strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Owen & Eleanor, un viaggio di nozze

DOL2Se è vero che la Via della Seta mi affascina da quand’ero ragazzino, è dai primi anni ’90 che cerco di raccattare tutto quello che riesco a trovare da leggere sull’argomento – dal Milione di Marco Polo ai resoconti di viaggio di Colin Thubron, passando per quella che rimane la mia autentica passione – i resoconti di viaggio autografi di esploratori, viaggiatori ed avventurieri fra la fine dell’epoca vittoriana e la Seconda Guerra Mondiale.
Ho oramai una bella scaffalata di volumi – per lo più in inglese – e una bella collezione di ebook.
Più mappe, CD, l’occasionale documentario in DVD… e persino il vecchio Silk Road della NHK, su VCD.

I personaggi legati a quel periodo popolano il mio agile volumetto – Il Crocevia del Mondo, presto disponibile nella sua terza edizione ampliata e riveduta – e costituiscono un pantheon di figure alle quali mi sento particolarmente legato.

Fra i personaggi “scoperti” in questi più o meno vent’anni di letture nessuno è più esecrabile del Barone Pazzo Roman von Hungern-Sternberg; Ja Lama, anche noto come Dambiijantsan, è certamente il più misterioso e romanzesco.
E se per fascino e simpatia nessuno eguaglia Rosita Forbes o Leonard Clarke, è anche vero che nessuno ha suscitato in me più rispetto e curiosità di Owen Lattimore.
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La cucina della Via della Seta

Dicono, lifestyle blogging, e allora lifestyle sia!

Uno degli aspetti divertenti dell’usare categorie così ampie, è la possibilità di riunire sotto ununico cappello elementi disparati, legati da un filo conduttore inaspettato.
Del tipo…

La mia passione per la Via della Seta è documentata – al punto che la Via della Seta è uno dei temi conduttori dell’altro mio blog, quello in inglese, Karavansara.
Beh, interessarsi della Via della Seta significa leggere narrativa, un sacco di storia, le biografie di infiniti cialtroni, splendidi volumi fotografici, cataloghi di mostre, libri d’arredamento e libri di cucina.
Et voilà – lifestyle blogging.

Il che ci porta a un libro piuttosto interessante che è entrato a far parte della mia collezione per capriccio, e si è rivelato una lettura molto interessante sotto parecchi punti di vista.

the-silk-road-gourmet-volume-one-western-and-southern-asiaThe Silk Road Gourmet, di Laura Kelley, primo di una serie prevista di due volumi, è un interessante libro di cucina.

Ora, bisogna fare una distinzione molto netta – in questo momento nel nostro paese sembra che esistano solo più libri che trattano di cibo e trasmissioni televisive relative alla cucina; siamo in preda ad una frenesia di cibo che può essere un sinistro, bulimico segnale del baratro che si avvicina (quanti animali si ingozzano, quando sentono arrivare la fine?) o un segnale della desolazione generale. In entrambi i casi è necessario fare un po’ di chiarezza.

Quando parlo di libro di cucina, ho in mente qualcosa di radicalmente diverso dal ricettario.
Il ricettario è uno stupido catalogo di ricette, un manuale operativo su come assemblare un toast o disporre delle lasagne in una teglia.
Può essere utile, ma è sostanzialmentesterile.
Lo si possiede non per leggerlo, ma per consultarlo.
Non è letteratura più di quanto sia letteratura un dizionario dei sinonimi.

Il libro di cucina è un libro nel quale, attraverso le ricette e la cultura che le circonda, si esplora uno spazio o un tempo.
Nessuno – se non un idiota – descriverebbe An Omelette and a Glass of Wine di Elizabeth David un ricettario.
Leggere il libro della David ci offre uno spaccato di una certa epoca, in un certo luogo – la Francia meridionale nei dintorni della guerra.
Con i suoi sapori, le sue convenzioni, le sue regole.
Il suo lifestyle, se volete.
Il libro di cucina, in questo senso, è un’opera letteraria che ha, come elemento unificante, il cibo e la sua cultura.

Lo stesso discorso vale per The Silk Road Gourmet, un libro di cucina scritto da una antropologa, e che esplora l’Asia occidentale e meridionale attraverso la cucina – l’uso delle spezie ma anche i percorsi del commercio delle spezie, i sapori ma anche la cultura dei popoli coinvolti, i rapporti fra salato e dolce, fra riso e latte, i condimenti, le salse, i piatti della festa e quelli di tutti i giorni.

Troppe le ricetteper citarle tutte, ma tutte estremamente… suggestive.

Polpette di carne con aglio e menta alla maniera Afghana?
Fagiolini con salsa al pomodoro alla maniera dell’Azerbaijan?
Manzo al curry con cannella e erba limoncella alla maniera di Sri Lanka?

Non è sempre caviale, ma non possiamo davvero lamentarci.

A parte il fascino delle ricette – qui siamo piuttosto lontani dalla sbobba per elite di massa* di certi locali etnici della metropoli – c’è il gusto di poter legare le ricette alla storia di un popolo, alle sue vicissitudine, ai movimenti di popolazioni attraverso i secoli.

Se è garantito per portare sulla tavola alcuni piatti decisamente insoliti, A Silk Road Gourmet è anche un gran bel libro da leggere.
È scritto bene, con un tono amichevole, ed una curiosità che coinvolge.

Questo non è uno stupido ricettario.

Il volume è disponibile sia in cartaceo che in formato elettronico, e a mio parere vale abbondantemente l’investimento in tempo e denaro.
L’autrice ha anche un bel blog, che non seguo con la regolarità che vorrei.

Attendo con non poca curiosità e interesse l’uscita del secondo volume – che dovrebbe occuparsi della varietà e della diversità della Cina, fra le altre cose.

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* No, non è una contraddizione in termini


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Una guida diversa

Buona festa dei lavoratori a tutti.
Avrei dovuto postare la seconda parte del mio post fossile sulla spinta, ma oggi è festa.

Vi parlo allora di una mia piccola ossessione.
È noto che sono un bibliomane – la lettura è il mio passatempo d’elezione, colleziono libri, ne parlo frequentemente senza curarmi dell’espressione annoiata dei miei interlocutori…
Amo la narrativa, ma sono fermamente convinto che la realtà superi normalmente la fantasia se abbiamo la pazienza di osservarla abbastanza a lungo, abbastanza da vicino, senza pregiudizi – amo la storia, la gegrafia.
Viaggi, esplorazioni.

Interessi adolescenziali, mi garantiscono, ma se è vero, come diceva Tom Robbins, chenon è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice, beh, un’adolescenza felice e avventurosa è ciò che ci possiamo augurare vicendevolmente.

Tutto questo, che ammettiamolo, è abbastanza confuso, per arrivare a parlare di un libro – e di una casa editrice – che sono per me un piccolo oggetto di culto.

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La storia raccontata coi cialtroni

Qualcosa che la scuola oggi fallisce miseramente nel trasmettere ai ragazzi è il fatto che la Storia, oltre a costituire un archivio di memorie ed esperienze inimmaginabile, è anche, il più delle volte, molto molto più divertente, avventurosa e surreale del romanzo medio.
Il dubbio, ai nostri insegnanti, potrebbe venire osservando il suiccesso dei film e degli sceneggiati a tema storico.
Il problema è anche in parte legato alla decisione – non sappiamo quanto condivisa dagli insegnanti – di eliminare l’elemento spettacolare dalla Storia, rimpiazzandolo con info-dump spesso noiosissimi, imprecisi al limite dl criminale, e con un sinistro orientamento ideologico.
Togliamo anche la preponderanza di cialtroni, millantatori, semplici alienati mentali e bastardi di tutti i calibri che hanno fatto la Storia, e non ci si dovrebbe sorprendere se i ragazzi ci si addormentino.

In altri paesi, dove la figura del cialtrone o del bastardo assetato di sangue ricevono lo spazio dovuto, il pubblico ama la storia, è ferratissimo in materia, e l’editoria ha un ampio bacino di utenza, pronto ad accogliere i testi meno ortodossi.
Gli inglesi – sempre loro – pubblicano saggi storici che sono un capolavoro di equilibrio e di intrattenimento, e vendono a palate.
Anche quando trattano argomenti che, buttati sul tavolo in una delle nostre classi di scuola superiore, scatenerebbe unatempesta mediatica di proporzioni bibliche.

A causa della mia malsana passione per quella striscia di storia e geografia che p la cosiddetta Via della Seta (alla quale un tempo dedicavo un ripiano sullo scaffale, e che ora si sta mangiando quasi un intero Billy), nel corso degli anni ho scoperto ed apprezzato (diciamo così) personaggi che hanno fatto della cialtronaggine il proprio credo: tutti gli ufficialetti inglesi di belle speranze a fare gli spioni in Afghanistan in epoca vittoriana, Younghusband, l’ultimo grande avventuriero coloniale, James Brooke, naturalmente, strappato alle pagine di Sandokan, Peter Fleming, Dick Halliburton, Nazaroff, che si fece pagare dai russi per dare la caccia a sestesso attraverso il caucaso…
E poi i falsi preti buddhisti, il Conte Otani ed i suoi ninja, il Khan di Bokhara, le signore inglesi in gita a Shanghai, i signori della guerra, le imperatrici vedove…

Continuando questa antica tradizione di caccia al deviante sulla Via della Seta, mi sono recentemente procurato una copia usatissima ma in condizioni più che buone del saggio di James Palmer, The Bloody White Baron.
Il libro,uscito nel 2008, è stato candidato al prestigioso Premio John Llewellyn Rice, è scritto in quel bell’inglese piano e facile di tanta buona divulgazione anglosassone, ed ha per soggetto uno dei più coloriti, deviati, surreali bastardi sanguinari del nostro (relativamente) recente passato – il Barone Roman Nikolai Maximilian von Ungern-Sternberg, generale, mistico, ultimo Khan della Mongolia, Dio della Guerra e devoto buddista sui generis.
Il genere di personaggio che un editor ci casserebbe, se lo infilassimo in un racconto.
Troppo poco plausibile.
Troppo… sopra le righe.
E figuriamoci a parlarne in aula!
La storia di Ungern-Sternberg, l’ultimo comandante a conquistare una nazione usando la cavalleria, russo bianco in guerra coi bolscevichi e – sostanzialmente – con chiunque non gli andasse a genio (ed erano parecchi), è quanto di più demenziale e grottesco si possa immaginare.
Il sogno di Ungern-Sternberg di aprirsi una strada da Ulan-bator a Mosca, segnandone il percorsocon un uomo crocefisso ogni cinquecento metri, l’utilizzo come luogotenente di un sadico deviato che aveva il solo scopo di strangolare chi andava contropelo al comandante, la sfrontatezza nel farsi dichiarare Dio della Guerra dal Dalai Lama in persona, l’ossessione per Gengiz Khan che scivola nel delirio di reincarnazione, i prigionieri inzuppati d’acqua e lasciati congelare al vento della steppa come preparazione per poi farli sbriciolare a colpi di maglio, la scelta della svastika come vessillo della propria armata… giù giù in una spirale granguignolesca che culmina con la decisione delle sue truppe di accopparlo, la fuga a cavallo, febbricitante, la fucilazione da parte delle forze bolsceviche…
Non c’è un momento, nella delirante vita di Roman von Ungern-Sternberg che non sia assolutamente over-the-top.
Non c’è un cattivo in un vecchio pulp, non c’è Bond-villain, non c’è Grand Moff o Signore dei Sith che possa stare alla pari con Roman Von Ungern-Sternberg per l’assoluta demenzialità della sua vena crudele.
Orribilmente sfregiato, e probabilmente soggetto a crisi psicotiche derivate dalla ferita alla testa, luterano convertito al buddhismo tibetano che amava cavalcare a torso nudo “come un neanderthal”…
Chi se lo potrebbe immaginare, uno così?
Chi potrebbe inventarselo?

Un piccolo tassello nella storia dell’Eurasia, una nota apié pagina nella cronaca della Rivoluzione Russa, eppure la biografia di questo essere inquietante mostra in pieno come la storia umana, al di là delle vicende politiche, al di là delle date e dei nomi, possa essere straordinaria come un romanzo d’avventura, orripilante come un horror di eccellente livello.
Ci mostra un passato meno banale di quanto non suoni nelle aule delle nostre scuole, nel quale le azioni di individui malati possono portare alla tragedia, nelle quali il singolo – nel bene e nel male – ha contato e conta più di quanto non si potrebbe pensare.
Viste attraverso il filtro del tempo, le imprese di un criminale come Roman von Ungern-Sternberg suscitano indignazione ma anche, appunto, una strana solleticazione della nostra ghiandola dell’avventura, che pare più atrofizzata ogni giorno di più.
Non dico di farne il soggetto di un paio di lezioni alle medie, ma magari, aprire la didattica del passato a quegli elementi, nel passato, che lo rendono straordinario, potrebbe aiutare.

In Italia, l’unico che si ricordasse del Barone, a quanto pare, era Hugo Pratt, che dell’avventura aveva fatto la propria stella polare.
In Corte Sconta detta Arcana, Roman von Hunger Sternberg fa una comparsa opportunamente malvagia e allucinata.
Fu lì, probabilmente, che lo incontrai per la prima volta, da ragazzino, quando leggevo Corto Maltese.
L’unico fumetto che mi venisse criticato da insegnanti (a parole) e compagni di scuola (a legnate).
Strana, la Storia…


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Doppia Luce

Luce Boulnois è una ricercatrice francese che può fare sfoggio dell’invidiabile titolo di Specialista di Storia della Via della Seta e Scambi Transhimalayani.
Mica robetta.

Il volume La Via della Seta, Dei, Guerrieri, Mercanti, della Boulnois, è probabilmente il miglior testo in italiano che si riesca a reperire sull’argomento – una lunga e intricata scorribanda storico-geografica dall’Europa settentrionale alla Cina.
Bello, scorrevole, documentatissimo.
Il volume è pubblicato da Tascabili Bompiani.
Stampato su carta da pizza, pesa circa duecento grammi e costa tredici euro.
E vale ogni dannato centesimo – nonostante la veste grafica non proprio accattivante

La mia copia ne ha viste delle belle, e come tutti i tascabili Bompiani che si rispetti, dopo un paio d’anni di scaffale sembra recuperato dalla biblioteca circolante del Titanic…
Pagine stropicciate, costola ammaccata, copertina piena di ditate e con gli angoli pelosi per il cartone in decadimento, la polvere ormai annidata nei pori della carta grigia delle pagine.

https://i0.wp.com/www.longitudebooks.com/images/book_large/CAS111.jpgTali sono il mio entusiasmo e la mia ammirazione per questo testo eccellente, che ho fatto un paio di ricerche in rete per vedere se l’autrice avesse pubblicato qualcos’altro.
E mi sono così facilmente imbattuto in Silk Road, Monks, Warriors & Merchants.
Che così ad occhio parrebbe proprio la traduzione in inglese dello stesso volume tradotto in italiano da Bompiani.
Nel titolo gli Dei hanno rimpiazzato i Monaci, ma a parte questo…

Ma si tratta davvero dello stesso libro?
Beh, non esattamente.
Pubblicato da Odyssey Books & Guides, il volume è stampato su carta patinata, e pesa attorno al mezzo chilo; viaggia attorno ai venticinque dollari, ma conosco agenti che me lo possonoprocurare a circa la metà, quasi lo stesso prezzo del bompianone.
A parte l’assenza di Dei sulla copertina, il libro ha un formato più grande del tascabilone Bompiani, ed è bene che sia così, visto che è arricchito da un centinaio di belle fotografie, del tutto assenti dall’edizione italiana.
Ci sono più mappe.
Il testo è impaginato in maniera meno spartana e la pagina appaga maggiormente l’occhio.
Costa il doppio, l’edizione anglosassone, ma ha appena trenta pagine in più.
No, non è lo stesso libro.
Ohibò.

Se l’edizione italiana è ottima, quella in lingua inglese non ha pari.
E la domanda rimane: sarà Bompiani, ad aver tagliato l’intero apparato iconografico(follia), o Odyssey ad aver insistito per inserire le fotografie (genialità)?

Certo, basterebbe a questo punto procurarsi una copia dell’edizione originale francese…