strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Non oscurità, ma ignoranza

Madman, thou errest. I say, there is no darkness but ignorance, in which thou art more puzzled than the Egyptians in their fog.
(William Shakespeare, Twelfth Night, Atto II, scena IV, pagina 3)

Ho appena letto un lungo, interessante articolo che descrivevsa internet come la distopia terminale – il trionfo, in termini cyberpunk, delle megacorporazioni, la riduzione dell’individuo a utente, consumatore di servizi, produttore di dati, entità infinitamente manipolabile.

L’articolo, se vi interessa, lo trovate qui, ed è molto ben scritto, molto ben argomentato.
Ed è, a mio parere e tutto questo genere di cose, un elemento perfettamente integrato di quella situazione che va a descrivere – un vettore memetico, se volete, della distopia che ci presenta.

Il segnale, sempre a mio parere, si ritrova proprio nel riferimento al cyberpunk.
E davvero è indubbio che noi si stia vivendo una fase molto molto simile ad una versione molto molto squallida dei peggiori incubi del cyberpunk. Leggo quotidianamente sul giornale notizie che sono trascrizioni quasi letterali delle partite giocate a Cyberpunk 2020 negli anni ’90.

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Ma…
Lo sapevate che stava per arrivare un “Ma”, vero? Continua a leggere

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Bill Shakes & I

Questo è un post bilingue in occasione del 448° compleanno di William Shakespeare,
e del progetto Happy Birthday Shakespeare.

This is a bilingual post on the occasion of William Shakespeare 448th birthday,
connected with the Happy Birthday Shakespeare project.

Dovrei raccontarvi come e perché Bill Shakes abbia influenzato la mia vita.
Ma in effetti ve l’avevo già raccontato.
Ricapitoliamo: nel 1985, quando la direzione del mio liceo chiese agli studenti
di proporre iniziative che potessero arricchire l’esperienza di insegnamento,
con un’amica affrontammo la Padrona (la nostra era una scuola privata) con l’idea
di mettere in scena As You Like It, del solito Bill Shakes (sì, proprio la commedia
che un giudice yankee aveva bloccato perchè “ovviamente sconcia”).
L’idea in particolare era di farne una versione in abiti moderni,
da ambientare dopo il crash del ’29 (ripensate alla trama e vedrete che ci sta).
Sì, noi negli anni della Milano da Bere avremmo voluto fare una versione
proto-dieselpunk (echi diR.U.R.!) di Bill Shakespeare, una storia di imprenditori
in bancarotta e accampati fra i ruderi di un’industria abbandonata.

Ci risero in faccia.

Now I should tell you how and why Bill Shakes influenced my life.
But I already told that story.
To recap: in 1985, when the management of my high school
asked the students to propose some sort of initiative to enrich the teaching experience
and all that, I faced the Owner (public school, you know…) with the idea of setting up
a representation of Bill Shakes As You Like It (the same work that had been shot down by
a Yankee judge, being “obviously dirty”).
Our idea was novel and fresh as we wanted to do a modrn-dress version,
to be set after the Crash of ’29 (think about the plot and you’ll see it does make sense).
Yes, in the years of hedonistic denial in Italy,  we would have loved to do a
proto-dieselpunk number (vaguely based on Capek’s R.U.R) from Shakespeare,
a story of bankrupted businessmen camping in the ruins of an abandoned factory.

They laughed at us.

Ma la storia è molto più lunga.
Il mio interesse per Shakespeare non è scolastico.
Nasce da qui…

But it’s a pretty longer tale.
My interest for the Bard, as it is, did not start with school.
It started here…


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Where’s the orchestra?

Prendo lo spunto da un commento lasciato ieri su un blog qui vicino.
Ma forse conviene cominciare un po’ prima.

They say he is already in the Forest of Arden, and a many merry men with him; and there they live like the old Robin Hood of England: they say many young gentlemen flock to him every day, and fleet the time carelessly, as they did in the golden world.

Nel 1985, quando la direzione del mio liceo chiese agli studenti di proporre iniziative che potessero arricchire l’esperienza di insegnamento, con un’amica affrontammo la Padrona (la nostra era una scuola privata) con l’idea di mettere in scena As You Like It, del solito Bill Shakes (sì, proprio la commedia che un giudice yankee aveva bloccato perchè “ovviamente sconcia”)(*).
L’idea in particolare era di farne una versione in abiti moderni, da ambientare dopo il crash del ’29 (ripensate alla trama e vedrete che ci sta).
Sì, noi negli anni della Milano da Bere avremmo voluto fare una versione proto-dieselpunk (echi di R.U.R.!) di Bill Shakespeare, una storia di imprenditori in bancarotta e accampati fra i ruderi di un’industria abbandonata.(**)

Vai poi a parlare di preveggenza, eh?
Come in retrospettiva era ovvio attendersi, la Padrona rise di noi e ci scacciò dal suo cospetto, un po’ come avrebbe fatto Crom se non fossimo stati pronti a dirgli qual’era il segreto dell’acciaio (anche se con Crom sarebbe stato meno umiliante).
Così muoiono le buone idee.
Il nostro liceo venne così arricchito da un giornale scolastico – che chiuse al primo numero, probabilmente a causa di un mio articolo che venne frainteso… (ma di questo, casomai, parleremo un’altra volta).

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A Ruota Libera – 1680 parole

Primitivo Rituale Catartico

Rubo una memoria al mio amico Hell Graeco.
Il quale mi racconta che, durante un concerto metal, gli tocca sciropparsi due madame che, lungi dall’abbandonarsi al suono in un primitivo rituale catartico (o qualcosa del genere – ciò che fanno, insomma, i cultori del metal durante i concerti), ciarlano amabilmente di musica nazional-popolare e di letteratura.
Non c’è più il pubblico del metal dei miei tempi, mi dico.
Ma la cosa che mi interessa ancora di più è una frase che l’amico Hell riporta, e che fa più o meno così…

uno che non ha fatto nemmeno le superiori non si può improvvisare scrittore

Le due signore, nella fattispecie, stanno parlando di un popolare e molto venduto autore nazionale che non ho mai letto, e sul quale quindi non posso esprimere opinioni, ed il tutto farebbe parte di una discussione in cui si suppone… meglio ancora, si dà per certo, che l’autore di best seller sia solo un prestanome, una faccia, uno che mette il proprio nome su cose scritte da altri.
Da una donna, quasi certamente.
Come Shakespeare, dirà qualcuno (e da qui a qualche giorno, lo diranno in tanti).
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Tutto quello che sai è falso

È cominciato con due mentecatti per radio.
E con l’insopportabile teoria – che ho sentito sostenere da persone educate e niente affatto stupide – secondo la quale gli americani (e quindi gli esseri umani) non sarebbero mai arrivati sulla Luna.
Il fatto che un simile concetto – un simile meme – venga veicolato in heavy rotation attraverso due canali televisivi, oltre che in frequenti passaggi radiofonici, mi inquieta, mi offende e mi irrita.
Ci faccio un post.
Da cui, la domanda di Maria Grazia

perché la tesi del complotto ti è così invisa? Di esserci andati sulla Luna, ci siamo andati lo stesso. Magari un po’ più tardi…

Ok, pork chop express, ladies and gentlemen…

https://i2.wp.com/science.nationalgeographic.com/staticfiles/NGS/Shared/StaticFiles/Science/Images/Content/buzz-aldrin-moon-msfc-6900952-ga.jpgIn prima battuta, la tesi mi è profondamente invisa perché si tratta di una tesi che nega le potenzialità umane.
Svuotati del loro significato politico, i programmi spaziali degli anni ’60 e ’70 rappresentano una delle maggiori imprese compiute dall’uomo.
Guardando la fotografia di Buzz Aldrin nel deserto grigio della superficie lunare dobbiamo ricordarci che

  • nessun uomo era mai giunto più lontano
  • nessun uomo era mai giunto lì prima (beh, ok, Neil Armstrong)
  • quella fotografia è scattata su un altro mondo
  • e Buzz Aldrin è arrivato su quel mondo su una specie di lavatrice

Si tratta della dimostrazione non solo della potenza dell’ingegno umano, ma anche della perseveranza e del coraggio (ci vuole coraggio per entrare in una capsula Apollo, ed una cieca fiducia nella tecnologia) che ci hanno portati dalle savane dell’Africa fin qui – e che ci auguriamo ci portino oltre.

Ridurre il tutto ad un “ha-ha, manica di gonzi, l’hanno girato ad Hollywood!” è avvilente.
È in fondo una eredità di quella forma mentis che ci vuole piccoli e incapaci in balia di divinità onnipotenti e capricciose.
Rimpiazziamo Zeus con un produttore hollywoodiano, con una classe politica manipolatrice e disonesta, con vasti e incomprensibili interessi economici, ma in sostanza non stiamo facendo una critica alla politica o alla società della comunicazione, o dell’economia rampante – diciamo semplicemente che, essendo l’uomo privo della stoffa giusta, ha preferito mentire e millantare successi mai ottenuti che non darsi da fare per ottenerli sul serio.
Ammettiamo la nostra impotenza.
Meglio lasciar fare a loro.

È come sostenere che Shakespeare fosse in realtà sette persone diverse.
Ci sono fior di testi a riguardo, si fanno congressi.
Ed è semplicemente un modo per ribadire la piccolezza e la pochezza dell’essere umano.
Un sol uomo non può creare tanti capolavori – dovevano essere un comitato (un comitato composto fra gli altri da Roger Bacon, Christopher Marlowe e dalla Regina Elisabetta Prima).
Qualsiasi cosa pur di negare il potenziale umano.

Questo, a livello emotivo.

Poi c’è il fatto che, da scienziato, io servo la Verità (fatemi causa).
E la Verità è una padrona inflessibile.
E se qualcuno nega i fatti, io mi indigno.
Che si tratti dell’allunaggio dell’Apollo 11.
Dell’identità di Shakespeare.
O della Shoah.

In fondo, Maria Grazia, se qualcuno ti chiedesse

perché la tesi del complotto ti è così invisa? Di averne sterminati, di Ebrei, i nazisti ne hanno sterminati certamente. Magari solo qualche migliaio e non sei milioni…

Come ti sentiresti?
E c’è chi lo dice.
Pubblicamente.
Parla di fotomontaggi.
Di Hollywood.
Di complotto.
Chissà perché discettare della veridicità del progetto Apollo fa molto X-Files-chic mentre dubitare della Shoah si chiama Negazionismo ed è proprio sconsigliato, salvo all’interno di certi circoli?
Chissà perché i due derelitti non hanno fatto una canzonetta negando la veridicità dell’Olocausto?
Anche quella, come l’allunaggio Apollo o l’identità di Shakespeare, viene messa in dubbio da un sacco di gente, dopotutto.
Però ho come l’impressione che i passaggi televisivi della coppia, a quel punto, non sarebbero stati su MTv.

E ora potreste dirmi che la Shoah è più importante, nel corso degli umani eventi, dell’allunaggio delle missioni Apollo.
Io non credo.
Eventi non confrontabili, certo.
Ma di uguale magnitudine e importanza storica, indubbiamente – uno la dimostrazione del potenziale umano in positivo, l’altra la dimostrazione di quello stesso potenziale in negativo.

E per finire, c’è il problema ontologico insito in tutte le teorie della cospirazione.
Come ha spiegato dettagliatamente Edward Feser in un recente lungo articolo, sottoscrivere un modello cospiratorio comporta sottoscrivere una teoria della conoscenza per la quale, in ultima analisi, la realtà nella sua totalità è assolutamente inconoscibile.
Un bell’esperimento mentale, ma un modello suicida per rapportarsi con la vita di tutti i giorni.

The difference here is sometimes described as a difference between “local” doubt and “global” doubt. Local doubts arise on the basis of other beliefs taken to be secure. You know that you are nearsighted or that your glasses are dirty, so you doubt whether you really saw your cousin. Global doubts have a tendency to undermine all beliefs, or at least all beliefs within a certain domain. You know that your senses have sometimes deceived you about some things, and being a philosopher you start to wonder whether they are always deceiving you about everything.

Nel momento in cui comincio a dubitare della veridicità di fotografie e filmati della missione Apollo, perché non dubitare anche della veridicità di tutto il resto?
Cos’altro è stato girato a Hollywood?
Quale altro personaggio storico non è mai esistito?
La Storia è forse cava? Tutto il quindicesimo secolo se lo sono inventato i gesuiti?

Notice that unlike local doubt, global doubt tends to undermine even the evidence that led to the doubt in the first place. Doubting that you really saw your cousin doesn’t lead you to think that your belief that you are nearsighted or that your glasses are dirty might also be false. But suppose your belief that you sometimes have been fooled by visual illusions leads you to doubt your senses in general. You came to believe that your perceptual experience of a bent stick in the water was illusory because you also believed that your experience of seeing the stick as straight when removed from the water was not illusory. But you end up with the view that maybe that experience, and all experience, is illusory after all.

Un vicolo cieco concettuale.
O, se preferite, una porta aperta a forme di pensiero non scientifico.
Torniamo all’arbitrarietà della Natura, agli dei capricciosi, all’assenza di regole comprensibili.
Una realtà da subire e non da comprendere, perché manchiamno degli strumenti adeguati – tutti ci pigliano per fessi, e ci riescono.
È un tornare ad essere vestiti di pelli non conciate, accoccolati attorno al fuoco, terrorizzati non da ciò che è là fuori, ma da ciò che potrebbe esserci.

Avere paura di ciò che potrebbe essere significa essere molto lontani dalla libertà.