strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Coltivare la Compassione

Apriamo con due citazioni di quelle toste.

Vecchia volpe…

Secondo il Dalai Lama (notoriamente non l’ultimo arrivato, è pure amico di Bono… ehm, e di Jovanotti)

Se vuoi che gli altri siano felici, pratica la compassione.
Se tu vuoi essere felice, pratica la compassione.

E d’altra parte, secondo Leo Babauta, il popolare blogger del blog zenhabits.net (uno che ha 250.000 lettori fissi e circa 120.000 followers solo su twitter)…

La chiave per sviluppare la compassione nella nostra vita è farne una pratica quotidiana.

Sembra roba tosta.
Ma non lo è.

Notoriamente – ne abbiamo discusso in passato – io ho cominciato ad occuparmi di zen al liceo, e nei trent’anni successivi (ouc!) ho accumulato un sacco di materiale a riguardo, e ho chiacchierato con un sacco di gente e conosciuto un sacco di tipi strambi.
Sono anche stato a lungo seduto molto scomodo.
Ed ho imparato che la compassione è una buona qualità per chi scrive, e per chi insegna.
E più in generale per chi respira.
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Un passo dopo l’altro

Una volta ho avuto un pessimo lunedì.
È successo anni addietro, fra l’anno di studio a Londra ed il servizio militare nell’Aeronatica.
Quel pessimo lunedì è il motivo per cui mi sono laureato tardi, per cui non avrò mai una carriera accademica nella mia alma mater*, e il motivo per cui cinque anni abbondanti della mia vita sono scomparsi dalla mia memoria.

Beh, ve l’avevo detto – fu un pessimo lunedì.

Mi ci vollero cinque anni per uscirne, e ne uscii grazie a due attività molto semplici – la scrittura e il camminare.
E poiché di scrittura ve ne ho già parlato fino alla nausea, oggi parlo di camminare.
E di pessimi lunedì. Continua a leggere


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Il vuoto

Sto leggendo un libro in inglese di poesie giapponesi (e non solo), curato da un italiano per un editore americano, illustrato da un francese e stampato in Cina.
Acquistato da un rivenditore tedesco.
Usato.

Per uno dei miei strani vezzi* io di solito se posso i miei libri sullo zen (e anche sul taoismo) me li procuro in cartaceo e di seconda mano.
Si tratta non solo di una scelta dettata dalla parsimonia**, ma anche di una scelta estetica.
O forse, chissà, ideologica.

Il libro usato – spesso molto usato – ha una personalità che è legata al suo precedente utilizzatore.
Esistono diversi segni, che marchiano e caratterizzano il libro usato.

Ci sono gli spigoli ammaccati, tanto per cominciare, segno che il libro è stato portato in borsa, o magari lasciato cascare.
C’è la carta più o meno ingiallita, i margini delle pagine color tabacco.
Ci sono i timbri delle biblioteche, talvolta una solitaria scheda di prestito che ci rivela quanto popolare fosse il volume che stiamo maneggiando.
Le biblioteche hanno anche l’abitudine di plastificare la copertina.
I paperback hanno le copertine piegate e tumefatte.

E poi ci sono le sottolineature, e le annotazioni.
I nomi segnati in prima pagina.
La mia guida alla creazione di corsi online è appartenuta ad una signora che ora insegna Scienze della Comunicazione a Londra.
La mia guida a come crearsi una carriera di successo è appartenuta ad una giovane donna che oggi è una stimata fotografa.
Ed ho un manuale di scrittura (molto quotato, ma che a me piace poco), che ha nei risguardi le annotazioni del budget settimanale del precedente proprietario – quanto spendere per gli extra, le spese fisse, il mangiare. Per sei-otto mesi.

Se ne ricava un’idea di continuità, di vitalità e di azione del messaggio contenuto del volume, che mi piace – e che considero una specie di bonus per i testi sullo zen e sul taoismo.

Poi, qualcuno mi fa notare, acquistare i libri di seconda mano, a un centesimo, in mercati improbabili, è così poco di classe.

Se non posso permettermeli nuovi, non li compro.

Sottintendendo, ovviamente, che può permetterseli.
A differenza di noi straccioni che li cerchiamo usati, usatissimi.
Un tentativo a buon mercato di fare dello snobismo, di sentirsi superiori, di affermare

Spendo, quindi esisto.

Piuttosto triste.
Piuttosto vuoto.
Non il vuoto creativo dello zen, tuttavia.
Un vuoto che urla, e che tenta disperatamente di riempirsi di qualcosa.
Di qualsiasi cosa.
—————————————–
* Con la vecchiaia si diventa eccentrici.
** Che pure è una componente innegabile.


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Il miglior gioco in città – 2. Leggere

Secondo post storto in questo dittico, ispirato a discorsi fatti con persone ottime attraverso il web.
Loro ci hanno messo le buone idee.
Io le ho solo distorte e banalizzate.

I was just sweet sixteen
When I saw Saint Steven
Standing on a corner of
The street of dreams
When I needed someone
Badly to believe in
Steven was the answer to my prayer…

L’ho detto… l’ho scritto, in effetti, qualche giorno addietro su un blog qui vicino…

1) A che cosa proprio non sapete resistere?
A un buon libro. Tutto il resto passa in secondo piano.

Che è vero.
Ed è una condanna.
Una maledizione.
L’ammissione di un fallimento orribile.

E quindi ragioniamoci su – nel post precedente abbiamo visto gli inaspettati lati positivi dello scrivere.
Ora diamo una buona occhiata ai lati veramente negativi del leggere.
Buttiamo un occhio all’abisso, e lasciamo che l’abisso butti un occhio a noi.

Mia mamma, che si preoccupava che io potessi venire su un po’ strano con tutti quei libri di fantascienza. mi domandava spesso…

Ma non sarebbe meglio leggere libri che parlino della realtà?

E lei pensava a romanzi storici, a biografie…
Ed era piuttoisto difficile allora spiegare che, per dire, Dune parla molto di più della realtà di quanto non faccia, chessò, la biografia di Caterina de’ Medici.
O meglio, che la realtà come è gestita in Dune è più utile, più immediatamente fruibile, costituisce un miglior allenamento per il futuro, della biografia di una vecchia maneggiona morta da secoli.

Però c’era un nucleo di verità, in quella domanda che mi rivolgeva la mia mamma, ed il nucleo si ottiene con un semplice edit… Continua a leggere


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Ciò che è grande è la sfida

Vi è mai capitato di imbattervi in una frase buttata via, all’interno di un testo dal quale non vi aspettate alcuna velleità stilistica, alcuna qualità superiore, e che invece, Bang!, vi colpisce come estremamente significativa, come se avesse qualcosa di universale?
Vi è mai successa, questa specie di illuminazione zen altamente improbabile?

Beh, a me è capitato ieri mattina, sfogliando un libriccino che fa parte della mia ricca – per quanto eccentrica – biblioteca di testi di statistica.
La statistica è uno strumento essenziale per il mio lavoro come ricercatore e come micropaleontologo, l’ho studiata da autodidatta* e l’ho pure insegnata, per parecchi anni, in corsi post-laurea e post-dottorato.
Da un testo di statistica mi aspetto che sia funzionale, chiaro, e che compia il suo lavoro – che è trasferire nela maniera più efficiente e soddisfacente una serie di informazioni al mio cervello.
Però…

Il testo incriminato è ingannevole fin dal titolo – si intitola, molto utilitaristicamente, Fifty Challenging Problems in Probability with Solutions.
Ma non contiene in effetti cinquanta problemi, bensì cinquantasei.
Il testo è ingannevole anche perché, con le sue ottantotto pagine e le dimensioni di un quaderno, parrebbe una cosuccia da niente.
E invece è una tortuosa, progressivamente sempre più difficile, articolata ed estanuante scalata del Monte Statistica.
Il primo problema è una cosina di tre righe appena, che si risolve a mente.
Ma le cose si fanno progressivamente e rapidamente ben più complesse.
Il volume è ingannevole perché con la sua copertina astratta, le sue poche pagine, il suo aspetto dimesso da vecchio libro di statistica, celano infatti una natura elegante, vagamente eccentrica, una subdola imprevedibilità.

Si tratta di problemi come questo…

Marvin stacca dal lavoro in orari casuali tra le 3 e le 5 del pomeriggio. Sua madre vive su un lato della città, la sua ragazza sul lato opposto della città. Lui prende la prima metropolitana che passa, in una direzione o nell’altra, e va a cena a casa della persona che può raggiungere per prima. Sua madre si lamenta che lui non va mai a trovarla, ma lui sostiene di avere una probabilità 50-50. Negli ultimi 20 giorni, ha cenato da lei due volte. Spiegate perché.

Lo ha scritto, questo libriccino, un signore che si chiamava Frederick Mosteller, nel 1965 – il che tra l’altro significa che si presuppone che i problemi si risolvano a mano, con carta e matita, senza calcolatrice.

Fred Mosteller si occupò di statistica per tutta la vita, tanto che negli anni ’50 fondò il Dipartimento di Statistica ad Harvard.
Uno dei suoi interessi principali fu sempre l’insegnamento della statisitca, e lo sviluppo di nuovi metodi nell’apprendimento.
Nel corso della sua carriera, Mosteller pubblicò 50 testi ed oltre 350 articoli.
Per inquadrare il personaggio, nel 1964, Mosteller pubblicò, insieme con David Wallace un rivoluzionario studio sull’analisi testuale (quella tecnica che permette di determinare l’autore di un testo sulla base della distribuzione statistica delle parole che contiene), dimostrando che la Statistica Bayesiana** non era un eccentrico coacervo di idee storte, ma uno strumento potentissimo.
Lo studio – per determinare chi avesse scritto quali degli 85 articoli e saggi che proponevano la stesura della costituzione americana – venne pubblicato non da una rivista scientifica, ma da Time Magazine.

Uno che ha fatto la storia, insomma, il buon Fred Mosteller.
E nel 1965, Fred Mosteller scrisse questa frase, nell’introduzione al suo agile volumetto…

In un problema, ciò che è grande è la sfida. Un problema può essere una sfida per molti motivi: perché l’argomento è affascinante, perché la risposta contraddice l’intuizione priva di sofisticazione, perché illustra un importante principio, perché ha un vasto significato generale, per via della sua difficoltà, per via della sua soluzione ardita, o persino per via della semplicità o della bellezza della risposta.

E, cosa posso dirvi…
Io la trovo bellissima.

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* Da cui l’eccentricità della mia biblioteca.

** Potremmo parlarne per mesi – si tratta di un tipo di statistica completamente diversa da quella usata abitualmente, e sviluppata da un pastore presbiteriano e matematico per hobby, un certo Thomas Bayes, nella prima metà del ‘700. È strana (la probabilità è definita come grado di fiducia, non come frequenza), ma è estremamente sensata quando, ad esempio, si guardano dati sull’ambiente  allo stato brado anziché in laboratorio.


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Come un Iceberg

Si era detto altre cose sui personaggi.
Già.
Che poi alla lunga, sai la noia.

E quindi, affidiamoci a quelli in gamba.

Se l’autore vede una parte più ampia della storia di quanto alla fine non racconta, questo rafforza la storia. Fa sì che il personaggio sembri più reale.

Questa è di Roger Zelazny*, da una lettera del 1986, riguardo al suo classico “Una Rosa per Ecclesiaste”, dall’edizione NESFA di Threshold**.

Ora si dirà che questa è la scoperta dell’acqua calda, ma considerando che esiste chi si fa versare 200 euro da giovani ottenebrati per insegnar loro …

L’ispirazione: come viene, come cercarla, come svilupparla. ***

… beh, allora direi di tenerci stretta l’osservazione gratuita di Roger Zelazny, berci un chinotto alla sua memoria, e cercare di ragionarci sù.

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Immobilità e Flusso

Il vecchio Isaac Asimov sosteneva che per essere scrittori prolifici bisogna trovare piacevole l’atto di scrivere.
Scrivere deve piacerci più di ogni altra cosa, o finiremo per fare quell’altra cosa anziché scrivere.
Ora non fraintendetemi.
A me piace scrivere.
Ma mi rendo conto che scrivere non è la cosa che mi piace di più in assoluto.
Mi piace anche leggere, ad esempio.
E per uno di quei tipici cortocircuiti che capitano, mi piace leggere libri che parlano di scrittura.
Naturalmente (sarà capitato anche a voi), a questo punto, poiché mi piace parlare di ciò che mi piace, succede che io parli di libri, e di scrittura.
E qui c’è il problema.
Parlare di scrittura, mi dicono, non si può più.
Non che non sia divertente, badate.
Solo che si rischia di vedersi arrivare addosso qualcuno che ha tutte le risposte e, per di più, tutte le risposte giuste, e non manca di travolgerci con la forza della propria convinzione. O forse sarebbe più corretto dire della propria fede.

Il risultato della crescente aggressività sul tema è quello che ci si potrebbe aspettare – i più preferiscono sganciarsi.
Inutile perder tempo in discussioni inutili.
Inutile farsi insultare.
Sempre più spesso, gli elementi che maggiormente potrebbero contribuire ad una discussione interessante ed intelligente si sentono a disagio, provando la classica sindrome dello squalo.
Il campo resta ai detentori della verità.
Che come tutti i detentori della verità, sono normalmente piuttosto noiosi, e di una intelligenza straordinariamente modesta.

E detto questo, secondo voi io ora di cosa vorrei parlare? Continua a leggere