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Tom Reamy

Mi è capitato di citare Tom Reamy in un commento ad un recente post sul blog di Elvezio Sciallis.
Sciallis commenta a sua volta dicendo che lo spavento.
Ne deduco (e potrei sbagliare) che Elvezio non conosca Tom Reamy.
Lo conoscono in pochi, in effetti.San Diego Lightfoot

Scoprii Tom Reamy su uno scaffale di una libreria ormai chiusa da tempo, fra le pagine di un volume intitolato San Diego Lightfoot Sue and Other Stories, edizione ACE.
L’unica raccolta di racconti di Reamy mai pubblicata.
Introduzione di Harlan Ellison – stranamente quieto, stranamente delicato.
Il fatto è che Tom Reamy, classe 1935, morì nel 1977, un anno dopo aver vinto il premio John W. Campbell come miglior nuovo autore.
Attacco cardiaco.
Lo trovarono morto sulla sua macchina da scrivere, con sette pagine già scritte di una storia senza titolo.
All’epoca stava anche lavorando su un adattamento a fumetti de La Spada Spezzata, di Poul Anderson.
Il suo primo romanzo, Blind Voices, uscì pochi mesi dopo.
Al momento della sua morte, Reamy aveva pubblicato solo otto racconti.
Altri quattro uscirono postumi.

Il lavoro di Tom Reamy è stato paragonato all’opera di Richard Matheson, di Ray Bradbury e di Harlan Ellison. Blind Voices venne nominato sia per l’Hugo che per il Nebula.
I racconti contenuti in San Diego Lightfoot Sue sono strani – spesso imperniati su bambini e vecchie zitelle, su personaggi marginali, su paesaggi di provincia.
Sono storie orrifiche e meravigliose, spesso costruite attorno ad immagini piuttosto forti, altrettanto spesso cariche di una tagliente ironia.
Come un Charles De Lint cinico e hard-boiled.

Quattro di queste storie, fino al quindici di giugno, possono essere lette on-line.
C’è anche Twilla, che fruttò a Reamy un’altra nomination al Nebula.
Una buona occasione per conoscere una delle grandi voci perdte del fantastico del ventesimo secolo, e poi magari recuperare una di quelle copie usate di San Diego Lightfoot Sue che Amazon lascia per pochi spiccioli. O magari Blind Voices, che è stato ristampato nel 2003 e rimane uno dei romanzi fondamentali del genere weird (e che uscì anche in Italia, nell’81, per i tipi di Armenia).
Non si tratta sempre di storie eccelse, solo dannatamente buone  – come faceva notare Ellison in quella vecchia introduzione; storie che lasciano intuire quale grandezza sia andata perduta.

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