strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Donne con la spada

Cominciamo col citare il poeta

I never thought I could handle
A girl with guns
And let me tell ya
You can bet that I’m not the only one (oh no…)

Tommy Shaw, Girls with Guns, 1984

Ricordo ancora, con non poco divertimento, il coro globale di risate quando nel 2020 Andrew Klavan, un tempo competente autore di thriller riciclatosi in editorialista, espresse il suo parere su The Witcher.

“Sono stato immediatamente scoraggiato dal fatto che c’è una regina in questo telefilm che combatte come un uomo. Ci sono un paio di scene in cui le donne combattono con le spade. E odio queste scene, perché nessuna donna può combattere con le spade. Zero donne possono combattere con una spada”.

E chissà poi perché.
L’editoriale di Klavan destò l’ilarità di una quantità di donne che praticano l’HEMA (Historical European Martial Arts), con commenti tra l’allibito e lo sprezzante. E non furono solo le donne a definire la posizione di Klavan “bullshit”.

Senza andare a scomodare Bradamate e l’Ariosto, la letteratura è costellata di donne con la spada.
E anche la nostra storia, il mondo reale, ce ne offre una buona selezione.
È noto che su questo blog abbiamo una dichiarata ammirazione per Julie d’Aubigny, nota come la Maupin, che a cavallo fra diciassettesimo e diciottesimo secolo si guadagnò da vivere come duellante a pagamento, mentre nel tempo libero cantava l’opera (era un’eccellente contralto) e seduceva novizie in convento. Era solita affrontare anche due o tre avversari alla volta.

Nell’ambito della letteratura fantastica e avventurosa, naturalmente, Robert E. Howard fu in prima fila con le donne guerriere – Bélit e Valeria nelle storie di Conan, e come non finiranno mai di ripeterci, Red Sonya di Rogatino … alla quale si ispirarono molto liberamente in casa Marvel per creare Red Sonja (con la J e non con la Y).
E qui c’è un dettaglio interessante – Red Sonya, con la Y, è la protagonista di Shadow of the Vulture, un racconto storico ambientato nel quindicesimo secolo, e senza alcun elemento fantasy.
Venne pubblicato nel numero del Gennaio 1934 di Magic Carpet – una rivista di buona qualità che pubblicava narrativa di ambientazione esotica, indipendentemente dal genere, e sarebbe poi confluita nella gemella Oriental Stories. Rispetto a Weird Tales, Magic Carpet e Oriental Stories pagavano meglio (o se non altro regolarmente). Ma dopo la sua uscita nell’Ombra dell’Avvoltoio, Red-Sonya-con-la-Y non ebbe altre avventure.
Nel settembre del 1973, Roy Thomas adattò Shadow of the Vulture per farne una storia di Conan, e la Y divenne una J – e Sonja si guadagnò il suo famigeratissimo bikini blindato e successivamente una serie tutta sua. E persino dei romanzi, scritti dal bravo Richard Tierney. Ed è Red-Sonja-con-la-J quella che si ricordano tutti.

Ma c’è un’altra donna coi capelli rossi e una spada, nel catalogo di Howard, ed è Dark Agnes de Chastillon e de la Fere.
Ambientate nel 16° secolo in Francia, le prime due storie di Agnes – Sword Woman e Blades of France – sono due avventure storiche, che tracciano l’origine e le prime imprese di una giovane donna che, sfuggita a un padre violento e ad un matrimonio combinato, diventa un capitano mercenario. Non hanno alcun elemento fantasy.
La terza storia – che Howard non completò – si intitola Mistress of Death, ed è un fantasy, con tanto di stregone non-morto e altre amenità. Non è la migliore delle storie di Howard, né di quella completate da altri (in questo caso da Gerald W. Page).
Nessuna delle tre storie vide la pubblicazione prima degli anni ’70 (motivo per cui posso darvi il link a Shadow of the Vulture, che è di dominio pubblico, ma non a quelle tre).

Ora, la domanda è – perché nessuna delle due storie complete di Dark Agnes vide la luce?
Come abbiamo detto, ad Howard non sarebbe dispiaciuto piazzare più storie su Flying Carpet/Oriental Stories, o meglio ancora su qualcosa come Adventure – riviste di maggior prestigio rispetto a Weird Tales, che pagavano meglio e pagavano in orario (alla sua morte, Howard era in attesa di ingenti pagamenti arretrati da Weird Tales). Da qui la genesi del personaggio.
Tuttavia, la reazione del pubblico a Shadow of the Vulture – un buon racconto, per gli standard di Howard – fu per lo meno ambivalente; la storia piaceva, ma c’era un dettaglio che a un sacco di lettori non andava giù: una donna con la spada in una ambientazione storica.
Perché OK Bélit, regina dei pirati e unica donna capace di tenere testa a Conan … ma quella era Weird Tales, e Queen of the Black Coast era un racconto fantasy.
Sword Woman e Blades of France erano avventure storiche. E molto più di Shadow of the Volture mostravano una donna estremamente diversa dagli standard dell’epoca.
Per questo, a detta di alcuni critici, le due storie vennero rifiutate, ed Howard mise perciò mano, riciclando il personaggio, ad una storia fantasy, in cui una donna con la spada – e leggermente meno “estrema” nel suo distribuire calci in culo – sarebbe stata accettabile. Quasi un rip-off di Jirel di Joiry, altra donna con la spada, creata da Catherine Lucille Moore a partire da The Black God’s Kiss, in Weird Tales, nell’ottobre del ’34.

Le tenebre si chiusero su di lui prima che Howard potesse completare e vendere Mistress of Death.

Mi sono spesso domandato se la Mistress of Death di Howard abbia avuto una qualche influenza su Raven, Swordmistress of Chaos, eroina di una serie di romanzi decisamente pulp – e scollacciatissimi (erano dopotutto gli anni ’70/’80) – pubblicati da Angus Wells e Robert Holdstock sotto allo pseudonimo di Richard Kirk. Le storie devono di più a Michael Moorcock che non a Bob Howard, e Raven ha più elementi in comune con la Red Sonja di Richard L. Tierney che con Dark Agnes, ma il titolo di (Sword)Mistress mi ha sempre suggerito un legame con quella storia incompleta e quella serie dimenticata.
E comunque Raven era certamente una donna con la spada – per quanto limitata a un mondo fantasy molto “moorcockiano”.

Ma negli anni ’70 e ’80 di donne con la spada, nel fantasy, ce n’erano parecchie.
La mia preferita rimane probabilmente White Raven (un nome diffuso, apparentemente, Raven), nelle storie di Mary Gentle che si aprono con Rats & Gargoyles. La Gentle, che più tardi ci avrebbe anche dato Ash – A Secret History (in cui fa una comparsata anche Dark Agnes), oltre ad essere laureata in storia militare, è anche una praticante della scherma rinascimentale. Una donna con la spada che scrive di donne con la spada.

E tuttavia, nell’arco degli ottant’anni trascorsi dalle prime avventure di Sonya e Agnes, le cose apparentemente sono peggiorate nell’immaginario in cui ci muoviamo – Klavan infatti non solo nega che le donne possano combattere con la spada nel mondo reale (una baggianata), ma anche che non possano farlo in un mondo immaginario in cui operano le leggi della magia.
Possedere organi riproduttivi interni, apparentemente, è condizione sufficiente al non saper combattere.

E ora, a causa di questa deriva, durante il weekend, un telefilm fantasy ha ha obbligato una parte del pubblico a ricorrere ai sali, mostrandoci Santa Galadriel Vergine e Martire che combatte, usando due spade, contro tre avversari (la Maupin approverebbe).
Impossibile ed inammissibile, “sbagliato”, un insulto all’anima di Tolkien.

Troppa azione e troppa violenza, per alcuni.
Gli elfi sono notoriamente eterei, pacifici e e non violenti – e soprattutto Galadriel, che vediamo per cinquanta pagine ne Il Signore degli Anelli, mentre intrattiene i suoi ospiti e – incidentalmente – minaccia di prendere il potere e diventare una regina malvagia. Però niente spade in quelle cinquanta pagine, non se ne vede l’ombra, quindi spade per Galadriel mai, per tutta la durata millenaria della sua esistenza … men che meno due, in dual wield, con tre avversari. Chi si crede di essere, Red Sonja?
La tesi di partenza, a difesa di questa indignazione, è sempre la stessa – che da nessuna parte nell’opera di Tolkien si dice che Galadriel sapesse usare le armi … tranne in quel brano in cui si dice che combatté e guidò eserciti, ma quello, dovete capire, è solo metaforico, un po’ come Elisabetta Tudor in armatura che infiamma le sue armate con un bel discorso. Ma impugnare un’arma per davvero, e combattere,e magari anche vincere? No no no, assolutamenteno.
E comunque no, indipendentemente dai documenti e dalle fonti, il punto è che una donna con due spade non può affrontare tre uomini e vincere.
Perché le donne con la spada non esistono.
Neanche nel fantasy.
A meno che non indossino un bikini di metallo.

Ed io mi domando se alla fine non sia la stessa storia delle ragazze con la pistola di Tommy Shaw.
Un sacco di gente ne è spaventata.

Spiegaglielo tu, Tommy…




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Anime & Politica

Molti anni or sono – ma davvero tanti, era il 1993 – un tale che conoscevo nell’ambiente dei magmamaniaci, che avevano da qualche tempo preso ad autodefinirsi otaku, mi venne a dire che alle prossime elezioni politiche avremmo dovuto votare un certo personaggio, imprenditore e proprietario di tre reti televisive, “perché è quello che ha portato più cartoni animati giapponesi nel nostro paese.”
Sarebbe stato un voto utile, mi spiegò.
Più anime per tutti.

Io avevo altro a cui pensare, ma l’idea mi parve al contempo ridicola, offensiva e pericolosa.
Ricordavo le foto di Reagan di pochi anni prima, con gli adesivi “Rambo is a Republican”, e dissi a quel tale di farsi un giro.
Gli citai anche, ne sono certo, i Campi Hobbit.

Ed ora, quasi trent’anni dopo, in occasione di questa tornata elettorale, ho sentito dire che sarebbe stata una buona idea votare per una certa candidata “perché almeno è una fan di Tolkien”.
E in comizio si è citato il film di Peter Jackson, e si è andati anche a scomodare il povero George R.R. Martin.

Qualunque cosa, pur di trovare un appiglio al nostro immaginario, ed usarlo.

Rambo, Capitan Harlock e Sailor Moon, Conan il Barbaro, Cthulhu, Aragorn figlio di chi sappiamo, Daenerys Targaryen…

È un po’ come quando viene fatto l’ennesimo remake, o il quinto sequel/reboot di un film su un personaggio dei fumetti – perché correre dei rischi proponendo qualcosa di nuovo, quando possiamo far leva su qualcosa che c’è già, nella testa e nell’anima del pubblico?

E quindi in politica, perché avere un programma quando possiamo arruolare i fan di un qualche grosso franchise semplicemente dicendogli “noi e voi siamo uguali, e quindi voi la pensate come noi”?

Ho sempre trovato sottilmente tragico che John Rambo, un veterano traumatizzato ed abbandonato dal sistema, che cerca un posto dove mangiare un boccone e invece viene bastonato e braccato dalla polizia, sia diventato il poster-boy per il partito Repubblicano.

Ho sempre torvato profondamente grottesco che l’opera di Tolkien sia stata dirottata dal lavoro di un critico al quale la buonanima di Tolkien disse “tu non hai capito nulla del mio lavoro”, e che quasi certamente non aveva mai letto i libri.

E trovo profondamente offensivo che un politico di qualsivoglia colore o inclinazione provi ad appropriarsi del mio immaginario al fine di potermi arruolare.

Però succede.
Continua a succedere.
Ed ho l’orrenda impressione che una certa percentuale di persone continui a cascarci.

Sotto il governo Reagan, le politiche a favore dei veterani vennero drasticamente ridimensionate.

A partire dagli anni ’90, le reti Mediaset ridussero drasticamente l’importazione di nuovi titoli di animazione giapponese, e cominciarono a censurare massicciamente le serie che rimasero in programmazione.

E io ho dei forti dubbi che una nuova apertura nei confronti degli elfi di Lothlorién avrà un impatto positivo sulla situazione internazionale, e sullo stato dell’ambiente.
Però, certo, gli elfi sono tutti biondi…


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Douglas Barbour Award

Assegnato dalla Book Publishers Association of Alberta (BPAA), il Douglas Barbour Award for Speculative Fiction si chiamava, fino a due anni or sono, semplicemente Speculative Fiction Book of the Year. Un solo premio, per un solo libro.

Quest’anno il premio è andato a Water: Selkies, Sirens & Sea Monsters, curato da Rhonda Parrish.Ed è per me motivo di orgoglio che l’antologia includa la mia storia di orrore acquatico, The man that speared octopodes.

Per qualche misterioso motivo, Amazon Italia non sembra avere la versione cartacea dell’antologia in catalogo – ma io vi ho messo il link all’ebook. Sapete come vanno queste cose.


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Lo scrittore che vende

Ricordo ancora con un misto di affetto malato e desiderio di morte il blogger che, una decina di anni or sono, aveva preso l’abitudine di recensire i miei ebook senza leggerli, ed appioppando a tutti loro dei giudizi pessimi. Non aveva bisogno di leggere ciò che scrivevo, spiegava, per sapere che era terribile, in quanto sapeva che “Mana non crede nelle regole della scrittura.”
Talvolta mi domando, nelle lunghe notti di luna piena, cosa ne sia stato di quel tale.
Ma capita di rado, e presto mi dimentico di lui.
Però…
In realtà quella frase, quel “non crede nelle regole della scrittura” era asinina ed imprecisa – sono fermamente convinto che esistano delle regole, ma concordo anche con la buonanima di Rudyard Kipling…

“There are nine and sixty ways of constructing tribal lays,
And every single one of them is right!”

Kipling, In the Neolithic Age, Stanza 5, 1892

In altre parole, esistono delle regole, una quantità di regole, e sono tutte giuste; e quelle che vanno bene per me potrebbero non andare bene per altri. E anche, le regole che si applicano al mio lavoro attuale potrebbero non funzionare per il mio prossimo lavoro.
Chi vi dice il contrario probabilmente non sa di cosa sta parlando, ma vuole vendervi un corso di scrittura.

Ora, nel mio post di ieri citavo la faccenda degli avverbi e di Stephen King

La strada per l’inferno è lastricata di avverbi

Stephen King, On Writing, 2000

… ed illuminata dai crani fiammeggianti di sedicenti editor, aggiungo io.

E il libro di King è certo uno dei manuali di scrittura più venduti al mondo, e compare con regolarità sugli scaffali di un sacco di autori affermati, e di un sacco di aspiranti scrittori.
La cosa interessante è che tuttavia non si tratta del manuale più popolare in quella fascia intermedia di scrittori che campano scrivendo, spesso a malapena, sfornando racconti e novelle per le riviste di genere di medio livello. I cosiddetti midlister, categoria in via di estinzione da vent’anni almeno – ma ragazzi, siamo ancora qui, più coriacei e duri a morire del celacanto.
Nel caso di questa gente, il manuale che è normalmente in mostra sullo scaffale non è On Writing.
È Techniques of the Selling Writer, di Dwight V. Swann.
Conosco di persona un sacco di gente che giura e spergiura su questo libro.

Dwight Vreeland Swain, classe 1915, aveva la faccia del genere di persona che vive vendendo assicurazioni sulla vita e tronchesine per unghie, ma era in realtà uno scrittore. Negli anni del crepuscolo dei pulp pubblicò un buon numero di storie, su riviste come Fantastic Adventures e Imagination, storie con titoli improbabili come Henry Horn’s X Ray Eye Glasses (1942) o Bring Back My Brain! (1957).
Ma voi potete ridere quanto vi pare – Dwight V. Swain scriveva e ci pagava i conti, e questo era ciò che importava.
Negli anni ’50 si allargò al campo della sceneggiatura, specializzandosi nello scrivere documentari e video didattici – dobbiamo a lui la struttura narrativa standard dei documentari in uso ancora oggi.
Nel 1965, mentre insegnava scrittura all’Università dell’Oklahoma, Swain scrisse Techniques of the Selling Writer, e da allora il volume è andato un paio di volte fuori catalogo, ma è rimasto nel cuore di una vasta comunità di scrittori, che se lo sono procurato di riffa o di raffa – di seconda mano, ristampato in ebook, rubato dalla biblioteca…
Altri manuali seguirono, soprattutto sul tema della sceneggiatura, ma Techniques rimane, a 57 anni dalla sua uscita, il testo di riferimento di un sacco di gente, ed il best-seller nel catalogo di Swain.

Lo scrittore che vende, in quanto professionista orientato ad una attività commerciale, non può permettersi di scrivere testi che non siano gradevoli e/o eccitanti.
Poiché sono principalmente arnesi del mestiere, queste tecniche hanno poco o niente a che vedere con la qualità letteraria o l’assenza della medesima. Nessuno scrittore le usa tutte. Nessuno scrittore può evitare di usarne alcune. Quanto bene vi potranno servire dipende da voi stessi. Sono, in poche parole, trucchi e tecniche dello scrittore che vende. Sono tutto ciò che questo libro ha da offrire.

Dwight V. Swain, prefazione, Techniques of the Selling Writer, 1965

Mi è venuto in mente, il libro di Swain, perché dopo aver parlato della sintassi come stile, nel lavoro di Virginia Tufte, mi sono ricordato che Swain, nel suo manuale sostiene che ci sono solo quattro cose che uno scrittore deve saper fare per scrivere una buona storia – e la prima di queste quattro cose è disporre le parole in un ordine tale da creare “unità di motivazione ed azione”. In altre parole, la sintassi come stile.
Bello liscio – e sei anni prima che Virginia Tufte pubblicasse il suo infinitamente più accademico ma altrettanto influente e popolare saggio.

Pragmatico fin dalla copertina, il testo di Swain è asciutto, didascalico – sembra davvero un manuale di istruzioni per fare la manutenzione di un motore. Ho visto ricettari scritti con più eleganza e più ricchezza artistica. Swain non usa lo stile colloquiale e aneddotico di King. È freddo e diretto, fatto di liste numerate e di istruzioni che sono, sì, davvero degli strumenti, degli arnesi … cacciaviti e piedi di porco, chiavi inglesi e grimaldelli. Il genere che con il tempo e l’uso si adatterà alla mano di chi li utilizza.
Non c’è nulla di romantico, in questo libro, e nell’attività che descrive.
Scrivere è un duro lavoro, ed esistono attrezzi che ci permettono di renderlo meno faticoso, meno frustrante. Questo libro è la scatola degli attrezzi.

Per cui sì, il manuale di King è certamente molto più divertente da leggere.
Ma noi, ci piega Dwight Swain, non siamo qui per divertirci.

Con buonapace di antichi blogger dimenticati, ho letto decine e decine di manuali di scrittura. E Techniques of the Selling Writer non è probabilmente il mio manuale preferito, ma è certo uno di quelli per i quali provo il maggior rispetto, insieme con Creating Characters, How to Build Story People, che il settantacinquenne Swain scrisse nel 1990, due anni prima della propria morte, espandendo uno dei capitoli di Techniques.
Perché era uno scrittore commerciale, e quindi non buttava via nulla.

Amazon (e sì, c’è un link commerciale in questa pagina) ha ancora una singola copia cartacea dell’edizione del 1981 di Techniques, a un prezzo salato ma accettabile. L’ebook ha un prezzo da capestro, ma è perché si tratta di uno di quei libri che, se scrivete, dovete leggere.
E poi avanti, costa infinitamente meno di molti corsi di scrittura tenuti da personaggi alquanto dubbi, che vi rigurgiteranno in gola King e Vogler malamente digeriti.


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Stile e Grammatica

Ho scopertosolo oggi, con terribile ritardo, della morte, avvenuta nel marzo del 2020, di Virginia Tufte.
Aveva 101 anni. Una bella corsa, ma mi mancherà ugualmente.

Virginia Tufte era una studiosa di letteratura, ed insegnò a lungo all’Università della California a Los Angeles, come esperta di poesia rinascimentale e dell’opera di Milton in particolare, e come studiosa e storica dell’evoluzione della grammatica della lingua inglese. Fu in questo ruolo che nel 1971 Virginia Tufte pubblicò un volume intitolato Grammar as Style, in cui esplorava la relazione fra grammatica, sintassi e stile in letteratura.
Il volume, molto accessibile nonostante il taglio accademico, rimase un fenomeno di nicchia per quasi trent’anni – per venire riscoperto all’inizio del nuovo secolo. Oggi Jeff Bezos ve ne propone una copia usata per la modica cifra di 490 euro – e non sperate di trovare il secondo volume, quello con gli esercizi, per sempre scomparso negli abissi del tempo.

L’idea alla base del lavoro della Tufte era che il modo in cui le frasi vengono costruite, le scelte non solo lessicali ma grammaticali e sintattiche influiscono sul significato di ciò che stiamo scrivendo. Le stesse parole, poste in un ordine diverso, possono convogliare lo stesso significato o significati radicalmente diversi, e la scelta consapevole dell’ordine in cui disponiamo le parole è una componente essenziale di ciò che chiamiamo “lo stile” … di un autore, di un movimento, di un genere letterario.

Grammar as Style è un volume “trasversale”, che può interessare tanto gli studiosi di grammatica e linguistica quanto coloro che scrivono, ed è uno dei pochi volumi sulla piazza che si possono considerare manuali “avanzati” per scrittori … non i soliti bla bla su infodump, show don’t tell e sulla velenosità degli avverbi, ma l’analisi consapevole di come disponiamo le parole – anche gli avverbi (fattene una ragione, Stephen) – sulla pagina, e perché, per ottenere quale effetto.

Il successo tardivo del volume del ’71, che come si diceva era diventato nel frattempo una sorta di sacro graal per chi praticava la scrittura in lingua inglese, spinse Virginia Tufte a scrivere un nuovo libro, Artful Sentences: Syntax as Style, pubblicato nel 2006, quando l’autrice aveva ormai 88 anni.
Rispetto al testo del ’71, Artful Sentences è meno accademico, più leggero sulla teoria e molto ricco di esempi … decine e decine di frasi tratte da lavori di autori celebri, su un arco di quasi 400 anni, per mostrare come certe scelte sintattiche incidano sul significato delle frasi, sul ritmo del testo, e permettano di identificare elementi di uno stile.
È anche un manuale che mostra come la lingua inglese – ma, in effetti, qualunque lingua – offra una straordinaria varietà di soluzioni possibili al problema di trasmettere non solo idee, ma anche emozioni, al lettore.
Ancora una volta, non il vostro solito manualino per “aspiranti scrittori”, con il PoV e la struttura in tre atti e il Viaggio dell’Eroe. Artful Sentences è un libro per chi i rudimenti li ha appresi – di solito leggendo un sacco di romanzi, e non due manuali zeppi di errori e banalità – ed ora vuole cominciare a ragionare su quelle che Hemingway chiamava “le parole giuste”. Come sceglierle, e in che ordine disporle sulla pagina. Un libro per chi sa scrivere, e vuole provare a capire perché scrive in un certo modo, e cosa può fare di più, di meglio, di diverso.

Scoprii Artful Sentences poco dopo che era stato pubblicato – sul catalogo della Graphic Press, piccola casa editrice messa in piedi da Edward R. Tufte, figlio di Virginia, artista, scultore e grande studioso della comunicazione scientifica attraverso l’analisi grafica, il cosiddetto information design. All’epoca tenevo corsi di analisi dati, e i libri di Edward Tufte erano la Bibbia, o il Codice di Hammurabi, per quel tipo di studi. Annidato in un catalogo che comprendeva testi scientifici belli come libri d’arte, stampe artistiche di grafici statistici e pamphlet come Lo stile cognitivo di Power Point, c’era un libro sulla scrittura.
E io mi dissi, perché no?

Rileggo Artful Sentences di tanto in tanto, anche una volta o due l’anno, in certi periodi, andando a rivedermi un capitolo o due, tanto per mettere in movimento il cervello e rinfrancarmi dopo una brutta esperienza con un editor (succede, anche se grazie al cielo non di frequente).
Perché uno degli aspetti interessanti del lavoro di Virginia Tufte è che ci sgancia dalla formula cara a molti, che viene spesso applicata supinamente, col solo effetto di annientare qualunque parvenza di stile un testo possa avere. Avete mai avuto l’impressione che tutto ciò che leggete sia stato scritto dalla stessa mano? Con lo stesso ritmo delle frasi, la stessa allergia ai doppi aggettivi e la stessa assenza di avverbi – che pure usate nel vostro parlato quotidiano, e nessuno pare morire per questo….

È stato appunto durante una di queste riletture, mentre buttavo un occhio per vedere se per caso ci fosse in commercio una copia a prezzo civile del libro del ’71, che ho scoperto che Virginia Tufte se ne era andata nel 2020.

La scomparsa di Virginia Tufte mi ha causato un momento di autentica tristezza – non che mi aspettassi che restasse con noi per l’eternità … aveva 101 anni, dopotutto. Ma è un po’ come scoprire con criminale ritardo la dipartita di una zia preferita, che ci prendeva sul serio e ci trattava da adulti, e che ci incoraggiava a vivere una vita un po’ più avventurosa, anche se solo sulla pagina bianca.

Artful Sentences è fuori stampa, ma Amazon ne ha una manciata di copie usate a un prezzo decisamente abbordabile, motivo per cui vi ho messo un link commerciale, con tutto ciò che questo comporta. Una versione digitale di Grammar as Style si trova invece nell’Internet Archive, in consultazione gratuita. ;eglio che niente.


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Madge la Pazza

Del libro che mi ha dato l’idea di questo post, e che sto leggendo, pubblicherò una recensione su Binario Morto, e dell’opera principale e dell’invenzione della fantascienza ho scritto altrove.
Qui voglio parlare di Margaret Cavendish, e questa è, più o meno, la storia fatta coi cialtroni.

Margaret Cavendish nacque Margaret Lucas nel 1623, ultima di otto figli.
Nel 1642, all’età di diciannove anni, andò in esilio in Francia – in Inghilterra c’era stata la Gloriosa Rivoluzione, e una fetta consistente dell’aristocrazia attraversò la Manica. Margaret era la dama di compagnia della regina uscente, Henrietta Maria.
In Francia, Margaret frequentò ambienti intellettuali – conobbe Descartes – e incontrò William Cavendish, di trent’anni più vecchio di lei ed altrettanto interessato alla filosofia. William e Margaret si sposarono nel 1645, e nel 1660 tornarono in Inghilterra durante la Restaurazione. Le fortune di famiglia erano in crisi, William era stato segnalato come “criminale realista” (nel senso che stava con la monarchia) e le sue terre erano state sequestrate.
A quel punto Margaret aveva già pubblicato cinque volumi.

In realtà aveva cominciato da bambina – a scrivere storie che avevano per protagonista sua sorella, e che poi rilegava personalmente.
William si reinventò come addestratore di cavalli, e con l’ascesa di Carlo II ritrovò la propria fortuna; divenne Duca di Norfolk, e ben presto si configurò come una delle persone più ricche d’Inghilterra.
Sua moglie continuò a occuparsi di poesia e di filosofia – frequentò Hobbes e la Royal Academy.
Fu, in effetti, la prima donna a presenziare ad una riunione della Royal Society, fece amicizia con Kenelm Digby (filosofo e intellettuale raffinatissimo, che abbandonò la filosofia per darsi alla pirateria, e mise a ferro e fuoco il Mediterraneo – magari un giorno ne parleremo).

E Margaret Cavendish continuò a scrivere – volumi di poesie e lettere, biografie (la propria e quella del marito, che divenne un bestseller e venne ristampata più volte anche dopo la morte dell’autrice), testi di filosofia naturale, opere teatrali e romanzi.
Nel suo romanzo The Description of a New World, Called the Blazing World, del 1666, Margaret si inventò un intero pianeta alieno, esistente in un universo parallelo. In un sol colpo, Margaret Cavendish, poeta, scrittrice e filosofa, inventò la fantascienza e il Multiverso.

E la gente la odiava.
La descrissero come pazza (Mad Madge), egocentrica e disperata per l’attenzione pubblica, una donna brutta, grassa, una donnadi facili costumi (the Cavendish Whore).
I filosofi ebbero grandi difficoltà a confrontarsi con le sue idee – anche perché dedicò gran parte della propria opera a criticare tanto Hobbes quanto Descartes.
Virginia Woolf, trecento e cinquant’anni dopo la sua morte, la descrisse come “sciocca come un passero” – senza accorgersi che Margaret Cavendish fu una delle prime donne a scrivere di donne, e del loro spirito, da un punto di vista filosofico e non semplicemente sentimentale.

Margaret Cavendish morì nel 1674, e venne sepolta nell’abbazia di Westminster.

Her name was Margaret Lucas youngest daughter of Lord Lucas, earl of Colchester, a noble family, for all the brothers were valiant, and all the sisters virtuous

Io voglio bene, a Margaret Cavendish, perché nella seconda metà del diciassettesimo secolo, la Duchessa di Norfolk fu la prima donna a guadagnarsi da vivere scrivendo. Era la moglie dell’uomo più ricco d’inghilterra, ma i suoi conti se li pagava con ciò che scriveva. Suo marito non si immischiò mai nelle attività letterarie di Margaret – ma non le negò mai il suo appoggio.
E la gente aspettava per strada che passasse la sua carrozza, per guardarla, e magari gridare “Mad Madge!” … però c’era.
Persino Samuel Pepys volle andare a darle un’occhiata, e ne parlò nei suoi diari.

E io voglio bene a Margaret Cavendish perché descrisse la scrittura come una “onorevole malattia”.
Una frase che credo contenga la verità.
Non è poco.


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Cantando nella zona eufotica

Gran parte del mio lavoro accademico, svolto nella mia vita precedente, riguarda il plancton.
Plancton fossile, ma comunque plancton.
Io sono un micropaleontologo, con un solido background in sedimentologia (clastica e non-clastica) e in analisi statistica di dati ambientali, per chi non avesse familiarità con il mio curriculum.
Per interessi personali, ho anche seguito una dozzina di corsi di oceanografia (in particolare nell’ambiente Surface Ocean Lower Atmosphere) e in archeologia sottomarina. Perché bisogna pure avere un hobby, giusto?

Tutto il mio lavoro (ed i miei hobby occasionali) si concentrano perciò nei primi 200 metri della superficie dei mari e degli oceani – è qui che vive e prospera il plancton, insieme con il 90% della flora e della fauna marine conosciute, è qui che avvengono le principali interazioni atmosfera/oceano, è qui che incidono maggiormente le attività umane (quest’ultimo punto è ormai discutibile, ma OK, diamolo per buono), è qui che andiamo a cercare relitti e tesori sommersi, è qui che penetra e si diffonde la luce solare che alimenta tutta una serie di dinamiche.
Io non sono un sommozzatore, ma è nella porzione superiore di questa fascia che i miei amici che fanno immersioni passano la maggior parte del loro tempo.
Questa è quella che si chiama zona fotica, o zona eufotica.

E mai avrei pensato di trovarmi a doverne discutere per colpa di un film della Disney – e no, non 20.000 Leghe sotto i Mari.

Come probabilmente avrete sentito – o forse mo – la Disney ha prodotto una versione live-action de La Sirenetta, il film d’animazione del 1989, liberamente tratto dalla fiaba di Hans Christian Andersen (l’uomo che inventò il copyright); un film che nel 1989 incassò 235 milioni di dollari.
Il nuovo live action uscirà nel 2023, ed improvvisamente c’è un sacco di gente che sguazza nella mia fascia di profondità preferita, e dice baggianate.

Perché vedete, il problema è che nel nuovo film, la protagonista sarà interpretata dall’attrice e cantante Halle Bailey, che è afroamericana – e qui apriti cielo perché, come un sacco di gente si è affrettata a spiegarci, la luce solare non penetra in profondità negli oceani, e quindi le sirene non possono essere di colore, perché la melanina, signora mia…

Le sirene, che non esistono, non possono essere di colore.
Perché la luce del sole non arriva a più di 20 metri – come ci spiega una spettatrice indignata…

Ora, qui c’è molto di cui discutere, e possiamo farlo risalendo dal basso (che è molto adatto, visto che si parlava di immersioni e di profondità). Allora…
In primo luogo, a qualcuno frega qualcosa se questa persona non andrà a vedere il film?
Mi permetto di dubitarne.
In secondo luogo, naturalmente, c’è il fatto che stiamo discutendo dell’accuratezza scientifica e della verosimiglianza di un film in cui ci sono i pesci che cantano.
I pesci.
Che cantano.
In terzo luogo, naturalmente conosciamo un sacco di forme di vita marine che hanno l’epidermide di colori diversi dal bianco – restando nell’ambito dei mammiferi, ci sono cetacei con la pelle nera, ci sono foche e altri pinnipedi (categoria nella quale sarei tentato di schedare le sirene, se esistessero) che sono tutto fuorché ariani. Non per effetto dell’abbronzatura, ovvero dello sviluppo di melanina in risposta all’intensità della radiazione solare ultravioletta, ma per altre dinamiche evolutive.

E per finire, 20 metri?
Davvero?

Vediamo – poiché l’acqua è un ottimo filtro per le onde elettromagnetiche, esiste un effetto noto come attenuazione; a causa di questo effetto, solo il 45% della radiazione solare penetra oltre un metro di profondità. A 10 metri arriva solo il 16% della luce, che si riduce all’ 1% a 100 metri. La luce solare non arriva oltre i 1000 metri.
Però è un po’ più complicato di così, perché diverse lunghezze d’onda arrivano a diverse profondità – in base al principio maggiore la lunghezza d’onda/minore la penetrazione – per cui la luce rossa si ferma nei primi 10 metri, la luce arancione non arriva oltre i 40, e la luce gialla non oltre i 100 metri. Oltre i cento metri penetrano ancora le radiazioni blu e verdi.
A complicare ulteriormente l’intera faccenda c’è la questione della torbidità dell’acqua, vale a dire la densità di particelle in sospensione, che riducono ulteriormente il potere di penetrazione della luce.

Ora, io non sono un dermatologo, né interpreto il ruolo di dermatologo in televisione o su Twitter, ma a me risulta che l’abbronzatura che tanto sta urticando una certa fascia del pubblico sia il prodotto della radiazione ultravioletta. Avete presente, che sulla bottiglia della crema solare c’è scritto UV? Ecco.

Orbene, la radiazione ultravioletta ha una lunghezza d’onda molto più corta della luce visibile, e quindi è ragionevole immaginare che penetri più in profondità della luce visibile.
Ma quanto, in profondità?

Andiamo a leggerci The measurement and penetration of ultraviolet radiation into tropical marine water, di Esther M. Fleischmann, pubblicato nel 1989 su Limnology & Oceanography, 34(8).
Stando all’affascinante studio della dottoressa Fleischmann – certamente non il più aggiornato, ma il più facile da reperire – il 33% della radiazione ultravioletta viene fermato dai primi due centimetri e mezzo di acqua, ma un 10% di raggi UV arriva ben oltre i 25 metri, in funzione della latitudine e dell’ora del giorno (grado di inclinazione dei raggi solari) e della torbidità delle acque.
Per cui 25 metri di acqua sono meno efficienti di un filtro solare con un rating di 15 SPF – perché 25 metri di acqua fermao il 90% dei raggi UV, il filtro 15 ne ferma il 93%.
E noi sappiamo che con un buon filtro 15 la pelle si abbronza ugualmente.

E tutto questo naturalmente è molto interessante, ed è un’ottima scusa per perdere tempo al lunedì mattina invece di lavorare ad una traduzione e spedire un pitch per un romanzo ad un editore.

Restano però due osservazioni interessaanti – la prima, ovviamente, è che il lavoro di Andersen, e il film della Disney, sono fiabe, non fantascienza, per cui tutta questa ossessione per la possibilità o meno di abbronzarsi sott’acqua è fasulla. In altre parole, non solo le sirene non esistono, ma appartengono ad un ambito della narrativa in cui la plausibilità scientifica non è essenziale, ed anzi, normalmente viene ignorata o capovolta.
Tanto varrebbe imbizzarrirsi per i pesci che cantano, o per il fatto che la protagonista della storia di Andersen venga trasformata in una donna grazie alla magia.
Non stiamo giocando con le regole della biologia, quindi smettiamo di invocarle in malafede.

Ma c’è un altro aspetto di questa intera faccenda che mi incuriosisce, ed è che il film che uscirà nel 2023 è il secondo live action Disney basato su La Sirenetta dell’89. Nel 2019 il network ABC trasmise una versione live, in cui la protagonista era interpretata da Auli’i Carvalho.
Che non è certamente bianca per gli standard americani – avendo antenati hawaiiani, portoricani e cinesi.
Ciò che mi incuriosisce è che non ricordo un furore paragonabile a quello attuale per la scelta del 2019.
Cosa è cambiato?
Tutti i difensori dei diritti della melanina erano distratti?

Ed ora potreste domandarmi, ma valeva la pena, di buttare due ore a fare ricerca per un post su queste idiozie?
E la mia risposta è, stancamente, sì.
Sì perché l’articolo della Fleischmann è interessante, come è interessante scoprire come viene calcolato il valore del fattore di protezione solare.
Ma anche e soprattutto perché io sono uno scienziato – anche se non più praticante – e non posso tollerare che vengano utilizzate argomentazioni pseudoscientifiche per giustificare quello che è, alla fine, solo semplice, comune, volgare, ruspante razzismo.