strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Due ore da ammazzare 3 – little, big

Avevo due ore da ammazzare – e così ho fatto un giro in centro.

Il posto in cui ai tempi dell’università compravo i miei giochi di ruolo non c’è più – al suo posto c’è un concept store.
Cos’è un concept store?
Dice Wikipedia

Il concept store è un punto vendita caratterizzato dalla sua completa eterogeneità rispetto all’esperienza tradizionale del negozio. Le sue qualità distintive sono infatti quelle della eterogeneità di gestione, superficie e merceologia. L’obiettivo di un concept store infatti è quello di allestire un’esperienza di esplorazione e di scoperta da parte del cliente attraverso una pluralità di suggestioni, provenienti sia dalla varietà di prodotti esposti, sia dall’architettura stessa dell’ambiente.

Hmmm… ai tempi di mia nonna quei posti lì li chiamavano bazaar….

Ancora poco chiaro?
Diciamo allora che il concept store è un posto dove vi vendono concetti.
Concetti di che genere?
Beh, diciamo che io voglia arredare la mia cameretta in puro stile Figlio dello Sceicco – loro sono pronti a fornirmi tappeti iraniani, cuscini di seta, mobilio in stile, argenti arabi, accessori, gingilli e cosine varie.
Una stanza in stile Old Shanghai? E allora vai col letto da oppio, il trumoncino a cassettiera da erborista taoista, un Buddha cinese in ceramica e una stampa su seta del primo capitolo del Tao Te Ching, drago in ottone, soldato in terracotta, tappeto cinese, paravento T’ang, vasi Ming, sete della valle del fiume Giallo, poster d’epoca della British Airways per il volo Londra Calcutta Shanghai in idroplano…
Ovvio, i miei concetti devono coincidere con quelli disponibili in catalogo.
Sarei tentato di entrare ed informarmi per farmi una stanza in stile Barsoom, o in stile Brancaleone da Norcia, ma poi – spaventato da una vetrina in stile Hello Kitty, preferisco desistere.

Il posto dove compravo i miei giochi non c’è più.
Allo stesso modo sono scomparse la libreria dove compravo polizieschi, il cinema store dove acquistai il mio poster di Indiana Jones e tanto, tanto lontano nel tempo, è scomparsa la libreria Sevagram, dove ho praticamente fatto il liceo, e dove vendevano fantascienza.

C’è ancora il bancarellone coperto di Via Garibaldi, e ci faccio volentieri un giro.
Ecco – è esattamente come una Feltrinelli o da Fnac – ci sono TUTTI i libri.
Ma a differenza di quei posti, io qui ci passerei una giornata, senza stress, e – posto di avere abbastanza quattrini – con una bracciata di libri.
Cosa c’è di diverso?
In primo luogo, io credo, la scala.
Tutto il catalogo corrente di tutti gli editori principali è esposto abbastanza felicemente in una trentina di metri lineari.
Questo posto è sostanzialmente un lungo corridoio, con due pile di libri a destra e a sinistra.
Si entra, lo si percorre tutto studiando gli scaffali a sinistra, poi si torna indietro studiando gli altri scaffali.
Questo posto è una libreria – un locale chiuso in cui ci sono deilibri.
Non ci sono cancelleria, pasticceria, multimedia.
Non ci sono poltroncine, alcove, nicchie, cubicoli per la lettura – se vuoi leggere, te lo leggi in piedi, o te lo compri e te lo leggi a casa.
Non ci sono quei cartelli odiosi del tipo “Wow! Se ti è piaciuto Harry Potter…!” oppure “Da sei settimane primo in classifica!” o cose del genere.
Non c’è la filodiffusione.
Non c’è la climatizzazione.
Non ci sono commessi dall’occhio spento – o anche dall’occhio vispo.
Ci sono i libri, ed i potenziali lettori.
E due casse – una per parte.

Mi sposto un po’ più in là.
C’è una libreria specializzata in libri d’arte e fondi di magazzino, che fa dei prezzi stracciati.
E oltre c’è una libreria specializzata in testi esoterici e filosofici, misticismo orientale e new age.
Spostandomi ancora più in là – da questa o da quella parte, non ha importanza – ci sono bancarelle di libri e dischi usati.
E poi, puntando verso Palazzo Madama, ed il cuore della città…
C’è un negozio di dischi in Via XX Settembre non più grande della stanza di casa in cui mi trovo ora, che è una miniera d’oro per CD di musica classica,
jazz e occasionalmente world music. Hanno i dischi di Caterina Valente, e credo siano gli unici in Torino.
Ci vado di rado – perché spenderei cifre stravaganti – e mi ci sento mortalmente in imbarazzo per quanta cortesia mi viene abitualmente riversata addosso dalle proprietarie.L’indifferenza musona dei commessi di Fnac, mi rendo conto, è meno personale, meno “aggressiva” – ci anestetizza con il piacere di essere anonimni.
Non qui.
E poi, ancora oltre, c’è una libreria specializzata in orientalistica, gestita da un amico, dove non entro da un anno almeno perché dovrei depositare un rene alla cassa e poi far scalare i singoli volumi, fino ad esaurimento…
E ancora, andando verso l’Università, ancora bancarelle di libri e negozi di vinile d’antan.
C’è un posto in via Rossini che vende solo musica prog… c’è una libreria musicale davanti al Conservatorio…

Ecco, io credo che sia in questa varietà e specializzazione che risiede la speranza di sopravvivenza non solo delle piccole librerie e dei piccoli negozi di dischi, ma anche e soprattutto dell’individualità del pubblico.
Negozi piccoli, che non frappongono fra il pubblico ed il medium d’elezione elementi in fondo estranei alla nostra cultura ed abituale fruizione della libreria, del negozio di dischi…
Il trucco, io credo, non consiste nell’offrire caffé e cappuccino, bomboloni e piadine ai lettori.
Non consiste nello stravaccarli in poltrone troppo basse e cullarli con muzak sifonata attraverso la filodiffusione.
Il trucco non sono neanche gli sconti – per quanto allettanti e, considerando i prezzi medi delle pubblicazioni nostrane, benvenuti.
La libreria, il negozio di dischi, è costruito sull’offerta di qualcosa di meno banale.
Un consiglio competente, la proposta di alternative.
Senza fronzoli o americanate.
Se ogni piccola libreria della città riuscisse a sottolineare una propria unicità – per argomento, per organizzazione, per relazione personale col pubblico…
In questo modo si può enfatizzare la varietà, e promuovere la differenza.
Perché un posto in cui tutti dormoni in stanze-concetto prese da un medesimo catalogo, tutte uguali, ma ciascuno convinto di aver dichiarato al mondo la propria originalità, è un posto maledettamente morto.


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Due ore da ammazzare

Oggi ho vagabondato un po’ per il centro di Torino.
Avevo due ore da ammazzare, e se la tentazione di rintanarmi da Baratti con una bela cioccolata calda era forte, il desiderio di vedere come sta cambiando quella che per quest0’anno sarà la Capitale Europea della Gioventù ha prevalso.
La cioccolata sarebbe stata meglio.
Forse.

Le librerie stanno scomparendo.
Rimangono le Feltrinelli, che son più supermercati che librerie, la libreria in cima alla Rinascente, che è praticamente solo una fumetteria, ormai, e Fnac.
Del mio passato studentesco rimangono solo la Luxemburg e la Dante Alighieri.
Ed io alla Dante Alighieri faccio un po’ fatica ad entrarci, per quell’aria che ha di Tempio del Libro che a me mette soggezione.

In cerca di tepore, ho peregrinato per la Feltrinelli di via Roma, e lì ho scoperto una cosa che mai mi sarei aspettato – non mi viene voglia di acquistare libri.
Ora, per capirci, io sono uno che è malato di libri – se frequentate queste pagine lo sapete – e quindi il mio problema di fondo è che, se entro in una libreria, qualcosa mi porto a casa.
Di solito, essendo ancora sintonizzato sulla mia vecchia parsimonia da studente squattrinato, si tratta di un paio di titoli “che devo avere assolutamente” fra i dodici/quindici… facciamo anche venti o venticinque che hanno destatoto la mia curiosità.
Ma il giro da Feltrinelli mi lascia completamente indifferente.
Oh, ok, ci sono un paio di titoili interessant… ma niente di essenziale, niente che mi spinga prepotentemente a bruciare i quattrini che ho in tasca.
E non è l’ambiente, che è abbastanza accogliente e vorrebbe tanto – ma non ci riesce – essere come una di quelle belle librerie inglesi in cui passi tutta una giornata.
No, è l’offerta.
Che mi appare assolutamente piatta.
Faccio un giro nel settore fantascienza e fantasy – vampiri a manetta, oppure elfi.
Il losco Drizzt Do’Urden è spiaccicato su una serie di copertine, incluso un volumone che vorrebbe essere una introduzione alle sue avventure.
Lo apro – riccamente illustrato.
Parla di luoghi che ho frequentato da giocatore.
Waterdeep, il Nord, la Costa delle Spade… – è come sfogliare la guida turistica del posto in cui sei cresciuto.
Visto… ci sono stato… questo è quel posto che incendiammo quella volta…
chissà che fine hanno fatto i tizi che vivevano in quel mulino…
Ma davvero c’era una locanda in quel posto?

Fumetti.
Un sacco di supereroi.
Una bella edizione rilegata di Conan a fumetti d’antan.
Il solito Corto Maltese.
L’integrale di Dunesbury…
C’è qualcosa che io non conosca a memoria?
No.
Il settore scientifico è inquietantemente incuneato fra filosofia e new age.
Margerita Hack che parla di astrofisica, o Alex Jodorowski che parla di tarocchi?
L’ennesima ristampa dei Grandi Misteri Irrisolti di Colin Wilson.
Osho che parla di tutto – dallo Zen ai Fiori di Bach, passando per il Tantrismo.

Ennui.
Monotonia.
Zero stimoli.

Eppure, faccio un giro su Amazon, o su uno qualsiasi dei rivenditori di lingua inglese, e se non avessi un apparato di auto-frenaggio come quello del Gundam, mi brucerei delle mezze milionate in libri eccentrici.
Biografie di avventurieri, manuali di pirateria, testi di criptozoologia, trattati di taoismo pratico, romanzi, raccolte di racconti, testi d’informatica…
Ma qui, nulla.

Poi, dirigendomi verso la stazione di Portanuova, sono passato davanti alla Dante Alighieri.
Il Tempio.
Fuori, su due bancarelle, una cinquantina di volumi in offerta, malandati peri troppi anni trascorsi sugli scaffali.
Ci trovo Dinosaurs, Spitfires and Sea-Dragons, di McGowan – essenziale, ma proprio essenziale testo di meccanica funzionale e paleontologia; uno studio, insomma, di come volassero e come nuotassero pterosauri ed ittiosauri, basato su una approfondita analisi del funzionamento meccanico dei loro corpi.
Sei euro.

Non credo alla mia fortuna.
Lo dico anche alla signora, dentro, pagando.
Lei mi osserva con un certo disprezzo – un ciccione in una casacca marrone che compra vecchi libri a prezzi scontati.

Vorrei spiegarle che il brivido che credevo perduto è ancora lì -ha solo lasciato le librerie per trasferirsi sulle bancarelle.
Vorrei spiegarle che i libri che sta svendendo, fuori, sotto alla pioggia, sono cento volte più interessanti di qualsiasi cosa offrano i suoi concorrenti.
Vorrei spiegarle che questo libro malandato avrà un posto d’onore sul mio scaffale.
Ma lei ha altre cose a cui pensare.
Ed a me sta per partire il treno.


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Per chi l’ha visto e per chi non c’era…

E così ieri la mostra di grafica giapponese ospitata dall’Accademia Albertina di Torino ha preso il via.
Conferenza stampa davanti ad una nutrita schiera di giornalisti.
Riprese televisive.
Affollatissima inaugurazione ieri sera.

Quelle che seguono sono alcune considerazioni messe insieme chiacchierando con alcuni dei partecipanti all’inaugurazione, con i congiurati che hanno reso possibile la mostra, con supporter e sponsor.
Un pork chop express alla giapponese, insomma.
Un sushi di delfino.
Trattandosi delle opinioni di uno dei curatori, andranno ovviamente prese con le dovute riserve.
ma siete grandi, ormai, saprete come valutare ciò che segue…

Punto 1 . La mostra “Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese” è colossale.
OK, lo sapevamo, guardando i dati sulla carta, ritirando e disimballando i pacchi arrivati dal Giappone, discutendone fra di noi in fase di elaborazione.
Ma vedere i trecento pezzi esposti nelleloro cornici, illuminati come si deve, disposti lungo percorsi tematici tanto sottili da essere quasi subliminali…
L’impatto di trovarsi al cospetto di una tale concentrazione di talento e tecnica…
Wow!

Il che ci porta direttamente al

Punto 2 . i ragazzi dell’accademia che con il professor Raffaele Mondazzi hanno materialmente allestito la mostra, martellandosi le dita nel piantare i chiodi, rischiando la decapitazione nell’inserire le lastre di vetro nelle cornici, e sostanzialmente facendo un lavoro improbo con tempi strettissimi e intanto frequientando i corsi dell’Accademia, e poi si sono pure sciroppati il servizio d’ordine, sono gli eroi troppo poco celebrati di quest’intera avventura.
Un grazie da parte mia, e da parte di tutti i curatori ed i visitatori, è il minimo.

Il che ci porta al

Punto 3 . È stata una valanga colossale di lavoro, svolto assolutamente gratis, da parte di tutti, ed è incredibile quanto ci sia da fare per raccattare trecento opere d’arte di altissimo livello, la maggior parte provenienti dall’altro capo del mondo, appenderle alle pareti di alcune sale e farci passare davanti il popolo affinché possa meravigliarsi e trasecolare.
Davvero, detto così pare nulla, ma è un lavoro colossale.
E, dannazione, non finisce il giorno in cui si aprono i battebnti e si lascia entrare il pubblico.

Da cui, il fondamentale

Punto 4 . Il pubblico resta senza fiato, ed è giusto che sia così.
Ed è bello, e interessante, da un punto di vista strettamente antropologico, il fatto che a restare affascinati siano individui che nulla sanno di arte o cultura giapponese, che mai hanno letto un fumetto, guardato consapevolmente un cartone animato o giocato un gioco alla Playstation.
La bellezza, oggettiva, delle tavole – anche le più grottesche, anche quelle che ritraggono orrori lovecraftiani o incubi shintoisti – è tale che le considerazioni culturali, i filtri a posteriori si spengono.
E la reazione rimane … Wow!

Ed in fondo, questo ci porta quasi automaticamente al

Punto 5 . … ed è un bene che i filtri culturali non contino, poiché coloro i quali tali filtri li posseggono, e li sbandierano quasi quotidianamente, e tormentano i media con manifesti, dichiarazioni d’intenti, lettere pietistiche all’editore e rivendicazioni varie, brillano qui ed ora per la loro latitanza.
Dove sono gli otaku, i mangamaniaci, i matroska-dipendenti, i cosplayer d’assalto, quelli che ci hanno francamente triturato in polvere fine gli zebedei dibattendo per l’eternità ed oltre dei meriti culturali di Kimagure Orange Road rispetto a Maison Ikkoku, tentando invano di decidere se Mazinga sia meglio di Ken il Guerriero…?
Eppure allignano abbondanti in Torino e provincia.
Non se ne vede traccia.
Nessuna risonanza hanno dato sui loro blog e siti web all’iniziativa.
Non hanno chiesto informazioni.
Non hanno espresso opinioni – per lo meno pubblicamente.
Tra loro, probabilmente, si staranno dicendo che alla mostra non ci sono stati e non si andranno, ma che comunque se l’avessero fatta loro l’avrebbero fatta meglio.

Ed è grande a questo punto vedere invece emergere dalle cantine nelle quali si riuniscono come carbonari per parlare di zen e calligrafia, tiro con l’arco e taoismo, gli Orientalisti Torinesi, una strana accozzaglia di menti acute e curiose, che da anni se ne stanno ai margini, infischiandosene del fracasso degli otaku e del sussiego polveroso dell’Università (altra entità misteriosamente assente).
Gli Orientalisti Torinesi ci sono tutti.
Si ri-incontrano magari dopo diec’anni, e si godono la serata.
Li riconoscete facilmente – sono quelli che al buffet usano le bacchette, o che il buffet lo snobbano, continuando piuttosto a chiacchierare di Shinto di Stato e cultura post-bellica giapponese.

Ieri è stata una giornata massacrante.
Ed è stato divertentissimo.
Grazie per avermi permesso di partecipare.

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Grafica Giapponese – 10 giorni al via

Mancano esattamente dieci giorni alla partenza, è ora di dare fuoco alle polveri…
Ecco quindi la locandina, ed il comunicato stampa ufficiale.

Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese

La grande grafica giapponese

Giovedi’ 14 gennaio 2010 nella sala esposizioni dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino alle ore 18.00 sara’ inaugurata la mostra:

“Dall’ukiyo-e (il mondo fluttuante) all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese”

Inaugurazione

giovedi’ 14 gennaio 2010 alle ore 18.00 nella sala esposizioni dell’Accademia Albertina

Chiusura mostra

domenica 14 febbraio 2010

Orari di apertura

tutti i giorni (inclusa la domenica) dalle ore 11.00 alle ore 18.00

Ingresso libero

Curatori: Murasaki Fujisawa, Akane Fujisawa, Massimo Soumaré, Davide Mana, Raffaele Mondazzi
Consulente per l’allestimento: Gianfranco Torri
Direttore Accademia di Belle Arti: Guido Curto

Per la prima volta in Europa alcuni importanti artisti di grafica contemporanea giapponese si confrontano con gli autori classici che hanno operato nel periodo d’oro dell’arte nipponica, dall’inizio del ‘700 all’apertura del paese all’Occidente nel 1868.
Cio’ che unisce il mondo classico e quello contemporaneo e’ l’alta qualita’ dell’opera grafica; si utilizzano le stesse simbologie e temi letterari. Inoltre gli artisti giapponesi contemporanei colgono la cura dei dettagli, l’eleganza delle soluzioni, la raffinata scelta di colori dei maestri antichi, influenzando talvolta la produzione artistica occidentale.

Le opere antiche

Sono esposte, per la parte piu’ antica, una cinquantina di xilografie a colori di Utagawa Kunisada (1786-1865) vissuto nel Periodo Edo (1603-1868) e di altri autori del periodo dell’imperatore Meiji salito al trono nel 1868 tra cui Ogata Gekko (1859-1920). Un paio di frammenti di emakimono (rotoli dipinti) piu’ uno dei tre rotoli integrali che illustrano l’antico racconto di Shuten Doji (Il demone beone), estremamente rari nella loro interezza, datati tra il XVII e il XVIII secolo. Questi rotoli, lunghi ciascuno piu’ di sei metri, fanno parte di una tradizione editoriale di grande raffinatezza che univa la trascrizione di romanzi celebri a immagini pittoriche dipinte con estrema cura e riproducenti con taglio quasi cinematografico, molto vicino agli attuali storyboard, le scene principali delle storie narrate.
Le xilografie a colori (stampe da incisioni su legno di ciliegio realizzate utilizzando una tavoletta per ogni colore sino ad un massimo di 28 colori per la stessa immagine) sono di argomento vario.
Ci sono illustrazioni di romanzi della letteratura aulica del Giappone risalenti al Periodo Heian (794-1192) (come la Storia di Genji il Principe Splendente tradotto anche in italiano dall’editore Einaudi, conosciuto come il primo esempio di romanzo psicologico della storia). In altri casi abbiamo immagini di attori, del teatro tradizionale Kabuki ritratti in abiti di scena, che venivano affisse con funzione di locandina sulle porte dei teatri. Gli esemplari non utilizzati come affiches erano in seguito venduti ad estimatori ed appassionati per cifre molto economiche. Quando poi il Giappone apri’ i porti al commercio con l’Occidente queste xilografie presero la via dell’Europa, a volte utilizzate per avvolgere le delicate (e costosissime) porcellane destinate all’esportazione. Giunte cosi’ nelle mani degli artisti europei ed americani, diedero inizio a quel mondo di scambi ed influenze reciproche che produsse l’Art Déco, il Liberty e cio’ che fu definito “Japonisme”, il gusto per cio’ che proviene dal Sol Levante.

Il Giappone all’Accademia Albertina

Nella Biblioteca Storica dell’Accademia e’ conservato un album di magnifiche fotografie Views & costumes of Japan della A.Farsari & Co di Yokohama, probabilmente giunto a Torino come dono al re. Le fotografie colorate a mano, risalenti alla seconda meta’ dell’800 che riprendono scene di vita, paesaggi e monumenti di un Giappone ormai perduto. Tale album verra’ esposto la prima volta al pubblico in occasione della mostra.

Altro sodalizio dell’Accademia con il Giappone e’ documentato dal viaggio del pittore e incisore Antonio Fontanesi. L’artista, insegnante di Pittura di Paesaggio, fu invitato a fondare l’istituzione analoga nella capitale giapponese. Fontanesi insegno’ per due anni (1876-1878) la pittura occidentale di paesaggio, si ammalo’ e torno’ scorato a Torino nella sua Albertina.
Nonostante si sia trattato di un breve periodo, il pittore si impegno’ a fondo per insegnare nell’arcipelago le tecniche della pittura occidentale ed i suoi sforzi furono lodati e apprezzati; influenzo’ cosi’ l’arte nipponica e sollecito’ l’interesse subalpino per quest’ultima mentre in Europa le immagini del mondo fluttuante degli ukiyo-e vengono ammirate e apprezzate da Monet e dai pittori impressionisti francesi.
Inoltre, molti dei suoi allievi giapponesi divennero a loro volta famosi pittori che contribuirono a far conoscere in Giappone l’arte europea.

Le opere contemporanee

Sono presenti in esposizione le illustrazioni originali di sette artisti operanti attualmente nei campi della grafica di illustrazione, dell’animazione (“anime”) e del fumetto (i cosiddetti “manga” oggi letti in tutto il mondo). La comune radice pop (in senso etimologico, popular) collega l’opera degli artisti contemporanei a quella dei classici nella diffusione del “prodotto artistico” a prezzi estremamente accessibili. Sono esposti sia studi che opere. A queste ultime appartengono dipinti ad olio e acquerello, incisioni alla maniera nera e acquaforte su rame, mentre numerosi schizzi a matita e abbozzi preparatori, eseguiti su fogli A4 sono bozzetti realizzati con scioltezza per avvicinarsi alla costruzione dell’immagine definitiva di un prodotto editoriale o cinematografico.

Brevi note biografiche degli autori

Utagawa Kunisada
Conosciuto anche con il nome di Toyokuni III, fu il piu’ popolare e prolifico tra i maestri della xilografia del XIX secolo tanto che in quegli anni possedeva in Giappone una reputazione persino superiore a quella di indiscussi geni come Hokusai (1760-1849) e Hiroshige (1797-1858). Molto apprezzati erano i suoi ritratti di belle donne e di attori del teatro Kabuki.
Negli Anni ‘90 critici d’arte come Sebastian Izzard hanno contribuito a riconoscere il valore delle opere di Utagawa Kunisada inserendolo a buon diritto tra i giganti dell’arte giapponese dello ukiyo-e.

Ogata Gekko
Pittore e incisore di ukiyo-e, inizialmente si ispiro’ ai lavori dei maestri che l’avevano preceduto come il grande Hokusai (ad esempio nella sua serie di paesaggi del monte Fuji), sviluppando in seguito un proprio stile originale ricco di significativi elementi appartenenti alla nihonga (la pittura classica in stile giapponese). Le sue opere godettero di un grande favore di pubblico e di critica e furono esposte a Chicago, Parigi e Londra rispettivamente gia’ nel 1893, 1900 e 1910. La sua figura rappresenta indubbiamente un importante punto di congiunzione tra i vecchi maestri dell’ukiyo-e e gli odierni artisti nipponici.

Yoshitoshi ABe
Laureato alla Tokyo National University of Fine Arts and Music in storia del disegno giapponese.
Gia’ al tempo della scuola media lavora come assistente di un fumettista incominciando cosi’ ad appassionarsi all’arte del disegno.
Durante l’universita’ con la storia Ame no furu basho (Il luogo dove piove) si aggiudica il Premio Afternoon Shiki del prestigioso editore Kodansha. Dopo aver fatto un importante esperienza come illustratore e fumettista viene incaricato di realizzare il character design della serie di animazione Serial Experiment Lain, la quale diviene un fenomeno mondiale. Anche un’altra serie da lui ideata e disegnata molto amata dal pubblico, Haibane renmei (Charcoal Feather Federation), viene trasposta in un’animazione di grande successo. E’ stato invitato in importanti manifestazioni americane ed europee relative alle animazioni ed al fumetto consolidando una fama di livello mondiale. Il suo stile reca, tracce dell’influenza della pittura rinascimentale italiana realizzando un perfetto connubio tra tradizione classica orientale e occidentale ed innovazione. E’ un maestro riconosciuto nell’uso del Computer Graphic.

Kugatsuhime
Illustratrice e fumettista, inizia la sua attivita’ nella meta’ degli Anni ‘80 il suo campo di attivita’ concentrandosi in particolar modo sui prodotti legati al mondo dei videogiochi e dei giochi da tavolo. Ha realizzato, tra gli altri, i disegni per la serie di giochi di carte Monster Maker, per Resurrection New Type e per il Role Play Game Legend. Sue illustrazioni sono state pubblicate ed usate come copertine per diverse riviste tra cui RPGamer.

Akemi Takada
Disegnatrice ed illustratrice, inizia la sua attivita’ alle fine degli anni ‘70 e dopo essersi laureata alla famosa Tama Art University di Tokyo viene assunta nella casa di produzione Tatsunoko Productions che lascia nei primi anni ‘80 per collaborare poi con lo Studio Pierrot, in seguito dedicandosi all’attivita’ di artista freelance. Ha realizzato le illustrazioni ed i character design delle piu’ note serie animate giapponesi. Anime molto noti anche in Italia quali Lamu’, la ragazza dello spazio, L’incantevole Creamy, Cara dolce Kyoko, E’ quasi magia Johnny, Mobile Police Patlabor e Fancy Lala. Ha inoltre collaborato alla realizzazione delle illustrazioni di numerosi videogiochi e pubblicato un gran numero di volumi di raccolte di disegni. Recentemente si e’ anche dedicata al disegno e alla realizzazione pratica di gioielli creando un suo proprio marchio. E’ una dei piu’ importanti artisti giapponesi nel settore con un seguito di fans in tutto il mondo.

Minae Takada
Illustratrice, si laurea all’inizo degli anni ‘80 alla Joshibi University of Art and Design specializzandosi in design industriale. Ha lavorato presso la Sanrio Company come designer, e nel 1983 ha vinto il premio opera meritevole alla terza edizione del concorso di illustrazione Shi to meruhen; nel 1985 si diploma al concorso di illustrazione indetto dalla rivista mensile MOE, in seguito svolgendo la sua attivita’ in collaborazione con un gran numero di riviste ed in diversi campi in qualita’ di freelancer. Ha realizzato le copertine di molte pubblicazioni di note case editrici e le illustrazioni di vari volumi. Si e’ aggiudicata numerosi premi per le sue incisioni su rame.

Katsuya Terada
Nato nel 1963, fin da piccolo nutre un profondo interesse per il disegno. Terminati gli studi, lavora come fumettista e illustratore freelance. Ha realizzato manga, disegni per videogiochi, libri, film, teatro e per la moda. Tra le sue opere piu’ significative ricordiamo il fumetto Saiyukiden daien’o (Racconto soprannaturale del Viaggio in Occidente, il re scimmione) tradotto anche in cinese, in francese e in inglese. Come character designer si e’ occupato dei personaggi di videogiochi quali Tantei Jinguji Saburo (L’investigatore privato Jinguji Saburo), Virtual Fighter 2, Busin, di quelli dell’anime Blood: The Last Vampire e delle pellicole Cutie Honey (2004) e Devilman (2004). Nel 2006 ha recitato nel film di Mamoru Oshii Tachiguishi retsuden (Raccolta di biografie di maestri buongustai) presentato pure alla sessantatreesima edizione del Festival del Cinema di Venezia. E’ oggi uno degli illustratori piu’ apprezzati a livello mondiale. Viene considerato uno dei maggiori esperti giapponesi nel trattamento delle immagine in Computer Graphic. Nel 2002 ha vinto il prestigioso Premio Seiun nella sezione arte.

Yuko Tsukishiro
Illustratrice e mangaka (fumettista), debutta negli anni ‘90 con un suo lavoro per la rivista Griffon della casa editrice Asahi Sonorama nel 1994. Realizza disegni per molti romanzi a tema fantascientifico, fantastico e horror collaborando, tra l’altro, con le piu’ note riviste della letteratura di genere giapponesi (pubblicazioni ad altissima tiratura quali Shosetsu NON, Mondai Shosetsu e J-novel) e le maggiori case editrici del paese. Inoltre disegna illustrazioni per molti giochi di carte collezionabili quali Moster Collection e Aquarian Age popolari in molti paesi del mondo.

Akihiro Yamada
Nato nel 1957, illustratore e fumettista, attualmente vive con la moglie a Kyoto. Come illustratore molto apprezzati sono stati i suoi lavori realizzati per i romanzi di diversi noti scrittori. In particolare quelli per la serie Junikokuki (La storia dei dodici regni) della scrittrice Fuyumi Ono.
Inoltre ha realizzato le quattro copertine della serie antologica giapponese dei Miti di Cthulhu di H.P. Lovecraft pubblicati dall’editore americano Kurodahan Press e riuniti sotto il titolo di Lairs of the Hidden Gods, molto amate dai lettori e dalla critica americana.
Tra i manga da lui realizzati si segnalano Record of Lodoss war e Beast of East, entrambi tradotti in italiano. Lo stile estremamente delicato di Yamada si ricollega all’antica arte della pittura ad inchiostro. Nel 1996 ha vinto il Premio Seiun nella sezione arte. Ha curato anche il concept design della pellicola Shinobi – heart under blade –.

Incontri con l’arte e la letteratura giapponese

Nella prima settimana di febbraio si svolgeranno una serie di incontri all’Accademia di Belle Arti con Akemi Takada e Minae Takada, artiste presenti in mostra, con i curatori della mostra, con la calligrafa Kazuko Hiraoka, con gli autori Fabio Lastrucci, Reiko Hikawa, Franco Pezzini e Massimo Scorsone, con il professor Franco Ricca, direttore del museo d’Arte Orientale di Torino e con il professor Massimo Melotti docente di Etica della Comunicazione all’Accademia di Belle Arti e con altri specialisti e studiosi.
Presentera’ l’iniziativa il direttore dell’Accademia, il professor Guido Curto.
Seguira’ un comunicato dettagliato.

Sito ufficiale della mostra:

http://mostregraficagiapponese.wordpress.com/

Sito ufficiale dell’Accademia Albertina:

www.accademialbertina.torino.it

Donata Massobrio
Relazioni Esterne-Ufficio Stampa
Accademia Albertina di Belle Arti
Via Accademia Albertina n.6, Torino
Tel. 011.889020-fax 011.8125688
E-mail: ufficio.stampa@accademialbertina.torino.it

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Il futuro attraverso gli occhi di ieri

Si avvicina inesorabile, molto più inesorabile di una profezia Maya, il 2011, con le sue celebrazioni risorgimentali.
150 anni di Italia unita.
E così, dopo aver preso per i fondelli per un secolo gli yankee, ché per loro “archeologia” è Buffalo Bill (e gli australiani stanno anche peggio), rischieremo magari di ricordarci che siamo una nazione dannatamente giovane, con un sacco di vizi dannatamente antichi.

Quarantotto anni or sono ci fu un’altra batteria di celebrazioni.
E ieri, mentre scambiavo due chiacchiere con alcuni amici dieselpunk, siamo inciampati su unsito web che raccoglie tutto il materiale disponibile sul fulcro, sull’evento principale di quelle celebrazioni del centenario.
Accadde tutto a meno di quattro chilometri da dove son seduto inquesto momento, ed i resti di quell’evento sono il capolinea delle mie camminate notturne, quando faccio fare un po’ d’esercizio al ginocchio malandato.
Italia ’61, la chiamarono.
L’Esposizione Internazionale di Torino.
Su di un’area di svariati ettari, Torino, che aveva svolto il ruolo di laboratorio per l’unità d’Italia, per la rivoluzione industriale, che stava surfando sulla cresta dell’onda del boom, provò ad immaginarsi città del futuro.
Palazzi di cristallo e cemento dalle forme futuribili, immersi nel verde e collegati da viali curvilinei, laghi artificiali, fontane.
Un cinema panoramico per la proiezione di film immersivi a 360 gradi (Disney mandò una lettera a riguardo).
Marciapiedi sospesi al di sopra del traffico stradale, passerelle ed ovovie per attraversare il fiume, autobus a due piani (inaudito!) in circolazione per le strade della città…
E su tutto, a sfrecciare nell’aria, la monorotaia.
Esisteva nulla di più futuribile della monorotaia, ora che i dirigibili erano andati fuori moda?

Il sito dedicato all’evento – da maggio a ottobre 1961 – è ricco di materiali: fotografie, articoli, ephemera, filmati.
Poi, col novembre del 1961, calò l’oblio.
Quasi me l’immagino, questo quartiere rubato ad una città del futuro, avvolto nella nebbia e deserto, il primo novembre 1961.
Ne vennero spartite le spoglie.
Le Nazioni Unite si presero il villaggio di strutture antisismiche – un curioso incrocio fra uncomplesso giapponese ed un resort nella savana del Kenya – e ci mise il Boureau International du Travail.
Il cinema panoramico rimase in stato di abbandono per decenni – salvo poi essere rilevato da un’azienda che lo trasformò in un cilindro di specchi azzurri, ed oggi vi ha la sua sede.
Le stazioni dell’ovovia smantellata furono la gioia dei grafitisti, e una divenne un bar.
L’isola antistante il Palazzo di Cristallo (eh?! C’era un’isola?! Con sopra un parco?!! Su GoogleEarth manco si vede dove hanno interrato il fiume!) venne acquisita con tutta l’area dall’acquedotto municipale, che regimentò il ramo del Pò, trasformò l’Isola in terraferma e ci costruì sopra i suoi impianti.
Alla faccia del feng shui.
Il comune organizzò mostre ed eventi, saltuariamente, nel Palazzo di Cristallo e nel Palazzo a Vela.
Poi ne assegnò spazi ad enti ed associazioni – fu in uno degli uffici sospesi del Palazzo di Cristallo che presentai la mia domanda per partecipare al corso per diventare Tecnico di Rilevamento Ambientale, quindici anni or sono.
Poi li lasciò abbandonati – salvo sventrare e rifare il Palazzo a Vela, trasformando le sue facciate di vetri poligonali in inspiegabili scatole di calcestruzzo dipinte di rosso.
Era per le Olimpiadi del 2009, che avrebbero dovuto risvegliare la città, insegnando al mondo che “Passion Lives Here” – ma la passione se mai c’è stata se ne è andata in fretta, e sono rimasti solo i debiti, il nervosismo di una amministrazione che deve fare cassa ed una manciata di strutture orribili e abbandonate che costellano il paesaggio.

Nel più grande dei laghi artificiali – dove da ragazzino andavo a far navigare barchette – ci hanno montato una ridicola, colossale stella rotante di latta arruginita, rubata a un vecchio video dei Duran Duran.
Luci d’artista, le chiamano.

Il destino peggiore però, il quel novembre del 1961, lo subì la monorotaia – e il sito degli appassionati di Italia ’61 colleziona un ricco dossier sull’evoluzione della “questione monorotaia” – dall’esperimento all’indecisione, al degrado, allo smantellamento progressivo.
Oggi la stazione settentrionale della breve linea sospesa è stata ristrutturata, ed ospita una struttura di accoglienza per i genitori dei bambini ricoverati nel vicino ospedale infantile.
Meglio così, che i lunghi anni passati a fare da punto di riferimento per le prostitute ed a fornire un riparo agli eroinomani.

È strano, visitare virtualmente Italia 61 com’era sei anni prima che io nascessi.
E non si tratta solo di scoprire che c’erano un’isola e un parco che io non ho mai visto, dove oggi c’è solo una lunga lingua di sabbia (perché le dinamiche fluviali non sono facili da controllare, neanche se si ha una lettera dell’Acquedotto).
E non sono le hostess sorridenti con le uniformi uscite dai Thunderbirds, o la monorotaia ormai estinta da decadi.
È come vedere un fantasma di qualcosa che avrebbe potuto realizzarsi, e invece è stato spento.
Uno sforzo colossale nel realizzarlo, una spallucciata nello spegnerlo per sempre.
E ripenso a quella generazione, che prese quelle decisioni.
E capisco un po’ di più il paese di cioccolatai nel quale mi trovo a vivere.

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Prima Edizione della San Giovanni Letteraria

Ricevo e rigiro alla comunità con piacere.

Editori e Librerie della Circoscrizione 8
in collaborazione con “Gli Amici del Fiume”
presentano in occasione della Festa Patronale

Incontri

con gli Autori

Giochi Letterari

Libri in Vetrina

 

Mercoledì 24 giugno 2009 dalle ore 10,00 alle ore 24,00 presso la Circoscrizione 8 – Corso Moncalieri, 18 – Torino

Partecipano:

ore
15,00 – Mario T. Barbero presenta “Torino in Giallo”, ed. Pintore

15,30 – Silvio Alovisio, Giulia Carluccio, Mariapaola Pierini presentano “Il divismo cinematografico da Rodolfo Valentino a Marilyn Monroe”, ed. Kaplan

16,00 – Dante Diamante presenta “Due cuori e una capanna”, ed. Q Press

16, 30 – Cs-libri presenta “Alia”, antologia internazionale di narrativa fantastica

17,00 – Antonino Pusateri presenta “Quotidianità e pratica spirituale”, ed. Psiche

17,30 – Paolo Turati, presenta “Stilico”, Antonio Cracas “Mi è rimasto un calzettone” e Carlo Sartoris “67 anni nella notte” ed. Morea

18,00 – Giuliana Cerrato presenta “Ricette dalla Terra degli Elfi”, ed. Pintore

18,30 – Giuseppe Tirone presenta “Il potere della parola”, ed. Psiche

19,00 – P.F. Maria Rovere presenta “La naturologia per la salute”, ed. Psiche

19,30 – Alfredo Luvino presenta “Il terzo mese dell’inondazione”, ed. Sottosopra

20,00 – Cristiano Daglio presenta “Creature dell’impossibile”, ed. Sottosopra

20,30 – Claudio Trapani presenta “Maestri si nasce o si diventa…”, ed. Psiche

21,00 – Pierfranco Massia presenta “Suor Nivelda e il grano OGM” ed. Pintore

Vi aspettiamo!!

 

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Lingue morte

Tanto per restare in tema di accelerazione del futuro e progressivo sfascio degli atenei Torinesi… a Torino chiude la facoltà di Lingue.
O per lo meno, si impongono tagli onerosi.

E poiché tagliare è bello, ma se si taglia agli altri è meglio, il primo taglio proposto dal Consiglio di Facoltà è un taglio dei posti a sedere.
Numero chiuso.

Ooops, pardon, numero programmato

O si mente sapendo di mentire, lasciando che chi vuole si iscriva a Lingue grazie all’implicita promessa di un’offerta didattica che sappiamo non realizzabile. Oppure si introduce il numero programmato, in modo da consentire, seppure con fatica, che le poche forze a disposizione possano svolgere il loro lavoro in modo utile e produttivo

In linea con la politica di licenziare gli operai anziché i dirigenti se l’azienda non funziona, l’università si adegua – non sono in grado di insegnare?
E allora eliminano gli studenti.
Che sono comunque troppi.

Mentre il personale della facoltà restava invariato – 60 docenti, 39 ricercatori, 44 esperti linguistici e la miseria di 4 amministrativi – il numero di studenti cresceva anno dopo anno: a settembre 2008 gli immatricolati sono stati 1200. Troppi.

Tutti sembrano scordarsi che quegli studenti di troppo pagano fior di tasse di troppo che vanno a rimpolpare (di troppo) le casse di una università incapace di utilizzare un minimo di elasticità ed intelligenza nella risoluzione dei problemi.

Problemi insormontabili?
Per gli amministrativi, si potrebbero impiegare part-time degli studenti, anche solo per una cifra “da call-center”.
Per gli esperti linguistici, si potrebbero organizzare gruppi di interesse fra gli studenti, in modo da ottimizzare tempi e performance degli esperti e dei lettori.
Per i docenti, si può far ricorso al solito contratto solidale così popolare – fra i dirigenti – quando viene proposto/imposto ai dipendfenti: si prende tutti un 15% in meno e si assumono a contratto una decina di mercenari.
Ne conosco personalmente una mezza dozzina che accetterebbero anche subito.
Certo, per organizzare una cosa del genere, l’università dovrebbe essere prima di tutto una comunità, e non una macchina per generare introiti e replicare ricercatori aggiornati agli standard del 1958.

E invece…

La proposta, votata a larga maggioranza, prevede di istituire un tetto massimo di 800 immatricolati l’anno: 260 a Mediazione linguistica, 240 a Scienze del turismo, 160 per lingue dell’Asia e Africa e 140 per Lingue e letterature. Pochi docenti si sono schierati contro l’intenzione del preside. Quasi tutti hanno votato a favore. E quasi tutti l’hanno fatto con motivazioni simili a quella del professor Antonio Erbetta: «Questa decisione non ha nulla a che fare con la qualità della didattica, ma è puro frutto dell’insostenibilità strutturale cui siamo costretti»

Il professor Erbetta ammette forse l’aspetto più agghiacciante dell’intera faccenda – la didattica non c’entra.
Ormai da anni all’università la didattica è un male necessario.

E il problema è che le persone al timone ormai non riescono a vedere alternative – un chiaro segno che la flessibilità intellettuale non abita più le alte sfere degli atenei.

«Se bocciano la richiesta, visto che non ci sono soldi né risorse per risolvere i nostri problemi, vorrà dire che faremo propaganda perché gli studenti non s’iscrivano a Lingue. Non sarebbe un bello spettacolo»

Già visto.
Quando, nei primi anni ’90, alcuni docenti del dipartimento di Scienze della Terra mandarono una delegazione di loro laureandi a parlare con le matricole, al ritmo di “Se non vi siete ancora iscritti, non fatelo”.
L’ovvia domanda delle matricole, “Perché?”
E qui partiva la litania – poche aule, meno microscopi, corsi difficilissimi, nessuno sbocco lavorativo, tasse salatissime, un sacco di spese, bla bla bla.
Seguivano altre domande.
Le ovvie domande.
Ed i portavoce della “ragionevolezza” dovevano ammetetre che, sì, effettivamente, loro avevano la media del 28 o del 30, ed erano in procinto di laurearsi.
E lì si levava il meritato coro di pernacchie.
Sarebbe bello – a tanti anni di distanza – avere delle statistiche sull’efficazxia di quell’iniziativa.
Chissà quanti, stimolati da quel simpatico spettacolino, decisero che forse era meglio andarsene, e iscriversi direttamente ad Arte Drammatica?
Sette?
Mi piacerebbe avere quei dati, per usarli fra due settimane come argomento di esercitazione per i dottorandi di Geologia.
Ma naturalmente i numeri non li sapremo mai, vero?

Come in tutti i tentativi di una elité di conservarsi – o ricavare – dei presunti privilegi, il risultato fu inelegante, sciocco e sostanzialmente controproducente.
Ma stiamo parlando degli stessi che volevano proibire l’iscrizione a Geologia a cardiopatici ed asmatici, quindi probabilmente non ci si poteva proprio aspettare qualcosa di elegante, intelligente ed efficace.
A Lettere probabilmente finirà alla stessa maniera.
E comunque vada, a pagare sono gli studenti.

PS: se ora mi domandate che fine fecero quegli studenti che si prestarono a fare da portavoce ai nostri minuscoli, squallidi baroncini di Geologia, allora è chiaro che non siete mai stati all’università.

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I Quattro Cavalieri del Panico

Stando a Terry Pratchett sono:

  • Disinformazione
  • Pettegolezzo
  • Voce di Corridoio
  • Rassicurazione Non Richiesta,

Se Pratchett ha ragione, i Quattro Cavalieri del Panico cavalcano verso l’Università di Torino.

Disattivate le macchinette distributrici di merendine e bibite a Palazzo Nuovo.
Spento il riscaldamento nelle aule.
E poi, quando la fame e il freddo avranno lavorato al fianco i facinorosi, manderanno dentro gli Assaltatori Imperiali.

E pare che per dissidi sostanzialmente politici, le lezioni in piazza si terranno in aree già occupateda mercati rionali.

La Gelmini, intanto, ha ribadito che a Torino non ci viene proprio.

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