strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Douglas Barbour Award

Assegnato dalla Book Publishers Association of Alberta (BPAA), il Douglas Barbour Award for Speculative Fiction si chiamava, fino a due anni or sono, semplicemente Speculative Fiction Book of the Year. Un solo premio, per un solo libro.

Quest’anno il premio è andato a Water: Selkies, Sirens & Sea Monsters, curato da Rhonda Parrish.Ed è per me motivo di orgoglio che l’antologia includa la mia storia di orrore acquatico, The man that speared octopodes.

Per qualche misterioso motivo, Amazon Italia non sembra avere la versione cartacea dell’antologia in catalogo – ma io vi ho messo il link all’ebook. Sapete come vanno queste cose.


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Madge la Pazza

Del libro che mi ha dato l’idea di questo post, e che sto leggendo, pubblicherò una recensione su Binario Morto, e dell’opera principale e dell’invenzione della fantascienza ho scritto altrove.
Qui voglio parlare di Margaret Cavendish, e questa è, più o meno, la storia fatta coi cialtroni.

Margaret Cavendish nacque Margaret Lucas nel 1623, ultima di otto figli.
Nel 1642, all’età di diciannove anni, andò in esilio in Francia – in Inghilterra c’era stata la Gloriosa Rivoluzione, e una fetta consistente dell’aristocrazia attraversò la Manica. Margaret era la dama di compagnia della regina uscente, Henrietta Maria.
In Francia, Margaret frequentò ambienti intellettuali – conobbe Descartes – e incontrò William Cavendish, di trent’anni più vecchio di lei ed altrettanto interessato alla filosofia. William e Margaret si sposarono nel 1645, e nel 1660 tornarono in Inghilterra durante la Restaurazione. Le fortune di famiglia erano in crisi, William era stato segnalato come “criminale realista” (nel senso che stava con la monarchia) e le sue terre erano state sequestrate.
A quel punto Margaret aveva già pubblicato cinque volumi.

In realtà aveva cominciato da bambina – a scrivere storie che avevano per protagonista sua sorella, e che poi rilegava personalmente.
William si reinventò come addestratore di cavalli, e con l’ascesa di Carlo II ritrovò la propria fortuna; divenne Duca di Norfolk, e ben presto si configurò come una delle persone più ricche d’Inghilterra.
Sua moglie continuò a occuparsi di poesia e di filosofia – frequentò Hobbes e la Royal Academy.
Fu, in effetti, la prima donna a presenziare ad una riunione della Royal Society, fece amicizia con Kenelm Digby (filosofo e intellettuale raffinatissimo, che abbandonò la filosofia per darsi alla pirateria, e mise a ferro e fuoco il Mediterraneo – magari un giorno ne parleremo).

E Margaret Cavendish continuò a scrivere – volumi di poesie e lettere, biografie (la propria e quella del marito, che divenne un bestseller e venne ristampata più volte anche dopo la morte dell’autrice), testi di filosofia naturale, opere teatrali e romanzi.
Nel suo romanzo The Description of a New World, Called the Blazing World, del 1666, Margaret si inventò un intero pianeta alieno, esistente in un universo parallelo. In un sol colpo, Margaret Cavendish, poeta, scrittrice e filosofa, inventò la fantascienza e il Multiverso.

E la gente la odiava.
La descrissero come pazza (Mad Madge), egocentrica e disperata per l’attenzione pubblica, una donna brutta, grassa, una donnadi facili costumi (the Cavendish Whore).
I filosofi ebbero grandi difficoltà a confrontarsi con le sue idee – anche perché dedicò gran parte della propria opera a criticare tanto Hobbes quanto Descartes.
Virginia Woolf, trecento e cinquant’anni dopo la sua morte, la descrisse come “sciocca come un passero” – senza accorgersi che Margaret Cavendish fu una delle prime donne a scrivere di donne, e del loro spirito, da un punto di vista filosofico e non semplicemente sentimentale.

Margaret Cavendish morì nel 1674, e venne sepolta nell’abbazia di Westminster.

Her name was Margaret Lucas youngest daughter of Lord Lucas, earl of Colchester, a noble family, for all the brothers were valiant, and all the sisters virtuous

Io voglio bene, a Margaret Cavendish, perché nella seconda metà del diciassettesimo secolo, la Duchessa di Norfolk fu la prima donna a guadagnarsi da vivere scrivendo. Era la moglie dell’uomo più ricco d’inghilterra, ma i suoi conti se li pagava con ciò che scriveva. Suo marito non si immischiò mai nelle attività letterarie di Margaret – ma non le negò mai il suo appoggio.
E la gente aspettava per strada che passasse la sua carrozza, per guardarla, e magari gridare “Mad Madge!” … però c’era.
Persino Samuel Pepys volle andare a darle un’occhiata, e ne parlò nei suoi diari.

E io voglio bene a Margaret Cavendish perché descrisse la scrittura come una “onorevole malattia”.
Una frase che credo contenga la verità.
Non è poco.


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Cantando nella zona eufotica

Gran parte del mio lavoro accademico, svolto nella mia vita precedente, riguarda il plancton.
Plancton fossile, ma comunque plancton.
Io sono un micropaleontologo, con un solido background in sedimentologia (clastica e non-clastica) e in analisi statistica di dati ambientali, per chi non avesse familiarità con il mio curriculum.
Per interessi personali, ho anche seguito una dozzina di corsi di oceanografia (in particolare nell’ambiente Surface Ocean Lower Atmosphere) e in archeologia sottomarina. Perché bisogna pure avere un hobby, giusto?

Tutto il mio lavoro (ed i miei hobby occasionali) si concentrano perciò nei primi 200 metri della superficie dei mari e degli oceani – è qui che vive e prospera il plancton, insieme con il 90% della flora e della fauna marine conosciute, è qui che avvengono le principali interazioni atmosfera/oceano, è qui che incidono maggiormente le attività umane (quest’ultimo punto è ormai discutibile, ma OK, diamolo per buono), è qui che andiamo a cercare relitti e tesori sommersi, è qui che penetra e si diffonde la luce solare che alimenta tutta una serie di dinamiche.
Io non sono un sommozzatore, ma è nella porzione superiore di questa fascia che i miei amici che fanno immersioni passano la maggior parte del loro tempo.
Questa è quella che si chiama zona fotica, o zona eufotica.

E mai avrei pensato di trovarmi a doverne discutere per colpa di un film della Disney – e no, non 20.000 Leghe sotto i Mari.

Come probabilmente avrete sentito – o forse mo – la Disney ha prodotto una versione live-action de La Sirenetta, il film d’animazione del 1989, liberamente tratto dalla fiaba di Hans Christian Andersen (l’uomo che inventò il copyright); un film che nel 1989 incassò 235 milioni di dollari.
Il nuovo live action uscirà nel 2023, ed improvvisamente c’è un sacco di gente che sguazza nella mia fascia di profondità preferita, e dice baggianate.

Perché vedete, il problema è che nel nuovo film, la protagonista sarà interpretata dall’attrice e cantante Halle Bailey, che è afroamericana – e qui apriti cielo perché, come un sacco di gente si è affrettata a spiegarci, la luce solare non penetra in profondità negli oceani, e quindi le sirene non possono essere di colore, perché la melanina, signora mia…

Le sirene, che non esistono, non possono essere di colore.
Perché la luce del sole non arriva a più di 20 metri – come ci spiega una spettatrice indignata…

Ora, qui c’è molto di cui discutere, e possiamo farlo risalendo dal basso (che è molto adatto, visto che si parlava di immersioni e di profondità). Allora…
In primo luogo, a qualcuno frega qualcosa se questa persona non andrà a vedere il film?
Mi permetto di dubitarne.
In secondo luogo, naturalmente, c’è il fatto che stiamo discutendo dell’accuratezza scientifica e della verosimiglianza di un film in cui ci sono i pesci che cantano.
I pesci.
Che cantano.
In terzo luogo, naturalmente conosciamo un sacco di forme di vita marine che hanno l’epidermide di colori diversi dal bianco – restando nell’ambito dei mammiferi, ci sono cetacei con la pelle nera, ci sono foche e altri pinnipedi (categoria nella quale sarei tentato di schedare le sirene, se esistessero) che sono tutto fuorché ariani. Non per effetto dell’abbronzatura, ovvero dello sviluppo di melanina in risposta all’intensità della radiazione solare ultravioletta, ma per altre dinamiche evolutive.

E per finire, 20 metri?
Davvero?

Vediamo – poiché l’acqua è un ottimo filtro per le onde elettromagnetiche, esiste un effetto noto come attenuazione; a causa di questo effetto, solo il 45% della radiazione solare penetra oltre un metro di profondità. A 10 metri arriva solo il 16% della luce, che si riduce all’ 1% a 100 metri. La luce solare non arriva oltre i 1000 metri.
Però è un po’ più complicato di così, perché diverse lunghezze d’onda arrivano a diverse profondità – in base al principio maggiore la lunghezza d’onda/minore la penetrazione – per cui la luce rossa si ferma nei primi 10 metri, la luce arancione non arriva oltre i 40, e la luce gialla non oltre i 100 metri. Oltre i cento metri penetrano ancora le radiazioni blu e verdi.
A complicare ulteriormente l’intera faccenda c’è la questione della torbidità dell’acqua, vale a dire la densità di particelle in sospensione, che riducono ulteriormente il potere di penetrazione della luce.

Ora, io non sono un dermatologo, né interpreto il ruolo di dermatologo in televisione o su Twitter, ma a me risulta che l’abbronzatura che tanto sta urticando una certa fascia del pubblico sia il prodotto della radiazione ultravioletta. Avete presente, che sulla bottiglia della crema solare c’è scritto UV? Ecco.

Orbene, la radiazione ultravioletta ha una lunghezza d’onda molto più corta della luce visibile, e quindi è ragionevole immaginare che penetri più in profondità della luce visibile.
Ma quanto, in profondità?

Andiamo a leggerci The measurement and penetration of ultraviolet radiation into tropical marine water, di Esther M. Fleischmann, pubblicato nel 1989 su Limnology & Oceanography, 34(8).
Stando all’affascinante studio della dottoressa Fleischmann – certamente non il più aggiornato, ma il più facile da reperire – il 33% della radiazione ultravioletta viene fermato dai primi due centimetri e mezzo di acqua, ma un 10% di raggi UV arriva ben oltre i 25 metri, in funzione della latitudine e dell’ora del giorno (grado di inclinazione dei raggi solari) e della torbidità delle acque.
Per cui 25 metri di acqua sono meno efficienti di un filtro solare con un rating di 15 SPF – perché 25 metri di acqua fermao il 90% dei raggi UV, il filtro 15 ne ferma il 93%.
E noi sappiamo che con un buon filtro 15 la pelle si abbronza ugualmente.

E tutto questo naturalmente è molto interessante, ed è un’ottima scusa per perdere tempo al lunedì mattina invece di lavorare ad una traduzione e spedire un pitch per un romanzo ad un editore.

Restano però due osservazioni interessaanti – la prima, ovviamente, è che il lavoro di Andersen, e il film della Disney, sono fiabe, non fantascienza, per cui tutta questa ossessione per la possibilità o meno di abbronzarsi sott’acqua è fasulla. In altre parole, non solo le sirene non esistono, ma appartengono ad un ambito della narrativa in cui la plausibilità scientifica non è essenziale, ed anzi, normalmente viene ignorata o capovolta.
Tanto varrebbe imbizzarrirsi per i pesci che cantano, o per il fatto che la protagonista della storia di Andersen venga trasformata in una donna grazie alla magia.
Non stiamo giocando con le regole della biologia, quindi smettiamo di invocarle in malafede.

Ma c’è un altro aspetto di questa intera faccenda che mi incuriosisce, ed è che il film che uscirà nel 2023 è il secondo live action Disney basato su La Sirenetta dell’89. Nel 2019 il network ABC trasmise una versione live, in cui la protagonista era interpretata da Auli’i Carvalho.
Che non è certamente bianca per gli standard americani – avendo antenati hawaiiani, portoricani e cinesi.
Ciò che mi incuriosisce è che non ricordo un furore paragonabile a quello attuale per la scelta del 2019.
Cosa è cambiato?
Tutti i difensori dei diritti della melanina erano distratti?

Ed ora potreste domandarmi, ma valeva la pena, di buttare due ore a fare ricerca per un post su queste idiozie?
E la mia risposta è, stancamente, sì.
Sì perché l’articolo della Fleischmann è interessante, come è interessante scoprire come viene calcolato il valore del fattore di protezione solare.
Ma anche e soprattutto perché io sono uno scienziato – anche se non più praticante – e non posso tollerare che vengano utilizzate argomentazioni pseudoscientifiche per giustificare quello che è, alla fine, solo semplice, comune, volgare, ruspante razzismo.


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Dentro la matrice

Diciamo che, per motivi lunghi a spiegarsi, ho deciso di scrivere un romanzo “on spec”.
Un romanzo di fantascienza.
“On spec” sta per “on speculation” – vale a dire una cosa che si scrive senza avere la certezza che qualcuno la vorrà poi comprare e pubblicare.
Quando si scrive per pagare i conti – come io faccio ormai da qualche anno – scrivere on spec è un rischio; si rischia di buttare tempo e lavoro per qualcosa che poi risulterà invendibile. Scrivere un racconto on spec può significare buttare un pomeriggio, o un weekend, o una settimana. Scrivere un romanzo on spec è un enorme rischio – perché la quantità di tempo e lavoro che rischiamo di buttare sono considerevoli.

Ma per tutta una serie di motivi, ho deciso di farlo comunque – anche semplicemente per cambiare marcia al cervello dopo quasi dieci mesi passati a scrivere materiale all’interno di IP sviluppate da altri.
Non è che a scrivere per un franchise non si sia liberi di creare quel che ci pare (se abbiamo la fortuna di lavorare con persone intelligenti), ma scrivere on spec è una forma diversa di libertà.
Si lavora senza rete, e senza limiti se non quelli che imponiamo a noi stessi con la scelta del genere, del tono e dei temi della nostra storia.

Per cui, il progetto – non meno di 800 parole al giorno, per non più di 100 giorni, cominciando il 10 di agosto.
80.000 parole in prima stesura.
Bello liscio.

Si tratta di un traguardo facilmente raggiungibile – posso scrivere 800 parole la sera, dopo cena, lasciando il resto della giornata ai lavori destinati a pagare i conti.

Resta il fatto che 800 parole al giorno è l’ultimo dei problemi – e avendo deciso questo corso d’azione il 5 di agosto, ho cinque giorni per fare tutto il resto del lavoro:

  • trovare una serie di idee utili su cui costruire il romanzo
  • mettere insieme la ricerca per i dettagli tecnici e scientifici
  • organizzare un cast di personaggi
  • delineare una trama, per quanto semplice – una mappa da seguire durante il lavoro

Cinque giorni non sono tanti. Ho perciò deciso di barare, ed utilizzare la Matrice del Romanzo, proposta a suo tempo da Scarlett Thomas nel suo eccellente volume Monkeys with typewriters.

Ora, la matrice ha alle spalle tutto un discorso tecnico e critico che non è il caso di approfondire qui (vi ho messo il link commerciale al libro, se siete interessati – ed è davvero ottimo, come manuale di scrittura “avanzato”. E naturalmente voi sapete cosa comporta la presenza di un link commerciale e bla bl abla).

Ma in linea di massima, la matrice funziona così:

Sono otto colonne, nelle quali ci viene chiesto di inserire, in assoluta onestà

  1. una lista di nomi di personaggi
  2. almeno quattro luoghi che conosciamo bene
  3. una lista di lavori che abbiamo svolto
  4. una lista di problemi che abbiamo affrontato e risolto
  5. una lista di conoscenze e competenze che possediamo
  6. una lista delle nostre attuali preoccupazioni
  7. almeno quattro romanzi che ci piacciono, e perché ci piacciono
  8. una lista delle nostre attuali ossessioni

E questo è più o meno quanto – lì dentro c’è il nostro romanzo: una storia su qualcosa di cui vogliamo scrivere (perché contiene una o più delle nostre ossessioni, e delle nostre attuali preoccupazioni), scrivendo di ciò che conosciamo (abbiamo affrontato e risolto problemi simili, abbiamo vissuto in situazioni simili), ambientato in un posto che conosciamo bene, e abbiamo anche la lista dei personaggi.
Abbiamo anche i titoli dei libri dai quali rubare, e cosa rubare.
Si tratta solo di scegliere gli elementi della matrice che vanno bene insieme.

Si tratta di rilegere la matrice, riflettere, e scegliere i pezzi che funzionano insieme per costruire la storia che abbiamo voglia di raccontare.
Alla fine della fiera posso avere tre personaggi, scelti da una lista di otto, che vivono o operano in uno dei quattro posti che conosco bene, ed affrontano un paio dei problemi che mi stanno a cuore, usando competenze che mi sono familiari, il tutto tenendo presente ciò che ho imparatro da due dei miei romanzi preferiti.

Per complicare ulteriormente la trama, o per raffinare i personaggi, possiamo rispondere a una lista di domande supplementari

  • Qual’è la tua posizione sulla religione?
  • Cosa ne pensi delle relazioni?
  • Qual è il nostro posto nell’universo?
  • Cosa ne pensi dell’arte?
  • Il mondo sta migliorando o peggiorando?
  • Nomina una teoria o idea filosofica che ti ha particolarmente interessato.
  • Completa questa frase: La maggior parte delle persone non indovinerebbe mai che io…

Ora, come si diceva, queste domande servono anche per definire rapidamente i personaggi, descrivendo rapidamente alcuni aspetti della loro personalità.

È un sistema bislacco, puzza di workshop di scrittura creativa, ma si adatta tanto alla narrativa di intrattenimento e di genere che alla letteratura mainstream, e funziona.

Poiché si focalizza su elementi che conosciamo bene e ci interessano anche nella vita di tutti igiorni, alleggerisce la fase di documentazione – o sono cose che conosciamo già, o sono cose che non ci peserà approfondire – così come la scrittura – perché stiamo scrivendo di cose che ci stanno a cuore.

E sì, c’è gente là fuori che alla sola idea di usare un sistema di questo genere probabilmente si strapperebbe i capelli – e ciascuno di loro non ha mai scritto più di tre pagine, ma ha un corso di scrittura da vendervi.
Ma non ha importanza.
L’unica cosa che conta è ciò che funziona per noi, quando ci mettiamo al lavoro.
Io so che storia voglio raccontare. La matrice mi aiuta semplicemente a mettere sul tavolo altri elementi che potrò usare per dare coerenza alla storia.

Perciò siamo qui – dedicherò il weekend a mettere giù una rapida delineatura – neanche una cosa capitolo per capitolo, ma semplicemente una lista di eventi, di punti per i quali la storia dovrà passare nel suo dipanarsi. Più un abbozzo di struttura che una lista di capitoli.
E poi il dieci si comincia.
Non più di 100 giorni, non meno di 800 parole al giorno in media.
Vediamo cosa ne viene fuori, e se poi qualcuno sarà interessato a pagare per pubblicarlo.


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Storie Peculiari

C’è una sorta di vago senso di disperazione enl continuare ad acquistare e leggere manuali di giochi di ruolo avendo superato la boa dei 55 anni, e nel bel mezzo del 2022.
Giocare, da quando mi sono trasferito fra le colline dell’Astigianistan è molto difficile – ma le pestilenze degli ultimi anni hanno favorito lo sviluppo del gioco online, che già andava abbastanza forte prima.
Perciò sto giocando una campagna con D&D 5 – come giocatore – tramite Roll20 e Discord, e ho una mia squadra occasionale che gioca via chat room quando c’è un quorum disponibile.

Ma continuare a comprare e leggere manuali?
Che senso ha?
Ho gli scaffali – reali e digitali – che si piegano sotto al peso di giochi che non giocherò mai.

Un esempio perfetto: Peculiar Tales, gioco indipendente creato e illustrato da Frank Perrin, che negli ultimi due giorni ho letto con crescente interesse e la consapevolezza che sarà molto molto difficile giocarlo nel futuro prossimo.
Purtroppo.

Peculiar Tales è un gioco che mette assieme un paio di idee molto divertenti, un sistema di gioco che si adatta perfettamente al genere, e un setting appena abbozzato in una cinquantina di pagine che sarebbe molto bello esplorare.

Cominciamo dal setting: il mondo di Peculiar Tales è più o meno il vostro solito mondo fantasy – ci sono gli elfi, gli esseri umani e gli orchi, ci sono due continenti costellati di città-stato separate da giungle e terre selvagge. Nelle terre selvagge si annidano i resti di antiche civiltà perdute, con tutto il solito corollario di mostri, maledizioni, artefatti meravigliosi eccetera. La magia esiste.
MA…
In questo mondo c’è anche una quarta specie, i goblin, che sono, letteralmente, ometti verdi venuti dallo spazio. Le loro navi sono atterrate/naufragate sul pianeta alcune generazioni or sono e i perpetuamente ridanciani passeggeri si sono più o meno perfettamente integrati nella società. Portandosi dietro la loro superscienza e le tecnologie che ne derivano.

Peculiar Tales si svolge in una variante quasi dieselpunk negli anni ruggenti di un mondo fantasy, con automobili, locali notturni, gangster, scienziati pazzi, signori della guerra, e pigmei zombie cannibali.
È un concetto così semplice che è sorprendente che nessuno ci avesse pensato prima.
Beh, OK, c’erano un paio di giochi nei primi anni ’90 che avevano provato ad andare in questa direzione, come Blood Shadows per il sistema Masterbook (che era stato un flop colossale); e in effetti forse addirittura Eberron pareva intenzionato ad andare in quella direzione.

Ma Peculiar Tales lo fa bene, con delle meccaniche diverse dal solito – i giocatori essenzialmente si giocano a poker le azioni e i risultati – e lo fa in poco più di cento pagine, per meno di otto euro in formato digitale (anche se sto facendo seriamente un pensiero sulla versione rilegata rigida, perché si tratta davvero di un bel libriccino).

Le meccaniche, basate sulle carte da gioco, sono ciò che rende il gioco diverso dal solito, ma anche difficilmente giocabile online, ed è un peccato.

Certo, il concept si può esportare molto facilmente – le cinquanta e rotte pagine di setting possono essere innestate su Savage Worlds (che pare fatto apposta per questo genere di cose, magari con i vecchi manuali Pulp per buona misura). E davvero, a quel punto perché non usare Eberron per espandere il setting? Sarebbe divertente.

Che poi è il motivo per cui alla veneranda età di undici lustri si continuano a comprare e leggere manuali – perché è comunque una fonte di divertimento, e di idee.


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Due giorni sulla Frontiera Inversa

Ieri sono successe due cose.
La prima, dopo un’attenta rilettura di ciò che ho scritto finora, è apparso evidente che il romanzo che sto scrivendo – e che devo consegnare entro la fine del mese – è strutturalmente fallato. La buona notizia è che sono a circa metà stesura, e quindi posso passare col lanciafiamme e ristrutturare tutto quanto. La cattiva notizia è che devo passare col lanciafiamme e ristrutturare tutto quanto, e poi finire il lavoro, in quindici giorni.

La seconda cosa che è successa è che gli gnomi al servizio di Jeff Bezos mi hanno recapitato l’ebook di Needle, terzo romanzo della serie Inverted Frontier, di Linda Nagata. Ed io ho una venerazione per Linda Nagata e per la sua fantascienza – tant’è vero che avevo prenotato il libro quando l’autrice ne aveva anunciata l’uscita sulla sua newsletter, circa tre mesi or sono, mettendo fine a tre anni d’attesa.
E così nonostante tutto mi sono preso due giorni per leggere Needle, e per smettere di pensare alla struttura del mio romanzo.
Perché continuare a pensarci, spostando capitoli e scene invece di dormire, non serve a nulla.
Leggere un eccellente romanzo, lasciando che lo stile e il linguaggio lavino via le scorie di un lavoro fallato che continuano arigirarmi per il cervello è la soluzione al mio problema.

Needle è la terza parte di una serie, Inverted Frontier, che è la continuazione della Nanotech Succession con la quale Linda Nagata dimostrò, quasi trent’anni or sono, che la fantascienza stava bene e ci salutava tutti.

Come tutti i lavori della Nagata che ho avuto modo di leggere, si tratta di un romanzo a se stante, che si può leggere senza aver mai letto altro – ma conoscere le opere precedenti amplifica il grado di divertimento che si ricava dalla lettura.

Needle comincia pochi secoli dopo la fine di Silver, il romanzo precedente – e se la Nanotech Succession ci raccontava l’espansione dell’umanità nel nostro braccio della galassia, e l’incontro traumatico con le navi da preda dei Chenzeme, Inverted Frontier inverte la rotta – ed i passeggeri della Dragon, una nave rubata ai Chenzeme, tornano verso la Terra e il settore di spazio che, ampiamente colonizzato dall’umanità in passato, da millenni non dà segni di vita. O se li dà, sono decisamente inquietanti.
In Edges e Silver, gli esploratori hanno affrontato una sorta di tecno-divinità insediata su un mondo-anello (ma è molto più complicato e divertente di così), ed ora si dirigono verso un sistema occupato da una serie di megastrutture che appaiono abbandonate, ma probabilmente non lo sono.

Con le sue quattrocento e rotte pagine, Needle fila come un diretto, e riesce a impacchettare un sacco di idee in una storia che rimane lineare e facilmente comprensibile, molto divertente e priva delle lungaggini che appesantiscono i lavori di autori pure affascinanti (sto guardando te, Peter F. Hamilton). Si tratta di fantascienza hard, con una forte componente transumanista, ma è anche space opera avventurosa, che descrive lo spazio nella sua vastità e che riesce a rendere i tempi dilatati del viaggio spaziale a vgelocità relativistiche. È popolato di personaggi memorabili – a cominciare da Urban e Clemantine, che attraverso infinite iterazioni sono con noi dai tempi di Vast. I Chenzeme sembrano essere un problema del passato, e l’attuale minaccia per l’umanità potrebbe essere ciò che i resti perduti dell’umanità sono diventati nel corso dei millenni.

E dopo un centinaio di pagine lette stamani, Linda Nagata si conferma una delle voci più intelligenti della hard SF, e rimane saldamente nalla mia top 5 di autori contemporanei nel genere. E scrive anche fantasy, ed è altrettanto fantastica.
Certe persone esistono solo per stimolarci a fare di meglio.

E qui vi metto un bel link al catalogo completo degli ebook di Linda Nagata, perché avrete certamente bisogno di qualcosa da leggere per le vacanze – e come sapete i link commerciali di Amazon comportano una minima percentuale che Jeff Bezos in persona mi recapita a casa col suo missile, e io vi devo informare.


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Pochi, e non necessariamente fortunati

Per fare i compiti per l’ultima puntata di Paura & Delirio – dedicata ad Aliens, di James Cameron – sono andato a rileggermi, fra le altre cose, un vecchio articolo di David Drake. È così che ho scoperto che Drake si è ritirato – ha smesso di scrivere, per motivi di salute sulla natura dei quali possiamo speculare, ma non sarebbe elegante. Classe 1945, David Drake ha ormai 77 anni, e da tempo si limitava a stilare outline dei suoi nuovi lavori, e poi a fare l’editing di manoscritti preparati da altri – un po’ come James Patterson di cui si parlava qualche giorno addietro. Ora non farà più neanche quello.

Drake è considerato da più parti l’uomo che ha inventato, con la sua serie degli Hammer’s Slammers, la fantascienza militare moderna – contrapposta a quella “classica” che fa capo a Robert A. Heinlein ed al suo Fanteria dello Spazio. La SF militare, naturalmente, esiste da molto prima – La Guerra nel Ventesimo Secolo, di Robida, è del 1883, La Guerra dell’Aria di Wells del 1907. Ma si tratta ancora di lavori a metà strada fra la narrativa e la futurologia, spesso con intenti propagandistici. Per cominciare a fare sul serio, per cominciare ad essere genere a se stante e non una costola pendula della space opera di Jack Williamson e Edmond Hamilton, la SF militare deve aspettare il 1959, e Heinlein.

E qui è il caso di aprire una piccola parentesi – cos’è la fantascienza militare?
Per definire il sottogenere serve una definizione operativa – non necessariamente l’unica possibile, ma che delimiti il campo; la mia definizione è

fantascienza militare è una storia di fantascienza che descrive in dettaglio la vita e le esperienze di individui all’interno di una struttura militare, ed impegnati in un conflitto

Per me funziona perché esclude ad esempio Star Trek – i cui protagonisti sono militari in uniforme, ma che solo occasionalmente si occupa in dettaglio di guerra guerreggiata – o i due film tratti da La Guerra dei Mondi – che narrano, sì, un conflitto e un’invasione, ma dal punto di vista di civili sbandati. Il fatto che ci sia una guerra non basta. È poi necessario mantenere un certo margine di flessibilità – nonostante la presenza della Godzilla Defence Force, i film classici di Godzilla non sono SF militare, ma Pacific Rim potrebbe esserlo.

Ma tornando alla SF militare classica, si tratta, a questo punto, di un sottogenere figlio da una parte della visione politica di Heinlein, e dall’altra, più in generale, della Seconda Guerra Mondiale. L’idea di base, che le uniche persone competenti e disciplinate abbastanza da affrontare una crisi siano i militari, perché la politica è sbandata, corrotta e imbella, deve molto al secondo conflitto, al primo ministro Chamberlain che torna da Monaco e annuncia alla popolazione britannica che “il signor Hitler mi ha garantito che la Germania non vuole la guerra” – è il settembre 1938.

Per vent’anni, dopo Fanteria dello Spazio, gli unici in grado di risolvere i problemi saranno i militari, e la guerra sarà la soluzione più rapida dei problemi stessi.
Di più – le forze armate saranno l’unica vera spina dorsale della società: chi non fa il militare non ha diritto di cittadinanza.
È interessante notare che Fanteria dello Spazio è l’opera di un uomo educato in accademia militare, ma che non ha mai visto il servizio sul campo, e che è interessato principalmente a spingere una certa serie di idee politiche.

Ma negli anni ’70 le cose cambiano – e se Joe Haldeman, tornato dal Vietnam, scrive Guerra Eterna che è una critica ferocissima al lavoro di Heinlein (che verrà anche sbeffeggiato da Harry Harrison in Bill l’Eroe Galattico), è Drake – anche lui fresco di due anni di servizio in Vietnam e Cambogia – che cambia davvero le regole del gioco.

Un autore che ha esordito nell’horror, pubblicando per Arkham House quando era ancora studente – con una laurea in storia – Drake non ha una particolare simpatia per Heinlein, ma non vuole sbeffeggiarlo o capovolgerlo. Non ha bisogno di capovolgerlo, perché in effetti vuole scrivere storie che descrivano correttamente cosa sigtnifichi trovarsi in combattimento.
Che trasmettano al lettore l’idea che la guerra non è bella e buona.
I racconti degli Hammer’s Slammers, che lo renderanno infinitamente popolare – per lo meno con una certa fetta del pubblico – sono perciò storie di fantascienza, ma anche storie dell’orrore. Perché l’orrore è tutto ciò che una persona sana di mente può provare sul campo di battaglia.

La guerra non è più la soluzione – non la soluzione che funziona, per lo meno – e la struttura militare non è più composta da ufficiali ipercompetenti e capaci di affrontare qualunque minaccia. Nelle storie di Drake gli alti comandi sono pericolosi almeno quanto il nemico, e tutto ciò che resta agli uomini e alle donne sul campo è lo spirito di corpo. Già membro di una unità meccanizzata, Drake descrive le vicende di una unità meccanizzata – non grandi battaglie spaziali, ma brevi e brutali scontri sulla superficie di pianeti dei quali a stento si conosce il nome.
Non la disciplina, non la competenza, non lo spirito marziale, ma il rapporto di fiducia che si viene a creare fra persone disparate e disperate, consapevoli di dover contare le une sulle altre per portare a casa la pelle.

Con buonapace di Enrico V e di San Crispino, i soldati sono pochi, sì, ma non fortunati – e chi si è perso la battaglia non ha motivi al mondo per considerarsi meno di un uomo.

E se è vero che gli anni del reaganesimo porteranno una certa fantascienza militare a riscoprire radici heinleiniane (sto guardando te, Jerry Pournelle), è anche vero che dopo David Drake e dopo gli Slammers sarà molto difficile vendere la retorica dell’amore per la battaglia.

E qui potremmo prenderci un secondo per prendere atto del ritorno di questo tipo di retorica, negli ultimi mesi, con la trasformazione in esperti di geopolitica e strategia militare di personaggi che fino a pochi giorni prima postavano reazioni ai nuovi episodi di Stranger Things.
Qualunque cosa per un pugno di like.
Ma non lasciamoci distrarre.

Forse solo Gundam, di Youshiyuki Tomino, ha avuto un effetto altrettanto dirompente sul sottogenere della SF militare quanto le storie di David Drake.

I Marines Coloniali di Jim Cameron sembrano usciti dalle pagine di una storia di Drake (ed uno di loro si chiama Drake), ma anche i bastardi duri a morire e ipercompetenti che accompagnano Dutch Schaefer nella foresta tropicale a incontrare Predator sono figli degli Slammers, non certo di Heinlein.

Gli daranno del militarista – e Bruce Sterling descriverà Drake come uno dei dinosauri contro i quali si sta sollevando il cyberpunk.

Forse è per questo che da noi in Italia David Drake non ha mai avuto grande fortuna – siamo ancora congelati ai tempi del cyberpunk.

Ed ora ha smesso di scrivere, David Drake.
Come accennato nell’episodio di Paura & Delirio, chi fosse interessato può fare un giro su Amazon, dove è possibile scaricare gratis The Tank Lords – primo volume della versione “definitiva” delle storie degli Hammer’s Slammers – e With the Lightnings – primo volume della serie dedicata al tenente Leary, e che è forse più space opera che SF militare (e che francamente a me piace moltoi di più degli Slammers). Anche gli altri volumi disponibili gratuitamente sono interessanti – sia la space opera planetaria di Seas of Venus che i racconti quasi-folk-horror di Old Nathan.
Perché in fondo è questo il bello dello scrivere – anche quando smetti, ciò che hai fatto, con un po’ di fortuna, rimane.

E non vi metto neanche i link commerciali – perché sui libri gratis non ci vedrei un centesimo.
Ma il motore di ricerca di Amazon è vostro amico.



2 commenti

… e un’anteprima della copertina

Stanno succedendo un sacco di cose contemporaneamente – ma per lo meno sono cose positive, per cui non ci lamentiamo.

È stat postata ieri per la prima volta la copertina di Secrets in Scarlet, la nuova antologia della serie Arkham Horror che contiene il mio racconto City of Waking Dreams.

Il volume uscirà in autunno, ma può già essere prenotato (e sapete come succede coi link commerciali di Amazon).