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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Ritorno ai fondamentali

Questo post è una specie di piano bar del fantastico, e nasce da una osservazione che mi è stata fatta durante il weekend, e che faceva più o meno

sì, OK, facile sfottere chi conosce solo Conan e il Signore degli Anelli, citando titoli in inglese – cosa dovrebbe leggere secondo te, in italiano, uno che non voglia sentirsi dare dell’ignorante quando parla a vanvera del fantastico?

E la prima risposta è naturalmente “il più possibile”, ma ammettiamolo, sarebbe barare.
Uno dei seri problemi, per un lettore che si avvicini in questo momento alla letteratura di genere è non la povertà degli scaffali, quanto l’assenza di una memoria storica. Io sono stato fortunato (e con me quelli della mia generazione): andando in libreria trovavamo una certa quantità di novità, è vero, ma anche i classici, il più recente Premio Hugo e una ristampa di storie apparse su Astounding o Weird Tales negli anni ’30. E avevamo delle ricche introduzioni, per cui si leggeva un romanzo e se ne scoprivano altri sette. Era un mondo perfetto? No – io cominciai a leggere in inglese per spendere di meno e per poter leggere cose che in italiano non si trovavano, ma c’era una grande varietà, ed era possibile vedere lo sviluppo del genere dalle sue origini al presente, lì, sullo scaffale.
Possiamo farlo ancora oggi?
Certo, possiamo battere le bancarelle per cercare quegli artefatti di un’epoca più civile, ma se volessimo qualcosa che non sia stampato su carta ingiallita e fragile? Magari delle traduzioni aggiornate? Magari un po’ di apparato critico moderno che ci faccia venire delle idee?

Una risposta me la suggerisce la seconda risposta che ho dato al mio interlocutore…

Beh, stanno per ristampare tutto Lankhmar, no?

Perché difficilmente qualcuno che abbia letto le storie di Fafhrd e del Gray Mouser se ne uscirà con la storia che la sword & sorcery è il genere letterario popolato di uomini muscolosi. E la nuova edizione Mondadori, da quello che ho visto nelle anteprime, è meravigliosa.
E tra parentesi è Fa’ferd, non Fatfard.
Ma torniamo al problema di partenza – cosa leggiamo?

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A casa di Victòr

Scrittori con la lingua lunga.
Quando Napoleone III prese il potere nel 1851, assumendo una posizione strettamente anti-parlamentare, Victòr Hugo – che era un grande scrittore, un artista, un classico, ma anche un autore popolare – lo denunciò pubblicamente come traditore della patria.
la cosa venne accolta con tanta allegria dal nuovo sovrano, che Hugo si trasferì a Bruxelles, e poi, tanto per stare tranquillo, a Guernesey.
Ci rimase diciannove anni, rompendo le tasche alla corona britannica, e pubblicando alcune delle sue opere migliori (inclusi I Miserabili) e dei libelli politici in cui diceva cosa pensava di Napoleone III – o Napoleon le Petit, come lo chiamava lui.
A Guernesey, Hugo visse a Hauteville House.

O così vorrebbero farvi credere.
In realtà – come ci rivela il quartetto Duval, Gioux, Quet, Beau – Hauteville House ospitò la sede centrale del comando anti-Napoleonico Francese in esilio.
Nelle viscere della casa, una installazione ipertecnologica, dotata di telegrafo, posta pneumatica e rete di carrelli a vapore, è il centro nevralgico nel quale vengonoorganizzate le operazioni della guerra di spie contro lo straripante Impero Napoleonico.

Aeronavi.
Misteri mesoamericani.
Automi assassini.
Grandi Antichi.
Belle donne.
E Victòr Hugo.

Una cosa è certa: nell’abbracciare lo steampunk, i francesi non hanno scimmiottato modelli superficialmente britannici.
Niente Whitechapel e Sheffield, niente macchine di Babbage, niente riferimenti a Conan Doyle, a Carroll, a Dickens.
E poi, perché dovrebbero?
Hanno anche loro una storia, una letteratura.
E li sanno adoperare, trarne ispirazione, giocarci.
D’altra parte è così che bisognerebbe fare – guardare al proprio passato, trovare una nostra voce, fare il nostro genere.
Ma lasciamo perdere.

Hauteville House è una serie di fumetti, cinque volumi pubblicati finora.
Il protagonista, Gabriel Valentin La Rochelle, nome in codice Gavroche, è uno degli uomini sul campo, l’agente migliore (ipoteticamente) del Governo repubblicano in esilio.
Tra Europa e Messico, fra i campi di battaglia della Guerra Civile americana e i fondali oceanici, lo scontro senza esclusione di colpi ruota attorno ad un antico artefatto, una misteriosa maledizione, il ritorno di un potere che Napoleone crede di poter usare per dominare il mondo.
La storia procede ad un buon passo.
Il francese è comprensibile anche per un autodidatta malandato come il sottoscritto.
Le trovate steampunk sono interessanti, e tutt’altro che banali.
La grafica è quella alla quale ci ha abituati la scuola francobelga – bella, piacevolmente colorata, forse un po’ legnosa sulle scene d’azione.

Ma considerate le alternative, questo è decisamente un buon fumetto da aggiungere allo scaffale dello steampunk.