strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Rand

18 commenti

Nella mia memoria, la figura di Gary Cooper non è legata – come per i tre querti della popolazione del pianeta – a Mezzogiorno di Fuoco, bensì ad un film di gran lunga meno importante nella storia del cinema occidentale, quel La Fonte Meravigliosa, di King Vidor; che da sempre associo pure ad un assoluto, insopportabile, plumbeo senso di noia.
Non credo di essermi mai annoiato tanto guardando un film quanto con La Fonte Meravigliosa.
Al confronto anche L’Albero degli Zoccoli, impostomi ai tempi delle scuole medie, pare un apocrifo di Mad Max.
E tutto questo è maledettamente on-topic, perché La Fonte Meravigliosa venen tratto da un romanzo di Ayn Rand e questo è un pezzo a richiesta del piano-bar del fantastico, proprio su Santa Ayn Rand, Regina del Culto della Ragione.

Ora, in questo specifico piano-bar del fantastico, Ayn Rand non costituisce uno dei cinque pezzi facili, e mi sorge quasi il dubbio che il buon Elvezio Sciallis abbia richiesto un pezzo sulla Rand apposta per vedere con quanto successo e quanto a lungo io riesca a schivare le pallottole suonando il piano.
Perché parlare di Ayn Rand costituisce l’equivalente di appiccicarsi un bersaglio sulla schiena.
Perciò, procediamo.
Non sparate sul pianista.

Parlare di Ayn Rand e dei suoi libri significa, senza possibilità dis campo, affrontare due argomenti diversi – la qualità della scrittura e della narrativa, ed i contenuti ideologici della stessa.
La letteratura di genere – e la letteratura in genere – sono zeppe di scrittura “a formula” e di scrittura programmatica.
Uno dei miei autori preferiti, Kim Stanley Robinson, non risparmia al lettore una massiccia dose di propaganda ideologica.
Kim Stanley Robinson scrive benissimo, ed il fatto che la sua ideologia coincida abbastanza da vicino con la mia fa sì che io non vada giù troppo pesante nei miei giudizi – è possibile abbassare mentalmente il volume dell’ideologia e godersi l’avventura.
Michael Crichton è stato un competente autore a formula, con il valore aggiunto di essere disponibile, dietro pagamento, a spingere l’ideologia del cliente – lo ha fatto con Sol Levante e con Stato di Paura. Trovo difficile leggere qualsiasi cosa Crichton abbia scritto dopo il 1978, e trovo assolutamente insopportabili i suoi libri di propaganda. Però da giovane scriveva molto bene.
È possibile separare nettamente e completamente narrativa ed ideologia?
Non credo.
Volontariamente o involontariamente, la weltenschaug (chissà se si scrive così?) autorale percola nella narrativa.
Nel bene o nel male.
Poi, ci sono diversi gradi, diversi momenti, diverse contingenze…
Ciò premesso, passiamo alla Rand.

Sarebbe facile essere brutali e sbrigativi e liquidare Ayn Rand come una pessima scrittrice.
I suoi personaggi sono bidimensionali e statici, incapaci di evolvere e a tal punto egocentrici da suonare come una accozzaglia di solisti anziché come un gruppo.
I dialoghi sembrano perciò monologhi – o dibattiti molto accesi.
Le descrizioni sono eminentemente dimenticabili – Rand fallisce nel gioco di prestigio di convincere il lettore che lei conosca intimamente ciò che descrive, e si vedono i cavalletti e le funi che sorreggono quello che vorrebbe essere un paesaggio, me è un fondale dipinto alla svelta.
Questa scarsissima qualità della scrittura è in parte spiegabile col fatto che i personaggi della Rand sono in effetti sempre i portavoce di un’ideologia, e le situazioni in cui si vengono a trovare sono meccanismi costruiti per mettere alla prova l’ideologia, o per stimolare un dibattito nel quale si possa dimostrare la superiorità di un’ideologia rispetto all’altra.
L’intento didascalico è tale, che la narrativa si schianta sotto al proprio peso.
Il giudizio sulla narrativa è ulteriormente esacerbato dall’ideologia proposta – per cui, ammettiamolo, se a voi piace la visione del mondo proposta dalla Rand, probabilmente sarete disposti ad essere meno trancianti in un giudizio di qualità.
Narrativa ed ideologia sono così strettamente connessi, che non si possono che coadiuvare o sabotare reciprocamente.

Gli eroi della Rand sono i portavoce di una filosofia che è stata successivamente etichettata come oggettivismo (Rand avrebbe preferito “esistenzialismo”, ma l’esistenzialismo c’era già e non era quello che piaceva a lei), una versione particolarmente melliflua del darwinismo sociale di spenseriana memoria.
Alla “sopravvivenza del più adatto” (frase di Spenser, non di Darwin) si sostituisce un ideale di individualismo eroico svincolato dalla massa degli individui passivi.
Ora, cerchiamo di capirla – la Rand aveva preso un bello spavento (giustificatissimo) confrontandosi con lo statalismo estremo della Russia di Stalin, e quindi desiderava promuovere un tipo di pensiero che fosse quanto più possibile opposto al cosiddetto “collettivismo”.
La collettività non ha peso, diritti o pretese da rivolgere all’individuo.
Gli eroi della Rand desiderano creare al fine di realizzare le proprie potenzialità, infischiandosene del bene comune o degli interessi della collettività – che anzi, sono visti come freni.
Si potrebbe anche qui essere sbrigativi e definire l’oggettivismo della Rand come una forma di supereroismo socio-economico.
A differenza dell’ideale romantico, che vede l’eroe come punta didiamante dell’avanzata della specie, che deve trasgredire le regole per crearne delle nuove dalle quali tutti possano trarre giovamento, l’eroe randiano agisce per il proprio interesse e trasgredisce le regole semplicemente perché queste sono pastoie alle quali egli è superiore. L’eroe della Rand fa delle nuove regole per se stesso – se qualcun’altro vorrà seguirle, in fondo, dimostrerà in questo modo la sua inferiorità.

If any civilization is to survive, it is the morality of altruism that men have to reject.

Il sentimentalismo e le emozioni, naturalmente, sono per i deboli.
Qua e là la Rand pare anche convinta che, se lasciate libere da ogni vincolo, le forze economiche si assesterebbero su un equilibrio dinamico capace di creare una crescita infinita – e dopotutto, cosa sarebbero le crisi, se non fasi di repulisti nei quali i non adatti vengono eliminati dal sistema?

Government “help” to business is just as disastrous as government persecution… the only way a government can be of service to national prosperity is by keeping its hands off.

Per questo motivo, i libri di Ayn Rand piacciono molto ai sostenitori di posizioni libertarie – con la loro ferma opposizioneall’ingerenza statale negli affari economici dei cittadini

E prima che vengano avviati i lanciafiamme, vorrei sottolineare che la mia opposizione alle teorie di Ayn Rand non è di natura politica, ma culturale. Per tutti i suoi orpelli pseudoscientifici e la sua pretesa di oggettività, la teoria di fondo della Rand scivola troppo facilmente nel wish-fulfillment, casca con troppa frequenza nell’egocentrismo assoluto, per poter avere un valore… ehm, oggettivo.
Concordo insomma con quei critici che hanno visto, in una adesione acritica alle teorie di Ayn Rand, l’anticamera di gravi problemi psicologici.
E se non si può provare una certa simpatia per il taglio apparentemente meritocratico e positivista della teoria, è anche inevitabile accorgersi che, in primis, si tratta appunto di teoria, e che nel suo insieme tale teoria nega tanto i dati a nostra disposizione sulla natura delle culture umane (nelle quali l’elemento collaborativo è essenziale) quanto le proprie premesse di efficacia; non è necessaria avere una grande esperienza per sapere che un singolo individuo brillante che non voglia o non sappia integrare il proprio sforzo col resto della squadra è spesso più dannoso di una mezza dozzina di idioti capaci solo di eseguire ordini molto semplici.

Le cose si fanno ancora più complicate quando consideriamo che, secondo la Rand, l’universo è costituito da “Valori” che sono immediatamente (= in modo non mediato) comprensibili e riconoscibili da un individuo che, avendo abbandonato i pregiudizi spacciati per conoscenza nel passato, applichi un’analisi razionale e spassionata alla realtà. L’intera faccenda ha un sentore vagamente platonico, ed è sostanzialmente antiscientifica.
Se non avete ancora visto la Realtà per ciò che è (vale a dire come la intende Ayn Rand), è solo perché non siete ancora liberi dagli orpelli del passato.
O, se preferite, chi non dice che ho ragione sbaglia.
Non male, per una che accusò Kant di nichilismo.

Di fatto, il messaggio della Rand è molto attraente, specie in una certa fase della vita dell’individuo.

Achievement of your happiness is the only moral purpose of your life, and that happiness, not pain or mindless self-indulgence, is the proof of your moral integrity, since it is the proof and the result of your loyalty to the achievement of your values.

Quale liceale non sottoscriverebbe una scuola di pensiero che gli dice che può fare ciò che gli pare, che chi cerca di porgli dei limiti è cattivo, che fare un sacco di soldi è buono e giusto, e gli altri si fottano?
Specie se questo tipo di discorso ci viene presentato all’interno di una narrativa, che sottolinea l’elemento eroico, e sbandiera grandi concetti (la Civiltà, la Storia, l’Evoluzione, gli Ideali) al fine di supportare una tesi odiosa?

Avanti, seriamente…

Civilization is the progress toward a society of privacy. The savage’s whole existence is public, ruled by the laws of his tribe. Civilization is the process of setting man free from men.

Poco importa che i suoi portavoce narrativi siano personaggi implausibili o fondamentalmente spiacevoli (l’eroe di The Fountainhead – Gary Cooper – è uno stupratore ed un architetto modernista… due attività esecrabili).
In fondo, ciò che Ayn Rand ci dice è che se siamo meglio degli altri (e noi siamo meglio degli altri, giusto, ragazzi?), dovremmo avere accesso al meglio dele risorse, e non essere frenati da regole e leggi che tarpano il nostro impulso creativo.
Se il nostro destino è essere grandi, ricchi, indipendenti, perché perder tempo a prendersi cura dei senzatetto (gente che non lavora abbastanza), a curare gli ammalati (gente che indebolisce il pool genetico) e a mantenere dei governanti (che hanno bisogno di una collettività alle spalle per giustificare le proprie scelte)… E di tutti gli altri?

Si tratta di uno strano baraccone – e concordo com Michael Schermer quando lo paragona ad una pseudoreligione alla maniera di Scientology.

‘The cultic flaw in Ayn Rand’s philosophy of Objectivism is not in the use of reason, or in the emphasis on individuality, or in the belief that humans are self motivated, or in the conviction that capitalism is the ideal system. The fallacy in Objectivism is the belief that absolute knowledge and final Truths are attainable through reason, and therefore there can be absolute right and wrong knowledge, and absolute moral and immoral thought and action. For Objectivists, once a principle has been discovered through reason to be True, that is the end of the discussion.

If you disagree with the principle, then your reasoning is flawed. If your reasoning is flawed it can be corrected, but if it is not, you remain flawed and do not belong in the group. Excommunication is the final step for such unreformed heretics.’

In fondo, la Dianetica e l’Oggettivismo sono entrambi basati sugli scritti di (mediocri) autori di fantascienza, presentano una visione messianica e supereroistica dell’individuo, affermano di basarsi su una visione oggettiva della realtà ma non fanno nulla per provarlo, e di fatto hanno creato la fortuna dei propri fondatori ma non ci pare che abbiano stimolato il successo ed il trionfo della volontà di qualcuno dei loro seguaci.
Le star hollywoodiane affiliate a Scientology sono entrate nel giro dopo essere diventate famose.
E non ricordo alcun oggettivista che sia arrivato a posizioni di preponderanza da qualche parte – a parte forse Gordon Gekko.

Gordon Gekko non è citato a sproposito – è maledettamente difficile scrivere una buona storia con un protagonista che predichi il verbo di Santa Ayn Rand.
Oliver Stone, in Wall Street, c’è riuscito.
Ayn Rand no.

Money is the barometer of a society’s virtue.

I libri di Ayn Rand sono, fortunatamente, pochi – ma sono piuttosto spessi e di una densità orripilante.
Contrariamente ad una certa tendenza della letteratura americana, i protagonisti non sono underdogs e little men che trionfano grazie al proprio ingegno ed alla propria costanza, ma membri delle classi superiori, ormai arrivati, ma minacciati dall’avanzare della marea collettivista.
Piaghe sociali come i sindacati, le politiche assistenziali e l’ingerenza della politica nell’economia minacciano – sostanzialmente – il mondo dorato dei nostri eroi, che si oppongono (che diamine!) con lunghi panegirici soporiferi, e poi, avendo pontificato a morte, ed essersi variamente accoppiati, se ne vanno.
Non si tratta tuttavia del ritirarsi dalla società dello studioso taoista, che vuole allontanarsi dalle distrazioni ed entrare in comunione con una Natura della quale si riconosce parte, che vuole conoscere e studiare, quanto piuttosto l’andarsene portandosi via il pallone del ragazzino che non ci fa più amici.
Nel momento in cui le menti migliori se ne vanno, ovviamente, la civiltà crolla, e i nostri eroi possono tornare a bomba e fondare finalmente una società oggettivista (che a me pare una contraddizione in termini, un po’ come “organizzazione anarchica”).
E non riesco a non vedere, in questo crollo della civiltà come conseguenza della ritirata al colle degli eroi, una sorta di gratificazione adolescenziale… perché quando non ci sarò più capirano quanto ero importante, ma ormai sarà troppo tardi.
E questo è quanto.
Anthem è una novella fantascientifica ed è probabilmente la cosa migliore che Rand abbia scritto – o copiato, considerando che è stato fatto notare come la storia ricalchi molto da vicino quella di un romanzo di Y.I. Zyamiatyn (ma anche Orwell e LeGuin copiarono da YIZ, quindi non è un grave peccato)… lui è un indomito elettricista imprigionato in una società distropica, lei è una bionda intrappolata in una civiltà distropica… scopano, fuggono e combattono il collettivismo!
The Fountainhead è un romanzo mainstream, confuso e carico di prosa turgida… lui è un architetto modernista la cui opera è stata travisata dalle menti deboli, lei è una ricca ereditiera che lui ha violentato e le è pure piaciuto… combattono il collettivismo!
Atlas Shrugged è invece un romanzo di fantascienza (pessimo, ma ehi, questa è la mia opinione, ok?) sulla fuga dei ricchi e brillanti alla faccia di tutti quei poveracci ingrati che lavorano tropo poco ed i loro politici ficcanaso … lei è una miliardaria che poossiede ferrovie, lui è un genio scientifico e finanziario che controlla il mercato del rame… combattono il collettivismo!
Stando a recenti statistiche, l’ascesa di Barak Obama alla Casa Bianca ha portato ad un picco nelle vendite di questo romanzo – come ha notato Stephen Colbert, la situazione in america si è fatta così tragicache gli americani hanno cominciato a leggere.

Ci sono altri titoli, ma possiamo farne a meno.
Spogliati del loro contenuto ideologico, i romanzi della Rand sono monotoni polpettoni sentimentali – poiché, per quanto propugnasse un’approccio privo di sentimentalismi alla realtà, Rand amava una bella storiaccia farcita di sesso sudaticcio, strapazzamenti emotivi e sentimenti avvampanti quanto l’ultimo dei pennivendoli della Gold Medal, che per lo meno non si proponevano di riformare la Civiltà.
E poi, Bob Heinlein, Alfred Van Voght o lo stesso Ron Hubbard, per amor dell’onestà, hanno scritto di meglio, pur propugnando teorie altrettanto barbine.

Insomma, alla fine, se proprio voglio leggere certe cose….
No, come non detto, io non voglio leggere certe cose.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

18 thoughts on “Rand

  1. Da notare che il Randismo si spande anche alla fantasy col ciclo de”La Spada della Verità” il cui autore è un seguace di Ayn. Però almeno Sword of Truth è scritto in maniera (destrorsamente) avvincente.

  2. Mi viene quasi voglia di chiederti un giudizio sulle idee espresse nella trilogia dei mendicanti dallo Yagaismo in poi🙂

  3. @Uriele
    Intendi i tre romanzi di Nancy Kress?
    Confesso la mia ignoranza – non li ho mai letti (della Kress ho solo letto opere brevi).

  4. sì, sì, i mendicanti di Spagna. Peccato, mi sarebbe piaciuto un punto di vista obliquo su questa saga. Grazie comunque per tutti gli altri articoli e i lanci sghembi su altre opere e autori che amavo oppure ho scoperto qua

  5. Grazie Davide.
    Come detto ho sempre incontrato il nome della Rand in mille situazioni ma ogni volta che mi dicevo “ok, dai, leggiamo sta tizia” arrivavo in libreria e veniva proposta in temibili edizioni costose (Corbaccio, mi pare, e anche altri, fra l’altro dividendo i romanzi in più volumi, di nuovo se non erro) e quindi mollavo.
    Ultimamente mi era tornata la scimmia curiosa perché l’avevo incontrata nuovamente negli X Factor di Peter David, sceneggiatore e scrittore che ammiro, ma a questo punto penso che passerò, non sono idee con le quali riesca ad andare molto d’accordo.

  6. Ottimo pezzo (come sempre!).

    Io l’unico briciolo di simpatia per Ayn Rand l’ho provato leggendo Acqua, Luce & Gas: vederla ingabbiata in un costrutto elettronico e ciò nonostante assolutamente imperturbabile nel suo intento pedagogico aveva un che di tenero.
    Certa gente non imparerà mai.

    (ah… si dice Weltanschauung)

  7. Comunque Gordon Gekko tornerà alla grande fra qualche mese in sala, imperdibile, nel trailer, il momento in cui esce di prigione e gli ridanno i suoi oggettini personali, cercatelo in Rete…

  8. Grazie per l’articolo. Nella mia ignoranza ero convinto che il pensiero oggettivista si ammantasse perlomeno di una pseudogiustificazione del tipo “se tutti si comportassero secondo i dettami dell’oggettivismo, il mondo sarebbe migliore”, cioè a dire “quello che è meglio per l’individuo, è meglio per la collettività”, ma a leggere quanro scrivi è solo una specie di homo homini lupus capitalistico.
    Mi spiace solo che anche uno dei miei idoli, Steve Ditko, si sia fatto tirar dentro e ne sia diventato alfiere.

  9. Guardate che siamo in periodo di “Par Conditio”🙂
    Per “equilibrare” un po’: che ne dite di quegli scrittori “politically correct” che però sono noiosi da leggere? Io ho sempre sopportato poco la LeGuin: alla fine della lettura del “Mondo della foresta” ricordo che facevo il tifo per gli yankee invasori tanto erano mieosi e stucchevoli i nativi del pianeta!

  10. Squirek – appunto a latere.

    É curioso che, in Italia, quando si affronti qualsivoglia argomento, entro le prime dieci battute si arrivi a un “si, però, gli altri…”.
    Anzi, ormai il “si però” è immediato – “Molti non pagano le tasse” – “si, però gli ospedali non funzionano”.
    Ed è bellissimo come due argomenti importanti si puntellino a vicenda e restino lì sospesi a tempo indefinito…

    Almeno in campo letterario, si potrebbe stare su un argomento alla volta?

    E -coerenza, si diceva- butto lì una cosa deviante: dalla descrizione m’era balzato il sospetto che la sciura Ayn Rand avesse qualche connessione con la RAND Corporation.
    Scopro oggi che RAND è una sigla, non il nome di un eminente Mister.Rand, miliardario fondatore e filantropo (e, magari, marito/papà della sciura).

    Tuttavia tra Aye Rand e la RAND c’è qualcosa di più di una semplice omonimia…

  11. OK potevo risparmiarmi la battuta politica, però non credo di essere andato off-topic. L’esempio della Rand sta rappresentare come un uso poco controllato dell’ideologia possa rovinare i prodotti letterari inizialmente concepiti con le migliori intezioni. La LeGuin è nettamente superiore stilisticamente e per contenuti alla Rand, ma secondo me spesso la sua narrativa risulta analogamente appensantita dalla sua tendenza a fare la “predica” al lettore.

  12. Wow!
    Mi distraggo un attimo ed i commenti proliferano.

    @Squirek
    Come accennavo in apertura al post, il margine che si è disposti a concedere agli autori che tendono a predicare dipende di solito da quanto bene scrivono e da quanto siamo vicini alle loro posizioni.
    Personalmente non credo (ma, appunto, il mio è un caso di doppio negativo) che i libri di Ayn Rand fossero concepiti “con le migliori intenzioni”.
    Avevano un intento propagandistico – Rand sapeva che la narrativa tira più della saggistica, specie se si vogliono veicolare teorie sociali o politiche.

    Poi, da Heinlein a Spider Robinson, in campo fantascientifico si incontrano predicatori disposti su tutto lo spettro politico.
    È anche per questo che amo autori come Leiber o Cordwainer Smith – le loro idee erano palesi, ma mai e poi mai avrebbero svilito la propria narrativa infilandoci dei predicozzi.

  13. Come molti, ho sentito per la prima volta il nome della Rand grazie ai Rush, che negli anni ’70 scrissero un paio di pezzi ispirati a lei (“Anthem” e “2112”). Mi rimase in testa il nome, ma siccome non c’erano libri in libreria lasciai perdere. Poi qualche anno fa trovai il pdf di Atlas Shrugged su emule, e iniziai a leggerlo. Beh, due coglioni… ho dovuto mollare perché gli sbadigli, in breve tempo, superavano numericamente le parole che leggevo.

  14. In realtà siamo piuttosto fortunati.
    In America le tesi della Rand sono considerate quasi il verbo da una certa fetta della popolazione, tanto che anche semplicemente affermare che Ayn Rand non aveva sempre e comunque ragione su tutto significa attirarsi addosso dei flame da paura.
    date un’occhiata al filmato di Colbert che ho linkato per avere un’idea di come sia stata riesumata dagli oppositori della politica “assistenziale” di Obama.
    Paura…

  15. Pingback: Tempi duri per gli oggettivisti « strategie evolutive

  16. …qualcosa mi diceva che avrei trovato nel tuo blog informazioni sulla Rand: complimenti per la laurea in “tuttologia”.
    Trovo assai utile l’inquadramento estetico ed ideologico che ne fai perchè conferma, pur non avendo mai letto nulla di questa scrittrice, tutta una serie di sospetti che mi erano sorti.
    La questione che trovo interessante è come un mediocre libro come la rivolta di atlante possa, in maniera apparentemente imprevedibile e a distanza di cinquant’anni, diventare fonte di ispirazione primaria per un opera non mediocre, anzi ai vertici del suo genere -quello videoludico- quale è Bioshock. E’interessante perchè il convincente ribaltamento ideologico che avviene in Bioshock (è un distopia che parte dalle premesse del libro e perviene però a conclusioni diametralmente opposte) è un sintomo abbastanza chiaro della maturità formale che via via i videogichi si stanno conquistando.
    In altri contesti, su altri blog avrei forse avuto qualche difficoltà ad accostare due generi così diversi come quello letterario e quello videoludico, mi pare però che qui, dove la mescolanza di generi e forme diverse sia abbondantemente sdoganata, questa riflessione ci stia bene.

    davideb

  17. Grazie per il commento.
    Non ho mai giocatio Boshock, ma in effetti da ciò he ne conosco – la città sottomarina creata dal miliardario-visionario etc. – ha una certa attinenza, forse addirittura più n The Fountainhead che con Atlas Shrugged.
    Sul potere suggestivo delle idee della Rand – sono semplicemente molto attraenti, ed adatte ad un pubblico adolescenziale (l’idea del ritiro dalla vita pubblica dei ricchi che causa il crollo della civiltà è una parafrasi della classica fantasia adolescenziale “piangerete tutti quando sarò morto”), e si prestano perciò ad essere riciclate in formati semplificati e “popolari” (vedi i dischi dei Rush😛 ).

  18. Pingback: Apocalisse randiana « strategie evolutive

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