strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Una dittatura che nega l’immaginazione

Immaginate, se volete, un sistema che abbia soppresso l’immaginazione e l’inventiva.
Tutto deve seguire delle regole ben precise, definite, alle quali è impossibile sottrarsi pena l’annientamento.
Immaginate un sistema che abbia soppresso l’immaginazione e l’iniziativa personale in maniera così assoluta e totale da rendere anche solo l’idea di fare qualcosa di diverso non solo un crimine, e una forma di ribellione, ma davvero qualcosadi impensabile.
Perché anche solo pensare di poter immaginare qualcosa di differente è già di per sé infrangere le regole.
Immaginate quindi un sistema che è oscenamente spaventoso per il singolo, ma che rassicura la collettività, che annienta l’individuo ma crea modelli a cui guardare, in cui identificarsi, da replicare all’infinito, senza paura, senza pietà, senza speranza.
Immaginatelo.

E no, quello di cui stiamo parlando non è né la politica né l’editoria nazionale, ma la Praxis.
E la Praxis è ovunque, e da millenni, e controlla la galassia.
Ma ora, le cose stanno per cambiare.

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O meglio, le cose cominciano a cambiare nel 2002, quando Walter Jon Williams, uno degli autori migliori e più sottovalutati della sua generazione pubblica Dread Empire’s Fall: The Praxis, primo titolo in una trilogia che oggi conta cinque volumi – perché le trilogie davvero divertenti non sono mai in tre volumi. Continua a leggere

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Alle foci del fiume Gatto

51ji172kNvLVediamo…
Emma Bull, Will Shetterly, Gene Wolfe, Jane Yolen, John M. Ford, Kara Dalkey, Barry B. Longyear, Megan Lindholm, Nancy Kress, Patricia C. Wrede, Steven Brust, Nate Bucklin, Pamela Dean, Gregory Frost, Charles de Lint, Charles R. Saunders, Walter Jon Williams, Alan Moore e Bradley Denton.
Tutti in uno stesso libro.
O in cinque.

Liavek è un progetto di shared universe avviato nel 1985 e conclusosi nel 19901, e rappresenta uno dei due grandi universi condivisi degli anni ’802.

Triste riflettere su come siano passati venticinque anni.

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Nove pretendenti per un trono

amberLa colpa, sia ben chiaro, è di Angelo Sommobuta Cavallaro, che ha parlato di Nove Principi in Ambra, di Roger Zelazny.
Ed io, da bravo lemming, sono andato sullo scaffale ed ho recuperato il malloppone, The Great Book of Amber, 1246 pagine in formato trade e scritte piccole, che riuniscono sotto un’unica copertina tutti e dieci i libri delle Cronache di Amber.
Delle due Cronache di Amber, ad essere precisi.
Ed ora è qui davanti a me, sulla mia scrivania.
Rileggimi!, mi dice.
E io, No, ho un sacco di cose da leggere e da scrivere. Cose che non ho mai letto prima, cose che voglio scrivere.
Sciocchezze–Rileggimi!, ripete lui.
Sarà un bel duello.
E temo di sapere come andrà a finire. Continua a leggere


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New Romancer

Lo trovai terribilmente noioso.
Popolato di personaggi spiacevoli.
Con un bel compendio di idee che avevo già visto.
Con uno stile che mi pareva vecchio di dieci anni almeno.
Eppure…

Doveva essere il 1992, e la gente parlava solo di cyberpunk.
Un tale, conosciuto per caso, mi spiegò in toni taglienti che

il cyberpunk è l’unica fantascienza che non faccia schifo

Capii che marcava male.
Però lo lessi, Neuromante.
Cosa me ne parve, ve l’ho già detto.
Eppure…

Cosa fu, in quella specifica congiuntura, a fare di Neuromante un mito, che non aveva fatto altrettanto dieci anni prima, con Shockwave Rider?
Eppure il romanzo di Brunner aveva tutto – il futuro distropico, l’eroe solitario che hackera i computer, i virus informatici che si autoreplicano, lo spazio virtuale…
E che dire di My Name is Legion, di Roger Zelazny? La società repressiva, il protagonista che si è cancellato da tutti i database ed ora lavora come freelance nelle ombre…

Probabilmente a Brunner e Zelazny mancò il senso di contemporaneità – nel 1975/1976, computer personali e reti informatiche erano ancora qualcosa che stava solo nella fantascienza. Gibson descrisse un mondo che si vedeva, o per lo meno si intuiva, nelle pubblicità sui giornali.
Proprio nei giorni in cui quel tale mi informava della vera natura del cyberpunk, seguii una noiosa lezone di un guru sudamericano del fantastico che spiegò a me e agli altri suoi prigionieri che il futuro della letteratura era il Clipper.
Impossibile immaginare di scrivere, nel ventunesimo secolo, senza conoscere il Clipper.

Ma dell’atmosfera di quegli anni ho già parlato in passato.

Il problema, naturalmente, fu che di Neuromante se ne accorsero anche gli intellettuali seri, quelli che non si sarebbero fatti trovare neanche morti con un romanzo di fantascienza in mano, e che se dicevi fantascienza rispondevano “Ah, sì, Asimov”, ma che sul lavoro di Gibson potevano sproloquiare incessantemente per ore ed ore, a cominciare dal suo fracked incipit.
Come risultato, Neuromante divenne un mito, fu oggetto di articoli di giornali e quant’altro, e devastò la fantascienza.
E se conosco un sacco di gente a cui Neuromante ha cambiato la vita, io francamente preferisco Burning Chrome, alias La Notte che Bruciammo Chrome, nel catalogo di Gibson (col quale ci vado piano, perché siamo entrambi fan degli Steely Dan).
Sui racconti il canadese ha meno cedimenti, è più focalizzato.
E annoia meno.

Ed ora, per il piano bar del fantastico, mi chiedono un po’ di cyberpunk alternativo.
E chi sono io per negarlo?
Accendiamo il vecchio Yamaha elettronico con interfaccia MIDI e One-Finger-System per le ritmiche… Continua a leggere


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Doppio gioco

Ma com’è che non ho una scaffalata di romanzi di Walter Jon Williams?

Me lo domandavo qualche giorno addietro, mentre procedevo nella lettura di This i$ Not a Game, ultima fatica dello scrittore americano.

In effetti, ho una mezza scaffalata di romanzi di Walter Jon Williams.
E mi sono pure piaciuti parecchio.
Mi è piaciuto Hardwired, con il suo cyberpunk da B-movie alla faccia di tutta la pretenziosità di Gibson e Sterling.
E mi è piaciuto ancora di più il sequel, Voice of the Whirlwind, pieno di zen e di ambiguità morali.
Ho letto con gran divertimento Metropolitan.
E poi Aristoi, prestato durante l’università e mai riavuto (ma quanti libri ho sparso per il paese?)
E On Angel Station, nonostante una traduzione che ricordo non proprio coinvolgente.

Mi sono sempre piaciuti i suoi racconti.

E Walter Jon Williams si è pure dimostrato personaggio singolare e piacevole di persona – quando lo contattai per tradurre una sua storia che aveva appena rischiato di vincere il Nebula.
Strana miscela di professionalità e gigionaggine, Williams rimane un autore che leggo sempre con piacere.

L’unica cosa, la produzione di Williams per qualche ragione tende a scivolare facilmente al di sotto del radar.
Ti volti un attimo, e sono passati cinque anni, e ci sono una manciata di nuovi romanzi.

This i$ Not a Game è, in prima battuta, un technothriller.
Charlie, Austin, Dagmar e BJ si sono conosciuti all’università, nel secolo scorso, giocando a Dungeons & Dragons.
Oggi vivono nel mondo del web 2.0, restando comunque legati al mondo dei giochi, con diverse fortune – c’è chi fa un sacco di milioni, c’è chi tira a campare.
Quando un killer uccide uno dei quattro, gli altri tre si mettono al lavoro per rintracciare l’assassino.
Utilizzando le risorse messe a disposizione dalla rete e dai social network legati ai giochi online.

Dalle prime pagine – nelle quali una web-community di geek e giocatori di ruolo batte a man bassa un contractor israeliano nel gestire una crisi in estremo oriente – il romanzo è una lunga carrellata di nuove tecnologie, intrighi e cospirazioni e rete.

Fra un dialogo e l’altro – tutti scritti benissimo – Williams tocca molti argomenti che si sono discussi su questo blog, dal capitale di fiducia che sta alla base di qualsiasi rapporto online al vero significato dell’espressione perdente, passando per gli effetti a lungo termine dell’aver passato un sacco di tempo a giocare.
Il cast del romanzo è composto di geek – alcuni che hanno saputo tramutare il proprio stato in una miniera d’oro, altri che sono rimasti ai blocchi di partenza, altri ai quali non importa.
Williams usa con perizia lo slang di giocatori e utenti web – a limite inventandosi i termini che non ci sono, ma che servirebbero.
Non mancano i riferimenti autobiografici, un paio di giochini accessibili solo a chi frequenta Williams fin dai tempi di Hardwired, un omaggio a Roger Zelazny ed uno a Dune.
Già a suo tempo coinvolto col mondo dei giochi – fu autore del supplemento per Cyberpunk 20.20 basato su Hardwired – Williams mette in campo un campionario di personaggi che chiunque abbia mai lanciato una coppia di dadi da dieci ha conosciuto, e li usa per costruire un buon thriller.

È strano, trovare un pezzo della propria vita in un romanzo – almeno quanto lo è trovarlo in un saggio.
Ma è bello vedere i geek presentati in una luce positiva, anche se all’interno di una storia che si fa sempre più claustrofobica mano a mano che si avanza verso il finale.

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