strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Abbiamo Vinto: Pirro e la PFM

Avrei tutt’altro da scrivere1, ma ho promesso questo pezzo al mio amico Mauro Longo, e quindi via. Saranno idee sfuse, e non saranno convincenti.
Ci saranno un sacco di domande e poche risposte.
È andata così: Mauro, di ritorno dalla fiera di Lucca Comics & Games, ha pubblicato sul suo blog un lungo post, che vi invito a leggere. Lo trovate qui, si intitola Abbiamo vinto. E non ce ne siamo neanche accorti…
Leggetelo, per cortesia.

Fatto?
No, naturalmente no, voi i link non li seguite. Allora riassumiamo. Mauro Longo sostiene che

E dunque, signori, mi duole dirvelo ma ABBIAMO VINTO.

Non siamo più gente strana, gente fuori di testa, perdigiorno e nerd sfigati… Il Fantastico è ormai Pop Culture. I meme che girano su Facebook citano A Game of Thrones. I bambini vanno a scuola con lo zaino di Star Wars. Splendide ragazze di 16 anni prendono il manuale di Ultima Forsan perché vogliono iniziare a giocare con le amiche, e saranno LORO le Game Master.

Sauron è caduto, l’Inverno è passato, la Morte Nera è stata distrutta, Hogwarts ha aperto ai Babbani!

Abbiamo vinto.

Adesso tocca solo che ce ne rendiamo conto…

Tanta ingenuità è commovente, non trovate? Continua a leggere


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Il dharma del fantasy

Capita di incontrare i libri più strani.
O forse così strani non lo sono.
Esisteva una Fisica di Star Trek, giusto?
Perché allora non un Dharma del Fantasy?

Leggevo sul blog della rivista Tricycle una interessante intervista a David R. Loy, uno dei principali studiosi della dimensione morale dell’insegnamento buddhista.
E spulciando la bibliografia del nostro uomo, scopro che ha scritto un libro sulla letteratura fantasy.

Posso farne a meno?

The Dharma Of Dragons And Daemons: Buddhist Themes In Modern Fantasy è un libro che intende esplorare i contenuti vicini alla dottrina buddhista della letteratura fantasy.
Ora, freniamo l’entusiasmo.
Qui non ci sono i sutra di Conan il Barbaro.
I koan di Fafhrd e del Gray Mouser.
E se anche una prospettiva buddhista sui lavori di Michael Moorcock avrebbe certamente portato a considerazioni interessanti, qui non si parla di Elric.
O di Corum.
O di Dorian Hawkmoon.

Loy si concentra sull’opera di Tolkien, Ursula K. LeGuin, Michael Ende, Philip Pullman e Hayao Miyazaki.

OK, avete venti secondi per fischiare e tirare palline di carta.

Il fatto è, vedete, che concentrandosi su titoli estremamente popolari, il testo può raggiungere un pubblico molto ampio, insinuando nel cervello diqueste persone che potrebe esserci qualcosa di più, oltre agli elfi dalle orecchie a punta ed alle spade magiche, nella letteratura fantasy.
Che potrebbe trattarsi, che si tratta, in effetti, di unaletteratura con una sua dignità, e dei contenuti elevati.

Ed in effetti si tratta di un buon libro.
La discussione è interessante e accessibile, ed illustra come certi temi – che l’autore lega più o meno strettamente agli insegnamenti del Buddah, siano in realtà tanto universali da esere penetrati nell’opera di autori che spaziano sull’intero spettro filosofico-culturale, dal cattolicesimo spinto di Tolkien all’ateismo conclamato di Pullman.
L’autore non vuole fare propaganda o proselitismo.
È come se dicesse, “Ma guarda! Anche qui…”

Non ci sono tesi arbitrarie o conclusioni tirate per i capelli, e gli autori dimostrano una conoscenza ed una passione per il fantastico pari a quella – ovvia – per il buddhismo.
E non poco senso dell’umorismo.

Lettura estremamente stimolante, resta da vedere se archiviare il libro sullo scaffale della critica letteraria o della filosofia…

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Il futuro è adesso

New Scientist, il settimanale scientifico più diffuso sul pianeta, ha deciso di frustare un cavallo morto, come si suol dire, riciclando il vecchio tema – ha ancora senso parlare di fantascienza?

science – and its handmaiden, technology – are changing so fast that it is impossible for science fiction to keep up

Niente di nuovo sotto il sole – lo stesso ragionamento venne sottoposto dai giornalisti della RAI a Fruttero & Lucentini il giorno dello sbarco sulla Luna.
Son passati quarant’anni.

Il lato interessante dell’iniziativa di New Scientist è che, dopo un articolo sostanzialmente sciapo, la palla viene passata a sei saggi, che possono dire la loro e sollevare la discussione dalla sua banalità di fondo.

I sei scrittori interpellati da New Scientist sono Margaret Atwood (che così implicitamente ammette in pubblico di essere un’autrice di fanascienza), Stephen Baxter, William Gibson, Ursula K. LeGuin, Kim Stanley Robinson e Nick Sagan.
Alcune delle loro osservazioni sono notevoli, e meritano di essere ripetute.

William Gibson by FredArmitage.jpgWilliam Gibson riesce quasi a diventarmi simpatico quando afferma

The single most useful thing I’ve learned from science fiction is that
every present moment, always, is someone else’s past and someone else’s future. […] I grew up in a monoculture – one I found highly problematic – and science fiction afforded me a degree of lifesaving cultural perspective
I’d never have had otherwise

E davvero, a parte i soliti imbecilli – che tendono ad infiltrarsi ovunque, ahimé – è facile affermare che la maggioranza dei lettori di fantascienza che ho avuto modo di conoscere tende ad avere una visione del mondo molto più ampia e flessibile della media.
E poi siamo l’unica categoria che si occupi monoliticamente e “istituzionalmente” di futuro.
A chi volete chiedere come sarà il futuro?
Ai politici?
Agli industriali?

https://i2.wp.com/farm2.static.flickr.com/1159/1433800397_dc4fab9e6f.jpgEd è paradossale, questa nostra ossessione per il futuro, se ciò che sostiene Stephen Baxter è vero (come io credo che sia)

science fiction has – rarely – been about the prediction of a definite future, more about the anxieties and dreams of the present in
which it is written. In H. G. Wells‘s day the great shock of evolutionary theory was working its way through society, so Wells’s 1895 classic The Time Machine is not really a prediction of the year 802,701 AD but an anguished meditation on the implications of Darwinism for humanity.

Noi non siamo quindi così interessati al futuro “grezzo”, quanto all’estensione delle nostre conoscenze, esperienze e convinzioni nel futuro.
Il che ci lascia comunque un paio di passi avanti rispetto a chi quelle conoscenze, esperienze e convinzioni dovrebbe/vorrebbe controllarle, o indirizzarle.
Gli appassionati di fantascienza non hanno paura del mondo che cambia.

Kim Stanley Robinson 2005.JPGE certo che cambia in fretta, perciò è lecito (anche se banale) domandarsi se nel futuro la fantascienza esisterà ancora come tale.
Ma qui arriva Kim Stanley Robinson a tagliare corta la discussione…

Science fiction is now simply realism, the definition of our time. You could imagine the genre therefore melting into everything else and disappearing. But stories will always be set in the future, it being such an interesting space, and there is a publishing category devoted to them. So there is a future for science fiction.

È in fondo il vecchio sogno degli appassionati emarginati.
Ora siamo noi la norma.

The future is thus a kind of attenuating peninsula, running forward with steep drops to both sides. There isn’t any possibility of muddling
through with some good and some bad; we either solve the problems or fail disastrously. It’s either utopia or catastrophe. Science fiction is good at both these modes. Will it be fun too? Fun, entertaining, provocative. Yes.

Il futuro è adesso.
Abbiamo vinto.
… per lo meno sulla carta.