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Due escursioni nella mente

Fra i (parecchi) saggi letti nel periodo estivo, due avevano la parola “mente” nel titolo.
E pur con taglio, tono e scopo diverso, non solo si sono rivelati letture estremamente interessanti, ma anche curiosamente in sintonia.

Ma forse, considerando gli autori…
Entrambi sono esperti di educazione, con una lunga esperienza come consulenti di aziende e governi.
Uno è nato nel 1942 e l’altro nel 1950.
Entrambi sono self-made-men.
Entrambi sono inglesi.
Entrambi hanno rivoluzionato il proprio ambito di laoro e venduto milioni di copie dei propri libri.
Uno è diventato ricchissimo.
L’altro si è beccato un cavalierato dalla regina d’Inghilterra.
Uno ha il taglio un po’ cialtronesco del venditore assoluto, l’altro il piglio un po’ cialtronesco della persona che non ce la fa a prendersi sul serio.

Veniamo ai libri.

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Ancora mappe mentali

Affinché non si dica che io prendo sottogamba certe cose, dopo il mio ultimo post sui possibili problemi derivanti dall’utilizzo delle mappe mentali,mi sono procurato un manualetto di Tony Buzan sull’argomento – tanto per vedere come la cosa venisse presentata dall’ideatore del procedimento.
Ne esistono a centinaia, di simili manuali (una manciata sono usciti anche in Italia) e Buzan ammette allegramente di averci fatto un sacco di soldi.
Quale scegliere per questo esperimento in odore di pork chop express?
Semplice – quello che costa meno.

A parte un paio di scoperte interessanti – le mappe mentali vennero suggerite a Buzan dalla lettura di romanzi di fantascienza di Bob Heinlein e A.E. Van Voght – l’esile How to Mind Map (in italiano ne esiste una versione edita da Frassinelli), nel presentare la forma originaria del metodo, suggerisce alcune utili riflessioni.

In primo luogo, due degli elementi fondamentali delle mappe mentali originali – la curvatura dei rami e l’utilizzo di un solo vocabolo per identificare ciascun ramo, sono in parte andati perduti con lo sviluppo dei software di mind mapping.
Se da una parte il software spesso fornisce opzioni interessanti – esportazione in formati diversi, integrazione con altri software, condivisione fra più utenti – è anche vero che limita molto il controllo dell’autore su fattori quali i colori e l’aggiunta di disegni e annotazioni diverse sui rami del grafico.
Come spiega Buzan nel manuale, l’utilizzo dell’immaginazione e della creatività nello sviluppo delle mappe mentali è essenziale.

È importante notare che aderendo alle regole base delineate da Buzan, il rischio di eccedere nel dettaglio è limitato dalla struttura stessa del procedimento.
Se mi limito ad una parola per ramo, l’economia stessa della mappa mi impedirà (o mi ostacolerà) nello sprofondare in un abisso di minuzie.
L’uso di colori e di scarabocchi mi aiuterà nella sintesi e nella memorizzazione.

Ne consegue che allo stato attuale, la miglior piattaforma open source per fare mind mapping è un bel blocco di carta riciclata con associate un paio di matite, una gomma, un temperino, e un po’ di pastelli colorati (possiamo tenere il tutto in un bell’astuccio)
Dai cinque ai dieci euro circa, in un grande magazzino.
Il sistema è eco-friendly, assolutamente portatile, con un po’ di funzioni extra incluse.
Le ricariche si trovano ovunque.

Volendo restare ancorati al software, FreeMind sembra la scelta ottimale – gratuito, open source e cross-platform, dialoga con una quantità di software, include opzioni per la collaborazione e la condivisione online delle mappe, permette di inserire immagini (anche se ci sono ancora problemi in questo senso).

Una seconda osservazione interessante, conseguente la lettura del manualino, è che esiste, ed è stata divulgata, una confusione fra le mappe mentali di Buzan e le mappe concettuali di Novak.
Ed è forse proprio questa confusione/commistione ad aver generato i possibili problemi ai quali accennavo nel mio post precedente.
Se la mappa concettuale è stata riconosciuta (in meno di trent’anni!) come un valido strumento per l’insegnamento, la mappa mentale deve ancora essere identificata con precisione come eccellente strumento per l’apprendimento.
La mappa mentale è personale ed idiosincratica quanto colui che la traccia.
La mappa concettuale ha una pretesa di univocità.

In ultima analisi, la lettura del manualino di Buzan aiuta a mettere in prospettiva lo strumento ed il suo utilizzo – oltretuttofornendo interesanti esempi di applicazione.

Ho personalmente già utilizzato il metodo dellamappa mentale per pianificare le mie conferenze divulgative, per delineare i contenuti di un racconto o un articolo, e per scrivere il mio curriculum.
Fin qui hanno funzionato egregiamente – e con le informazioni che ho ora, probabilmente la prossima volta funzioneranno meglio.
Il prossimo esperimento sarà applicare una o più mappe mentali all’apprendimento di una lingua straniera.

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Mappe mentali

Mi è capitato in questi giorni di andare a sbattere contro una conseguenza piuttosto negativa (a mio parere) dell’uso delle mappe mentali.
Visto che lo strumento del mind mapping sta prendendo piede in parecchi ambiti diversi (lo utilizzo ormai sia per il lavoro che per le attività non-professionali), mi pare il caso di rifletterci un po’ sù.

Cominciamo dalle basi: cos’è una mappa mentale – è uno schema fortemente grafico sul quale riporto tutti gli elementi che compongono il mio progetto, disponendoli secondo ramificazioni gerarchiche a partire dal nucleo.
Il nucleo può essere l’high concept della mia sceneggiatura (per high concept si intende la singola frase che da sola incapsula tutto il film – tipo, “Arnold Schwarzenegger e Danny DeVito sono fratelli gemelli in cerca della loro mamma”), il tema del mio racconto o il fuoco della mia ricerca, il tema della mia serata in birreria o la traccia della prossima partita a D&D.
Da questo punto di partenza si dipartiranno diversi percorsi, ciascuno dei quali traccerà uno degli aspetti del progetto.
Per una storia, dovrò mappare personaggi, situazioni, scene, location, idee sfuse…
Per un progetto di ricerca dovrò definire materiali, metodi, tempistiche, bibliografia, collaborazioni esterne e quant’altro.
Posso incrociare i rami, conenttere elementi molto lontani.
In poche parole posso trasformare le mie idee in oggetti quasi-materiali, e manipolarne le relazioni spaziali/concettuali.

Wow.
Con uno strimento per la mappatura mentale posso farmi il curriculum, o delineare una ricetta, o impostare la tesi di dottorato.

I software (per chi non si accontenta di carta e bloc-notes) sono parecchi.
Restando al dominio  del free/open source, FreeMind è considerato lo standard, scritto in Java e quindi multiplatform; su Linux, VYM (View your Mind) è una solida alternativa, con la possibilità di esportare le mappe in formato web-friendly.
On-line c’è Mindmeister, che gira nel browser senza bisogno di plugin; in alternativa, Mindomo è un altro tool on-line.
Varie altre opzioni, opinioni e prove su strada sono disponibili sul sito di Lifehacker, oltre che sulla solita Wikipedia.

Detto tutto ciò – cosa potrebbe andar male?

In primo luogo, c’è il solito problema di voler introdurre uno strumento nuovo in un ambiente in cui ancora il computer lo chiamano calcolatore e lo guardano con sospetto.
Trattare con i neofili, che adottano ogni novità essenzialmente è molto cool, potrebbe addirittura essere peggio – perché la linea che separa atteggiamento ipercritico ed atteggiamento acritico è sottilissima.
Ma questo non è un problema delle mappe di per se.

Inerente invece la mappa mentale, ed estremamente insidioso, è il rischio di farsi prendere la mano.
Tracciare troppi rami, scendere troppo nel dettaglio, creare troppe connessioni, per cui alla fine, anziché semplificarmi il lavoro, me lo complico.
I dettagli veramente importanti si perdono nella quantità di minuzie inutili.
I percorsi possibili diventano troppi, e prendere una decisione sul percorso da seguire diventa impossibile.

Connesso a questo primo problema c’è quello di cedere alla tentazione di confondere la mappa col territorio – e spendere lunghe ore a riarrangiare i concetti sulla carta invece di cominciare a lavorare davvero.
Un po’ come certe ricerche vengono soffocate dalla raccolta della bibliografia, alcuni progetti possono incepparsi per eccessivo lavoro di mappatura.

Legato invece all’inesperienza dell’operatore è il rischio di confondere i livelli – e dare perciò pari peso e importanza a fattori diversi e non paragonabili.
Il rischio si moltiplica quando la mappa passa di mano in mano, fino ad arrivare a qualcuno che non ha tuttele informazioni necessarie per valutare certi elementi personali del mappatore.

Perché, e qui forse sta il vero problema, è pressocché impossibile standardizzare le mappe, e ciascun operatore creerà una mappa diversa – apartire dallo stesso progetto – a seconda del proprio approccio al lavoro, della propria percezione delle priorità, e del proprio senso artistico.
Poiché come ci ha detto Tony Buzan (l’avete guardato il video?), inventore delle mappe, la mappa rappresenta ciò che sta capitando nella nostra testa…

E per chiudere, un video in italiano…

Compito a casa, confrontare i 6 minuti in italiano con i 5 in inglese.
Porsi una domanda.
Darsi una risposta.

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