strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Paura & Delirio: Deserto Rosso Sangue (2016)

Due settimane or sono avevo chiesto alla mia complice Lucia Patrizi di scegliere un film di zombie ambientato a Las Vegas per la nuova puntata di Paura & Delirio, e le mie aspettative non sono state deluse.

Diretto da Colin Minihan e interpretato da Brittany Allen, It Stains the Sand Red – alias Deserto Rosso Sangue – è la risposta alla domanda “è possibile fare un film decente su una apocalisse zombie a Las Vegas?”

Girato con un budget limitato, compensando con intelligenza e coraggio ai limiti di budget, Deserto Rosso Sangue merita una maggiore attenzione da parte del pubblico, e ci fa piacere parlarne in questo episodio di Paura & Delirio, facendo SPOILER.

E sì, accenneremo anche ad altri film di zombie ambientati a Las Vegas, ma solo un paio.
Ed in apertura,la Posta del Cuore.


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Paura & Delirio #21: Train to Busan (2016)

Forse non sarà, come sostiene Edgar Wright, “il miglior film di zombie mai prodotto”, ma di sicuro Train to Busan, del 2016, ha iniettato nuova vita – si fa per dire – nei morti viventi, costruendo una storia che allinea tutti gli elementi tipici dello zombie-movie, ma sovvertendoli uno ad uno senza pietà.

In questa puntata di Paura & Delirio perleremo perciò di treni e di zombie, di genitori e figli, di famiglie, di manipolazione e rispetto del pubblico, di satira, di cosa renda diverso l’orrore coreano da quello giapponese, e di una decina di altre cose. Tra cui Brad Pitt.
Il tutto, facendo una valanga di S P O I L E R, ma senza spiegarvi il finale.
Perché noi valiamo, e voi anche.

Buon divertimento.


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Angeli e ferrovie

51zaD3GR2oL._SY344_BO1,204,203,200_Ho fatto appena in tempo a finire Champion of Mars, di Guy Haley, che un altro volume dell’autore inglese, preordinato a suo tempo, è cascato sul mio Kindle.
La cosa interessante è che quando avevo preordinato The Emperor’s Rairoad, non conoscevo ancora Haley, e non avevo letto nulla di suo.
Però l’idea mi pareva divertente, e in effetti non ho di che pentirmi.

L’idea, si diceva.
Quelli di Prima sono scomparsi, una razza punita da Dio per il proprio orgoglio. Di loro restano tracce titaniche, città abbandonate, ponti e strade colossali, dove un tempo i carri senza cavalli di quel popolo scomparso sfrecciavano veloci.
Dopo la caduta dei peccatori, Dio ha inviato i suoi angeli, che ora vegliano su ciò che resta dell’umanità.
Ma non tutto va per il meglio, fra angeli e uomini.
L’imperatore della Virginia, vent’anni or sono, costruì una ferrovia – e per punire la sua ribellione gli angeli scatenarono una piaga di non-morti sul mondo, e poi un drago.
Ma forse non andò esattamente così. Continua a leggere


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Gli zombie non ridono

38847_449931638486_519408486_6124543_919371_n-700x525Questo è una specie di post del piano bar del fantastico.
Mi è stata chiesta una versione in italiano del mio ultimo post su Karavansara.
E io mi sono detto – perchè no?

Tutto parte da una recensione letta un paio di giorni addietro.
Recensione che mi ha confermato che era stata una buona idea evitare il libro recensito, ma che conteneva anche una affermazione che mi ha abbastanza infastidito.
L’affermazione era la seguente

è inverosimile che durante un’ipotetica epidemia di zombie la gente abbia voglia di scherzare

Inverosimile?
Davvero?
Mi permetto di dissentire. Continua a leggere


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Una cassetta di zombie

Finesettimana all’insegna del morto vivente, per lo meno in campo ludico.

Un amico mi passa una cassettata di manuali e supplementi per All Flesh Must Be Eaten, lo standard del gioco di ruolo a tema zombie.
E parlo davvero di una cassettata – una scatola marrone dell’IKEA, con dentro il vecchio manuale il nuovo manuale, una decina di supplementi, e chi più ne ha più ne metta.
C’è anche un CD…

Il fatto è che abbiamo passato una serata a discutere di non morti in ambito ludico, ed io ho ribadito la mia scarsa simpatia per lo zombie in genere, e nel gioco in particolare.

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A passeggio con la non-morta

Jacques Tourneour dirige.
Val Lewton per RKO produce.
L’anno è 1943 (ne parleremo).
Si intitola I Walked with a Zombie.
Può essere male?
Ovviamente no.

E quindi nel deserto televisivo, rieccomi a scavare nel catalogo della RKO.
Coi sono destini peggiori – e questo film è un classico.
L’ho già visto in passato, certo.
Le tv private ci vano a nozzze, con queste cose, nellelunghe notti d’estate.
Ma questa volta lo guardo consapevolmente.
Ed è davvero uno strano film… Continua a leggere


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Romanzi da dieci centesimi

Credo di aver già raccontato come – dopo aver letto The Drive In di Joe Lansdale –  io abbia smesso di mangiare pop corn.
Per sempre.
Lansdale non è il mio autore preferito – ma è un narratore dannatamente abile, e lo leggo sempre con un certo piacere, quando sono dell’umore adatto; ed una copia di La Morte ci Sfida, edizione italiana di Dead in the West, venduta al Salone del Libro con un bello sconto fiera, ben si adatta alla mia attuale voglia di weird western.
E di weird western si tratta.
Melodrammatico, poco plausibile, sbrigativo e letale.

In una storia costruita come un film e che si legge in una serata, Lansdale allinea tutti gli elementi che vorremmo vedere in una storia di questo genere.
Cittadine isolate.
Pistoleri riluttanti.
Belle donne in pericolo.
Oscure maledizioni.
Zombie.
Un po’ di yog-sothoteries lovecraftiane assortite, tanto per dare una dimensione ancora più weird alla miscela.

La città di Mud Creek, Texas, è assediata dal male, sottoforma di un pericoloso mutaforma, una schiera di morti viventi e altro ancora.
Riusciranno i nostri eroi ad uscirne vivi?

Ci basta l’escursione, attorno a pagina quarantacinque, nella cantina della chiesa locale – “accidentalmente” adibita a bunker e zeppa di armi da fuoco “vecchie ma in perfette condizioni”, per capire che se la risposta sarà positiva, non sarà un sermone del predicatore a tenere a bada le orde del male.

Un buon testo, una serata divertente, una piacevole forma di demente tributo ai fasti di Weird Tales.

Difetti?
Probabilmente la traduzione e l’editing – che ci regalano alcune perle assolute, sulle quali spicca per originalità quasi-steampunk, la definizione di “autista della diligenza”.
Se solo non ci avessero detto che era tirata da muli…
Anche se sono certamente i “romanzi da dieci centesimi” (dime novels) ad offendere ben più gravemente la nostra sensibilità.

Nota per collezionisti e plutocrati – Subterranean Press stamperà a Ottobre un volume con il testo definitivo di “Dead in the West” e altre quattro storie del Reverendo.
Vale la pena risparmiare e tenere d’occhio Amazon…


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Solo noi mostri

Zombies, man. They creep me out.

Stuzzicato da Celio Vibenna, torno al corto I Love Sarah Jane, ai non morti alla catena e ai non morti in genere.
È ora di pork chop, e del genere che preferisco – scritto di getto, magari non esaustivo ma per lo meno, mi auguro, stimolante.

La questione è – cosa c’è di apprezzabile in un film farcito di turpiloquio e di violenza gratuita?
A parte il fatto che dura 12 minuti, e che gli attori sono decisamente convincenti?

E la questione va ad incagliarsi su una serie di altre mie preoccupazioni, prima fra tutte quella che l’orrore – e soprattutto l’orrore cinematografico, soprattutto la gran massa di orrore di dozzina riversato annualmente sugli schermi – sia nocivo al pubblico, causando una sorta di desensibilizzazione del pubblico verso gli orrori reali.
Ma procediamo con ordine…

La narrativa fantastica in genere costituisce uno strumento – sarei tentato di dire il migliore strumento a nostra disposizione – per esplorare e compiere degli esperimenti con quegli elementi della nostra realtà che sarebbero altrimenti, per diversi motivi, intoccabili.
Con la narrativa fantastica possiamo esaminare storie alternative, confrontarci con intelligenze pari alla nostra o superiori, ma radicalmente diverse dalla nostra, possiamo cercare di immaginare la reazione dell’uomo davanti alla catastrofe, al meraviglioso, alle ineluttabili conquiste del progresso, al Male assoluto e così via.

La funzione sociale del fantastico è quindi più complessa, per dire, di quella del poliziesco.
Il poliziesco, per lo meno all’origine, deve essenzialmente rassicurare il lettore – esiste un ordine, questo ordine viene perturbato dall’azione criminosa, ma poi la normalità viene ristabilita dall’investigatore, che scopre il colpevole, sul quale verrà fatta giustizia.
Nel fantastico la rassicurazione non è garantita: la perturbazione della normalità potrebbe essere permanente, e l’esperimento condotto dall’autore si andrà allora a concentrare su come i protagonisti dovranno adattarsi a questo nuovo stato delle cose.
Nel caso dell’orrore, per lo meno alle origini, la funzione di rassicurazione sociale del poliziesco viene sovrapposta all’impermanenza del fantastico (e non sorprende, visto il ruolo di Poe nel definire entrambi i generi): lo status quo viene perturbato dall’irruzione del mostruoso, l’ordine viene ristabilito, ma permane la consapevolezza che le cose non saranno mai più come prima, per lo meno per i protagonisti immediati della vicenda.
Impalettare Dracula non basta a cancellare la consapevolezza dell’esistenza del vampiro e, per estensione, l’esistenza di un super-predatore desideroso di abbeverarsi alla nostra carotide collettiva.
Distruggere il Mostro di Frankenstein non basta a cancellare la consapevolezza che la vita non è un miracolo ma una serie di reazioni elettro-chimiche.
Prendere a pistolettate l’Uomo Lupo non cancella la consapevolezza che esiste un lato animale nell’uomo che può essere risvegliato senza preavviso e prendere il sopravvento.
Impedire a R’lyeh di emergere dai flutti non cancella la consapevolezza del fatto che il morto Cthulhu giace sotto all’oceano, e sogna, e noi siamo i corn flakes per la sua colazione.

Per questo, se vogliamo, nella narrativa orrifica è spesso più interessante ciò che accade dopo.
Prima c’è la paura, la minaccia, la partita del gatto col topo, lo scontro fra l’ingegno umano e il soprannaturale.
Bello.
Ma, e poi?

Curiosamente – o forse no – l’unica branca dell’orrore ad essersi concentrata sul dopo è quella che fa riferimento allo zombie.
Mostro atipico per molti motivi, lo zombie, che nasce direttamente sullo schermo senza antenati letterari degni di nota, anonimo, massificato.
I primi zombie cinematografici sono bassa manovalanza, ben poco orrifiche marionette prive di volontà nelle mani di un malvagio di turno – che di solito li incarica di eliminare l’eroe, ma non prima di aver rapito la sua bella.
Solo in un secondo tempo si arriva ad un orrore più vispo e sgambettante – l’idea che il malvagio di turno possa tramutare l’eroe in zombie e che quindi, per estensione, noi tutti si sia alla mercé dello stesso destino, ridotti a pupazzi che caminano come semiparalitici e si esprimono a grugniti. Morti ambulanti, privi di dignità.

Poi, finalmente, complici probabilmente L’Invasione degli Ultracorpi e Io Sono Leggenda, l’idea del contagio entra nel genere, trasformandolo.
Ciò che ci promette lo zombie non è, come nel caso del vampiro,
l’ingresso in un club privato di gente molto cool, quasi dei supereroi
anemici, ma la riduzione a carne ambulante, affamata di cervelli, priva
di coscienza, consapevolezza, dignità, individualità.
Non c’è nulla di seducente, di sexy nello zombie.
È come finire a fare l’operaio in linea alla FIAT.
E qui le cose si mettono subito malissimo: perché se lo zombie può creare altri zombie per contagio, ben presto il mondo sarà zeppo di cadaveri ambulanti, la società collasserà e noi ci ritroveremo assediati…

La Notte dei Morti Viventi di George Romero descrive proprio l’assedio e, per la prima volta, ci dà uno sprazzo di luce sul dopo.
E il dopo, ci dice Romero, è pessimo – perché quelli che hanno i cojones per sopravvivere alla minaccia zombie, quelli che ce la fanno nonostante tutto, non sono necessariamente persone piacevoli.
La vecchia società spazzata via dalle orde dei non morti lascia il posto ad una società di survivalist che hanno fatto fortuna: si immaginano battute di caccia allo zombie con grigliata e birra per tutti, scontri fra gladiatori non morti e quant’altro.

Partendo da questa base, le storie di zombie migliori degli ultimi anni hanno lavorato, da una parte, sul significato socio-politico dello zombie, visto come sottoproletariato che avanza, e dall’altra sulla natura della società dopo la Notte, l’Alba, il Giorno o il Week-end o il Ponte di Ferragosto dei Morti Viventi.
La tendenza più recente – con L’Alba dei Morti Dementi (si noti la tag-line sul poster) e Fido – è quella di descrivere un apparente ritorno alla “normalità”, ma con in più il ritorno dello zombie alla sua originaria posizione di bassa manovalanza: un accessorio per la playstation in modo da poter giocare anche “da solo”, un servo obbediente e decerebrato per la casalinga che ha tutto.
La società sopravvive e trionfa, ma ancora una volta a trionfare sono gli elementi peggiori.
Non più, tuttavia, i good old boys degli anni ’70/’80 ma i capitalisti rampanti, rappresentanti di una società consumista e ipocrita, votata al guadagno anche in faccia all’orrore.
Ne deriva una società spudorata, che non ha rispetto neanche per i morti.

In questo senso, il filmetto di dodici minuti I Love Sarah Jane incapsula tutto quanto, appunto, in dodici minuti.
Quando il film si apre la minaccia zombie sta rientrando, pur non essendo ancora stata debellata, ma c’è già chi ha trovato il modo di divertirsi a spese dei non morti.
Un divertimento rozzo, certo – il decespugliatore non è la playstation, ma ci sono un sacco di ragazzini là fuori che hanno più facile accesso al primo che non alla seconda.
Quelli che di recente, per “scaricare i nervi” hanno cominciato a rigare automobili a caso, ad esempio.
Quelli che per passare la serata, o il pomeriggio, incantonano un cinese, una ragazza, un disabile, un barbone, uno troppo alto o troppo basso, troppo magro o troppo grasso, o semplicemente vestito del colore “sbagliato”, e “ci si divertono”.
Come i migliori film dell’orrore, I Love Sarah Jane è apprezzabile perché ci mostra noi stessi, nella nostra funzione di mostri.
Che potremmo essere.
E che in alcuni casi siamo già.
Deprimente, ma anche istruttivo.
Ha inoltre il pregio di lasciarci sul finale una speranza, in quello che è, a ben guardare, un gesto di pietà verso ciò che non è semplicemente “un ca**o di zombie”.