strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Buio in sala

4 commenti

Un altro libro dal mio scaffale “di quelli che devo ancora mettere a posto”.

Ora, i tenutari di blog intellettuali seri, quelli per bene, quelli a posto, i professionisti, di solito non recensiscono i libri degli amici.https://i0.wp.com/4.bp.blogspot.com/_hh4wCWSJ6w4/SbiQ-A25QXI/AAAAAAAABYQ/TP12DINRWVE/s320/the-dark-screen.jpg
Ed io mi permetto di chiamare amico Franco Pezzini, co-autore con Angelica Tintori (che non ho il piacere di conosccere) del massiccio, scarlatto The Dark Screen, pubblicato da Gargoyle Books.
Dovrei quindi tacere.
Ma io non sono uno di quelli a posto, quindi… The Dark Screen, ladies and gentlemen, ma prima un po’ di pork chop express.

Quelli della mia generazione – e con questo intendo coloro che hanno iniziato a bazzicare il fantastico dagli anni ’70 – danno quasi per scontato, o hanno dato per scontato per molti anni, che insieme con la fruizione del fantastico narrato ci venga anche servita una porzione gratuita di saggistica sul fantastico.
Chi spazzolava gli scaffali delle librerie in cerca dei volumi della Nord, Della Libra, della Fanucci, sapeva che prima del romanzo, prima dei racconti, ci sarebbe stato un bel saggio – dalle tre alle venti pagine, a seconda dei casi – a corollario della narrativa.
Prinzhofer, Valla, Malaguti, Fusco, Pergameno… non li posso ricordare tutti.
E poi c’erano gli stralci di testi di Moscowitz, i gigionamenti continui di Isaac Asimov, le ironiche note di Lyon Sprague de Camp alle storie di Conan…

Si trattava di testi che spalancavano porte – suggerivano altri titoli, altri autori.
Contestualizzando il romanzo alimentavano la passione dei lettori.
Sarei mai andato a leggermi Cabell e Eddison se non li avessi sentiti citare a manetta ogni qual volta si parlava di Lankhmar?
Avrei mai messo insieme decine e decine di libri su Marte senza le introduzioni ai romanzi di Burroughs?
E così via.
Successivamente il mercato si fece più fragile, e le introduzioni – spesso brevissime – assunsero frequentemente toni e finalità meno urbani, divenendo più scopertamente parte del meccanismo di marketing del prodotto-libro.
Ricordo ancora l’irritazione per una breve, supponente introduzione il cui unico scopo apparente era quello di convincermi della bontà a prescindere del romanzo che comunque avevo già acquistato.
Era l’epoca in cui, stizzito, spedii ad un editore una copia del suo ultimo volume pubblicato con gli errori di italiano del traduttore segnati in rosso.
Non ebbi mai riscontro.
Oggi mi dicono che NON è un bel modo per farsi un nome come traduttori.

Ma dicevamo…
Abituati ad avere una badilata di cultura insieme col nostro infantile intrattenimento (al liceo le ragazze leggevano tutte Hesse e se tu leggevi Poul Anderson o Jack Vance ti snobbavano duro), noi di quella generazione ci buttamo a pesce sui saggi dedicati al fantastico – il grande Un Miliardo di Anni di Brian Aldiss, la pur faziosissima Guida alla Fantascienza di Asimov, La Morfologia della Fiaba di Propp, Visitatori Notturni della Briggs…
Nel corso degli anni ho messo insieme una bella scaffalata di testi critici sulla letteratura fantastica, forse l’unico tipo di lettura che mi dia tanto piacere e divertimento, e negli stessi dipartimenti, quanto la lettura del fantastico.
Clute & Nichols, Kim Newman, Michael Moorcock, John Grant, S.T. Joshi, Darrell Schweitzer, Harlan Ellison…
Ed in fondo è per questo che divento cattivo e irritabile quando un ragazzino viene a sventolarmi il suo astuccio penico intellettuale sotto al naso sparando scemenze sulle radici celtiche del fantasy, sul valore relativo di aggettivi o sostantivi nella scrittura o su qualsivoglia altro argomento di cui egli abbia deciso di essere esperto.
Ma te lo sei letto The Jewel-Hinged Jaw, di Delany, o Wizardry & Wild Romance, di Moorcock, sul linguaggio del fantastico?, mi viene voglia di chiedergli.
Ma te lo sei letto The Discourse of Foxes and Ghosts, di Leo Tak-hung Chan?
Poi mi dicono che sono snob.
Donne sconosciute mi danno del fallito su blog altrui.

Tutto questo per arrivare a The Dark Screen, dell’accoppiata Pezzini & Tintori.
Che si appropria della freschezza della saggistica anglosassone pur restando un prodotto assolutamente nostro.
Il saggio – colossale, nelle sue 700 pagine – non ha secondi fini, non è vuoto sfoggio di erudizione e non è marketing.
Gli autori non sono imbarazzati nel dover a volte calarsi nelle più strane paludi cinematografiche (delle quali Vampyros Lesbos non rappresenta neanche il fondo), ed al contempo non stanno cavalcando una moda – non vogliono esaltare o colare a picco Twilight o Buffy o Blade più di quanto non vogliano beatificare Bram Stoker o Udo Kier.
Questo libro non ha una tesi da far passare, non ha un prodotto da vendere, non ha una bandiera da sventolare – gli autori sono completamente al servizio dell’argomento che hanno deciso di trattare, e che evidentemente li appassiona.
È questo equilibrio perfetto fra erudizione e intrattenimento, fra profondità di analisi e vastità di ambiti analizzati, fra rigore e passione,  che rende The Dark Screen, uscito nel 2008, un saggio senza tempo, capace di fornire una panoramica a tal punto esaustiva, oggettiva ed al contempo rispettosamente divertita del genere, da poter entrare a pieno titolo in quella linea di saggi imprescindibili ai quali accennavo.
Quelli con cui noi siamo cresciuti.
Piacevoli da leggere, fondamentali per capire.
Saggi che ti spalancano porte, ti rivelano angoli inesplorati, ti fanno chiedere ancora, di più – ti trasformano da fan in appassionato.
D’ora in avanti, non si potrà più parlare di cinema di vampiri se non si sarà letto questo libro.
E anche solo dire “Dracula”, senza Pezzini & Tintori alle spalle, sarà un gesto di suprema arroganza.
Con The Dark Screen, il classico The Vampire Movie, di Silver & Ursini, può essere finalmente mandato in pensione – e con lui molti altri testi.

Per ciò che riguarda l’oggetto-libro, l’edizione Gargoyle è un solidissimo rilegato rigido, stampato bene su carta buona; spero nessuno si offenda se dico che lo preferisco senza sovracoperta – nero e senza compromessi come il monolito di 2001.
Ottimo l’apparato iconografico – essenziale ma esaustivo, vera galleria di alcuni dei migliori (e più improbabili – David Niven!) Dracula dello schermo.
Ampia la filmografia, succosa la bibliografia.
Fantastico il prezzo – neanche venti euro.

La quarta di copertina cita Alan D. Altieri: “Negli Stati Uniti, gli autori di un’opera come questa riceverebbero una cattedra onoraria a Yale…”
Amen.

Perciò, ok, Franco Pezzini è amico mio, ed il suo libro è grande.
Fatemi causa.

O se volete sentire Altre Campane…

Andrea Bonazzi
Elvezio Sciallis
HorrorMagazine
BooksBlog.it
Gli Autori intervistati da Danilo Arona
Franco Pezzini intervistato da Elvezio Sciallis

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Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

4 thoughts on “Buio in sala

  1. Potrei solo aggiungere a quanto giustamente fai rilevare che meriterebbero una nota a parte i titoli di capitoli, paragrafi e sottoparagrafi in cui il ponderoso tomo è articolato: tutto un fuoco di fila di deliziose e colte arguzie che ci restituiscono in toto l’ironia discreta dei due autori (io ne conosco uno, che però può certo far fede anche per l’altro)… semplice editing, d’accordo, ma… ex ungue, leonem…

  2. “Swinging Dracula”… 😉
    Gli anglosassoni direbbero tongue-in-cheek.

    Il che mi porta ad aggiungere un dettaglio che forse non ho sottolineato abbastanza – il libro è scritto benissimo.

  3. Gia’, cio’ mi ricorda che devo provvedere a procurarmelo al piu’ presto…

  4. Pingback: Buio in sala « strategie evolutive

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