strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Tradurre o non tradurre?

Visto che ho già il tempo libero ridotto a zero…

Ho appena messo le mani su un libricillo uscito negli anni ’30 – non una gran cosa, più o meno 10000 parole.
Venti pagine scarse in formato A4, a metterci solo il testo in corpo 10 e interlinea 1.

Si tratta di un’artefatto di un’epoca più scollacciata e discutibile.
Una guida ai quartieri bassi di Shanghai, per il visitatore occidentale in cerca di un po’ di esotismo pesante.
Dove reperire compagnia femminile, alcool, sostanze illegali.
Il rischio di accoltellamento, le risse.
Come divertirsi a ritmo di jazz, fra russi bianchi e infidi orientali.
Una guida ad uno stile di vita per lo meno spericolato, in una città corrotta fino all’osso.

Il tutto col tono garrulo di un articolo per New Yorker, in un libriccino scritto da due cialtroni che probabilmente erano marinati nel gin, e fulminati a dovere.

“Per gran parte degli stranieri, esistono due soli tipi di cinesi, quelli puliti e quelli sporchi. Tuttavia, la situazione è molto più complessa.”

Politicamente corretto non lo è assolutamente.
Se si eliminassero le parti razziste, sessiste o generalmente offensive, quest’affare starebbe sul retro di una cartolina illustrata.

Il solo capitolo su come evitare di passare una serata da soli, che apre col consiglio di procurarsi una ragazzina dai quindici ai vent’anni – è normale, lo fanno tutti, non ci sono stigmatizzazioni sociali – è roba da capestro.

“Non poca della vita notturna sulle strade di Shanghai è cortesemente fornita delle signore la cui mercanzia è l’amore, in contanti e pronta cassa.”

Però, però…

Ho dato un’occhiata agli archivi americani per verificare il copyright.
Zero assoluto.
Non mi è neanche troppo chiaro dove sia stato stampato, il libercolo – se l’hanno stampato in Cina, come pare probabile, il concetto stesso di Copyright, specie all’epoca, è nullo.

Per cui, mi dico, potrei tradurlo.
Magari annotarlo.
E poi farlo circolare.
Un’altra cosa per gli Orientalisti Anonimi.

Non è lunghissimo, ed è il genere di lavoro di traduzione che mi diverte – anche se certe cose, in certi punti, mi danno i brividi.
Però, ehi, è storia!
Ma poi, cosa ne sarebbe…?

Se ne potrebbe fare un ebook…
Magari per Natale…

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Il Pelgrano, questo sconosciuto

Un post breve e poco impegnativo che tuttavia credo funzioni bene a corollario della lunga discussione scatenatasi in coda ai miei post sull’opus tolkienianum.

In uno di quei post ho citato il pelgrano, con la pelle del quale – come si conviene, nella sua varietà più selvatica – gli artigiani della valle del fiume Scaum rilegarono a suo tempo il mio malandato paperback de Il Signore degli Anelli.

Vaste ricchezze, fama imperitura e infinite altre meraviglie erano state promese a colui o colei che fosse riuscito a divinare non solo la natura del pelgrano selvatico, ma anche la sua provenienza e discendenza letteraria.
Ma nulla, nessuno dei miei colti lettori è riuscito nell’impresa – ed ho perciò devoluto le ricchezze ai bisognosi, e consegnato la fama alle fragili dita della brezza marina, rassegnandomi al lento ma inesorabile progredire dell’oscuro mare dell’ignoranza.
Unico caso, io credo, in cui il progredire sia causa di arretramento.

Mi s’appalesa tuttavia proprio ora che la causa non risiede forse nell’infingardaggine dei miei lettori, quanto piuttosto nel loro malaccorto affidarsi a consiglieri men che rigorosi, o animati da intenti che non riesco a divinare – poiché a molti il pelgrano è stato presentato sotto mentite spoglie, per motivi, non mi vergogno ad ammetterlo, che sfuggono ai miei pur logori poteri di raziocinio.

E dunqe, è l’ora della rivelazione!

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Io e il barista di Del Piero

Non ho mai letto i romanzi di Giorgio Faletti.
Questo non per snobismo, ingiustificato senso di superiorità o qualche altra baggianata.
Oh, ho sentito storie, certo, da amici che li hanno letti.
Di soli che tramontano ad est.
Di strane espressioni che parevano cattive traduzioni dall’inglese.
Ma non è per questoche non ho mai letto quei libri.
È semplicemente che ci sono libri che mi interessano di più – e questo non è un giudizio di merito, è semplicemente una questione di gusto – o mancanza del medesimo – personale.

Da qualche settimana, d’altra parte, la faccenda degli anglicismi sospetti circola su giornali e siti web.
Per chi se la fosse persa – due traduttrici (scopro solo oggi quanto quotate) hanno notato quelli che giudicano un po’ troppi anglicismi illeciti nell’ultimo volume dell’opus falettiano.
Cose tipo chiamare grandi (grands) i pezzi da mille – che sarebbero poi testoni o zucche, oppure bigliettoni, in italiano, o a voler essere etnocentrici, gambe, nel gergo della mala piemontese.
Oppure dire non girare intorno al cespuglio invece di non menare il can per l’aia.
Cose così.

Oggi, complice La Stampa in penuria di grosse notizie estive, l’autore incriminato pubblica la propria autodifesa.

giorgio-faletti.jpgOra, poiché poco mi cale dei romanzi di Faletti (se non per la loro natura di fenomeno letterario in un paese nel quale ostinatamente e fieramente non si legge – e varrebbe la pena farci sopra un post a parte), ancor meno mi cale della presenza di simili brutture nel testo dell’autore, o della ragione di tali brutture.
Davvero Giorgio Faletti si serve di un ghostwriter di lingua inglese che poi viene tradotto in maniera barbina, magari utilizzando (orrore!) un software come il vetusto, famigerato Italian Assistant?
Certo è un bel giallo, ma mi lascia un po’ il tempo che trova.

Se dovessi proporre una mia interpretazione, basata esclusivamente sui dati disponibili, direi che Faletti (come molti altri) semplicemente legge troppo in inglese e troppo in cattiva traduzione, e certe forme lessicali che si appiccicano addosso – tanto per dire – al mio modo di parlare e di scrivere, si appiccicano pure al suo.
Poi, lì la palla passa agli editor.
E quando uno scrive bestseller dovrebbe avere degli editor anfetaminici – ma evidentemente no.

No, non è la faccenda della vera origine di Io sono Dio – neanche fosse la Sindone – che mi porta a postare questa notte.
Né la figura francamente antipatica e supponente che l’autore decide di dare di sé, in quella che vorrebbe essere una difesa del proprio operato, sarebbe sufficiente a destarmi dal torpore.
Frasi del tipo…

Devo dire che ho inizialmente osservato con un certo divertimento il nascere di questa polemica balneare e non ho ritenuto opportuno disturbare queste due signore mentre si godevano i loro cinque minuti di popolarità.

… non hanno bisogno di commenti.
Che la difesa vada poi a chiudersi sulla solita questione dell’invidia da parte di persone alla ricerca di un attimo di notorietà, è una faccenda che avevamo già dissezionato a lungo in passato – su questo ed altrui blog – e rimane inspiegabile nella sua banalità.
Passi l’antipatia, ma a livello argomenti ci si aspettava di meglio, a fronte dei volumi di vendite che in chiusura ci viene ammanito a mo’ di spiegazione e giustificazione di… beh, di tutto.

Ma come dicevo, non è neanche questo, che mi fa imbizzarrire.
NO, quello che proprio mi è andato contropelo è questo…

A questo punto tuttavia, essendo anche un essere umano, concedetemi, una breve risposta alle mie due amiche pluriblasonate. Non ho motivo di dubitare del valore della signora Franca Cavagnoli come traduttrice. Ma il fatto che si traducano dei Premi Nobel a volte può essere fuorviante e indurre a facili entusiasmi, che andrebbero tenuti a bada. Non credo che il barista di Del Piero nel tempo si sia convinto di saper tirare le punizioni anche lui.

Che è una colossale castroneria.
Una dimostrazione di ignoranza e di supponenza inammissibile in una persona che pratichi l’editoria – foss’anche l’editoria amatoriale: anche l’ultimo fanzinaro derelitto, nella sua cantina, se non è completramente decerebrato (e naturalmente ce ne sono), rispetta i traduttori bravi.
E sostenere che tradurre un testo non comporti una conoscenza dei meccanismi narrativi, dello stile, della sintassi e della lingua – di quegli strumenti cioé che si presumono in possesso di uno scrittore – è calunniare una categoria già ampiamente bistrattata e cronicamente malpagata nel nostro paese.
Tradurre significa non solo convertire un vocabolario in un altro, riordinando magari le frasi, ma anche e soprattutto mediare, interpretare e reinterpretare il testo.
Sono possibili traduzioni più o meno vicine al testo.
Oh, garantito, esistono traduttori cani, così come esistono scrittori cani.
Ma paragonare una traduzione al fare un caffé, e negare qualsiasi legame fra traduttore e narratore è una assurda dimostrazione di arroganza.
E con buonapace del barista di Del Piero, al quale in questo momento và tutta la mia simpatia, il paragone non regge, è offensivo e dimostra una ignoranza che difficilmente si può compensare col coraggio delle proprie convinzioni.

E, soprattutto, si tratta del genere di ragionamento che potrebbe fare uno che utilizza Italian Assistant per fare le proprie traduzioni.
Dopotutto, cosa deve saper fare ormai, il mio amico barista che prepara il caffé ai calciatori, se non inserire la cialda e tirare una leva?

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Gratificazioni personali 6

Il sito della Society of Writers, Editors and Translators ha pubblicato ieri una lunga intervista a Edward Lipsett, fondatore e presidente della Kurodahan Press, una piccola casa editrice basata in Kyushu, specializzata nella pubblicazione in lingua inglese di narrativa e saggistica giapponesi.
E non solo.
Il catalogo Kurodahan è anche aperto ad antichi classici coreani, a ristampe di testi storici di autori anglosassoni, e altre bizzarrie.
Straordinario livello qualitativo, grande varietà, spazio alla narrativa di genere, ed uso intensivo del Print On Demand caratterizzano questa piccola casa editrice.
Della produzione Kurodahan abbiamo già parlato inpassato, per le edizioni della narrativa lovecraftiana di Ken Asamatsu.

L’intervista interesserà certamente chi abbia un occhio verso il mondo editoriale.
Interessante ad esempio la nota sul successo in giappone della stapa POD, stimolato dalla produzione di testi da parte di piccoli gruppi di interesse.

E poi la considerazione sulla letteratura di genere…

Science fiction, horror, crime, and the like are specialty markets, and only appeal to a subgroup of all readers. They are still outcasts in bookstores, to some extent, and generally have their own little sections back behind the bestsellers. Unless it’s Harry Potter, of course…People who wander through a bookstore or airport kiosk looking for something to read on the way generally grab a thick, heavily-advertised, eminently forgettable Clancy or Forsyth, for example. Extensive advertising is only useful if you can expect to sell the tens of thousands of copies needed to pay for it, and that is exceedingly unlikely with SF.

Ed Lipsett si dimostra come sempre equilibrato e informato.
E quando parla di traduzioni, è un piacere leggerlo

We normally request partial deliveries of works in progress, both to make sure that translators stay on schedule (which is usually ample), and to provide feedback on potential problems before they become fatal. This approach has worked very well for us. We have also provided feedback on particular problems people have, working with them to improve their output (at least, that’s what we think…they may well have a different opinion). This has also worked very well, with several people showing a marked improvement from literal translation to literary translation.

E se l’intervista mi ricorda che il volume dell’Edogawa Ranpo Reader è ancora sulla mia lista della spesa (inammissibile – tocca metter mano al salvadanaio!), è in realtà la chiusura dell’articolo che mi gratifica personalmente.

we’re already thinking about our next science fiction anthology, and books in the editing stage include a new and very important collection of works by Rampo, several novels, a late-Meiji travelogue and a look into records of ancient Japan (including the storied Queen Himiko) in Chinese histories, which will be a major work in English in its field of study.

Un lavoro fondamentale in lingia inglese nel suo ambito accademico, il lavoro sulla Regina Himiko.
E io sono quello che l’ha tradotto.

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Il fantastico viaggia lontano

https://i2.wp.com/www.teachnet.ie/dfarina/2006a/images/marco-polo-2.jpgÈ vero.
Molti dei libri dei quali parlo su queste pagine, nel nostro paese non li tradurranno mai.
Ma tradurre è indispensabile per mediare.
E per arrivare lontani.
Molto lontani.

Come in questo caso.

Una colossale pacca sulla spalla collettiva ai congiurati di Fata Morgana.
Ben fatto!


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Dare un senso al linguaggio dell’infinito

https://i2.wp.com/www.sasugabooks.com/images/sasuga/4770028024.jpgHo già dichiarato e documentato la mia simpatia per gli eccentrici in campo accademico.
Alla lunga lista di eroi personali si deve andare ad aggiungere ora Jay Rubin, autore dell’ingannevolmente esile Making Sense of Japanese, pubblicato dalla Kodansha.
Libro di grammatica scritto da un traduttore, il volume è carico di ironia fin dall’introduzione…

Questo libro si intitolava Andare a Pesca nella sua prima incarnazione…

… e non ha paura di spiazzare il lettore con una pagina stralciata direttamente da Shogun, di James Clavell (nella quale il giapponese viene chiamato “La lingua dell’Infinito”), identificando in quel romanzo uno dei primi motori dell’interesse per la lingua nipponica di tanti occidentali, per poi andare a contraddire la Verità Linguistica per cui

Paragonato alle lingue Indo-Europee, il giapponese è vago ed impreciso.

Il volumetto di 130 pagine si concentra su alcune delle più frustranti – per lo studente occidentale – apparenti contraddizioni ed insensatezze della lingua giapponese.
Ne risulta una carrellata di scene ridicole, dalla riunione di famiglia dell’Uomo Invisibile (usata per illustrare l’uso di Yaru, Ageru, Sashiageru, Kudasaru e Kureru), che apre la prima parte del volume,  allo hodo di Johnny Carson, con cui si apre la seconda.
E poi ranocchie parlanti, Cole Porter, l’autore internato in un centro di recupero vicino a Kyoto, ed una infinità di altre divertenti sciocchezze, che tuttavia non mascherano o impoveriscono il contenuto del testo, ma anzi ne accrescono la scorrevolezza.

È necessaria una minima infarinatura di lingua giapponese per apprezzarlo fino in fondo, ma anche per un principiante assoluto credo che Making Sense of Japanese resti l’equivalente di un alka seltzer di proporzioni ciclopiche…


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Editori giapponesi all’attacco

Rendiamoci antipatici.

La cosa è cominciata pochi giorni or sono, quando Asamatsu Ken, autore di bestseller in terra giapponese noto anche da noi grazie al successo della serie Lair of Hidden Gods, ha scoperto con non poca sorpresa che nove suoi titoli erano stati resi disponibili attraverso il web.
Insomma, gli erano stati piratati.

Ken Asamatsu non è Paulo Coelho – soprattutto non ricava dalle proprie vendite le cifre dello scrittore brasiliano, e la certificazione di best-seller in patria non fa di lui un plutocrate.
La pirateria dei suoi libri gli causa un notevole danno economico, che difficilmente verrà compensato dal surplus di vendite che la distribuzione via rete è ormai accertato che generi.

Discutendo della cosa sul proprio blog, Asamatsu scopre poi la presenza di siti svariati che distribuiscono traduzioni multilingue di romanzi giapponesi – e quelle di sicuro vendite non ne generano.

Asamatsu-san, sempre più sconfortato, informa il proprio editore.
Che informa gli altri editori.

Attualmente le case editrici giapponesi si stanno muovendo per bloccare queste attività.
Non è la prima volta – la prima ingiunzione di “cease and desist” era del 2004.

Ora la domanda è – azione repressiva di lobby editoriali contro la libera circolazione delle idee o corretta salvaguardia dei diritti d’autore contro pirati e approfittatori?

La cosa interesante, io credo, sta nel fatto che chi produce queste traduzioni (o, nel caso di fumetti “scanlations” – scansioni e traduzioni) fa un lavoro colossale senza ricavarne un centesimo.
Non possiamo quindi certamente accusarli di cercare un lucro o un guadagno illecito.
E si tratta di persone spesso in buona fede – che si basano su idee alquanto confuse (e sbagliate) relative al copyright e credono (o si convincono) di essere nel giusto.

È d’altra parte innegabile che in prima battuta portino un danno a chi detiene il copyright – e nel caso di traduzioni, non di semplice diffusionedegli originali – senza il bonus dell’incremento delle vendite cartacee.
Si tratta inoltre di una dimostrazione di rispetto verso l’autore alquanto dubbia – “Mi piace tamente tanto quello che scrivi che te lo rubo.”

È insomma una strana situazione in cui non vince nessuno.
Il “pirata”, che lavora come un disgraziato senza vedere una lira, e si ritrova dalla parte sbagliata della legge.
L’autore, che si vede negare un proprio diritto e il giusto compenso per il proprio lavoro.

Ora mi sono spesso domandato – considerando che molti autori sono persone degnissime, che i traduttori del fandom sono disposti a lavorare duro per compensi nulli e che in buona sostanza le case editrici sono principalmente interessate a fare quattrini – sarebbe così improponibile l’idea di contattare l’autore, proporgli una traduzione elettronica del suo lavoro, e lasciare che lui gestisca la cosa con l’editore?
Se davvero il libro è tanto valido da meritare di essere rubato, i fan non sarebbero forse interessati a pagare quello stesso file .pdf diciamo cinque dollari (circa tre euro), da dividere equamente fra autore, editore e traduttore?

Ciò permetterebbe a traduttori anonimi di farsi uncurriculum legale, agli autori di costruirsi un pubblico anche al di fuori della propria sfera linguistica, e garantirebbe agli editori il controllo di qualità, formati, distribuzione.

O magari adottare il sistema Baen tout court, regalando copie di romanzi al fine di vendere più copie cartacee.

Si tratterebbe solo di aver voglia di provare.

Ma stranamente a nessuno scanlator è mai venuto in mente di provarci.


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Glossolalia

E così, mentre comincia il lavoro di traduzione per rendere il meglio Alia accessibile ai lettori di tutto il mondo, ho aperto un blog di lingua inglese nel quale annoterò gioie e dolori di questa nuova attività.

Gioie, perché tradurre autori eccellenti è sempre un piacere.
Dolori, perché rendere giustizia al loro linguaggio, e non solo alle loro idee, sarà un lavoro improbo.

Svolgerà, il blog furbescamente intitolato Glossolalia (stupidi giochini di parole – dieci punti a chi capisce), una funzione di pubblicità virale col pubblico di lingua inglese?
O sarà solo fatica sprecata?

Ma poi, perché sprecata?
Anche solo come valvola di sfogo, Glossolalia sarà prezioso.

E poi, come si diceva in un post precedente, il modo migliore per rendere reale qualcosa, è comportarsi come se reale lo fosse già.