strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La Fortezza della Solitudine

E così ieri, colto da una di quelle ispirazioni che è meglio perderle che trovarle, ho deciso di aggiornare il mio sistema – fermo ad Ubuntu 14.04 da due anni, e passare al 16.04, che dovrebbe darmi altri due anni di tranquillità.

Ma aggiornare Ubuntu con la connessione standard dell’Astigianistan profondo è un disastro: scaricare un giga di file di aggiornamento ad una media (molto ottimistica) di 70K al secondo richiede quasi 4 ore, supponendo che la linea rimanga stabile.
Non succederà: dieci o dodici ore, sulla base della mia esperienza, sono più probabili. Facciamo anche sedici.
Ma la settimana che viene terrò il mio corso di Linux, e quindi ho qui una pila di CD di installazione del 16.04 – perché non fare una doppia installazione?

Detto fatto, e ora1 ho due Ubuntu – il vecchio 14.04 e il nuovo 16.04.
E poiché ho due sistemi, ho pensato bene di impostarli in maniera diversa.
Il vecchio sistema rimane il mulo da soma che è sempre stato, utile per farci tutto.
Il nuovo Ubuntu è stato imostato in modalità Fortezza della Solitudine.

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Cinque cose che ho imparato da Karavansara

karavansara-buttonIl mio blog di lingua inglese, Karavansara, sta bene e vi saluta tutti.
Sono ormai nove mesi abbondanti che l’esperimento procede – e con gennaio 2014 Karavansara uscirà dalla fase di shakedown, e comincerà a lavorare a pieno regime*.

Da esperimento, a scusa per obbligarmi a scrivere in inglese, a blog a pieno titolo con una sua piccola comunità di lettori fissi, gestire Karavansara è stata una grande esperienza di apprendimento, e nel complesso un gran divertimento.

E quindi, perché non tediarvi elencando cinque cose che ho imparato gestendo un blog in un’altra lingua?

 release. il template conta
Non finirò mai e poi mai di dire bene di Yoko, il template di WordPress che ho caricato su Karavansara.
È leggero, molto flessibile, e zeppo di features – mi ha permeso nel corso di questi mesi di modificare l’aspetto del mio blog senza dover cambiare template (con conseguente sbalestramento dell’impaginazione e quant’altro).
Gli effetti speciali (dalla possibilità di marchiare i post con un elemento grafico distintivo alle categorie speciali per post costituiti solo da un link, o una citazione) aiutano moltissimo a rendere caratteristico il blog senza dare troppi grattacapi.
Ed è abbastanza chiaro da garantire una buona navigazione.

  . i temi sono per i deboli – anche se…
A differenza di strategie evolutive, che è un baraccone dove anything goes, Karavansara è nato con uno spettro di temi abbastanza stretto e specifico (narrativa, Oriente, avventura pulp), ed ho cercato il più possibile di restare aderente a quella breve lista.
Questo mi era parso un dato positivo in partenza, a metà corsa mi ha fatto sentire un po’ limitato, finché non mi sono reso conto che i temi sono per loro natura fluidi.
Si può spaziare pur restando in vista del tema centrale.
Karavansara non sarà mai il circo equestre che è strategie evolutive – ma c’è parecchia libertà, e credo che lo manterrò a questo livello.
Il pubblico pare apprezzare.

karavansara schedule . avere un palinsesto è importante
Altra seria differenza rispetto a strategie, Karavansara ha un palinsesto, una programmazione di massima dei post.
Questo mi aiuta a restare in carreggiata, ed aiuta i lettori a seguirmi.
È particolarmente importante, io credo, proprio in partenza, nei primi mesi, perché facilita il lavoro a chi mi segue ma non mi ha ancora agganciati al feed reader.
E facilita il lavoro a me!
Posso fare sei post del venerdì in una serata, e e sei post del lunedì la sera dopo, se ho tempo e voglia.
Ma non ho mai avuto intenzione di farmi intrappolare eccessivamente – lasciarsi degli spazi liberi nella tabella di marcia è indispensabile per restare vivi e non mummificare.
Utile anche notare che il pubblico anglofono pare avere una preferenza per la frequenza rispetto alla lunghezza: meglio tre post da 300 parole a distanza di sei ore uno dall’altro che uno da 900 in una botta unica.
Postare link e media è sempre gradito, e serve a movimentare i contenuti.

  . un orologio a fusi orari multipli chiarisce molte cose
In particolare serve, in accoppiata con le statistice, per scoprire quali sono gli orari di picco e da dove vengono i lettori.
Perché capita magari di avere un picco dal sud est asiatico, e non vederlo o non “capirlo” per molti giorni.
Sapere che ci sono lettori in una certa area geografica, aiuta a parlare con loro.
In fondo è questa una delle caratteristiche veramente diverse fra Karavansara e strategie evolutive – strategie i lettori li ha tutti (beh, ok, il 95%) nello stesso fuso orario, Karavansara no.
Io uso gworldclock per Ubuntu, che è quanto di più spartano si possa immaginare – ma fa il suo sporco lavoro.

 . abbonarsi a Zemanta è indispensabile
Zemanta è un servizio gratuito che vi fornisce statistiche ampliate sulla vostra utenza, ma soprattutto fornisce contenuti extra di qualità per farcire i vostri post. Particolarmente utili sono i related articles, che permettono di segnalare articoli affini su altri blog (ce n’è uno qui sotto).
Funziona anche sui blog in altre lingue – ma su un blog di lingua inglese Zemanta rende al 100% e produce un solido 30% di visitatori in più,oltre ad aggirare abilmente alcuni problemi di tag e affini generati dai famigerati aggiornamenti di Google.
Usando questo aggeggio (vi parassita il browser e compare quando aggionate il blog), ho trovato una dozzina di lettori fissi nelle ultime due settimane.

Extra: anche una pagina Facebook, un board su Pinterest e un canale Twitter possono risultare interessanti, in termini di visite e di contatti – ma questo lo sapevamo già.

311Bonus
 . non bisogna avere paura di provarci
… e di sperimentare.
Non importa se l’idea sembri stramba – o se la prudenza consigli di rifletterci, pianificare, e lasciar riposare la cosa per quelle sei/otto settimane.
Non c’è una commissione di valutazione del blogging, non c’è un ente certificatore per i contenuti, nessuna scuola che rilasci la patente di blogger, non esistono un manuale imprescindibile ed un culto di strangolatori votati ad eliminare chi non ne rispetta le regole.
Provare a fare qualcosa di diverso di solito viene premiato.
Magari con un commento positivo, o dieci visite in più, o due lettori fissi.
O con la consapevolezza che no, così non gira.
È tutto parte del processo di apprendimento.

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* A meno che la mia vita non prenda una piega diversa per qualche motivo, naturalmente.


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Weekend col morto

È uscita la nuova versione di Ubuntu, la 11.04.
Basta un click, ed il sistema si aggiorna direttamente dalla rete.

Piccolo inconveniente – con quella che passa per “Alta velocità” a Castelnuovo Belbo, l’update del sistema richiederà dalle dodici ore ai tre giorni.
Sperando che la pioggia non causi una caduta della linea.

Ah, le meraviglie del ventunesimo secolo.
Però i soldi per la Banda Larga ce li siamo fumati facendo il Demenziale Terestre, vero?


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Windows in scatola

La presa di Windows sull’università di Torino (ed anche sulle altre, temo) è ancora tale che arrivare a lezione con un portatile Ubuntu è causa di infinito imbarazzo.
Non solo il proiettore farà le bizze.
Il vero problema è costituito dai ragazzi, che magari hanno un sistema linux a casa, ma che in laboratorio devono usare comunque il solito polveroso XP.
Con che faccia arrivare davanti a loro e spiegare che, ecco, sì, quello che stanno per vedere funziona sotto Ubuntu e – probabilmente – dovrebbe funzionare anche sotto Windows.
Come far fare loro pratica sulle Tabelle Pivot di Excel, se sulla nostra macchina è caricato OpenOffice, che ha il DataPilot invece?

Grazie al cielo, la Sun distribuisce un aggeggio chiamato VirtualBox.
Che sulla mia versione di Ubuntu 8.04 non voleva saperne di giare, ma ora, sull’8.10, funziona che è una meraviglia.
C’è voluta quasi un’ora a scavare fra i vecchi CD.
E poi mezz’ora al computer.
Ed ora ho una versione di Windows 2000 che gira perfettamente, in una piccola finestra 640×480, come una qualsiasi altra applicazione.
Domani, ancora ricerche fra il ciarpame, e vedremo di inscatolare in VirtualBox anche una copia di XP.
O se un amico avesse voglia di prestarmi una copia di Vista…
Poi, si caricano un paio di generazioni di Excel, e l’università di Torino sarà servita.

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Guizzo d’orgoglio degli utenti windows

https://i2.wp.com/nickdaniels.com/images/screenshots/closeme.jpgStrani discorsi nell’aria.
Strani memi nel sistema.

Pork chop express fine-settimanale.

Stavo catechizzando le folle sui vantaggi di abbandonare Windows per passare ad Ubuntu (ok, a voltemi capita) quando ecco che una reazione inaspettata si è manifestata fra gli astanti.
Ironica.
Tagliente.
Vagamente presupponente.

Tutte balle, mi dicono.
Ubuntu – o Linux in generale – rimane un sistema per smanettoni e fanatici del codice grezzo, troppo complicato, difficile, tutto fuorché user-friendly, instabile.
Lo hanno mai usato?
Naturalmente no.
Ma una cosa, loro, la sanno: Windows è il paradiso.
Non richiede alcuno sforzo per essere utilizzato, non comporta scelte difficili e non richiede particolari conoscenze.
È bello, solido, sicuro.
Funziona sempre, come una vecchia Volkswagen maggiolino.

https://i0.wp.com/www.tuaw.com/media/2006/04/bsodimac.jpgE d’improvviso, queste persone che conosco da anni e che regolarmente si lamentano dei tempi geologici di scarico dei service pack, delle restrizioni all’uso, dei dati perduti, dello schermo blu della morte, di drivers introvabili, stampanti invisibili, scanner grippati, reti imballate…
D’improvviso, dicevo, non hanno mai perduto dati a causa di Windows.
Non hanno mai avuto problemi di aggiornamento.
Non hanno mai visto lo Schermo Blu.
Hanno sempre sperimentato Plug&Play meravigiosi.
Sono felici, soddisfatti e si sentono dannatamente superiori.
Niente multitasking?
E chi ha bisogno del multitasking?
Le funzioni statistiche di Excel sono errate?
Ma nessuno usa Excel per fare statistica!
Le funzioni di editing e autocorrezione di Word stravolgono il tuo testo?
Basta tenerle spente!
Non si può personalizzare a fondo l’interfaccia?
Problemi da nerd.
Windows è bello!
Risate, letizia, teste scrollate in benevolo segno di compassione per l’ubuntista: l’importante è ricordarsi di usare Windows come si userebbe un pezzo di carta, e non chiedergli nulla di ciò che ci si aspetterebbe da un computer!
Basta non avere pretese, limitarsi all’utilizzo minimo di un sedicesimo delle funzioni offerte ed incluse (e pagate) ed eseguire esattamente gli ordini come impartiti dal sistema, basta non pensare e lavorare con Windows è una meraviglia.
L’unica fonte di problemi, in effetti, questi signori, dicono di averla incontrata quando qualche smanettone ha cercato di installare sul loro sistema software open source.

Ora, non fraintendetemi.
Considero Ubuntu uno dei migliori pezzi di software mai realizzati, ma di fondo se qualcuno là fuori preferisce usare un sistema diverso, due sistemi diversi, un bloc-notes o un cerchio di megaliti su una collina, non starò certo a perderci il sonno.
Varietà significa (anche) resilienza del sistema, e se da una parte sarebbe bello trovare un proiettore in un’aula che non si rifiuti di lavorare con qualcosa di diverso da Windows, dall’altra è un problema minimo.
Io al limite posso testimoniare la mia esperienza.
Ed magari dare una mano se qualcuno vuole provare a passare a Ubuntu.
Ma poi…

No, ciò che mi colpisce è questo revisionismo storico improvviso e violento.
Quante volte ho sentito queste persone maledire Bill Gates per la scarsa qualità dei suoi prodotti?
Quante volte ho passato mezze ore al telefono cercando di risolvere problemi con sistemi inchiodati e dati volatilizzati?
Ma ora…https://i0.wp.com/www.kawaiispace.com/gfx/albums/comment/30557_RTFM.jpg
È come se costoro, che per scelta o necessità non sono passati a sistemi open si fossero improvvisamente stancati di sentirsi dire che sì, da questa parte della siepe stiamo meglio, ed avessero deciso di reagire in maniera aggressiva.
Posso anche capirlo.
Sono dannatamente stanchi, probabilmente, di essere trattati come retrogradi microservi.
Sono stanchi di sentirsi dire che sono il passato.
Stanchi delle storie sull’utente che chiama l’assistenza perché il PC non funziona e si scopre che non l’ha acceso.
Sono stanchi di sentirsi dire “Ho smesso di fare quello che fai tu ed ora sto meglio.”
Sono stanchi di essere i perdenti dell’equazione.
E così reagiscono in maniera aggressiva.
Guizzo d’orgoglio.
Visti i dati alla mano, il risultato ricalca da vicino il vecchio caso del servo shakespeariano che loda il proprio padrone – che lo scalda a bastonate quando ha freddo, e lo rinfresca a bastonate quando ha caldo, e in questo modo si prende buona cura di lui.

Il problema è che pare trattarsi di un atteggiamento strisciante che si estende ad altre situazioni, altri problemi.
Crisi economica?
Tutte balle.
Crisi ambientale?
Ma dove…
Politica fuori controllo?
È sempre stato così.
Pensare?
C’è chi può farlo al posto mio.

Che si tratti della vecchia, endemica paura del futuro, o di semplice reazione di una percentuale (quanto ampia?) della popolazione che, incapace di reagire al cambiamento, ha deciso di rrendersi e godersela fino a che non si spegneranno le luci, è certo una facenda piuttosto preoccupante.


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Cairo Dock & Gnome Do

Come succede di solito quando ho un sacco di cose da fare, passo le mie giornate a giocherellare col software.
Douglas Adams faceva lo stesso – al punto che alla fine la Apple gli offrì un lavoro come software tester.

Pare inevitabile.
Il lavoro si accumula, ed io butto delle mezze ore a caricare e collaudare software del quale avrei anche potuto fare a meno.

In questo weekend, dopo aver installato con estremo piacere Gizmo – che è come Skype, ma più cool – un software che non mi farà certo smettere di usare Pidgin come strumento base per la messaggistica, ma che ha un suo perché, ho messo mano a due cose che avevo qui sull’hard-disk da tempo.
“Uno di questi giorni poi li guardo come si deve.”

Fatto.
Ora il mio desktop è attrezzato con Cairo Dock e con Gnome-Do.
Ed io sono un po’ più felice di prima.

Cairo Dock, costruito apartire da una utilità affine disponibile per Mac,  è essenzialmente un giocattolo, ma un giocattolo utile.
Genera una mensola di cristallo azzurro (scelta personale – esistono vari temi diversi) sulla quale sono disponibili le applicazioni che uso più di recente, più una selezione di utilità.
Quando non serve, l’aggeggio si chiude a ventaglio.
Meglio che frugare fra menù e directories per certe cose.
Esistono alternative più potenti – come AWN, l’Avant Windows Navigator.
Ma richiedono troppe risorse grafiche, e sono complicati da settare.
Piccola eccentricità per sorprendere gli amici, Cairo Dock è un buon compromesso fra funzionalità e semplicità.

E parlando di funzionalità…
Gnome Do è un piccolo mostro di funzionalità.https://i2.wp.com/blog.dogguy.org/wp-content/uploads/gnome-do-blue.png
Evocato da una combinazione di tasti, porta sotto al controllo della tastiera una quantità colossale di strumenti.
Aprire un file? Basta digitarne il nome… o l’inizio del nome.
Avviare una ricerca in Google? Si inseriscono i termini da ricercare e via.
Zippare o dezzippare un file? Fatto.
Eseguire file sonori o multimediali? Stessa procedura.
Inventariare una directory? No problemo.
Avviare Pidgin per chiacchierare con gli amici? Basta scrivere il nome di chi vogliamo contattare.
Posta?
Verifica di un termine su un dizionario?
Una partita a scacchi?
Basta scrivere.
Con una quantità di plugin che mettono al servizio dell’applicazione praticamente ogni applicativo Linux noto, e molti servizi web 2.0, Gnome Do promette di diventare ben presto indispensabile.

Se solo ora mi venisse la voglia di tornare al lavoro…


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Utente Ubuntu – the next generation

Un momento di trionfo.

Grazie ai consigli reperiti sul prezioso blog Open Source Paleontologist, sono finalmente riuscito a far girare PAST sul mio portatile con Ubuntu 7.10.
Niente crash, niente congelamento dell’interfaccia.
Tutta questione di ammaestrare WINE nella maniera opportuna.

Oggi pomeriggio verrà avviato un esteso piano di collaudi, ma sulla base del poco che ho visto, posso finalmente tornare al lavoro a tempo pieno e senza più imbarazzi.

PAST è un programmino prezioso, potente e perfetto tanto per il lavoro quanto per la didattica.

La pagnotta è salva.
La dignità pure.

Evviva evviva.


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Utente Ubuntu 2

OK – sono circa cinque ore che lavoro su Ubuntu, e posso proseguire con le mie impressioni.
E’ un po’ come adattarsi ad una nuova casa – ci si familiarizza con la pianta, si sistemano i mobili, si fa una lista dicosa andare a recuperare da IKEA…

Il passaggio Windows/Ubuntu è meno che traumatico.

Si tratta di stabilire dove si trovino le cose – sotto quale etichetta sono raccolte le diverse applicazioni, a cosa corrispondono le icone sulla barra.

La macchina riconosce la mia tastiera USB e il mio nuovo mouse ottico, le mie chiavi USB.
Ma cosa ne sarà di tutto il mio vecchio materiale?

Ubuntu 7.10 si installa con OpenOffice 2.3 incluso – nessun problema quindi per gestire le vecchie collezioni di file di testo, le presentazioni power-point dei miei corsi, i fogli di calcolo Excel.
Oltretutt, utilizzavo già OpenOffice sotto Windows – niente traumi, quindi.

Ubuntu è più veloce – aprire OpenOffice richiede un terzo del tempo rispetto alla stessa azione in WindowsXP.

C’è un sacco di software disponibile per Ubuntu – il pannello Installa/Rimuovi lista tutto ciò che abbiamo installato e tutto ciò che potremmo installare.

Sorge il primo problema – Ubuntu non vede la porta wifi del mio portatile. Vede la scheda firewire, vede il modem, ma non la porta wifi.
Questo è male.
Senza connessione a internet, è impossibile aggiornare e customizzare il sistema.

Una chiave USB wifi recuperata in un cassetto risolve il problema.
Imposto le chiavi di rete e sono online.

Anche Firefox 2.0 è incluso nel pacchetto di installazione.
Ci vuole una mezz’ora per rimettere insieme la mia suite di add-ons, e rendere il browser indistinguibile da quello che utilizzo su Windows.
Ridisegnata l’interfaccia in modo da ottimizzare lo spazio, aggiungo DownThemAll, RikaiChan e ScribeFire.
Più il lettore di Flash.

Passi successivi – recupero dalla lista del software disponibile un secondo foglio di calcolo (Gnumeric) e un editor di HTML (Screem).

Serve altro?

I driver per la scheda grafica.

WINE, l’applicazione per far girare software Windows sotto Linux – sarà essenziale per far funzionare PAST e WinBugs, due software indispensabili per il mio lavoro.

Poi le solite sciocchezze – cambio il desktop, scarico un paio di file di documentazione (Uno su Ubuntu, uno su WINE).
Non è cambiato nulla.
Tutto sembra andare per il meglio.

Domani proviamo le applicazioni Windows.