strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Superati i 40…

Un pork chop express amaramente divertito, questa notte…

Parlavo col mio amico Fabrizio, un paio di giorni addietro.
Non ci sentiamo spesso, e fra una novità e l’altra, cascavano le solite osservazioni che ci scambiamo da ormai quasi vent’anni.

Del tipo – ti accorgi che stai invecchiando perché le persone con le quali sei cresciuto se ne vanno.
Emigrano all’altro capo del mondo.
O più semplicemente muoiono.
Di fatto, prima erano lì, e tu eri giovane, ora non ci sono più, e tu sei vecchio.

Ma ci sono altri segnali, del fatto che l’età avanza.
E se alcuni sono abbastanza tristi, e ti lasciano una certa malinconia, altri sono semplcemente una valanga di risate.
Del tipo…

Sto chiacchierando con un amico più giovane di me.
Il discorso scivola sul genere femminile, e lui butta lì qualche commento giovanile.
Troppe donne in posti diversi.
Ci scappa la risata.
E io dico – ed è una battuta barbina – che ormai è un anno che mi sono trasferito qui in Monferrato, è ora che mi trovi una fidanzata qui in campagna.
E lui mi risponde

Beh, nel caso io conosco parecchie divorziate…

Ecco.
Ti rendi conto di essere vecchio quando i tuoi amici, all’idea di procurarti una ragazza, pensano alla categoria “divorziate”.
Niente carne fresca per te, vecchio rottame.
Puoi piuttosto orientarti sull’usato garantito…

Il che non vuol dire, naturalmente, che io abbia nulla contro la categoria.
Ma come dicevo già in un vecchio post, trovo un po’ scema l’idea (così radicata nella nostra zoocetà), che esistano cose che si possono fare solo in una certa fascia di età, e che poi si debba passare a fare qualcosa di diverso – o fingersi qualcosa che non si è più.
È la filosofia che porta all’increscioso fenomeno dei finti giovani, e ad altre brutture di quel genere.

Eppure quell’osservazione, buttata là senza pensare (e quindi sincera, non artefatta), lascia la sua cicatrice.
Gli anni passano.
E comportano agli occhi del prossimo certe scelte, certi accorgimenti necessari.
Non si corrono più i cento metri, non si suona più il rock’n’roll, non si corteggiano più le donne nubili…

Ma io continuo a pensare che i criteri debbano essere altri.
E per me certamente lo sono.

Se poi è divorziata, beh, non sarò certo io a lamentarmi…


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La seconda volta

E così, passando per Malniboné, veniamo al fatto che il tempo è, certo, dalla nostra parte (lo dicevano i Rolling Stones), ma a volte ci gioca dei brutti tiri.

Del tipo – la prima volta che ho ascoltato The Minstrel in the Gallery dei Jethro Tull, l’ho trovato insopportabile.
Oggi – una ventina d’anni dopo – è probabilmente uno dei miei dischi preferiti di Ian Anderson & Co.

Oppure – La Vita, Istruzioni per l’Uso, di Georges Perec.
Caspita, che libro!
Ma quante volte l’ho iniziato senza riuscire ad andare oltre le prime… mah, dieci pagine?
Ora l’ho preso seriamente in considerazione fra i libri con cui essere intombato.

E parlando di intombamenti, ve l’ho già detto, vero, che il giorno del mio funerale voglio che mettano un disco di Carly Simon durante le fasi finali della sepultura (quando i becchini gettano via i fiori e si mettono al lavoro con le pale)?
C’è una specifica canzone di carly Simon che voglio sia suonata quel giorno.
Beh, ne parliamo magari un’altra volta…
Ma di fatto, il primo disco di Carly Simon che mi sono comperato poi l’ho regalato perché non mi piaceva (scemo! Oggi quel vinile vale un sacco di soldi!)

O Richard Dawkins… Dawkins l’ho dovuto leggere in inglese perché mi diventasse simpatico…

Ed ho fatto unafatica bestia ad arrivare oltre le prime venti pagine di Flashman and the Mountain of Light – solo per arrivare in capo a tre anni a venerare Harry Flashman, e a leggere quasi tutto ciò che ha scritto George Macdonald-Fraser.

Succede.

Pork chop express riflessivo e malinconico, dunque, ma in ultima analisi ottimista.
E piano bar – anche del fantastico – su richiesta di Alex Mcnab.

Il punto è che, molto spesso, ci capitano fra le mani libri, dischi, film o più in generale esperienze che non siamo ancora pronti a metabolizzare.

È anche un po’ per questo, ad esempio, che mi dà abbastanza in testa questa mania, per dire, degli adolescenti che fanno il giro del mondo a vela in solitaria a diciassette anni.
No.
Il mondo in solitaria devi girarlo a quaranta, per vivere l’esperienza in modo significativo.
Credo (mai girato il mondo in solitaria, quindi…)

Può capitare, perciò, di avere lì sullo scaffale un libro che al primo approccio ci ha lasciati assolutamente indifferenti, o peggio, ci ha fatto schifo, salvo poi scoprire per caso, quindici anni dopo, che ora parla ad una parte di noi che, semplicemente prima non c’era.

Viviamo nell’illusione di essere immutabili, di restare coerenti con noi stessi, di crescere senza cambiare.

Ma il nostro corpo ricicla ogni singola cellula ogni nove anni, e la nostra mente cambia molto molto più di frequente.
Ma poiché il processo è dinamico, e continuativo, non ce ne accorgiamo – come cerchiamo di non accorgerci della pancetta, dei capelli che diventano grigi, degli amici che imborghesiscono, si sposano, si abbioccano davanti a La Signora in Giallo… loro che una volta suonavano in una cover band degli Iron Maiden.

Le esperienze si accumulano, le soddisfazioni, le delusioni, i processi di apprendimento.
Di pari passo col processo di sostituzione cellulare, tutto questo fa sì che io, oggi, non sia la stessa persona che ero dieci anni or sono.
E se è vero, è indubbio, che ci sono libri (per me, soprattutto) o dischi o film o esperienze, che hanno fatto di me ciò che sono (buon argomento per un post, eh?), è anche in dubbio che ci siano stati libri, film, dischi ed esperienza che non ero ancora equipaggiato per apprezzare.
E chissà se lo sarò mai.

Quindi, varrebbe la pena, io credo, di rileggere, una volta ogni tanto, non solo il nostro libro preferito, ma anche provare a riprendere uno di quei titoli che ci hanno assolutamente raccapricciato.

Rivedere un film.

Riascoltare un disco.

Non si tratta semplicemente di rivalutare il libro, il disco, il film.
Si tratta di rivalutare noi stessi – confrontarci con ciò che eravamo.
Dopotutto, noi stessi siamo l’unica persona che siamo sicuri di ritrovare al nostro risveglio ogni mattina, per il resto della nostra vita.
Conviene cominciare a conoscersi a fondo.

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