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Il secondo libro dell’anno

Il secondo libro dell’anno è – naturalmente – il libro del piano rialzato, letto la sera prima di addormentarmi o nelle ore di insonnia della notte invernale.
Autostop con Buddha – Viaggio attraverso il Giappone è un libro stropicciato e malandato.
Acquistato nuovo, vergine e fragrante dal mio libraio di fiducia, il corposo tascabile Feltrinelli si è istantaneamente arricciato per l’umidità, stortagnato per il trasporto in borsa sul treno, spiegazzato pagina dopo pagina mentre lo leggevo.
È come se l’idea di vaga trasandatezza che l’autore Will Ferguson tende a dare di sé si fosse in qualche modo appiccicata al volume, coinvolgendolo in un lento, inesorabile decadimento fisico.
Ora, rinchiuso in una scatola insieme ad altri tascabili suoi fratelli, finirà con l’incancrenirsi definitivamente e quando lo tirerò fuori, fra qualche anno, parrà qualcosa di recuperato dalla risacca.

Autostop con Buddha è un buon libro di viaggi.
L’idea di Ferguson, insegnante di Inglese nell’estremo sud del Giappone, è semplice – spostarsi verso nord, verso l’Hokkaido, facendo l’autostop, e seguendo la lenta avanzata del fronte della fioritura dei ciliegi, un evento centrale nella cultura e nella vita quotidiana dei giapponesi.
Ferguson non è il primo, sul mio scaffale, a seguire la strada verso nord lungo il Paese del Sol Levante.
C’è stata per prima Leslie Downer, che negli anni ’80 seguì il pellegrinaggio del poeta Matsuo Basho – il primo libro di viaggio sul giappone che mi capitò di leggere.
E c’è Alan Booth, col suo Looking for the Lost, una serie di peregrinazioni alla ricerca di quegli elementi tradizionali del Giappone che stanno ormai scomparendo.
Ma Ferguson non possiede né il lirismo della Downer né il pragmatismo un po’ cinico di Booth.
È solo un insegnante di lingue canadese un po’ scazzato, che soffre per l’isolamento al quale gli occidentali vengono sottoposti in Giappone, stanco di essere perennemente sbertucciato da personaggi da operetta che lo apostrofano con “Oi, gaijin!”, e da lì è tutta discesa.
Il suo pellegrinaggio – che lo porta a visitare luoghi splendidi e ad incontrare personaggi straordinari, è tuttavia a tal punto costellato di sobborghi squallidi e personaggi ridicoli, è a tal punto condito dalla passiuone dell’autore per il sarcasmo, da assumere i toni della tragicommedia.
Il viaggio di Ferguson diventa perciò un’esperienza frustrante all’estremo, nella quale l’autore si trova a confrontare una bellezza quasi inesprimibile, ma sentendosene comunque escluso.

Né ci dobbiamo sorprendere.
Per molti, troppi anni gli occidentali, visitatori privilegiati, si sono lasciati affascinare dall’Oriente Misterioso, restandone sedotti e sorvolando – come si conviene in certi casi – su difetti e spiacevolezze.
Ora, la generazione di Ferguson privilegi ne ha ben pochi – se non il dubbio piacere di fermare il traffico nei piccoli paesi dove “Henna Gaijin!” è quasi l’espressione di rito.
L’amarezza ha preso il posto della fascinazione, ed il ritratto del Sol Levante, non più idilliaco, si tinge di risentimento.

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