strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La lunga notte del libertino

È il 1958, e lo scrittore e cabarettista Jean “Steph” Shepherd ha una trasmissione radiofonica sulla WOR, una piccola stazione radio di New York. Steph fa talk radio – lunghe ore di chiacchiere tra la mezzanotte e l’alba, quello che viene comunemente chiamato il “graveyard shift”.
È il 1958, e la radio sta perdendo terreno davanti all’avanzata inarrestabile della TV, ma a queste ore disumane le TV sono spente, e Steph tiene compagnia a tutta quella fetta di popolazione metropolitana che lavora di notte – panettieri e inermiere, guardiani notturni e viaggiatori in attesa del prossimo treno, o del prossimo volo. Steph li chiama “Night People”.
È il 1958 e Steph è stanco di vedere classifiche pubblicate sui giornali, vede il futuro e l’ossessione per le liste, per le Top 10, le Top 5…
E così decide di fare un esperimento.
È il 1958, e questa è la Storia Fatta coi Cialtroni.

Jean Shepherd sa che per entrare nella lista dei best-seller del New York Times, i criteri, per un libro, sono le vendite e le prenotazioni.
Ed è fermamente convinto che critici e recensori siano una manica di pomposi palloni gonfiati, che si danno delle arfie da intellettuali bluffando alla grande.
E quindi, con la complicità dei suoi ascoltatori, crea un libro fasullo.
Lo fa con una richiesta di aiuto ai suoi ascoltatori, pubblicamente, per radio.
Ma sono le due di notte di un giorno di metà settimana… chi volete che lo senta, a parte i suoi ascoltatori abituali?
Ma gli scoltatori abituali rispondono con entusiasmo, telefonando in trasmissione.

Ora, il piano è semplice – con la complicità del pubblico, Shepherd si inventa un libro, intitolato I, Libertine – un romanzo storico scritto da un certo F.R. Ewing – un ex ufficiale delle forze britanniche durante la Seconda Guerra Mondiale, ora membro dell’amministrazione inglese in Rhodesia.
Nel tempo libero, Ewing – che è sposato con Marjorie – essendo appassionato di storia, scrive.
I, Libertine – primo volume di una trilogia – è la storia abbondantemente romanzata di un aristocratico inglese del diciottesimo secolo, che dietro ad una facciata di rispettabilità, conduce in realtà una vita scandalosa e scollacciatissima.
Scollacciata almeno quanto il romanzo – che viene descritto come turbolento, turgido e tempestoso.

Messo insieme questo pacchetto, viene il momento di venderlo.
L’idea è che il mattino successivo, ogni ascoltatore della trasmissione entrerà in una libreria, e chiederà una copia di I, Libertine, di R.F. Ewing.
E si sentirà naturalmente rispondere che il libro non è in catalogo.
Chiederà allora se è possibile ordinarne una copia.

Ma cosa sucede dopo che due, tre, cinque persone, nell’arco della giornata, chiedono lo stesso libro che non è in catalogo?
Chiaramente, c’è qualcosa che non va nel catalogo.
E c’è una richiesta.
Un giro di telefonate fra librai rivela che il libro è MOLTO richiesto.
E cominciano le telefonate, ai distributori, a Publisher’s Weekly.

Jean Shepherd e i suoi ascoltatori devono solo starsene zitti e buoni, e godersi lo spettacolo.
E lo spettacolo non tarda ad arrivare.

Uno degli ascoltatori racconta di essere stato in una grande libreria, e di aver chiesto del libro, e di essersi sentito rispondere

Frederick R. Ewing? Era ora che la gente iniziasse a notare il suo lavoro. Penso da tempo che non abbia ricevuto il riconoscimento che merita.

Articoli cominciano a comparire su diversi giornali e riviste, sul nuovo “fenomeno”, che puntualmente – sulla sola scorta delle prenotazioni farlocche dei Night People – entra nella classifica dei Best Seller del New York Times.

Uno degli ascoltatori di Sheph, uno studente universitario, presenta una tesina, intitolata F.R. Ewing: Storico Eclettico.Il testo contiene abbondanti note e riferimenti bibliografici, e alcuni stralci del libro che non esiste. Ottiene il massimo dei voti, ed il docente ne loda “la superba qualità della ricerca.”

Cominciano a uscire recensioni del libro.
Un critico non manca di raccontare ai suoi lettori di aver pranzato con Fred Ewing e “la sua deliziosa moglie, Marjorie”.

Un’ascoltatrice di Steph racconta di aver accennato al fatto che sta leggendo I, Libertine, durante una partita a bridge. Tutte e tre le sue amiche al tavolo lo hannogià letto, e passano quasi un’ora a discuterne i meriti e i demeriti. A due di loro non è piaciuto.

E tutta questa valanga di panzane viene apertamente discussa per radio, con grandi risate, da Steph e dai suoi ascoltatori.

Copie vengono richieste a Londra, Berlino, Rio de Janeiro – e decine di altri luoghi esotici dove i membri del popolo della notte di Steph – che include viaggiatori e personale di volo delle principali compagnie aeree – decidono di portare il complotto.

E poi, finalmente, un comitato di lettori indignati per i contenuti osceni del libro ne chiede il sequestro, o per lo meno che venga ritirato da tutte le librerie di Boston e del Massachussets.
I, Libertine, che non esiste, si può ora fregiare della dicitura “Banned in Boston”.

Ci vogliono alcuni mesi, prima che finalmente un giornalista, insospettito dall’intera faccenda – perché il libro, naturalmente, proprio non si trova – non faccia qualche indagine, ed arrivi a Steph, e l’intero scherzo venga alla luce, per l’imbarazzo del New York Times, di Life Magazine, di Publisher’s Weekly e di una manciata di altre riviste, e di una larga fetta della popolazione di critici e recensori newyorkesi.

I giornali parlano di “scherzo” e di “truffa” – ma curiosamente non menzionano il fatto che una intera categoria di esperti sia stata brutalmente esposta nella sua falsità ed ipocrisia.

È quasi come se Jean Shepherd, che voleva sbugiardare una categoria di pomposi e pretenziosi pseudo-intellettuali, avesse fallito.
Di fatto HA fallito.

E poi arriva Ballantine Books, che ha un’offerta per Jean Shepherd, che Steph non può rifiutare – cedere i diritti su titolo e trama perché un ghostwriter possa scrivere il romanzo che tutti vogliono leggere.
Il romanzo che è già in classifica nella lista dei bestseller.
Ilr omanzo che molti hanno già letto – o così dicevano per darsi delle arie.
Il romanzo che molti hanno già recensito.
Ballantine ha anche la persona giusta per il lavoro – un certo Theodore Sturgeon, che dicono sia bravino.

E così, con Sturgeon che scrive in tempi strettissimi una storia apartire dalla trama abbozzata da Steph e dal popolo della notte, I, Libertine cessa di essere un libro che non esiste.
Le due copertine qui sopra si riferiscono a quell’edizione – che sarà più volte ristampata, diventando un best seller per davvero.
Jean Shepherd darà tutti i ricavati in beneficenza.


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Nelle spire dell’algoritmo

Venerdì tredici.
E non un venerdì tredici qualunque – il tredici di gennaio, il compleanno di Clark Ashton Smith.
E io ricevo una mail da Amazon.

Niente di particolarmente sorprendente o preoccupante (è Amazon, non l’Agenzia delle Entrate) – da quando mi servo nel negozio online di Jeff Bezos, ricevo spesso delle mail, che fanno più o meno così…

Ciao, consumatore!
Sulla base dei tuoi acquisti, pensiamo che potrebbe anche interessarti…

E a seguire, grazie alla potenza del meraviglioso algoritmo di Amazon, una lista che di solito include

  • un paio di libri dei quali non mi interessa assolutamente nulla
  • un paio di libri che ho già acquistato proprio da Amazon
  • un paio di libri che ho scritto io
  • un utensile da cucina dalle forme esotiche e la cui funzione mi è ignota

In tanti anni di acquisti su Amazon, credo di non aver MAI acquistato un libro o un altro tipo di mercanzia sulla base delle segnalazioni dell’algoritmo del negozio.
Ma oggi potrebbe essere diverso.
Oggi, per la prima volta in una ventina d’anni come cliente Amazon, sto seriamente pensando di ordinare uno dei volumi che l’algoritmo ha deciso di suggerirmi.
Perché oggi, mi dice l’algoritmo, è uscito questo…

Ora, in realtà, grazie ad una ricerca con Google, scopro che il libro era già stato messo in vendita a Lucca Comics and Games, l’anno passato, e successivamente in una fiera dei fumetti.
Io non ne sapevo nulla, ma a quanto pare ha anche venduto benino.
È anche stata fatta una presentazione durante una diretta on line, annunciata via Facebook – ma poiché nessuno ha pensato di taggarmi, l’algoritmo di Mark Zuckerberg non mi ha mostrato l’annuncio, e io la presentazione me la sono persa.
Nessuno aveva pensato di informarmi, o di suggerirmi di partecipare.

E sì, ho controllato la spam.
Niente.

Ed ora, due mesi dopo, l’intelligenza artificiale di Amazon decide che potrebbe interessarmi questo volume, che è uscito oggi.
E sì, questa volta ci ha preso – il libro potrebbe interessarmi, perché non ne ho vista finora né una copia-autore, né a dire il vero neanche le bozze di stampa.
Nessuno ha pensato di mandarmi via mail una copia dell’ebook.
Nessuno ha finora risposto alle email che ho spedito per avere dettagli.

Ma dopotutto, io sono solo l’autore (anche se dalla copertina sembra che il libro lo abbiamo scritto in due).

E sì, prima che qualcuno di voi possa ventilare l’ipotesi nei commenti – tutto questo È umiliante.
Estremamente umiliante.

Non mi pare – ma potrei sbagliare – che si stia facendo molta pubblicità a questo libro.
Per cui chissà, a parlarne qui sto facendo un qualche increscioso passo falso di qualche genere.

Però mi è parso comunque il caso di segnalare questa uscita.

Perché c’è il mio nome sulla copertina, ed il mio lavoro sotto di essa.

Perché questo è il mio blog, e non lo posso condividere, quindi non credo di fare granché danni.

Perché mettendovi qui il link commerciale ad Amazon, potrei riuscire ad alzare abbastanza denaro da comperarmi una copia.

Perché succede ancora abbastanza di frequente che io mi senta chiedere se i miei lavori saranno disponibili in italiano, e questo libro è in italiano. E non credo ce ne saranno altri in futuro.

Ma chi può dire? La vita è piena di sorprese.


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L’ultimo (libro) dell’anno

la cosa è partita da una discussione, qualche giorno addietro, col mio amico Germano, riguardo a Bruce Lee ed al Jeet Kune Do.
Le conseguenze di questa discussione emergeranno, probabilmente, con l’anno che viene, ma per intanto io mi sono fatto un giro sul catalogo della Shambhala Press, e saltando da una categoria all’altra, mi sono ordinato, per tre euri croccanti, una copia “usata ma in buone condizioni” di Writing Down the Bones, di Natalie Goldberg.

Il libro della Goldberg lo lessi, nell’edizione italiana pubblicata da Ubaldini (la memoria mi dice Astrolabio, ma Google mi dice Ubaldini), ai tempi dell’università, e rimane probabilmente il librosulal scrittura che è più probabile che io consigli se mi viene chiesta un’opinione a riguardo.
L’ho riletto spesso, in questi anni, e mi pareva una buona idea, ora, quasi trent’anni dopo la prima volta, ridargli un’occhiata in originale.
E poiché io i libri sullo zen li compro sempre e solo di seconda mano, ecco la mia copia “usata ma in buone condizioni”.
Questo significa, purtroppo o per fortuna, a seconda di come la volete vedere, che non mi sono potuto procurare l’edizione dle 30° anniversario, ma una copia vetusta della prima edizione.

Nel caso specifico, “usato ma in buone condizioni” significa con la copertina decisamente malandata, con pieghe e sfregi diversi. Le pagine sono ingiallite, piegate e macchiate dall’umidità – la copia è una prima edizione del 1986, ed ha visto un bel po’ d’azione in questi trentasei anni.
Ad una prima occhiata non pare ci siano annotazioni a margine – un peccato, per molti versi.

Writing Down the Bones, che in italiano si intitola Scrivere Zen, è un libro sulla pratica della scrittura come pratica di meditazione, e mira a rimuovere le barriere che eisstono fra la nostra mente e lapagina bianca.
Non perde tempo con lo show-don’t-tell e l’infodump, non tira in ballo Aristotele o Jacques Cousteau, ma si focalizza sull’idea di scrittura come esperienza e come pratica. Sottolinea non solo gli aspetti intellettuali ma anche quelli fisici, dell’atto della scrittura.
È disordinato e sorprendente, perché è stato scritto seguendo i precetti che va ad illustrare.
Ha una voce unica, e delle idee molto interessanti.
Pone una grande enfasi sulla scrittura a mano, con la penna ed il quaderno.
La mano non deve mai fermarsi è uno dei precetti centrali del libro.
Ed è un libro che parla davvero di filosofia zen, a differenza di quell’altro, che c’ha lo zen nel titolo ma non c’entra assolutamente nulla.

Focalizzato com’è sull’atto di scrivere, Writing Down the Bones non fa riferimento a generi, stili, scuole. È adatto allo stesso modo per chi scrive racconti o romanzi, saggi o articoli, per chi vuol semplicemente tenere un diario o scrivere poesie.
È ridotto all’osso, non promette successi commerciali, fama, fortuna e gloria.
Scrivete quello che vi pare, vi dice, e come vi pare. L’importante è continuare a scrivere.
È praticamente perfetto.

È, a modo suo, il primo volume di una trilogia – che comprende anche Wild Mind e The True Secret of Writing … altri due libri usatissimi, qui sul mio scaffale. Mi manca Thunder and Lightning, che scopro esistere solo ora, scrivendo questo post.
Presto, spero… magari come primo libro dell’anno.

È l’ultimo libro del 2022, e paserò qualche ora a rileggerlo, mentre aspetto la mezzanotte.
Poi, magari, nel 2023, parleremo di Jeet Kune Do.
O forse no.

E sì, ci sono link commerciali in questo post, coi proventi dei quali acquisterò, probabilmente, altri libri di seconda mano sulla filosofia zen – o magari sul Jeet Kune Do.


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Tre riviste

La regola è sempre stata una sola – se volete sapere dove sta andando un genere, dovete leggere la narrativa breve.
La narrativa breve è sempre stata il posto in cui vengono messe alla prova le nuove idee, e dove i nuovi scrittori muovono i loro primi passi, e i vecchi scrittori possono fare qualcosa di diverso.
E, nelle riviste moderne, si trova di solito un mix di narrativa, saggistica e recensioni – si vede cosa sta succedendo di nuovo, si sente cosa si dice a riguardo, si scoprono nuovi modi per (sigh) spendere altri soldi.

Complice un bundle di beneficenza e un buono di Amazon (il primo da che strategie è stato bloccato e i link commerciali hanno perso trazione), nell’ultimo mese ho fatto un carico piuttosto interessante di riviste di sword & sorcery e di narrativa pulp – generi che stanno vivendo una sorta di rinascimento.
E a me piace la sword & sorcery, così come mi piacciono i pulp.
Quelle che seguono sono note assolutamente superficiali sul bottino portato a casa.
Neanche a farlo apposta sono tre produzioni americane – il che mi dice che dovrò fare un secondo post per parlare di titoli britannici.
Ma per ora, cominciamo con questi…

1 . Tales from the Magician’s Skull

Questa è probabilmente LA moderna rivista di sword & sorcery per antonomasia – prodotta da Goodman Games (un editore di giochi) e diretta da Howard Andrew Jones, eccellente autore di s&s e curatore dell’edizione in otto volumi della narrativa breve di Harold Lamb pubblicata dall’Università del Nebraska.
La rivista venne finanziata, nel 2017, da un Kickstarter di un certo successo, e al momento si prepara a uscire col suo ottavo numero. Non quindi una rivista ad elevata cadenza di pubblicazione.
I punti di interesse sono certamente i racconti dei contributors abituali Howard Andrew Jones, James Enge e John C. Hocking – tre autori con stili molto diversi e un ampo e interessante catalogo.
La rivista si concentra prevalentemente sulla narrativa, con forse un 10% delle circa 100 pagine dedicate ad aricoli – spesso orientati al mondo del gioco di ruolo.

Layout e grafica ricordano cose come Dragon Magazine o White Dwarf (prima dell’abbuffata di miniature) o – indubbiamente – le vecchie riviste pulp, e tutti i racconti sono illustrati.
la qualità delle storie è molto buona, l’impostazione molto tradizionale.

La rivista è pensata per essere fruita in cartaceo (ogni numero include un elenco dei rivenditori dove è possibnile acquistarla, in giro per il mondo), ma è anche disponibile in pdf – ed in effetti, grazie a un recente Bundle of Holding, per poco più del prezzo di un Urania mi sono accaparrato la “Starter Collection” – i primi sette numeri, più due numeri speciali a suo tempo arrivati solo ai supporter su Kickstarter, in versione digitale.

Magician’s Skull è una rivista che studierò da vicino durante le vacanze – perché pubblicare con loro nel 2023 è uno dei miei buoni propositi per l’anno nuovo. Posterò delle recensioni numero per numero sul mio blog in inglese mentre faccio i compiti.

2 . The New Edge

The New Edge è l’ultima arrivata sulla scena per ciò che riguarda la sword & sorcery – ed al momento esiste solo un Numero Zero, disponibile su amazon per poco più di 4 euro, o scaricabile gratis in PDF o EPUB dal sito dell’editore.

In questo caso il mix è molto più equilibrato – 50/50 fra narrativa e saggistica – e la rivista può vantare una nuova stroria di Dariel Quiogue, un autore eccellente di sword & sorcery di taglio orientale, alla maniera di autori come Lamb o Howard. Sul fronte della saggistica abbiamo un pezzo sullo stato del genere del solito Howard Andrew Jones, e un interessante articolo su C.L. Moore e Jirel di Joiry, di Cora Buhlert.
La rivista viaggia sulle ottanta pagine ed è ampiamente illustrata, ma soprattutto è impaginata su tre colonne, come un vecchio giornale, e contiene quindi l’equivalente di quasi 200 pagine di testo.

Avrà un futuro, The New Edge?
In un mondo che volesse premiare la qualità, non ci sarebbero dubbi – ma allo stato attuale il destino della rivista è in forse – motivo per il quale vi metto il link commerciale: voglio che venda un sacco di copie per arrivare alla pubblicazione regolare.
Merita di avere una lunga vita.

3 . Thrilling Adventure Yarns

Questa è una “falsa rivista”, nel senso che si configura come antologia mono-volume con cadenza attuale. Il volume del 2021 è l’ultima uscita, e come si può facilmente intuire dal titolo, Thrilling Adventure Yarns si ispira ai vecchi pulp, nel formato, nel layout, e nei contenuti – che vengono suddivisi per categorie – Avventura, Sword & Sorcery, Fantascienza, Terrore, Romance, Western… ci sono almeno un paio di racconti per ciascuna sotto-categoria.

A meno di quattro euro in cartaceo per oltre 370 pagine e 27 storie, Thrilling Adventure Yarns 2021 (sì, questo è un link commerciale – sapete come funziona) è il classico acquisto obbligato – il fatto che includa lavori di nomi storici come Jody Linn Nye, Jonathan Maberry e David Mack (più un inedito del creatore di Doc Savage!) lo rende un’eccellente aggiunta allo scaffale della narrativa popolare.
È anche il regalo perfetto per controbilanciare i soliti titoli Adelphi che regalate per darvi un tono.

Ci saranno altri numeri?
Ancora una volta possiamo solo sperarlo – di sicuro si tratta di un eccellente termometro della vitalità della narrativa popolare di oltre oceano.

E tutto questo significa – per me – un sacco di roba da leggere per le vacanze.
Ma d’altra parte, fuori nevica, e dopo otto ore passate a scrivere, ci si può rilassare con una rivista e una tazza di té bollente.


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Sogni di Fuoco

La Aconyte Books ha annunciato stamani il suo catalogo di pubblicazioni per l’estate del 2023, e l’elenco dei titoli dedicati all’universo di Descent, Legends of the Dark include un romanzo intitolato Dreams of Fire

… e pare proprio che la mia produzione per Descent sia in qualche modo legata al fuoco – la tag-line del mio romanzo precedente, The Raiders of Bloodwood, era “The forests of Terrinoth are burning”.
Se non altro c’è una certa consistenza.

È curioso vedere il proprio lavoro annunciato in questo modo mentre è ancora in fase di lavorazione, e òla tentazione di intitolare questo post “come trascorrerò le vacanze di Natale” c’è stata.

Ma bisogna fare le persone serie.

Se volete saperne di più, qui c’è la pagina ufficiale del progetto.


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Un magnete per l’avidità

To Space-Age man, every mystery is a greed-magnet.

Fritz Leiber, The Silver Eggheads, 1962

Pare che dall’inizio dell’anno prossimo saranno disponibili commercialmente i primi software “efficienti” per la scrittura di narrativa.
Non nel senso di cose come Scrivener, che se si adatta al vostro approccio alla scrittura, vi permette di organizzare il vostro manoscritto. No, dei programmi che, usando il machine learning, potrenno campionare in tempi rapidissimi un intero corpus di testi e poi produrre, a partire da alcuni “semi”, un racconto o un romanzo.

AI per la narrativa – l’equivalente di ciò che Midjourney è per la grafica.
Li avete visti, in giro, ne sono certo, tutti quei post sui social con delle immagini un po’ legnose di gente con troppe dita, e sotto scritto, “Conan il Barbaro diretto da Wes Anderson”.

Che valanga di risate, eh?
Certo, dopo la sedicesima volta diventa un po’ noioso, ma il futuro è così brillante che devo mettermi gli occhiali da sole.

Quando, nelle settimane passate, un editore di prima fascia come la Tor ha messo una immagine AI-generated su una copertina, c’è stata una levata di scudi generale nel mondo della grafica e nel campo degli autori.
I problemi sono due.
Il primo, il più ovvio, è che ovviamente usando una AI per generare una copertina, non si paga un artista. E le persone che si guadagnano da vivere disegnando, sono comprensibilmente preoccupate, nel vedere una contrazione possibile del loro mercato.
Il secondo problema è dato da come una AI tipo Midjourney opera – sulla base delle parole chiave esegue una ricerca in rete per immagini taggate in quella maniera, le campiona, e le utilizza per sintetizzare un certo numero di nuove immagini. Questo significa che i lavori di chiunque abbia una galleria online del proprio lavoro come illustratore sono preda libera, in barba al copyright. Ancora una volta, chi si guadagna da vivere con la propria arte viene penalizzato.

È per questo che a me quasto eterno carosello di “Titanic diretto da F.W. Murnau”, “Flash Gordon diretto da Zack Snyder” e compagnia danzante dà abbastanza fastidio.
Non solo perché, onestamente, chissenefrega di come sarebbe King Kong diretto da Kubrik o Casablanca diretto da John Waters. Ma soprattutto perché è l’altra faccia del machine learning.
Se da una parte è necessario educare le macchine a campionare e sintetizzare sempre meglio le fonti – ed è ciò che coloro che creano e condividono quelle immagini stanno facendo – dall’altra è anche necessario educare il pubblico ad accettare l’AI art come la più gran figata dai tempi delle caverne di Altamira.

Ora, programmi che generano testi a partire da un seme di concetti, nomi e situazioni, esistono già – due anni or sono ho partecipato alla presentazione online di uno di questi software, sviluppato per produrre pornografia.
Perché pornografia?
Perché nel settore dell’autopubblicazione, è la categoria che paga di più, ed è un genere di narrativa che utilizza delle formule elementari, ripetitive e molto rigide (no, non è un doppiosenso), per un pubblico facilmente fidelizzabile e decisamente di bocca buona (ancora una volta, non un doppiosenso).
E quindi ecco un software nel quale io posso settare una manciata di parametri, e ricavarne un file con un testo del numero di pagine richieste, che necessita solo un’editata.
Poi ci metto il mio nome, e lo vendo.
Bello liscio.

Ciò che mi colpì in particolare di quella presentazione, fu il tono con cui la persona che aveva prfogrammato questo software descriveva la propria creazione.
Il concetto reiterato di continuo in quelle due ore era

Pensate a quanti soldi potrete fare, senza bisogno di saper scrivere.

Perché l’idea non era solo quella di presentare il software, naturalmente, ma anche di venderlo.
Un fisso per il programma principale, e un abbonamento annuale per gli upgrade.

Non c’era nulla, in quella presentazione, che facesse riferimento alla possibilità, francamente straordinaria, di avere una macchina che crea storie.
L’unico segno di passione mostrato dalla persona che aveva creato quella macchina era la passione per i soldi.
L’unica considerazione per i lettori era in funzione di quanti quattrini avrebbero pagato.

La frase con cui si apre questo post è presa da Le Argentee Teste d’Uovo, di Fritz Leiber – un romanzo satirico su un futuro in cui la narrativa viene creata dai “mulini”, a partire da input inseriti dagli “autori”, il cui lavoro principale è apparire bene in fotografia e fare cose per comparire negli articoli dei giornali.

Nel 1962, Fritz Leiber vide che l’avidità avrebbe prevalso.
Perché ai vecchi tempi, nella fantascienza, l’idea era che le macchine in futuro si sarebbero sobbarcate tutti i lavori noiosi, lasciando gli esseri umani liberi di dedicarsi all’arte, alla filosofia.

A just machine to make big decisions
Programmed by fellows with compassion and vision
We’ll be clean when their work is done
We’ll be eternally free, yes, and eternally young, ooh

Donald Fagen, I.G.Y., 1982

E invece no.
Che si fotta la filosofia, hanno detto alcuni.
Possiamo vendere l’arte fatta dalle macchine, e non dobbiamo pagarle.
È tutto profitto.
I lavori noiosi possono farli quei disgraziati là fuori, pagati il meno possibile.
E che ringrazino di avere un lavoro.
Se lavoreranno abbastanza duro potranno avere qualche spicciolo per comperare l’arte fatta a costo zero dalle macchine, che noi venderemo loro.
Si fottano la compassione e la visione – noi vogliamo i quattrini!

Leiber lo aveva previsto.

È accaduto, molti anni or sono, con i software di traduzione.
Oh, ve lo garantisco – provare a tradurre un romanzo con Google Translate darà dei risultati fra il grottesco ed il ridicolo, ma la sola comparsa sul mercato del vecchio, orribile Italian Assistant, negli anni ’90, fece crollare le tariffe dei traduttori.
Ora sta succedendo ai grafici.
Presto toccherà agli scrittori.

C’è stata una levata di scudi, si diceva, riguardo all’uso di AI art per le copertine della Tor.
Autori di successo come John Scalzi e Kaitlin R. Kiernan hanno dato disposizioni che i loro lavori non vengano mai pubblicati con illustrazioni generate da macchine.
Hanno il potere contrattuale per farlo.
Ma presto si potrà aggirare il problema pubblicando romanzi composti da macchine a partire da un campione di testi preesistenti. E le macchine non protesteranno per le copertine.

Le AI di scrittura seguirenno le regole del manuale alla lettera, per la gioia dei guru – che non potranno più tenere corsi di scrittura, certo, ma probabilmente si metteranno a vendere software, o corsi di programmazione e machine learning, perché gli eredi di P.T. Barnum cascano sempre in piedi.

E i sostenitori dell’idea che il successo di un testo dipenda dall’editor, e non dall’autore, saranno finalmente vendicati – perché l’unico lavoro disponibile per gli esseri umani, per un po’ almeno, sarà quello di ripulire e infondere un minimo di vita in testi fatti a macchina.
Ma se le regole sono chiare, anche l’editing può essere svolto da un software, per il solo costo dell’energia elettrica necessaria ad alimentare i processori.

È luddismo, il mio?
No.
Le intelligenze artificiali possono fare grandi cose – nella diagnosatica, sia in ambito medico che in ambito ingegneristico. Nella ricerca. Nella risposta alle crisi ambientali che diverranno sempre più frequenti nel nostro futuro prossimo.
Le AI possono fare moltissimo per migliorare la condizione umana.
Ma qui non è di migliorare la condizione umana, che stiamo parlando.
Qui parliamo del solito vecchio problema di cui parlava la buonanima di Harlan Ellison in quel vecchio video che io riposto spesso – pagare l’artista, pagare lo scrittore.

E, per contro, l’idea di massimizzare i profitti pagando il meno possibile il lavoro altrui.

Le macchine non eguaglieranno mai l’immaginazione e la creatività umana, si potrebbe obiettare.
Vero.
O per lo meno probabile, per qualche anno ancora.
Ma siamo interessati, davvero interessati, all’immaginazione, alla creatività ed all’originalità dell’essere umano?
Voglio dire, avete visto queste immagini fighissime di come sarebbe Yojimbo se l’avesse diretto Sergio Leone, o I Sette Samurai se l’avesse diretto John Sturgess?
Pensate che storia, avere la possibilità di leggere un nuovo romanzo proprio come quelli di Stephen King, uno nuovo, ogni anno, per l’eternità, anche dopo che il vecchio imbecille sarà morto e sepolto.
Meglio degli originali.

E quei palloni gonfiati che per anni si sono dati delle arie ed hanno fatto soldi standosene seduti a scrivere e a disegnare dovranno ffinalmente trovarsi un lavoro vero.
Così imparano.

Humans aren’t as you idealized them, Blanda. Humans are dream-killers. They took the bubbles out of soapsuds, Blanda, and called it detergent. They took the moonlight out of romance and called it sex.

Fritz Leiber, The Silver Eggheads, 1962

Dal punto di vista di una persona che invidia profondamente chi è capace a disegnare, che ama leggere, e che si guadagna da vivere scrivendo storie e facendo traduzioni, il panorama è desolante.
Il consiglio che si sente ripetere nei forum delle associazioni professionali di scrittori è di fare cassa e prepararsi a un lungo inverno.

Lo so, è una visione molto pessimistica di ciò che ci aspetta.
Ma a volte è necessario guardare alle meraviglie del progresso con una sana dose di diffidenza, e sperare che queste visioni oscure di avidità rampante e creatività umiliata siano delle self-preventing prophecies.


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Qualcosa, anche se non so ancora cosa

Prepariamoci con buon anticipo – il 15 di gennaio 2023 segnerà il secondo anniversario del ban su Facebook di questo blog.
Saranno due anni, a quel punto, che Facebook sta impedendo, bloccandone la condivisione sulla piattaforma social, che questo blog violi le regole sulla diffusione dell’odio.
Perché è quello che facciamo qui – diffondiamo l’odio.
Le persone che ci hanno segnalati ai Guardiani dell’Ortodossia di Facebook ci hanno segnalati per questo – perché diffondiamo l’odio.

Ora, a me, per il 15 di gennaio, piacerebbe organizzare qualcosa, qui su strategie.
Una specie di festeggiamento, un evento che celebri il fatto che, no, siamo ancora qui, alla faccia di chi ci ha segnalati.

Il problema è che non so ancora esattamente cosa organizzare.
Sono aperto a suggerimenti e proposte.
Credo sarebbe bello fare qualcosa che possa irritare quanto più possibile coloro che hanno segnalato strategie a Facebook.
Il che solleva una seconda questione – se non è per via dell’odio che (a me non pare) diffondiamo, cos’altro ha spinto queste persone a segnalare strategie evolutive?

Ah, domande, domande…

Io però qualcosa per il 15 di gennaio lo devo organizzare.
Qualcosa che diventi un appuntamento fisso, anno dopo anno…
Se avete delle idee, mettetele nei commenti.


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Una vita in Goblin Mode

Come accade da un certo numero di anni, i principali editori di dizionari nel mondo anglosassone hanno votato la loro “parola dell’anno”.
I risultati ottenuti da Oxford e Collins sono particolarmente interessanti.

Per gli editor dell’Oxford Dictionary, l’a parola l’espressione dell’anno 2022 è Goblin Mode:

“un tipo di comportamento che è impenitentemente autoindulgente, pigro, sciatto o avido, tipicamente in un modo che rifiuta le norme o le aspettative sociali”

Il termine ha fatto la sua comparsa nel lontano 2009, ma è diventato popolare dopo il 2020 – e sì, è stata una risposta al lockdown.

Goblin Mode è vivere in pigiama, senza pettinarsi, guardando film sullo stesso PC che usiamo per lavorare, su una scrivania ingombra di tazze sporche, lattine di bibitre usate, al di sopra di un tappeto di sacchetti squarciati di patatine.
In altre parole, la mia vita negli ultimi anni, se ci mettete anche un paio di gatti e pile alte così di libri che periodicamente franano.

Il Goblin Mode ha varie ramificazioni e connessioni con altre pratiche che hanno un nuovo nome nel ventunesimo secolo – come cluttercore, che è l’aspetto tipico del luogo in cui vive chi è in Goblin Mode, probabilmente alcoolizzandosi a basa di quarantini e coronaritas durante le virtual happy hours con gli amici su Zoom.
Una cosa che ho sentito chiamare Aperizoom.
Sì, è orribile.
Ma il Goblin Mode è anche imparentato con lo slow quitting, vale a dire lavorare facendo solo ciò che prescrive il contratto, senza dare quel “qualcosa in più” che al capo piace tanto, e che è diventato qualcosa di dovuto e non retribuito.
Sono segnali che stiamo cambiando – o che siamo cambiati.

Tutto questo assume un significato diverso – non necessariamente migliore o peggiore – quando consideriamo che questi cambiamenti sono una risposta a qualcosa che viene descritto dall’altra parola dell’anno, quella selezionata dagli editor del Dizionario Collins: permacrisis.

È una testimonianza dell’adattabilità del linguaggio, e della nostra specie.
Ed anche un segno che dopo i nerd, ora sono i goblin che hanno vinto.
Ricordatevi che lo avete sentito qui per la prima volta, quando cercheranno di vendervi una maglietta e organizzare una convention…