strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Alessandro Forlani – discorso sulla perfezione

Ieri sera, complici una trasferta a Torino e le sempre più imprevedibili tabelle di marcia delle ferrovie nazionali, sono riuscito non solo a procurarmi, ma a leggere, l’Urania numero 1588, I Senza-Tempo, di Alessandro Forlani, vincitore tanto del Premio Urania quanto del Premio Kipple.
Ed un romanzo piuttosto chiacchierato, in rete.

Ma le chiacchiere della rete non mi interessano, come non mi interessano granché i premi.
Mi interessa invece parlare di questa storia, senza avere la pretesa di possedere la verità, ma cercando di spiegare prima di tutto a me stesso ciò che questa lettura porta con sé.

Non scenderò nei dettagli della trama.
Io credo che il punto nodale della storia sia facilmente individuabile in una singola frase, a pagina 61:

hai mai l’impressione che il marcio, il male per cui la vita non è granché e blabla, che la società fa schifo, non c’è speranza e blabla, che insomma non stia nei grandi eventi nazionali, che di quelli se sei sincero non t’importa granché, ma nel sordido, orrendo e grottesco sotto casa?

Perfetto.

Ora, secondo i dettami dello zen*, la perfezione è sterile – sono le imperfezioni e gli errori che conferiscono individualità e anima ad un artefatto.
E quando un artefatto possiede un’anima ed una individualità attraverso errori ed imperfezioni consapevolmente inclusi nella sua creazione, allora è chiaro che non si tratta più di errori e imperfezioni, ma di scelte autorali.
Di arte, se volete.

Nello scrivere I Senza-Tempo, Alessandro Forlani ha fondato la sua opera su una serie di “errori” che palesemente errori non sono, e che le conferiscono un’anima ed una individualità.
Vediamo…

. il primo errore che non è un errore è il linguaggio di Forlani, che è preciso, costellato di termini desueti, che tuttavia, oltre ad essere funzionali a certi personaggi, agiscono da punto nodale del testo, attirando l’attenzione del lettore sui passaggi essenziali, sottolineando il ritmo.
Non solo la sintassi come stile, quindi, ma anche il lessico, come stile.

. la seconda imperfezione che non è una imperfezione risiede nei personaggi, tutti danneggiati e fragili, imperfetti, spesso odiosi o semplicemente antipatici, ma che per questo assumono una dimensione ulteriore nel momento in cui le vicende li obbligano a specifiche scelte, a specifiche prese di posizione.

. il terzo gravissimo errore che errore non è consiste nella metafora a grana grossa, facilmente decifrabile e che rende il romanzo grottesco, ferocemente satirico; il rischio di usare una mano troppo pesante, di fare una satira troppo facile, viene disinnescato proprio dai due “errori” precedenti e il romanzo avanza crudele senza stridere sulla nostra incredulità anche quando ci offre il massimo dell’implausibilità e dello sberleffo feroce.

Insomma, ci sono un sacco di motivi per cui questo romanzo non dovrebbe piacermi, e invece…
No, dire “mi piace” sarebbe inesatto.
I Senza-Tempo non deve piacere.
Deve casomai fare infuriare, andando a toccare con un bisturi arroventato dei nervi scoperti da due decenni almeno.
Ed in questo senso, funziona perfettamente.

Ed ha perfettamente senso che abbia vinto i due premi che ha vinto, essendo fantascienza ed essendo italiano.
Fantascienza non nel senso di astronavi e alieni invasori, ma di estensione e approfondimento di problemi reali, proiettandoli nel futuro attraverso la lente deformante del grottesco e dell’immaginario.
E italiano non nel senso di pizza, mandolino e forza azzurri, core de mamma e nostalgie diverse, ma nel senso che solo qui, solo ora, sarebbe stato possibile scrivere questa storia.
Ed Alessandro Forlani l’ha fatto benissimo.

I Senza-Tempo è un romanzo crudelmente divertente, intelligentemente politico e scritto benissimo.
Come sempre in questo caso, ne vogliamo di più, ne vogliamo ancora.

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* no, no, fidatevi, ha senso…


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La rivolta della fantascienza

Certa gente non conosce la propria fortuna.

Considerate il signor Li Chiang, presidente e direttore editoriale della rivista di fantascienza Science Fiction World, pubblicata mensilmente in Cina.
L’Urania dei cinesi.
È di questi giorni la notizia che il signor Li Chiang si trova a fronteggiare una vera e propria rivolta.
Lettori imbufaliti?
Connettivisti scazzati?
I fan dell’orrore lovecraftiano offesi dal modo in cui l’ultima antologia di Bob Price è stata macellata?

Eh, un attimo.
Abbiamo detto che SFW è l’Urania dei Cinesi, ma andiamoci piano, con certi paragoni.
Perché la marmaglia con fiaccole e forconi che vuole cacciare tutto lo staff editoriale della rivista a cominciare dal direttore è composta dai maggiori autori pubblicati dalla rivista stessa – nomi sconosciuti nel nostro paese (ma dateci tempo…) ma che spostrano milioni di copie dei propri titoli in patria.
Il motivo di tanta furia autorale?
Molto semplice – negli ultimi tre mesi, le vendite della rivista SFW sono calate drammaticamente.

SFW had a circulation of 150,000 copies a month when Li took over at the beginning of 2009, but the latest figures showed the figure has fallen to 130,000, said a senior editor of the magazine.

“The circulation had been declining in recent years. We are all anxious, but Li took no positive action and it kept declining,” said the editor.

Da 150.000 copie al mese a 130.000.

OK, quando avrete smesso di ridere, pensando a cosa capiterebbe da noi, se Urania improvvisamente vendesse 130.000 copie al mese, pensate invece in che guaio si trova il signor Li, che ha ricevuto l’incarico da una dotta istituzione (e in ultima analisi dal Partito) per far prosperare SFW – rivista che ha anche intenti educativi – ed invece…
Solo 130.000 copie.

Io, lo ammetto, devo sottoscrivere il mio appoggio e la mia approvazione all’Orda fantastica cinese.
Ah, se potessi esserci anch’io, un paio di bastonate ai redattori di SFW le darei volentieri.
A quello che ha bocciato un racconto di Vittorio Catani perché “troppo politico”
A quello che ha cassato una storia di Fabio Lastrucci perché non si capiva chi fosse il cattivo.
A quello che ha rifiutato un lavoro di Consolata Lanza per l'”eccessivo erotismo”.
A quello che ha cestinato un mio pezzo (una cosina un po’ steampunk su un duello alla pistola con un dinosauro) perché si trattava di “un poliziesco senza elementi fantascientifici”.

Che dire.
Forse gli autori cinesi non hanno poi tutti i torti.
Certo, comunque, c’è chi non conosce la propria fortuna – e non si è mai trovato ad affrontare una rivolta degli autori… e degli stessi editor!

Editors of Science Fiction World (SFW) have published an open letter online, claiming their president, Li Chang, is incapable of running the magazine and requesting his removal from the post.

Un bel pasticcio, eh, Signor Li… ?

Nel frattempo, simpatia e supporto per gli autori cinesi.
E per SFW – che avrà un comitato editroriale con elementi un po’ storti (un poliziesco?!)i, ma ha delle copertine fantastiche.


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Ombre del tempo

Si diceva ieri con Massimo Citi che noi leggiamo solo gli Urania che fanno schifo.
Quelli belli, ce li perdiamo tutti, sistematicamente.
Sarà perché, tanto per me quanto per Massimo, Urania è ormai un acquisto da stazione, o da capolinea dell’autobus.
Si prospetta una lunga percorrenza sui mezzi pubblici?
Allora compro un Urania, anche se magari ho già un altro libro in tasca.
È un vizio, un’abitudine, al punto che se Trenitalia e le varie compagnie di trasporti locali facessero un contratto con Mondadori, e mi rifilassero un vecchio Urania con ogni biglietto acquistato, la troverei una piacevole commodità.
Certo, ci sono dei brutti effetti collaterali – tipo questa specie di certezza statistica che, se acquistato al volo in stazione, l’Urania si rivelerà
a . una ristampa di qualcosa di già letto
b . il bellissimo terzo tomo di un romanzo ripartito in sette volumetti
c . una ciofeca inesprimibile

È subordinando la mia frequentazione di Urania alle stazioni ed alle fermate d’autobus che sono riuscito a perdermi sistematicamente i volumi 1432, 1455, 1465, 1486 ed il supplemento numero 27 al 1509.
Ed è con rammarico che me ne rendo conto ora, mentre leggo con gran piacere una copia in condizioni eccellenti di Mother Aegypt, https://www.nightshadebooks.com/secure/images/products/20_large.jpgdell’americana Kage Baker – già insegnante di lingua elisabettinana, classe 1952, forse l’autrice più vicina, per tematiche, stile e per la miscela di umorismo e compassione, al miglior Leiber d’antan.
E questo non è un complimento che io faccia alla leggera.
Della Baker avevo già letto Anvil of the World, piacevole fantasy revisionista molto intelligente, costruito sul più semplice degli inganni e molto, molto soddisfacente.
Mother Aegypt raccoglie tre racconti ambientati nello stesso universo di Anvil, più altre storie sfuse, un paio connesse a quel ciclo della Compagnia le cui uscite in Urania mi sono così colpevolmente sfuggite.
Storie complesse, ciniche e sostanziose, imperniate sui viaggi nel tempo, e su ciò che si può ottenere – in termini di potere, e guadagni – controllando il flusso degli eventi.
Grandi storie, superbamente scritte.
Ma io me le sono perse – perché in quei giorni, evidentemente, non viaggiavo in treno o in autobus.
Il che significa che dovrò rimediare – e poiché i libri di Kage Baker meritano di essere riletti, e conservati a lungo, farò in modo di raccattare le edizioni di lusso in lingua inglese.
Le si trova allo stesso prezzo di vecchi Urania usati, sono stampate su carta migliore, e permettono di apprezzare in originale la prosa misurata, controllatissima, infinitamente letteraria della scrittrice.

Se Karl Schroeder rimane la mia scommessa vincente per ciò che riguarda il futuro della hard-sf e dell’avventura spaziale, Kage Baker sembra essere la nuova promessa per ciò che riguarda i viaggi nel tempo e un certo fantasy lontano dalle tediose terre degli elfi.

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La fantascienza come meccanismo e organismo

Avrei voluto usare qualcosa del tipo La fantascienza in Italia considerata come una spirale storta di pietre dure e fondi di bottiglia, ma i titoli su WordPress hanno una lunghezza che non è Delany-friendly.
Accontentiamoci di questo, che se non altro vi informa che metafore ingegneristiche e naturalistiche si mescoleranno liberamente – molto cyberpunk.

La colpa questa volta è di IguanaJo, che sul suo blog, oltre a macchiarsi ripetutamente del Reato di Lesa Urania, solleva alcune questioni sul perché l’ambiente della fantascienza nel nostro paese sia asfittico.

L’ipotesi (riassunta in soldoni, ma leggetevi l’Iguana, che è molto più articolato): Urania non ha saputo rispondere dinamicamente alla crescente complessità della narrativa fantascientifica, e perciò se non danneggia fattivamente il genere nel nostro paese, certo non contribuisce a migliorarlo o ad ampliarlo.
Non tutti condividono questa posizione.
Segue dibattito.

La mia posizione, per quel che vale, è la seguente – Urania è un ingranaggio perfettamente funzionante all’interno di un grande e complesso meccanismo assente.
Poiché il meccanismo latita, i risultati complessivi sono deprimenti.
Di fatto, Urania fa benissimo il proprio lavoro, e se non contribuisce in maniera significamente all’espansione del genere è perché essenzialmente quel ruolo non le compete o, se preferite, non è più in grado di ricoprirlo.

Un po’ come un insettivoro che si veda spalancare improvvisamente la nicchia dei carnivori superiori, Urania tenta di masticare con denti inadeguati un boccone probabilmente troppo grande e troppo sostanzioso.

Urania è una rivista.
Dovrebbe uscire in edicola e pubblicare romanzi a puntate, una selezione di racconti, una rubrica di recensioni, una rubrica della posta.
Dovrebbe fornire una istantanea di cosa sta accadendo ora, in tempo reale, nel genere, fungendo da banco di prova per gli esordienti e da vetrina per gli autori affermati.
Invece Urania pubblica romanzi tutti interi (una volta per farceli stare tagliavano le parti “superflue”), ed uscendo in edicola, dopo due o tre settimane li consegna all’oblio o all’Ufficio Arretrati.
Ma i romanzi tutti interi dovrebbero uscire in libreria – in tre o quattro formati, in un mondo ideale – ed avere una ben più lunga shelf-life, ed un ISBN.
Non avendo ISBN, i titoli che compaiono su Urania vengono ignorati dalla critica mainstream.

Ma le collane da libreria di fantascienza sono un artefatto del passato.
Ed occupando ormai pressocché da sola la loro nicchia, Urania si limita a masticare un boccone troppo grosso.

Il meccanismo rivista-libro è essenziale, ed esiste nel resto del mondo da una cinquantina d’anni almeno, segmento terminale di un più lungo nastro trasportatore costituito da

fanzine
|
semiprozine
|
small press — riviste professionali
|
editoria libraria

Questo nastro trasportatore crea il genere.
I nuovi lettori si fanno le ossa sulle riviste e i nuovi autori ed i nuovi critici si fanno le ossa sulle fanzine. Le small press e le riviste danno spazio agli esordienti. Le major si occupano del catalogo.
Bello liscio.
Attraverso le small press, prodotti di nicchia e testi storici possono essere resi disponibili ai pochi interessati.
Per tutti gli altri ci sono le grosse case editrici.

Ma tutto questo è solo una parte del sistema.

L’altra metà dell’ipotetica ecologia della fantascienza è costituita dal pubblico.
Il legame fra pubblico ed editoria rappresenta un anello di feedback.
Più libri sono disponibili, maggiore sarà il numero dei lettori.
Maggiore è il numero dei lettori, più libri saranno disponibili.
Offerta e domanda non sono fenomeni separati (come sanno bene gli spacciatori di stupefacenti).
Il pubblico è importante perché sgancia i preziosi quattrini che tengono in vita riviste, editori ed autori (sul darla via gratis, discuteremo magari poi), costituisce il bacino dal quale provengono i nuovi scrittori, i nuovi editor, i nuovi critici, e – dettaglio troppo spesso trascurato – fornisce una faccia al genere.
Parte del pubblico è costituita dal fandom.
L’ultima parola sull’argomento è il documentario di Bruce Campbell – Fanalysis.
Su YouTube lo si può vedere tutto. Qui ce n’è un trancio…

Il fatto che i fan – non gli appassionati – siano la faccia del genere contribuisce all’aura di ridicolo che circonda il genere ovunque si vada.
Ma a parte i costumi, le orecchie di gomma e la generale sensazione di infantilismo, il problema del fandom è che questo – in pigiamino trekkie o in giacca e cravatta – è sostanzialmente conservatore.
Ricordo ancora con uncerto divertimento il vecchio e rispettatissimo fan che, avendo accolto con regale sdegno il fatto che io avessi tradotto Charles Stross, mi fece i complimenti più calorosi quando ricordai di aver cominciato a leggere fantascienza con Jack Williamson. Già la mia passione per Vance lo lasciava un po’ freddino – troppo nuovo, probabilmente.

Il conservatorismo del fandom è tipico di tutti i fan.
Non importa di cosa stiate discutendo, qualcuno verrà fuori a dirvi che eh, però, Fausto Coppi, o la Callas, o Elvis, o Gary Cooper…
Morire di solito aiuta – qualcuno ha fatto notare che anche il cantante (si presume) più famoso del mondo ha visto triplicare i propri fan nell’ultima settimana, previo decesso.
Il conservatorismo dei fan significa che le novità devono invecchiare per essere apprezzate – e se l’unico canale di distribuzione comporta, per sua natura, una vita breve, le novità scompaiono, ed il fandom rimane abbarbicato su Asimov, Clarke, Heinlein.

Su tutto questo, tuttavia, si sta andando ad innestare un nuovo fenomeno, facilmente riassumibile con la frase il fantastico ha vinto.
E questo non grazie a Herry Potter o al Signore degli Anelli, ma per il semplice fatto che il linguaggio del fantastico (che sia fantascienza, fantasy o horror non importa) è entrato ormai a far parte del linguaggio comune della narrativa.
Anche nel nostro paese – se non altro per imitazione di modelli di successo stranieri.
La quantità di elementi fantastici e fantascientifici nei successi mainstream è tale che ormai la totalità del pubblico, spesso inconsapevolmente, legge fantascienza, guarda serie televisive di fantascienza.

L’esposizione è enorme.
È fantascienza CSI, è fantascienza Life on Mars.
Sono fantascienza La Moglie del Viaggiatore del Tempo e La Strada.
È fantascienza – spesso pessima, ma non è di qualità che stiamo discutendo a questo livello – gran parte di ciò che viene schedato come technothiller o spionaggio.Ma poiché arriva senza avere incluse le orecchie di gomma o la spada laser, è più facile spacciarlo.
L’esposizione così è enorme – ma è difficile dare un seguito ad una nascente passione.

Cosa abbiamo, quindi…
Una vasta fascia di pubblico inconsapevole, senza la possibilità di approfondire il proprio eventuale interesse.
Un fandom partigiano, ignorante, conservatore e ostile verso l’ingresso di estranei.
Appassionati che sostanzialmente si riforniscono all’estero e si sono ormai stufati di predicare nel deserto.
Case editrici orientate al profitto a brevissimo termine e terrorizzate dai flop dei predecessori e dai capricci del fandom.
Una critica pressocché assente o limitata a settori di nicchia o ambiti accademici chiusi.
Scarsissime o nulle possibilità per chi voglia scrivere fantascienza o di fantascienza.
Una sola rivista che si stiracchia per occupare una posizione di mercato che non le compete.

Quindi, tutto sommato, Urania non è una causa.
È un sintomo.

E qui chiudo e torno a leggere Matter, di Iain M. Banks.

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