strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


2 commenti

Dark Italy: L’Odore dei Luoghi Vuoti (1)

22096233_10155822851451584_40365599892889573_oÈ uscito Dark Italy, una raccolta di horror italiani, ambientati in italia, scritti da italiani. La lista dei colpevoli è spiaccicata sulla copertina – meravigliosamente inquietante – di Ausonia:

Arona – Astori – Boselli – Cometto – Mana
Musolino – Marolla – Nerozzi – Vergnani

Horror italiani, ambientati in italia, scritti da italiani.
In inglese, nel caso della mia storia.
Così, per pura perversità.

L’Odore dei Luoghi Vuoti sarebbe The Smell of Empty Places – in italiano lo ha tradotto Samuel Marolla, l’editor dell’antologia, e a Samuel devo molto, perché il suo editing, già sulla storia in inglese, mi ha aiutato ad asciugare e a focalizzare l’azione, a rendere migliore la struttura.
Se L’Odore dei Luoghi Vuoti funziona, lo deve soprattuto a Samuel.

È uscito Dark Italy, dicevo, e ho pensato che farò due post sulla mia storia, uno oggi, e uno la settimana prossima, per fare un po’ di pubblicità e per parlare dei due protagonisti del racconto.
Uno, la voce narrante della storia, è un donna senza nome, e ne parleremo la settimana che viene. L’altro è il posto in cui ho trascorso gran parte della mia vita Continua a leggere

Annunci


9 commenti

Ci fu un tempo in cui la blogsfera era fatta di risonanze – e il post su un blog ne riecheggiava altri, su altri blog.
È ancora così, ma il pubblico è tutto su Facebook.
Nei giorni passati, il mio amico Hell ha postato questo pezzo sulla sua città, la città della quale scrive, Taranto. E poche ore fa, Alex Girola ha ripreso l’idea, con un pezzo sulla “sua” Milano.

E io mi sono detto, perché no?
Con un piccolo problema – al momento me ne sto in esilio in Astigianistan, e chiamare città Castelnuovo Belbo (800 persone) sarebbe vagamente ridicolo.
Ma non è un problema reale perché se è vero che in Astigianistan io ci ho ambientato un sacco di roba – gli Orrori della Valle Belbo, BUSCAFUSCO, e l’imminente Santi & Fattucchiere1 – così come è vero che ho per lo meno tre città dell’immaginazione alle quali ritorno spesso nelle mie storie – Londra, Parigi e Shanghai – è altrettanto indiscutibilmente vero che io sono nato e cresciuto a Torino, e quella è la mia città.
Per cui parliamo di Torino.

turin-cropped-xlarge

Sarà una cosa lunga, e non molto coerente.
Siete stati avvisati. Continua a leggere


4 commenti

Su un treno lento verso Torino

Mentre leggete queste righe, io sono probabilmente su un treno che in due ore e spiccioli mi permetterà di percorrere gli ottanta chilometri che mi separano da Torino, dove insieme con la ciurma di Savage Worlds parteciperò a Torino Comics.

Sarà una buona occasione per infliggere ai torinesi un paio di partirte dimostrative – Necessary Evil o 50 Fathoms? Deadlands o qualcosa di improvvisato? – e per cercare di convincere cosplayer, fumettari e mangamaniaci a provare il sistema di gioco di Savage Worlds. Continua a leggere


11 commenti

Si torna a scuola

Mio padre è sconvolto.
Tanti anni di Istituto dei Salesiani gli hanno inculcato una profonda e radicale disaffezione per qualsiasi cosa possa anche solo vagamente assumere l’aspeto di “studio” – fosse anche semplicemente la lettura di un libro rilegato.
Per lui, l’idea di uno che a quarantaquattro anni, a luglio, si iscrive ad una scuola estiva, è follia pura e certificata.

NO, questa NON è la locandina del corso...

Io d’altro canto, è da quando mi sono laureato che mi sono imposto almeno un corso di aggiornamento all’anno.
Per mantenere il cervello in funzione.
Per aggiungere qualifiche al mio già deforme curriculum (*).
Ma soprattutto perché il primo corso post-laurea – il master in Micropaleontologia Applicata a Bonn – è ciò che ha salvato la mia carriera accademica e la mia salute mentale, e quindi, replay.

Da lunedì sarò perciò in veste di studente pendolare alla Scuola Estiva Nazionale “Scienza Comunicazione Società”, quinta edizione, a Torino.
L’opzione era troppo ghiotta – costo contenuto, praticamente sulla porta di casa, durata una sola settimana.
E qualificante.
Quidi, perché no?

Meglio, a conti fatti, di sette giorni in panciolle al sole – più economico, più intellettualmente impegnativo e, appunto, mi fornisce crediti per il dottorato e una certificazione.

Il tema della scuola è “La scienza per il futuro – Innovazione, sostenibilità, incertezza”.
Che è esattamente ciò di cui ho bisogno.
Ad aggiungere un particolare twist all’intera faccenda c’è naturalmente il fatto che resta forte la mia posizione di outsider – ho circa dieci anni in più rispetto al dottorando italiano medio, ho (come si diceva) un curriculum particolarmente variegato, ho già avuto a che fare sia con l’innovazione che con la sostenibilità che con l’incertezza.
E scrivo fantascienza.

Che poi uno dice, c’ho il corso sulla porta di casa.
Con la mia solita fortuna, da Nizza Monferrato c’è un treno alle 7.24 del mattino che mi scarica a Porta Nuova alle 8.30 – e mi lascia mezz’ora buona per arrivare al Museo di Scienze Naturali, sede del corso.
Guardiamo al lato positivo: il bonus di dover fare per forza un po’ di intensiva attività fisica.

Si possono fare un sacco di cose con un quaderno e una penna.

Rientrare alla sera sarà una faccenda un po’ più azzardata, ma l’avventura è il mio gioco, giusto?

Vista la calura, si tratterà di viaggiare leggeri – un quaderno, un paio di penne biro e una matita (non si guasta mai), un bel paperback spesso, una chiave USB (anzi, due), una maglietta di ricambio, una bottiglia di acqua minerale, una tascata di monetine, fazzoletti di carta.
Un asciugamano.
Scarpe comode, abiti ben ventilati e un buon cappello parasole.

Vedremo cosa ne verrà fuori.
Vi terrò aggiornati.
Per intanto, si tratta come sempre dell’opportunità di sentire campane diverse.

 

Nota (*)
Il curriculum variegato, blindatissimo e zeppo di competenze è stato pensato appositamente per i ragazzi delle Risorse Umane, in modo che abbiamno un buon motivo per dirmi “Lei ha troppe qualifiche!” prima di cassare la mia domanda di assunzione.

=-=-=-=-=
Powered by Blogilo


8 commenti

Cultura per tutti

E poi dicono la cultura.
L’otto ed il nove di giugno, il Teatro Regio di Torino ospiterà la compagnia cinese di danza Shen Yun, che esegue musiche e danze classiche cinesi – cose cherisalgono al periodo Tang o precedenti, e che pare siano assolutamente spetacolari.

Cose di questo genere, insomma…

Ok, ok… coloratissimo e vagamente propagandistico, molto Disneyland Maoista – ma perché no.
Dopotutto non vado in vacanza, sono mesi che mi cavo gli occhi al microscopio – perché no?

Il motivo è semplice… (citiamo dal sito TorinoCultura)

Dove: Teatro Regio – TORINO
Quando: da martedì 8 giugno 2010 a mercoledì 9 giugno 2010
Orario: 20.00
Contatti: tel. 0118815241 / 242 – biglietteria@teatroregio.torino.it
Prezzo: 150 Euro, 100 Euro, 90 Euro
Pubblico: tutti

Quello che mi fa impazzire è quel “Pubblico: tutti”

Facciamo due conti.
Castelnuovo Belbo-Torino – benzina più autostrada, andata e ritorno, circa 30 euro.
Cena fuori – diciamo un cinese dignitoso (così siamo in tema), circa 20 euro.
Poltronissima per vedermi le ballerine cinesi in costumi Tang – 150 euro.

Considerando che naturalmente a teatro non ci vado da solo, e che se invito a teatro una signora, il biglietto e la cena sono a carico mio, la spesa si aggira sui 350-400 euro.
Mica male, eh?
Un terzo della mia borsa di studio da ricercatore per una serata nel capoluogo in simpatica compagnia.
Pubblico: tutti.

Ok, passiamo alla configurazione “Vuoi i miei quattrini? Vieni a prenderli!”, anche nota come “Sono stato studente anch’io”…

Si scrocca un passaggio fino ad Asti.
Asti-Torino, in treno, seconda classe, andata e ritorno – 7.80 euro
Cena – un feroce take-away – 10 euro
Posto a sedere dietro all’unica colonna del Regio di Torino – 90 euro.
Il tutto, assolutamente in solitaria – spesa totale 110 euro (facciamo 120 ed offro un gelato a chi mi viene a prendere e a portare ad Asti).
120 euro per un treno sgngherato, un kebab e un posto a sedere a 100 metri dal palcoscenico ed un gelato in Piazza Alfieri (AT)?

Sorge a questo punto una curiosità…
Ma vengono solo a Torino, gli artisti dello Shen Yun?

No – la tournèe europea tocca Grecia, Moldavia, Turchia, Polonia, Svizzera e Ucraina.
In Grecia il range di biglietti è tra 25 e 110 euro.
In Svizzera il biglietto unico (quattro serate) si aggira attorno ai 50 euro.
A Odessa, la settimana prossima, ci sono 5 ordini di biglietti – dai 20 ai 105 euro.
Paradossalmente, con un volo Ryanair e una cena da MacDonald, spenderei andando a Odessa quanto a venire a Torino in treno cenando a kebab.

I motivi dei costi esorbitanti dello spettacolo torinese?
Sostanzialmente due.
Primo – già poter ammirare il Regio di Torino è uno spettacolo nello spettacolo, e si paga.
Secondo – si attende una partecipazione così bassa, che è necessario mettere i biglietti al 40% in più di tutto il resto d’Europa per pagare le spese.

E poi dicono la cultura…


6 commenti

Torino, l’Università e i libri abbandonati.

Un gradito ritorno su questi schermi – un bel post al veleno stimolato da Speculum Maius.
Era da un po’ che il blog di Maria Grazia Fiore non stimolava la mia cattiveria, contribuendo ad affossare la mia già peraltro vacillante carriera accademica (e con questa, mandiamo anche un caro saluto a tutti i colleghi geologi di Torino che passano su questo blog! Ciao, ragazzi!).

Dal blog di Maria Grazia scopro non con sorpresa ma con una sorta di sfinita rassegnazione,  la notizia riportata da La Repubblica:

È parsa dunque davvero un po’ surreale l’immagine che si è vista martedì pomeriggio davanti a Palazzo Nuovo: scatoloni di libri abbandonati nelle aiuole recintate in attesa di essere portati al macero, tesi di laurea e migliaia di volumi editi da Giappichelli o Gheroni, la maggior parte dei quali siglati Università di Torino, facoltà di magistero. Il ragno che ha alzato tutto in massa e sgomberato definitivamente l’area è arrivato soltanto questa mattina.

Torino, l’Università e i libri abbandonati… Tre ricordi sfusi, più o meno in ordine cronologico.

Il primo è il mio vecchio amico GF, oggi ampiamente integrato nello staff universitario, che attorno al 1993-95 arricchisce la propria biblioteca professionale con un numero imprecisato di volumi abbandonati, in alcune casse, esposti alle intemperie sotto ad un porticato.

Il secondo ricordo è più o meno contemporaneo – siamo io e la mia amica E. che studiamo chimica in una delle aulette contigue alla biblioteca di Palazzo carignano. Nella biblioteca contigua appunto, il professor Malaroda (buonanima) sta strigliando con furia disumana la bibliotecaria, rea di aver concesso in prestito un testo estremamente pregiato ad uno schifoso studente. “Gli studenti devono capire,” le dice (e lo sentono probabilmente fino a Palazzo Campana), “che questa biblioteca è il frutto del lavoro di anni di docentie  bibliotecari. Molti di questi libri sono introvabili, per cui se gli studenti ne hanno bisogno, che se li cerchino da un’altra parte!!”
Io e la mia amica, testimoni non invisibili,  ci guardiamo, occhi sgranati, alla ferrea logigica del ragionamento.

Il terzo ricordo è invece uno dei primi che lego alla mia tesi di laurea.
Per il mio lavoro al microscopio è necessario un certo volume, disponibile presso la biblioteca di Palazzo carignano.
Ma io lavoro al Galileo Ferraris.
Viene fatta domanda affinché il testo venga spostato temporaneamente nella biblioteca di Micropaleontologia del GalFer, ed io, con nota stilata di suo pugno dal mio relatore, galonfo verso il carignano, dove mi si assicura che la richiesta è perfettamente lecita, regolarmente firmata e compilata, e sostanzialmente si tratterebbe di uno spostamento interno alla biblioteca.
Ma – poiché fra gli scaffali della biblioteca del Carignano e quelli della biblioteca di micro al GalFer esistono circa tre chilometri di strada che palesemente non sono nella o della biblioteca (trattandosi di Via Accademia Albertina, Via Madama Cristina e Via Valperga Caluso) – io posso benissimo spostare il libro da qui a là… ma a patto che lo faccia senza uscire dai locali della biblioteca, ovvero senza passare per strada.

(la cosa venne probabilmente risolta facendo figurare momentaneamente le strade cittadine come parte del Dipartimento di Geologia, in considerazione del fatto che anni addietro, per protesta, alcuni docenti e studenti avevano fatto lezione sui marciapiedi di Via Valperga).

Ah, la cara vecchia UniTo.
Adesso ci si può anche comperare le magliette con stampato lo stemma…

Ora, a Palazzo Nuovo, studenti e docenti, scontrandosi con le logiche del mio secondo e terzo ricordo, hanno agito come quel mio vecchio amico del primo.
Si sono serviti.

Il preside di Lettere Lorenzo Massobrio, avvertito dai ragazzi, è cascato dalle nuvole, ma non sembra particolarmente turbato dall’operazione sgombero: “Certo la decisione non dipende da me, il problema è di chi dirige la logistica, ma comunque tutti i responsabili delle biblioteche sono stati consultati. E che altro si doveva fare con uno sgombero? Si mettono i libri da qualche parte in attesa che se li portino via”. Vendere i libri è un’idea assurda, aggiunge Massobrio “ma sono contento che i ragazzi abbiano seguito il mio consiglio, andare a prendersi direttamente i libri, una scelta di buon senso”.

Cara, vecchia, schizofrenica, disonesta UniTo.
Mi ero rassegnato al fatto che i soldi delle mie tasse fossero stati spesi in cene luculliane, fiumi di bevande esotiche,  donnine compiacenti e scommesse sui cavalli.
Invece mi accorgo che sono stati semplicemente sciuparli.
Alzano le tasse ogni anno, e non sono neanche abbastanza intelligenti da rubarsi i soldi.

Mentre scrivo, un coriere mi consegna trafelato un pacchetto contenente un libro usato (del quale parleremo poi), che reca la stampigliatura e i codici della Biblioteca di Brooklyn.
Gli americani, per lo meno, quando smantellano le biblioteche, se le vendono.


11 commenti

Due ore da ammazzare 3 – little, big

Avevo due ore da ammazzare – e così ho fatto un giro in centro.

Il posto in cui ai tempi dell’università compravo i miei giochi di ruolo non c’è più – al suo posto c’è un concept store.
Cos’è un concept store?
Dice Wikipedia

Il concept store è un punto vendita caratterizzato dalla sua completa eterogeneità rispetto all’esperienza tradizionale del negozio. Le sue qualità distintive sono infatti quelle della eterogeneità di gestione, superficie e merceologia. L’obiettivo di un concept store infatti è quello di allestire un’esperienza di esplorazione e di scoperta da parte del cliente attraverso una pluralità di suggestioni, provenienti sia dalla varietà di prodotti esposti, sia dall’architettura stessa dell’ambiente.

Hmmm… ai tempi di mia nonna quei posti lì li chiamavano bazaar….

Ancora poco chiaro?
Diciamo allora che il concept store è un posto dove vi vendono concetti.
Concetti di che genere?
Beh, diciamo che io voglia arredare la mia cameretta in puro stile Figlio dello Sceicco – loro sono pronti a fornirmi tappeti iraniani, cuscini di seta, mobilio in stile, argenti arabi, accessori, gingilli e cosine varie.
Una stanza in stile Old Shanghai? E allora vai col letto da oppio, il trumoncino a cassettiera da erborista taoista, un Buddha cinese in ceramica e una stampa su seta del primo capitolo del Tao Te Ching, drago in ottone, soldato in terracotta, tappeto cinese, paravento T’ang, vasi Ming, sete della valle del fiume Giallo, poster d’epoca della British Airways per il volo Londra Calcutta Shanghai in idroplano…
Ovvio, i miei concetti devono coincidere con quelli disponibili in catalogo.
Sarei tentato di entrare ed informarmi per farmi una stanza in stile Barsoom, o in stile Brancaleone da Norcia, ma poi – spaventato da una vetrina in stile Hello Kitty, preferisco desistere.

Il posto dove compravo i miei giochi non c’è più.
Allo stesso modo sono scomparse la libreria dove compravo polizieschi, il cinema store dove acquistai il mio poster di Indiana Jones e tanto, tanto lontano nel tempo, è scomparsa la libreria Sevagram, dove ho praticamente fatto il liceo, e dove vendevano fantascienza.

C’è ancora il bancarellone coperto di Via Garibaldi, e ci faccio volentieri un giro.
Ecco – è esattamente come una Feltrinelli o da Fnac – ci sono TUTTI i libri.
Ma a differenza di quei posti, io qui ci passerei una giornata, senza stress, e – posto di avere abbastanza quattrini – con una bracciata di libri.
Cosa c’è di diverso?
In primo luogo, io credo, la scala.
Tutto il catalogo corrente di tutti gli editori principali è esposto abbastanza felicemente in una trentina di metri lineari.
Questo posto è sostanzialmente un lungo corridoio, con due pile di libri a destra e a sinistra.
Si entra, lo si percorre tutto studiando gli scaffali a sinistra, poi si torna indietro studiando gli altri scaffali.
Questo posto è una libreria – un locale chiuso in cui ci sono deilibri.
Non ci sono cancelleria, pasticceria, multimedia.
Non ci sono poltroncine, alcove, nicchie, cubicoli per la lettura – se vuoi leggere, te lo leggi in piedi, o te lo compri e te lo leggi a casa.
Non ci sono quei cartelli odiosi del tipo “Wow! Se ti è piaciuto Harry Potter…!” oppure “Da sei settimane primo in classifica!” o cose del genere.
Non c’è la filodiffusione.
Non c’è la climatizzazione.
Non ci sono commessi dall’occhio spento – o anche dall’occhio vispo.
Ci sono i libri, ed i potenziali lettori.
E due casse – una per parte.

Mi sposto un po’ più in là.
C’è una libreria specializzata in libri d’arte e fondi di magazzino, che fa dei prezzi stracciati.
E oltre c’è una libreria specializzata in testi esoterici e filosofici, misticismo orientale e new age.
Spostandomi ancora più in là – da questa o da quella parte, non ha importanza – ci sono bancarelle di libri e dischi usati.
E poi, puntando verso Palazzo Madama, ed il cuore della città…
C’è un negozio di dischi in Via XX Settembre non più grande della stanza di casa in cui mi trovo ora, che è una miniera d’oro per CD di musica classica,
jazz e occasionalmente world music. Hanno i dischi di Caterina Valente, e credo siano gli unici in Torino.
Ci vado di rado – perché spenderei cifre stravaganti – e mi ci sento mortalmente in imbarazzo per quanta cortesia mi viene abitualmente riversata addosso dalle proprietarie.L’indifferenza musona dei commessi di Fnac, mi rendo conto, è meno personale, meno “aggressiva” – ci anestetizza con il piacere di essere anonimni.
Non qui.
E poi, ancora oltre, c’è una libreria specializzata in orientalistica, gestita da un amico, dove non entro da un anno almeno perché dovrei depositare un rene alla cassa e poi far scalare i singoli volumi, fino ad esaurimento…
E ancora, andando verso l’Università, ancora bancarelle di libri e negozi di vinile d’antan.
C’è un posto in via Rossini che vende solo musica prog… c’è una libreria musicale davanti al Conservatorio…

Ecco, io credo che sia in questa varietà e specializzazione che risiede la speranza di sopravvivenza non solo delle piccole librerie e dei piccoli negozi di dischi, ma anche e soprattutto dell’individualità del pubblico.
Negozi piccoli, che non frappongono fra il pubblico ed il medium d’elezione elementi in fondo estranei alla nostra cultura ed abituale fruizione della libreria, del negozio di dischi…
Il trucco, io credo, non consiste nell’offrire caffé e cappuccino, bomboloni e piadine ai lettori.
Non consiste nello stravaccarli in poltrone troppo basse e cullarli con muzak sifonata attraverso la filodiffusione.
Il trucco non sono neanche gli sconti – per quanto allettanti e, considerando i prezzi medi delle pubblicazioni nostrane, benvenuti.
La libreria, il negozio di dischi, è costruito sull’offerta di qualcosa di meno banale.
Un consiglio competente, la proposta di alternative.
Senza fronzoli o americanate.
Se ogni piccola libreria della città riuscisse a sottolineare una propria unicità – per argomento, per organizzazione, per relazione personale col pubblico…
In questo modo si può enfatizzare la varietà, e promuovere la differenza.
Perché un posto in cui tutti dormoni in stanze-concetto prese da un medesimo catalogo, tutte uguali, ma ciascuno convinto di aver dichiarato al mondo la propria originalità, è un posto maledettamente morto.