strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Vecchio e Grasso

Nonostante il titolo, questo non è un post di natura autobiografica.
È successo semplicemente che mi son trovato a guardare, alcuni giorni addietro, il primo episodio restaurato del serial Drums of Fu Manchu, del 1938.

fu_and_nayland_in_drumsLa trama sposta – per comodità – il Signore delle Strane Morti dai bassifondi londinesi alla California, e dietro di lui sposta anche il suo eterno rivale, il britannico Nayland Smith.
Henry Brandon è un Fu Manchu sinistrissimo ed efficace, e William Royle, nei panni di Sir Nayland Smith… diamine, è vecchio e grasso.

O meglio, è un normale cinquantenne stempiato e baffuto, capace di sfuggire ai sicari di Fu Manchu e di affrontare il Pericolo Giallo sul suo stesso terreno, tanto a livello fisico che a livello intellettuale.
A decent chap.

E questo mi ha dato da pensare. Continua a leggere


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Cinque fidanzate immaginarie

OK, ammettiamolo, l’idea di Alex Mcnab per il weekend, quella di presentare una top five dei cinque eroi cinematografici che vorremmo essere, non è male.
Ma ahimé, siamo pochi e ci conosciamo bene, ed alla fine tutti finiremmo col postare la stessa lista – o liste maledettamente simili.
I fumetti, in questo senso, lasciano più spazio.
E poi, dopo gli uomini in calzamaglia, passare agli eroi cinematografici è un po’ troppo testosteronico, per quel che mi riguarda.
Basta parlare di uomini.

[ma nel caso foste interessati, la mia top five è Indiana Jones, Buckaroo Banzai, Jack Burton, Sam Axe, Victor Bergman – outsider, qualsiasi personaggio interpretato da Doug McClure]

Parliamo di donne, piuttosto.
Una personale top five.
Cinque fidanzate immaginarie.
Cinque ragazze che, se mi telefonassero in questo momento, ok, mollerei il blog a metà post e poi non bloggerei riguardo agli sviluppi.

Come dite?
Troppo maledettamente maschilista?
Troppo geek-style?

Certo, allora immagino non clickerete qui sotto per vedere il seguito, giusto?

Continua a leggere


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Intellettualmente inadeguati

Piove.
La TV ci martella di idiozie.
Ferragosto all’insegna del pork chop express.

La notte passata, un Dossier del TG2 (mi pare) ha dedicato ampio spazio al fenomeno dei flash mob.
Per chi se lo fosse perso, il flash mob è (dice wikipedia)

Con il termine flash mob (dall’inglese flash: breve esperienza o in un lampo, e mob: folla) si indica un gruppo di persone che si riunisce all’improvviso in uno spazio pubblico, mette in pratica un’azione insolita generalmente per un breve periodo di tempo per poi successivamente disperdersi.

È una cosa nuova e mortalmente cool, a quanto pare.
Nessuno, evidentemente, si ricorda di Flash Crowd, vecchio racconto di Larry Niven che mi capitò di leggere… mah, sarà stato nel 1985.

La discussione del servizio televisivo si incunea ben presto su psicobabble insostenibile, sospesa fra il cretinismo pseudointellettuale

I partecipanti al flash mob tentano di ricreare nel mondo reale uno spazio virtuale

Sarebbe interessante sapere se la loro percezione presenti un margine crepuscolare

e il vuoto pneumatico culturale

Ma, flash nel senso di lampo o nel senso di carne?(1).
Eh, mah, magari tutti e due…

Nessuno, ma proprio nessuno, fra gli esperti consultati, sembra cogliere un elemento semplice e fondamentale: è un gioco.

Del gioco possiede i caratteri fondamentali, primo fra tutti il gusto di fare una cretinata e vedere come reagiscono quelli che non sanno.
Come quando da ragazzini ci trovavamo in sei o sette su un angolo di strada e cominciavamo a guardare per aria, per vedere come avrebbe reagito la gente (di solito in capo a dieci minuti c’erano cinquanta persone che guardavano per aria).
Non avevamo un nome cool per ciò che stavamo facendo, e di sicuro non stavamo tentando di ricreare uno spazio virtuale nel mondo reale.

Con un paio di risatacce crudeli, cambio canale e mi sciroppo la retrospettiva sulla Hammer che mi passa Rai 3.

Poi, stamani, in sottofondo mentre pianifico il pranzo ferragostano, un secondo elemento si aggiunge al mosaico.
Il tizio che ha scritto un libro sulle protesi emozionali che utilizziamo – cellulari, internet, Skype.
Lo intervista Alain Elkann con il solito tono svogliato al limite dell’offensivo.
E scopro così che il mio cellulare – col suo sfondo del Grande Cthulhu e la sua rubrica zeppa di numeri dei miei amici e dei miei contatti lavorativi, non è uno strumento per comunicare, ma una stampella emotiva, un mezzo per recuperare emozioni che la vita moderna non mi permetterebbe di provare.
Idem il web.
Idem la TV.

Il fatto che siano oggetti, che abbiano una utilità, apparentemente non conta.

E qui mi sorge un dubbio, un dubbio fortissimo – che i nostri intellettuali siano sostanzialmente inadeguati a comprendere davvero il mondo che ci circonda.
Da una parte, per decenni hanno trattato con sdegnosa superiorità la scienza e la tecnologia – non capiscono nulla di fisica, non hanno gli strumenti culturali sufficienti per comprendere l’ambiente, lasciamo perdere la matematica…
E ciononostante ne parlano a manetta, citando il solito Popper e pronunciando le più agghiaccinti idiozie che si possano immaginare con il sussiego e l’aplomb dei detentori della verità.
Dall’altra, hanno perduto il contatto con la quotidianità della tecnologia – la vedono ancora come un evento invasivo ed incomprensibile, non una evoluzione dei nostri strumenti, non un diretto discendente dell’ascia di selce, ma come strani incidenti, apparati superflui carichi di un significato non pratico, ma rituale. Sono fermamente convinti (o si comportano come se fossero fermamente convinti) che le persone acquistino i biglietti d’aereo non per andare da A a B, ma per conformarsi a qualche misteriosa convenzione sociale da determinare e analizzare con gli stessi strumenti che si usavano per analizzare i rituali di iniziazione dei pescatori di squali polinesiani.

E se così il lato ludico della vita viene completamente ignorato perché incomprensibile a questi seriosi tromboni, mentre la scienza e la tecnologia vengono interpretate come se fossero tarocchi, analizzate attraverso gli strumenti della retorica e della convenzione sociale – che non c’entrano quasi nulla.

Non è il future shock di Alvin Toffler.
Non è la tecnologia che sta andando troppo in fretta.
Sono loro, che sono rimasti clamorosamente indietro, e che attraverso pubblicazioni risibili e sconsiderate trasmissioni televisive, ora puntano i piedi, e cercano di trattenere tutti coloro che li ascolteranno in quel passato fasullo e inutile nel quale hanno scelto di esistere.

Non sarebbe stato difficile, restare al passo.
Sarebbe bastato leggere un po’ di fantascienza spegnendo i rumorosissimi filtri intellettuali ereditati da un’accademia ormai morta, mummificata e sepolta.
Sarebbe bastato guardare al futuro e non alle convenzioni.
Sarebbe bastato avvicinarsi alla scienza ed alla tecnologia con un minimo di umiltà.

E invece…

Vabbé, buon Ferragosto.
Beccatevi il mio flash mob esistenzialista…

… e si sentì una voce gridare, Guy Debord, sei stato vendicato!

(1) – ‘gnoranti, se fosse carne sarebbe Flesh Mob… e la cosa mi fa venire in mente solo il finale del classico horror, Society

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Rimbambiti a puntate

Discussioni varie nelle ultime serate,e pork chop express di conseguenza.

Da dove comincio?
Un paio di sere or sono ho partecipato ad un evento culturale piuttosto pubblicizzato.
Si sarebbe chiacchierato di libri.
Si incontrano gli autori, gli editor, i traduttori, i semplici lettori assidui, i semplici presenzialisti, quelli che bighellonano per le strade del centro sotto le feste.
Si anticipava una sala gremita.https://i1.wp.com/img2.allposters.com/images/LLCPOD/DiscoGold.jpg
Risultato netto -. quattro persone, che prontamente riparano in un pub poco lontano, non appena il moderatore viene colto da una laringite galoppante e cancella l’evento sui due piedi.
Il deserto.
Non la prima volta che capita, in meno di una settimana.
Inquietante.

Dove saranno, ci si domanda – e non per la prima volta in sette giorni – gli attesi partecipanti all’evento?
Tutti assopiti al calduccio nelle rispettive baite, in attesa di affrontare le piste la mattina successiva?
Tutti in disco, a sbattersi al suono degli ultimi successi fino al sorgere del sole?
A disfarsi di mojito nel Quadrilatero Romano?

Io che notoriamente faccio una vita ritirata in fondo alla campagna, posso solo avanzare delle ipotesi alimentate da ciò che mi si racconta della vita frenetca dei cittadini…
No, mi dicono, la risposta è più semplice – sono a casa ad abbioccarsi davanti alla televisione.

Arrivano le birre e la pinta di gazzosa.
Forse ispirati dalla disponibilità di libagioni, i più mondani del nostro manipolo di coraggiosi mi fanno notare come, negli ultimi due anni, la vita si sia in un certo senso assopita.
Fino a due anni or sono, si usciva anche tre sere la settimana.
Nulla di stravagante – una serata al pub a bere e chiacchierare, un gelato nella bellastagione, quattro passi, magari un film il lunedì sera, che costa meno.
Ora si esce molto meno.
La crisi?
No, dicono.
Sono i gruppi di amici che si stanno sfaldando.
Saltano le vecchie cricche.
Persino alcune squadre di giocatori di ruolo si sono dissolte.
L’invito non è più “Vediamoci al solito posto, poi andiamo a farci una birra e a parlar male di Tolkien”, ma “Vieni a casa mia, ci beviamo qualcosa e guardiamo un paio di episodi di <inserire qui la serie che si preferisce>”.

Sono i telefilm.
Difficile interagire con i colleghi se non si è aggiornati sugli sviluppi di Weeds.
Difficile entrare nella chiacchierata fra amici la sera se non si è a conoscenza di cosa ci si debba aspettare dalla prossima stagione di Supernatural.
Senza un bel pacco di DVD di Dr House, The Mentalist o The L Word, senza Scrubs o Lost o Stargate (ma perché non traducono più i titoli?!), da poter scambiare, duplicare, contrattare si è tagliati fuori.
Ci vediamo domani sera così io ti do la quarta stagione di Battlestar Galactica e tu mi passi i due film di Babylon Five e i primi cinque episodi dell’ultima stagione di Sex and the City

Ora, c’è stato un tempo in cui lamentavamo l’inaccessibilità dei nostri telefilm preferiti.
La labilità della memoria, l’impossibilità di avere una copia de Il Prigioniero, o di Arsenio Lupin, o di Belfagor.
Alcuni trafficavano con scatoloni zeppi di videocassette.
Oggi quei titoli sono disponibili.
Li ho qui sul mio scaffale.
E se Georges Descriers rimane assolutamente straordinario nei panni del ladro gentiluono, i telefilm della vecchia serie richiedono una pazienza alla quale non siamo più abituati.
Belfagor, che mi causò notti insonni durante l’infanzia non mi terrorizza più – ne apprezzo altri aspetti, ma è lento, e verboso.
Lo stesso posso dire per Il Segno del Comando, altra pietra miliare del mio immaginario televisivo della giovinezza, oggi irrimediabilmente lento e noioso.
Solo Il Prigioniero è invecchiato bene.

Si tratta di pezzetti del mio passato.https://i2.wp.com/www.splashmovies.de/images/dvd_video_cover/2005b/jason_king_cover_klein.jpg
Credo che in futuro mi procurerò i DVD di Jason King – semplicemente perché ricordo con divertimento il personaggio ma non saprei delineare neppure molto alla larga la trama di un singolo episodio.
Sono curioso – e mi aspetto il peggio
Ma… Procurarmi tutti i DVD di Numb3rs?
Per quanto io abbia amato la serie, e me ne sia perso una fetta per impegni e sostanzialmente perché ho una vita al di fuori della TV, non significa che io senta il bisogno di possedere, scambiare, dibattere, sezionare e citare a memoria gli episodi del serial.
Ma conosco persone che lo fanno.

Guardano solo telefilm.
Parlano solo di telefilm.
Duplicano, scambiano, condividono solo telefilm.

E mi viene forte il dubbio – conoscendo e stimando queste persone – che con i telefilm e con il demenziale terrestre si sia riusciti a rincoppare l’ultima fetta di pubblico ancora vigile.
Dopo quelli che vivono di reality show.
Dopo quelli che vivono di partite di calcio.
Dopo quelli che vivono di documentari sull’Impero Romano, le Piramidi, i templari, i Maya e i leoni del Serengeti…

Spegnete la televisione.
Staccate la spina, accendete la luce, e cominciate a leggere un libro.

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