strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La forma del mondo

Washington Irving si chiamava così perché la sua mamma era una fan di George Washington. Il che non è essenziale, ma da qualche parte bisogna pur cominciare – e la strada che parte da una emigrata scozzese che nel 1783 decide di chiamare suo figlio come l’eroe della Rivoluzione passa per Sleepy Hollow, e ci porta molto, molto lontano.

E questa potrebbe, dopotutto, essere una storia di cialtronaggine – Irving divenne uno scrittore, e si abbandonò spesso a cialtronaggini letterarie.
Come nel 1809, quando si inventò Diedrich Knickerbocker, storico newyorkese misteriosamente scomparso, e autore del postumo A History of New-York from the Beginning of the World to the End of the Dutch Dynasty, by Diedrich Knickerbocker – che non è una vera storia di New York, ma una satira di una certa storiografia farlocca e pretenziosa. Solo che i newyorkesi ci cascarono – e non solo presero per storia alcune delle invenzioni di Irving alias Knickerbocker (tipo ad esempio che un nome dell’antica New York fosse stato Gotham), ma venne anche avviata una ricerca per rintracciare il dotto storico, misteriosamente scomparso dal suo albergo.

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Le storie della politica

Image.ashxIl sottotitolo di Cracking the Code è How to Win Hearts, Change Minds, and Restore America’s Original Vision.
Il che lo fa suonare un po’ come certi manualini furbetti su come farsi degli amici o come rimorchiare a colpo sicuro.
Una certa diffidenza, quindi, è abbastanza giustificata.
Ma è un libro di Thom Hartmann, e Thom Hartmann è l’autore vivente che in questi ultimi due anni mi ha venduto più libri.
E ne ho parlato spesso.

Cracking the Code è un libro che parla di comunicazione, di narrativa e di politica.

Da tempo Hartmann è uno dei sostenitori di quella teoria – che possiamo ormai tranquillamente considerare verificata – secondo la quale, a partire dalla fine degli anni ’70, una certa politica, ed una certa fazione politica in particolare, ha imparato a manipolare il consenso, utilizzando una scatola degli attrezzi che pesca nella psicologia, nel marketing e nella linguistica*.

Thom Hartmann sostiene che le idee politiche siano al loro nucleo delle storie – macchine, costrutti che noi usiamo per spiegarci la realtà, e che al contempo riassumono una visione del mondo, e diffondono, una visione del mondo.
Concentrandosi sugli USA, l’autore illustra come le due narrative – quella conservatrice e quella liberale, risalgano a Hobbes e Locke, certo, ma abbiano preso una strana piega negli ultimi trentacinque anni.

Ed è analizzando il linguaggio della narrativa – e i discorsi pubblici e i testi di personaggi quali Thomas Jefferson, Newt Gingrich, John F. Kennedy, Ronald Reagan, George Bush Sr., F. D. Roosevelt e molti altri, Hartmann illustra come tecniche ben precise di comunicazione siano entrate poco per volta nel linguaggio della politica, e come sfruttando questi sistemi, a partire dall’era Reagan, i conservatori americani abbiano prima modificato la propria narrativa basilare, e poi l’abbiano diffusa, rimpiazzando quella che era la narrativa dei Padri Fondatori.

È stato portando gli americani a pensare in maniera diversa alla propria natura di cittadini, sostiene Hartmann, che certe idee sono diventate accettabili, certi risultati elettorali si sono realizzati, e la storia recente ha preso una certa piega.

Il libro si propone quindi di ripristinare alcuni dati di partenza – recuperando le due originali narrative, conservatrice e liberale; e poi fornendo al lettore ed al cittadino gli strumenti per riconoscere la propaganda e la manipolazione, e rispondere ad essa.
In questo senso, il sottotitolo perde il suo sospetto di farloccaggine, e diventa quasi un elemento programmatico – l’idea è di ripristinare lo spirito costituzionale originario alla politica americana.
Mica robetta.

Dall’analisi dei testi di riferimento, si passa allora all’analisi delle strategie di comunicazione, dei meccanismi neurologici, dei trucchi del mestiere di narratori di strada, di vecchi pellirosse, e di altri personaggi improbabili.

In questa carrellata – di poco più che 270 pagine – entrano la storia, la letteratura, le scienze sociali e mediche, e non mancano gli aneddoti personali dell’autore.
Il testo è chiaramente schierato ma – come al solito – essendo schierato dalla mia parte, alla fine non è che mi infastidisca troppo.
Il tono di voce di Thom Hartmann riesce comunque a rendere la lettura piacevole e divertente.

Non so esattamente cosa mi aspettassi nell’acquistare questo volume – Hartmann mi ha finora venduto due testi di divulgazione scientifica, uno studio sugli effetti terapeutici del camminare, e una storia dell’economia americana dal dopoguerra a oggi… ma nel complesso, è stata una bella sorpresa.

Applicare le osservazioni sempre piuttosto americanocentriche di Hartmann alla realtà nazionale non è troppo difficile – e se cambiano le date, i nomi e la numerazione delle leggi, il succo della faccenda è sinistramente riconoscibile.

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* Annoto qui che su questo argomento la BBC fece un bellissimo ciclo di documentari intitolato The Century of Self, che trovate tutto su YouTube e che è criminale ignorare.


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Con Thomas Jefferson attraverso la Crisi

Sto diventando un fan di Thomas Jefferson.
E non perché il rivoluzionario e terzo presidente degli Stati Uniti fu anche un naturalista ed un collezionista di fossili – the Mammoth President of the USA – e commissionò la spedizione di Lewis & Clarck nella speranza di trovare ancora qualche mandria di mastodonti allo stato brado.

No, è che ho letto un sacco di cose scritte dal buon TJ negli ultimi giorni, e mi pare fosse un tipo con le idee piuttosto chiare.

Il futuro che ci stanno preparando. Bello, eh?

Complice la non proprio rilassata situazione economica e politica del paese e del continente in cui stiamo seduti, ho messo le mani su un interessante libriccino, ed è stata una lettura divertente e terrificante, che ha impegnato le mie ultime serate.

Non so, dev’essere cominciato tutto con l’ossessionante, continuo martellamento, nelle ultime settimane, sulle reti RAI di documentari e servizi sull’emigrazione italiana nel ventesimo secolo.
Come se volessero renderci familiare e in un certo senso appetibile l’idea di mettere i nostri quattro stracci in una valigia e andare altrove.
A lavorare in miniera.
Perchè, come mi ha detto con una spallucciata un settantenne qualche giorno fa, tanto quello è il futuro

Grazie, vecchio mio, ma anche no, eh?

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