglio ogni mattina, per il resto della nostra vita.
Conviene cominciare a conoscersi a fondo.

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