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Il miglior fantasy canadese del decennio

Quest’anno gli organizzatori del’Aurora Award – che sarebbe il Premo Hugo dei canadesi – hanno deciso di includere una nuova categoria, Il Meglio del Decennio, e hanno in lista una selezione di opere di autori canadesi uscite fra il 2001 e il 2010.

I titoli (o le serie) in gara sono

. Blind Lake by Robert Charles Wilson, Tor Books
. The Blue Ant Trilogy by William Gibson, Berkley
. Malazan Book of the Fallen, Steven Erikson, Tor Books
. The Neanderthal Parallax, Robert J. Sawyer, Tor Books
. The Onion Girl, Charles de Lint, Tor Books
. Under Heaven, Guy Gavriel Kay, Viking Canada

Tre serie, tre romanzi.
E io sono particolarmente soddisfatto perché se è vero che Steven Erikson si porterà probabilmente a casa il premio, perché ha davvero un sacco di fan (il premio viene votato dai lettori canadesi), è anche vero che in lista c’è The Onion Girl di Charles de Lint. Continua a leggere


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Coi lupi, e con gli uomini

Uno dei misteri più incomprensibili del mercato editoriale italiano è l’assenza dai nostri scaffali dei romanzi di Charles De Lint.
Con un World Fantasy Award alle spalle – ed innumerevoli altri riconoscimenti – ci si aspetterebbe che qualche astuto editore avesse da tempo messo gli occhi sui titoli del catalogo del nostro.
Considerando che il “giovane” autore canadese pubblica in media tre/quattro volumi all’anno – senza contare i racconti sparsi – e che ha cominciato nel 1983, la scelta certamente non manca.
Eppure, niente.

Sarà perché non ci sono elfi e orchi, nei libri di Charles De Lint.
O, se ci sono, sono parecchio diversi dal polpettone tolkienoide al quale sono ormai abituati i lettori nostrani (e non solo loro).

Uscito da Moxyland, mi sono immediatamente tuffato in The Onion Girl, romanzo del 2001 che da un po’ languiva sullo scaffale.
Da un po’ di anni mi sono imposto la regola di avere sempre una decina di titoli “d’emergenza”, pronti per i momenti di depressione.
Un paio di Charles De Lint, un paio di Glen Cook, almeno un’antologia, un paio di titoli di divulgazione, un paio di saggi storici…
In caso di necessità, rompere il vetro.

The Onion Girl è un bel romanzone, di oltre 500 pagine, con una bella copertina di John Jude Palencar e una bella rilegatura robusta.
Si legge in un fulmine – in due serate, oltre duecento pagine.
E suscita la solita miscela di impressioni che suscitano sempre i lavori di Charles De Lint.

Il romanzo è scritto benissimo, sia in termini di linguaggio che in termini di intreccio.
L’autore riesce a seguire in parallelo quattro vicende apparentemente sconnesse, mantenendo in gioco un cast di una decina di personaggi perfettamente delineati. Il fatto che una manciata di essi non siano propriamente umani alza la posta, ma il gioco riesce perfettamente.

Il romanzo è ambientato a Newford, fittizia cittadina sul confine canadese nella quale la membrana che separa la realtà dall’immaginario è più flessibile e labile che altrove.
A Newford collidono tutte le credenze di tutte le popolazioni che sono passate di lì, dai nativi americani agli immigrati irlandesi e polacchi, e italiani.
Ci sono eco del mondo dei sogni lovecraftiani, e De Lint ammette l’influenza del Gentiluomo di Providence.

La trama?
Travolta da un’auto pirata, Jilly Coppercorn, storica voce narrante delle storie di Newford, si trasforma da osservatrice in protagonista, in motore immobile di una vicenda che si estende per trent’anni, e coinvolge due mondi.
Incidente o attentato? E chi ha vandalizzato lo studio della donna mentre questa giaceva in coma?
Semi-paralizzata in un letto d’ospedale, Jilly sprofonda sempre di più nella depressione e si rifugia nel mondo dei sogni, mentre i suoi amici cercano di risolvere i misteri che la circondano – e che dopo anni di fughe sembrano pronti a sopraffare ciò che resta della donna.

Il romanzo è un fantasy con elementi atipici, un poliziesco sovrannaturale con venature orrifiche, un pugno nello stomaco sui traumi dell’infanzia violata, un ironico ribaltamento di certe mode pseudo-antropologiche, un solido intrattenimento avventuroso.
Ci sono i miti dei pellirosse e le donne che corrono coi lupi, i tarocchi e le cornamuse.
È anche una lunga e complessa disamina del fantastico come cura per l’anima, e della necessità di avere un elemento fantastico nella propria vita.
Ed è un libro pieno di una semplice compassione umana che fa sentire migliori.
Che rende migliori, se se ne adotta una certa filosofia.

Le persone che non hanno mai letto le fiabe, disse il professore, hanno maggiori difficoltà nell’affrontare la vita di quelli che le hanno lette. Non hanno accessoa tutte le lezioni che si possono imparare dai viaggi attraverso i boschi oscuri e dalla gentilezza degli estranei quando li trattiamo decentemente, la conoscenza che si acquista con la compagnia e l’esempio di Pelled’asino e dei gatti che indossano stivali ed i coraggiosi soldatini di stagno. Il genere di conoscenza che filtra su dal subconscio e ti fornisce le strutture umane e morali per vivere la vita. Che ti insegna come prevalere, e come fidarti. E forse persino come amare.

Charles De Lint – scrittore, critico, insegnante e musicista – è chiaramente un romantico, uno a cui piacciono i lieto fine ed una persona che ama profondamente la letteratura e la musica.
Per i miei soldi, è uno dei cinque migliori autori di fantasy attualmente in attività, e certo uno dei cinque autori che bisognerebbe assolutamente tradurre, e proporre in una veste dignitosa.