strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Donne con la spada

Cominciamo col citare il poeta

I never thought I could handle
A girl with guns
And let me tell ya
You can bet that I’m not the only one (oh no…)

Tommy Shaw, Girls with Guns, 1984

Ricordo ancora, con non poco divertimento, il coro globale di risate quando nel 2020 Andrew Klavan, un tempo competente autore di thriller riciclatosi in editorialista, espresse il suo parere su The Witcher.

“Sono stato immediatamente scoraggiato dal fatto che c’è una regina in questo telefilm che combatte come un uomo. Ci sono un paio di scene in cui le donne combattono con le spade. E odio queste scene, perché nessuna donna può combattere con le spade. Zero donne possono combattere con una spada”.

E chissà poi perché.
L’editoriale di Klavan destò l’ilarità di una quantità di donne che praticano l’HEMA (Historical European Martial Arts), con commenti tra l’allibito e lo sprezzante. E non furono solo le donne a definire la posizione di Klavan “bullshit”.

Senza andare a scomodare Bradamate e l’Ariosto, la letteratura è costellata di donne con la spada.
E anche la nostra storia, il mondo reale, ce ne offre una buona selezione.
È noto che su questo blog abbiamo una dichiarata ammirazione per Julie d’Aubigny, nota come la Maupin, che a cavallo fra diciassettesimo e diciottesimo secolo si guadagnò da vivere come duellante a pagamento, mentre nel tempo libero cantava l’opera (era un’eccellente contralto) e seduceva novizie in convento. Era solita affrontare anche due o tre avversari alla volta.

Nell’ambito della letteratura fantastica e avventurosa, naturalmente, Robert E. Howard fu in prima fila con le donne guerriere – Bélit e Valeria nelle storie di Conan, e come non finiranno mai di ripeterci, Red Sonya di Rogatino … alla quale si ispirarono molto liberamente in casa Marvel per creare Red Sonja (con la J e non con la Y).
E qui c’è un dettaglio interessante – Red Sonya, con la Y, è la protagonista di Shadow of the Vulture, un racconto storico ambientato nel quindicesimo secolo, e senza alcun elemento fantasy.
Venne pubblicato nel numero del Gennaio 1934 di Magic Carpet – una rivista di buona qualità che pubblicava narrativa di ambientazione esotica, indipendentemente dal genere, e sarebbe poi confluita nella gemella Oriental Stories. Rispetto a Weird Tales, Magic Carpet e Oriental Stories pagavano meglio (o se non altro regolarmente). Ma dopo la sua uscita nell’Ombra dell’Avvoltoio, Red-Sonya-con-la-Y non ebbe altre avventure.
Nel settembre del 1973, Roy Thomas adattò Shadow of the Vulture per farne una storia di Conan, e la Y divenne una J – e Sonja si guadagnò il suo famigeratissimo bikini blindato e successivamente una serie tutta sua. E persino dei romanzi, scritti dal bravo Richard Tierney. Ed è Red-Sonja-con-la-J quella che si ricordano tutti.

Ma c’è un’altra donna coi capelli rossi e una spada, nel catalogo di Howard, ed è Dark Agnes de Chastillon e de la Fere.
Ambientate nel 16° secolo in Francia, le prime due storie di Agnes – Sword Woman e Blades of France – sono due avventure storiche, che tracciano l’origine e le prime imprese di una giovane donna che, sfuggita a un padre violento e ad un matrimonio combinato, diventa un capitano mercenario. Non hanno alcun elemento fantasy.
La terza storia – che Howard non completò – si intitola Mistress of Death, ed è un fantasy, con tanto di stregone non-morto e altre amenità. Non è la migliore delle storie di Howard, né di quella completate da altri (in questo caso da Gerald W. Page).
Nessuna delle tre storie vide la pubblicazione prima degli anni ’70 (motivo per cui posso darvi il link a Shadow of the Vulture, che è di dominio pubblico, ma non a quelle tre).

Ora, la domanda è – perché nessuna delle due storie complete di Dark Agnes vide la luce?
Come abbiamo detto, ad Howard non sarebbe dispiaciuto piazzare più storie su Flying Carpet/Oriental Stories, o meglio ancora su qualcosa come Adventure – riviste di maggior prestigio rispetto a Weird Tales, che pagavano meglio e pagavano in orario (alla sua morte, Howard era in attesa di ingenti pagamenti arretrati da Weird Tales). Da qui la genesi del personaggio.
Tuttavia, la reazione del pubblico a Shadow of the Vulture – un buon racconto, per gli standard di Howard – fu per lo meno ambivalente; la storia piaceva, ma c’era un dettaglio che a un sacco di lettori non andava giù: una donna con la spada in una ambientazione storica.
Perché OK Bélit, regina dei pirati e unica donna capace di tenere testa a Conan … ma quella era Weird Tales, e Queen of the Black Coast era un racconto fantasy.
Sword Woman e Blades of France erano avventure storiche. E molto più di Shadow of the Volture mostravano una donna estremamente diversa dagli standard dell’epoca.
Per questo, a detta di alcuni critici, le due storie vennero rifiutate, ed Howard mise perciò mano, riciclando il personaggio, ad una storia fantasy, in cui una donna con la spada – e leggermente meno “estrema” nel suo distribuire calci in culo – sarebbe stata accettabile. Quasi un rip-off di Jirel di Joiry, altra donna con la spada, creata da Catherine Lucille Moore a partire da The Black God’s Kiss, in Weird Tales, nell’ottobre del ’34.

Le tenebre si chiusero su di lui prima che Howard potesse completare e vendere Mistress of Death.

Mi sono spesso domandato se la Mistress of Death di Howard abbia avuto una qualche influenza su Raven, Swordmistress of Chaos, eroina di una serie di romanzi decisamente pulp – e scollacciatissimi (erano dopotutto gli anni ’70/’80) – pubblicati da Angus Wells e Robert Holdstock sotto allo pseudonimo di Richard Kirk. Le storie devono di più a Michael Moorcock che non a Bob Howard, e Raven ha più elementi in comune con la Red Sonja di Richard L. Tierney che con Dark Agnes, ma il titolo di (Sword)Mistress mi ha sempre suggerito un legame con quella storia incompleta e quella serie dimenticata.
E comunque Raven era certamente una donna con la spada – per quanto limitata a un mondo fantasy molto “moorcockiano”.

Ma negli anni ’70 e ’80 di donne con la spada, nel fantasy, ce n’erano parecchie.
La mia preferita rimane probabilmente White Raven (un nome diffuso, apparentemente, Raven), nelle storie di Mary Gentle che si aprono con Rats & Gargoyles. La Gentle, che più tardi ci avrebbe anche dato Ash – A Secret History (in cui fa una comparsata anche Dark Agnes), oltre ad essere laureata in storia militare, è anche una praticante della scherma rinascimentale. Una donna con la spada che scrive di donne con la spada.

E tuttavia, nell’arco degli ottant’anni trascorsi dalle prime avventure di Sonya e Agnes, le cose apparentemente sono peggiorate nell’immaginario in cui ci muoviamo – Klavan infatti non solo nega che le donne possano combattere con la spada nel mondo reale (una baggianata), ma anche che non possano farlo in un mondo immaginario in cui operano le leggi della magia.
Possedere organi riproduttivi interni, apparentemente, è condizione sufficiente al non saper combattere.

E ora, a causa di questa deriva, durante il weekend, un telefilm fantasy ha ha obbligato una parte del pubblico a ricorrere ai sali, mostrandoci Santa Galadriel Vergine e Martire che combatte, usando due spade, contro tre avversari (la Maupin approverebbe).
Impossibile ed inammissibile, “sbagliato”, un insulto all’anima di Tolkien.

Troppa azione e troppa violenza, per alcuni.
Gli elfi sono notoriamente eterei, pacifici e e non violenti – e soprattutto Galadriel, che vediamo per cinquanta pagine ne Il Signore degli Anelli, mentre intrattiene i suoi ospiti e – incidentalmente – minaccia di prendere il potere e diventare una regina malvagia. Però niente spade in quelle cinquanta pagine, non se ne vede l’ombra, quindi spade per Galadriel mai, per tutta la durata millenaria della sua esistenza … men che meno due, in dual wield, con tre avversari. Chi si crede di essere, Red Sonja?
La tesi di partenza, a difesa di questa indignazione, è sempre la stessa – che da nessuna parte nell’opera di Tolkien si dice che Galadriel sapesse usare le armi … tranne in quel brano in cui si dice che combatté e guidò eserciti, ma quello, dovete capire, è solo metaforico, un po’ come Elisabetta Tudor in armatura che infiamma le sue armate con un bel discorso. Ma impugnare un’arma per davvero, e combattere,e magari anche vincere? No no no, assolutamenteno.
E comunque no, indipendentemente dai documenti e dalle fonti, il punto è che una donna con due spade non può affrontare tre uomini e vincere.
Perché le donne con la spada non esistono.
Neanche nel fantasy.
A meno che non indossino un bikini di metallo.

Ed io mi domando se alla fine non sia la stessa storia delle ragazze con la pistola di Tommy Shaw.
Un sacco di gente ne è spaventata.

Spiegaglielo tu, Tommy…




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Santa Galadriel, Vergine e Martire

Questo non è il post che avrei voluto fare.
A dire il vero non avrei proprio voluto farlo – quel (poco?) che ho da dire sulla serie di Amazon Prime lo dirò, se sarà il caso, nel podcast Chiodi Rossi, dove pare che a furor di popolo io e Germano Hell Greco dovremo occuparci della serie.

Però però però… mi è capitata sotto agli occhi una cosa che mi ha spinto a meterci giù un post cotto e mangiato – post che non potrò condividere, e quindi poco più che un futile esercizio di auto-gratificazione.
Ma ci sono momenti in cui non possiamo solo tacere e permettere alle sciocchezze di diffondersi liberamente. Qualche persona in buona fede potrebbe venire ingannata da un cialtrone che se la spaccia per i propri scopi, e questo non sarebbe giusto.
Dobbiamo fare qualcosa, per quanto possa essere poco, e inutile.

Per cui OK, io dovrei essere al lavoro su una traduzione, e invece sono qui… a tradurre.
E traduco solo perché sottomano ho il testo in originale (ma sono quasi certo sia uscito anche in italiano).

Ma andiamo con ordine. Riassunto delle puntate precedenti…

1 . è uscita una serie molto liberamente tratta dalle sole appendici a Il Signore degli Anelli

1 b . appendici i cui diritti sono stati legalmente ceduti per 250 milioni di dollari dagli eredi di Tolkien, che supervisionano la produzione

2 . la serie si svolge nella Seconda Era (il romanzo principale si svolge nella Terza)

3 . uno dei personaggi è Galadriel, che esordisce facendo a cazzotti con un bullo da ragazzina, e procede diventando una cacciatrice di orchi ossessionata dall’idea di affrontare Sauron. In una bella sequenza pre-titoli, la vediamo affrontare e uccidere un troll, e poi si ribella all’autorità – tutto nel primo episodio.

E questo, signora mia, no no no, ma quando mai. Galadriel, io la conoscevo bene!
Galadriel la leggiadra e verginale signora del bosco, che mai e poi mai avrebbe impugnato una spada, dio, così si manca di rispetto all’opera del grande J.R.R. Tolkien, e tutto per questa storia dell’empowerment, mio dio che schifo! La mia Galadriel era buona e gentile e mai avrebbe fatto a pugni da ragazzina, figurati accoppare un troll!

E c’è persino chi è andato a scomodare i sacri testi del professor Tolkien per segnalare come il personaggio apparso su Prime sia una oscena perversione di un personaggio assolutamente diverso, che sulla pagina non ha mai combattuto, e mai impugnato una spada. Mai, in nessuno degli scritti originali.

E… No, mi dispiace.

Per dire… (scusate se mi perdo di strada qualche dieresi, vado di fretta)

Era orgogliosa, forte e di volontà indipendente, come erano tutti i discendenti di Finwe con l’eccezione di Finarfin; e come suo fratello Finrod, di tutti i suoi parenti il più vicino al suo cuore, sognava terre lontane e domini che potessero essere suoi da comandare come voleva senza supervisione. Eppure ancora più in profondita in lei dimorava il nobile e generoso spirito dei Vanyar, ed una reverenza verso i Valar che non poteva dimenticare. Fin dai suoi primi anni mostrò un meraviglioso dono di intuizione per i pensieri altrui, ma li giudicò con misericordia e comprensione, e non negò il proprio supporto a nessuno fuorché a Feanor. In lui percepiva un’oscurità che odiava e temeva, anche se non percepiva che l’ombra dello stesso male era calata sulle menti di tutti i Noldor, e sulla sua.
E così accadde che quando la luce di Valinor si spense, per sempre come pensavano i Noldor, ella si unì alla rivolta contro i Valar che avevano ordinato loro di rimanere; ed una volta messo piede sulla strada dell’esilio non si fermò, ma rifiutò l’ultimo messaggio dei Valar, e cadde sotto il Fato di Mandos. Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro. Il suo orgoglio non le permetetva di tornare, supplicante sconfitta in cerca di perdono; ma ora bruciava del desiderio di seguire Feanor con la propria rabbia fino a qualunque terra egli avesse raggiunto, e di ostacolarlo in ogni maniera che le fosse possibile. L’orgoglio l’animava ancora quando, alla fine dei Giorni Antichi dopo la sconfitta finale di Morgoth, ella rifiutò il perdono dei Valar per tutti coloro che avevano combattuto contro di lui, e rimase nella Terra di Mezzo. Non fu che dopo il passaggio di altre due lunghe ere, quando tutto ciò che aveva desiderato in gioventù venne a lei, l’Anello del Potere ed il Dominio della Terra di Mezzo che aveva sognato, che la sua saggezza fu matura, e rifiutò tutto quello, ed avendo superata l’ultima prova, lasciò per sempre la Terra di Mezzo

J.R.R. Tolkien, The History of Middle-earth XII: The Peoples of Middle-earth, Chapter XI “The Shibboleth of Fëanor” (Galadriel)

Così, con buonapace dei #massimiesperti padroni del fantasy.

Lasciamo agli studenti la discussione di come il personaggio di Galadriel, ne Il Signore degli Anelli, non sia un personaggio assolutamente, completamente e monoliticamente (quanti avverbi, il chiaro segno del pessimo scrittore!) positivo.

Ed ora torno a tradurre qualcosa per cui io venga pagato.


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Pochi, e non necessariamente fortunati

Per fare i compiti per l’ultima puntata di Paura & Delirio – dedicata ad Aliens, di James Cameron – sono andato a rileggermi, fra le altre cose, un vecchio articolo di David Drake. È così che ho scoperto che Drake si è ritirato – ha smesso di scrivere, per motivi di salute sulla natura dei quali possiamo speculare, ma non sarebbe elegante. Classe 1945, David Drake ha ormai 77 anni, e da tempo si limitava a stilare outline dei suoi nuovi lavori, e poi a fare l’editing di manoscritti preparati da altri – un po’ come James Patterson di cui si parlava qualche giorno addietro. Ora non farà più neanche quello.

Drake è considerato da più parti l’uomo che ha inventato, con la sua serie degli Hammer’s Slammers, la fantascienza militare moderna – contrapposta a quella “classica” che fa capo a Robert A. Heinlein ed al suo Fanteria dello Spazio. La SF militare, naturalmente, esiste da molto prima – La Guerra nel Ventesimo Secolo, di Robida, è del 1883, La Guerra dell’Aria di Wells del 1907. Ma si tratta ancora di lavori a metà strada fra la narrativa e la futurologia, spesso con intenti propagandistici. Per cominciare a fare sul serio, per cominciare ad essere genere a se stante e non una costola pendula della space opera di Jack Williamson e Edmond Hamilton, la SF militare deve aspettare il 1959, e Heinlein.

E qui è il caso di aprire una piccola parentesi – cos’è la fantascienza militare?
Per definire il sottogenere serve una definizione operativa – non necessariamente l’unica possibile, ma che delimiti il campo; la mia definizione è

fantascienza militare è una storia di fantascienza che descrive in dettaglio la vita e le esperienze di individui all’interno di una struttura militare, ed impegnati in un conflitto

Per me funziona perché esclude ad esempio Star Trek – i cui protagonisti sono militari in uniforme, ma che solo occasionalmente si occupa in dettaglio di guerra guerreggiata – o i due film tratti da La Guerra dei Mondi – che narrano, sì, un conflitto e un’invasione, ma dal punto di vista di civili sbandati. Il fatto che ci sia una guerra non basta. È poi necessario mantenere un certo margine di flessibilità – nonostante la presenza della Godzilla Defence Force, i film classici di Godzilla non sono SF militare, ma Pacific Rim potrebbe esserlo.

Ma tornando alla SF militare classica, si tratta, a questo punto, di un sottogenere figlio da una parte della visione politica di Heinlein, e dall’altra, più in generale, della Seconda Guerra Mondiale. L’idea di base, che le uniche persone competenti e disciplinate abbastanza da affrontare una crisi siano i militari, perché la politica è sbandata, corrotta e imbella, deve molto al secondo conflitto, al primo ministro Chamberlain che torna da Monaco e annuncia alla popolazione britannica che “il signor Hitler mi ha garantito che la Germania non vuole la guerra” – è il settembre 1938.

Per vent’anni, dopo Fanteria dello Spazio, gli unici in grado di risolvere i problemi saranno i militari, e la guerra sarà la soluzione più rapida dei problemi stessi.
Di più – le forze armate saranno l’unica vera spina dorsale della società: chi non fa il militare non ha diritto di cittadinanza.
È interessante notare che Fanteria dello Spazio è l’opera di un uomo educato in accademia militare, ma che non ha mai visto il servizio sul campo, e che è interessato principalmente a spingere una certa serie di idee politiche.

Ma negli anni ’70 le cose cambiano – e se Joe Haldeman, tornato dal Vietnam, scrive Guerra Eterna che è una critica ferocissima al lavoro di Heinlein (che verrà anche sbeffeggiato da Harry Harrison in Bill l’Eroe Galattico), è Drake – anche lui fresco di due anni di servizio in Vietnam e Cambogia – che cambia davvero le regole del gioco.

Un autore che ha esordito nell’horror, pubblicando per Arkham House quando era ancora studente – con una laurea in storia – Drake non ha una particolare simpatia per Heinlein, ma non vuole sbeffeggiarlo o capovolgerlo. Non ha bisogno di capovolgerlo, perché in effetti vuole scrivere storie che descrivano correttamente cosa sigtnifichi trovarsi in combattimento.
Che trasmettano al lettore l’idea che la guerra non è bella e buona.
I racconti degli Hammer’s Slammers, che lo renderanno infinitamente popolare – per lo meno con una certa fetta del pubblico – sono perciò storie di fantascienza, ma anche storie dell’orrore. Perché l’orrore è tutto ciò che una persona sana di mente può provare sul campo di battaglia.

La guerra non è più la soluzione – non la soluzione che funziona, per lo meno – e la struttura militare non è più composta da ufficiali ipercompetenti e capaci di affrontare qualunque minaccia. Nelle storie di Drake gli alti comandi sono pericolosi almeno quanto il nemico, e tutto ciò che resta agli uomini e alle donne sul campo è lo spirito di corpo. Già membro di una unità meccanizzata, Drake descrive le vicende di una unità meccanizzata – non grandi battaglie spaziali, ma brevi e brutali scontri sulla superficie di pianeti dei quali a stento si conosce il nome.
Non la disciplina, non la competenza, non lo spirito marziale, ma il rapporto di fiducia che si viene a creare fra persone disparate e disperate, consapevoli di dover contare le une sulle altre per portare a casa la pelle.

Con buonapace di Enrico V e di San Crispino, i soldati sono pochi, sì, ma non fortunati – e chi si è perso la battaglia non ha motivi al mondo per considerarsi meno di un uomo.

E se è vero che gli anni del reaganesimo porteranno una certa fantascienza militare a riscoprire radici heinleiniane (sto guardando te, Jerry Pournelle), è anche vero che dopo David Drake e dopo gli Slammers sarà molto difficile vendere la retorica dell’amore per la battaglia.

E qui potremmo prenderci un secondo per prendere atto del ritorno di questo tipo di retorica, negli ultimi mesi, con la trasformazione in esperti di geopolitica e strategia militare di personaggi che fino a pochi giorni prima postavano reazioni ai nuovi episodi di Stranger Things.
Qualunque cosa per un pugno di like.
Ma non lasciamoci distrarre.

Forse solo Gundam, di Youshiyuki Tomino, ha avuto un effetto altrettanto dirompente sul sottogenere della SF militare quanto le storie di David Drake.

I Marines Coloniali di Jim Cameron sembrano usciti dalle pagine di una storia di Drake (ed uno di loro si chiama Drake), ma anche i bastardi duri a morire e ipercompetenti che accompagnano Dutch Schaefer nella foresta tropicale a incontrare Predator sono figli degli Slammers, non certo di Heinlein.

Gli daranno del militarista – e Bruce Sterling descriverà Drake come uno dei dinosauri contro i quali si sta sollevando il cyberpunk.

Forse è per questo che da noi in Italia David Drake non ha mai avuto grande fortuna – siamo ancora congelati ai tempi del cyberpunk.

Ed ora ha smesso di scrivere, David Drake.
Come accennato nell’episodio di Paura & Delirio, chi fosse interessato può fare un giro su Amazon, dove è possibile scaricare gratis The Tank Lords – primo volume della versione “definitiva” delle storie degli Hammer’s Slammers – e With the Lightnings – primo volume della serie dedicata al tenente Leary, e che è forse più space opera che SF militare (e che francamente a me piace moltoi di più degli Slammers). Anche gli altri volumi disponibili gratuitamente sono interessanti – sia la space opera planetaria di Seas of Venus che i racconti quasi-folk-horror di Old Nathan.
Perché in fondo è questo il bello dello scrivere – anche quando smetti, ciò che hai fatto, con un po’ di fortuna, rimane.

E non vi metto neanche i link commerciali – perché sui libri gratis non ci vedrei un centesimo.
Ma il motore di ricerca di Amazon è vostro amico.



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Tutto, Ovunque, Contemporaneamente

Wikipedia, che sto consultando per avere a portata di mano i nomi delle persone coinvolte, mi dice che Everything, everywhere, all at once, è una absurdist comedy-drama.
E chi sono io per dubitarne?
Però il film dei Daniels non è poi così assurdo – ed è anche un film di fantascienza che mette in campo delle ottime idee. Ed è anche un film di arti marziali, e un dramma familiare.
È anche, per il momento, e per quel che mi riguarda, il miglior film dell’anno.
Un film che ti coinvolge emotivamente con una scena su due sassi, deve essere per forza il film migliore dell’anno.
Una scena muta, su due sassi. Perché sono sassi, giusto?

Riassumere la trama potrebbe essere complicato.
Cominciamo col dire che questo è un film di due ore e venti, e non c’è un singolo minuto sprecato.
Evelyn Quan Wan (Michelle Yeoh) gestisce una lavanderia a gettone e ha un sacco di problemi – tasse inevase, difficoltà di comunicazione con il marito e la figlia, un padre invadente. La sua vita sta andando a rotoli, e il suo matrimonio sta per finire.
Evelyn è anche l’unica persona che possa salvare il multiverso, come la informa la variante parallela di suo marito Waymond. Essendo una persona estremamente mediocre che ha fallito in tutto ciò che ha provato a fare, Evelyn è infatti nella posizione ideale per shiftare lungo i percorsi delle mille vite alternative che avrebbe potuto vivere se fosse andata diversamente.

La prima sensazione, nell’avvicinarsi a Everything, everywhere, all at once, è quella di essere sopraffatti. I primi dieci minuti ci rovesciano addosso senza filtro la vita quotidiana di Evelyn, ed è facile capire come lei si possa sentire soffocata da questo carico continuo di responsabilità e richieste, e dal senso di non sapere cosa stia succedendo.

Poi la situazione si fa molto più frenetica, e molto più difficile da capire.

Il che non vuol dire che questo sia un film confuso – nel momento in cui ci tuffa nell’esistenza della protagonista, il film non ci abbandona mai. Sappiamo sempre dove siamo, e cosa sta succedendo.
Dobbiamo solo cercare di mantenere in movimento tutte quelle parti diverse.

E sì, il film è selvaggiamente citazionista – c’è la sequenza “alla maniera di Jackie Chan”, c’è la sequenza “stile Shaw Brothers”, c’è la sequenza “alla Quentin Tarantino”, la sequenza “alla maniera di Wong Kar Wai.”
C’è persino un feroce sberleffo alla buonanima di Stanley Kubrick.
Ma io credo sarebbe sbagliato dare troppo peso al citazionismo.
Questo film non è bello perché i due registi e sceneggiatori clonano perfettamente la fotografia di Christopher Doyle.
Non è geniale perché riporta sullo schermo Ke Hui Quan, che dopo The Goonies l’avevamo perso di vista.
Non è il più grande film di tutti i tempi per la scena col volpino pomerania.

Sono tutti dettagli interessanti, certo, e divertenti, e Ke Hui Quan è un attore fantastico, ma questo film sarebbe nulla senza i temi che tratta, ed il modo in cui li tratta.

Perché è bello vedere un film, nel 2022, che affronta quella che alcuni hanno definito “l’era del sentirsi sopraffatti” (the age of overwhelm), mettendo sui piatti della bilancia le nostre risposte, a questo senso di inadeguatezza universale – l’ansia, il cinismo, il nichilismo, il senso del dovere, la gentilezza.

Per cui alla fine è anche un film filosofico, Everything, everywhere, all at once.
E ci sta, perché è un film di fantascienza, fatto bene.
E c’è chi può discutere meglio di me della regia, della fotografia, del montaggio e della colonna sonora – che sono tutti ottimi, e mi fermo qui.
Ed il cast, che è meraviglioso.
Per il momento, questo è il miglior film del 2022, ed un film molto difficile da battere.


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Cose morte

Ai tempi dell’università avevo un’amica che credeva che This is Spinal Tap, il rockumentary diretto da Rob Reiner, fosse un vero documentario su una vera band.
Un giorno o l’altro dovremo parlarne.

E io in questi giorni mi sono ritrovato a pensare spesso agli Spinal Tap, e in particolare al loro secondo batterista, Eric “Stumpy Joe” Childs, che suonò con la band fra il 1966 ed il 1967, e poì morì soffocato nel vomito di qualcuno.
Non sappiamo con precisione di chi.
Probabilmente non il suo.
Il problema naturalmente è che non si possono prendere le impronte digitali, sul vomito.

Io mi sento un po’ come Stumpy Joe Childs ogni volta che esce una nuova stagione di Stranger Things.
(ma non è diverso quando compare un nuovo prodotto di un altro franchise, che sia Star Wars, Star Trek o qualche serie a fumetti)
Mi sento come se qualcuno avesse consumato in maniera bulimica il mio passato, ed ora me lo stesse rigurgitando addosso, con l’intento di affogarmi.

Scopro, in questi giorni, che nella poltiglia acida e maleodorante nella quale rischiamo di sprofondare a questo giro ci sono, tra gli altri, Kate Bush (“una cantante dimenticata, tornata in classifica grazie a Stranger Things”) e il mio vecchio amico Vecna.

Beh, OK, forse “amico” non è la parola giusta, per Vecna.

“Ma non lo avevamo già ammazzato una volta, ‘sto tizio?”
“Sì… a Ravenloft, mi pare.”
“Persistente figlio d’una monaca.”

E qui potrei perdermi nei meandri della memoria, andare a tirar fuori la cassa coi supplementi di Planescape, e ricordare su quale semipiano dimenticato abbandonammo i resti bruciati di Vecna (“Tanto prima o poi ce lo ritroveremo fra i piedi”), ma non intendo farlo – sono gli effetti psichedelici dell’ondata di rigurgito. Se vogliamo evitare di affogarci come il povero Stumpy Joe, dobbiamo restare lucidi.

Certo, io non sono il target di questa marea di rigurgito multicolore.
Io quegli anni li ho vissuti, ho giocato quei giochi, e decine di altri, ascoltato quelle canzoni, e migliaia di altre.
That was then, this is now.

Ma ciò non significa che gli spruzzi di rigurgito non possano raggiungermi, e inzaccherarmi le scarpe, se non tapparmi l’esofago e la trachea.
E sono stanco che il mio passato mi venga riproposto, opportunamente editato, semplificato, edulcorato e drammatizzato, al fine di vendermi magliette, pupazzi della Funko e altri gadget inutili. Sono stanco di sentirmi spiegare da sconosciuti con metà dei miei anni chi fosse Kate Bush, quali fossero i poteri e le caratteristiche esatte di Vecna, come si gioca “nel modo giusto” a D&D, quanto strani e meravigliosi fossero gli anni ’80.

Non è una novità, questa pratica di riciclare il passato per farne qualcosa di nuovo – è in effetti ciò che un sacco di artisti hanno fatto nel passato, ciò che l’Homo sapiens fa da tempo immemore, probabilmente da prima di essere sapiens.
Ma ci mettevano qualcosa di loro, qualcosa di diverso.
Vecna, in effetti, è un ottimo esempio di ciò che sta accadendo: una nota a margine in un manuale degli anni ’70 che iterazione dopo iterazione evolve, ritorna, cambia, si ripresenta, viene abbattuto e risorge in qualche forma diversa, ma restando sempre uguale a se stesso.
Vecna, naturalmente, è una incarnazione del male.
Uno che trafficava in cose morte.
Non è orribile, che l’attuale stile di produzione dell’intrattenimento ne ricalchi i modi e le dinamiche?

Perché questo riciclaggio dell’immaginario del passato – ma solo l’immaginario vendibile, mi raccomando, solo l’immaginario che è “dimenticato” solo sulla carta, solo l’immaginario di cui possiamo proporre una ristampa, un poster, un pupazzo – è un’operazione talmente cinica e spudorata, che l’anima di questi oggetti che vengono isolati e riproposti viene strappata e distrutta, annientata e consumata.
Non si genera nulla di nuovo, non si impone alcuna nuova direzione a qualcosa di già vistoe già fatto.
Si riduce tuitto a un nome, a una lista di nomi che si possa sgranare come un rosario per dimostrare di essere quelli giusti (sì, sto guardando te, Ready Player One, inutile e sopravvalutato spreco di carta e inchiostro).
Il futuro è un eterno presente popolato di consumatori che rimpiangono un passato che non è mai esistito, e acquistano prodotti per validare la propria identità.

Una fine che neppure quel vecchio bastardo di Vecna ha mai meritato.

Un mainstream che si crede nicchia, perché le nicchie sono infinitamente più cool del mainstream.

E questo è più o meno il punto in cui un arrogante imbecille mi dice “OK, boomer!” e poi mi spiega che lui ha tutti i 45 giri dei New Originals, che era il vecchio nome degli Spinal Tap.
Li ha comprati dal sito ufficiale della band, dove ha anche comprato le action figures.

E di chi è la colpa di tutto questo?
Non lo sappiamo.
Non si possono prendere le impronte digitali sul vomito.
Ma possiamo farci un paio di idee usando altri metodi di analisi.


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Un fuoco sconosciuto

Non quello dei Blue Oyster Cult, ma quello di Cass Morris.

Nel senso che ho messo le mani su un romanzo fantasy storico intitolato From Unseen Fire, scritto dall’americana Cass Morris, e lo sto leggendo. I fantasy di ambientazione romana non sono poi tantissimi, per cui la cosa mi incuriosiva. Pubblicato da DAW Books nel 2019, primo di una serie della quale è giù uscito il secondo volume, per ora il romanzo della Morris pare una cosa competentemente scritta e con un paio di buone idee, ed una trama che ci trascina avanti – e una volta finito metterò su una recensione su Binario Morto.

Ciò che mi interessa discutere qui, nel frattempo, è il disclaimer con il quale si apre il libro.
Dopo averci detto che ha fiducia nelle capacità di noi lettori di conoscere i propri limiti, l’autrice ci tiene a informarci che il romanzo contiene

  • alcuni casi di violenza, spargimento di sangue e morte, nel contesto di guerre e combattimenti
  • una breve scena di violenza sessuale, abuso emotivo, infedeltà coniugale e le conseguenze a lungo termine dell’aggressione sessuale
  • rappresentazioni di schiavitù, società strutturata per classi, sessiosmo e costrutti patriarcali nel contesto del mondo antico

Ed io qui vorrei evitare il classico signora mia dove finiremo con questa dittatura del politicamente corretto. Cerchiamo di non essere stupidi fino a questo punto, OK?

Personalmente non ho nulla in contrario nel mettere una introduzione davanti a un romanzo o a un film per aiutare il pubblico a contestualizzare ciò che sta per leggere o vedere. Io probabilmente nella maggior parte dei casi non ne ho bisogno, ma che ci sia non mi fa né caldo né freddo. E chissà, in certi casi potrei scoprire cose che non sapevo.
Appartengo oltretutto a una generazione che ha guardato in TV i film con l’introduzione di Claudio G. Fava o di Enrico Ghezzi, e che è cresciuta leggendo i romanzi pubblicati da Nord o da Fanucci con le loro fantastiche introduzioni che sì, contestualizzavano ciò che stavamo per leggere.

Però…

La prima cosa che mi sorprende è che nel presentare un romanzo fantasy sia necessario allertare i potenziali lettori per la presenza di combattimenti e uccisioni. A parte il fatto che esiste la quarta di copertina, per dirmi cosa aspettarmi, il genere fantasy di solito ci promette scene d’azione e combattimenti. È un po’ ciò che mi aspetto scegliendo un libro come questo dallo scaffale.

Perciò mi sento un po’ strano, ma alla fine è OK – lo prendo come un segnale che potrebbe esserci abbastanza fantasy senza scene di violenza e morte, là fuori, da farci immaginare che una fetta del pubblico possa sorprendersi o sentirsi a disagio. Io per primo sarei interessato a leggere storie del genere, perché si discosterebbero drasticamente dalla formula. Penso a cose copme Little, Big, di John Crowley … io sarei ben felice di leggere più libri come quello.

Il secondo punto è perfettamente ragionevole – se nell’avvicinarmi a un fantasy in genere mi aspetto dei combattimenti, la violenza sessuale e gli abusi non sono qualcosa che di default prevedo di incontrare in un libro fantasy. Può succedere, ma non è una certezza. Ci sta, quindi, l’idea di avvisare i lettori che potrebbero non gradire o risentirsi per certi contenuti, e quindi è OK avvisarli.
Ancora una volta, io non credo di averne bisogno (ma non ho ancora letto le scene incriminate, quindi potrei rivedere la mia opinione), ma è OK.

Quello che davvero mi lascia perplesso è il terzo punto – stiamo per affrontare un romanzo ambientatoa Roma in epoca repubblicana. Che la struttura sociale sia patriarcale, che le donne abbiano un ruolo subordinato in molti aspetti della vita civile e che esista la schiavitù non dovrebbe essere qualcosa di cui io debba essere avvertito.

L’antica Roma era così.
Non dico che fosse giusto, per i nostri standard, o piacevole, ma se voglio scrivere (o leggere) una storia ambientata all’epoca, si tratta di elementi che dovrò mettere in conto.
E diamine, è possibile che ci siano persone che non gradiscono la rappresentazione di certi aspetti della società romana (ne riparliamo fra un secondo), ed è perfettamente OK, ma… dovrebbero saperlo, che ci saranno, in un romanzo ambientato nell’antica Roma.

Naturalmente, molto dipende anche da come rappresentiamo certi aspetti delle civiltà che ci hanno preceduto – che sia la presenza di schiavi nell’antica Roma o la tendenza a strappare il cuore a fini rituali fra i Maya. Il romanzo glorifica o presenta certi aspetti in termini più positivi del dovuto?

OK, OK, voi mi dite, in che senso più positivi del dovuto?
Nel senso della differenza fra queste due frasi

  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e la loro società funzionava
  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e per questo motivo la loro società funzionava perfettamente ed i treni arrivavano in orario

Il romanzo in questione non pare presentare una società patriarcale o l’uso intensivo di schiavi, o il classismo come fattori straordinariamente positivi. Anzi, l’intera storia ruota attorno a tre sorelle della classe consolare e un liberto, che devono navigare la politica repubblicana restando negli interstizi del sistema. Per cui le strutture sociali sono presenti, forniscono una impalcatura alla trama, e non vengono presentate come il dono degli dei all’umanità. Sono uno degli ostacoli che i protagonisti devono superare.

E naturalmente, poiché stiamo scrivendo una storia ambientata in un’epoca diversa, con strutture sociali diverse, potremmo anche avere un personaggio che sostiene l’eccellenza di certe situazioni – penso al personaggio di Oliver Reed ne Il Gladiatore, di Ridley Scott, che sostiene seriamente il valore artistico del farsi ammazzare malamente per il divertimento di terze persone. Nessuno tuttavia si sognerebbe di sostenere che il film di Scott faccia propaganda a favore dei ludi gladiatorii.

In una storia non esiste solo l’elenco puntato dei personaggi e dei tropi, ma anche come diamine quegli elementi nella lista vengono raccontati. Il contesto, il sotto-testo.
In certi casi è chiarissimo, in altri tocca rifletterci un attimo. Succede.
Magari, chissà, quelle introduzioni di cui si diceva prima potrebbero aiutare.

Ed è qui che comincio a temere che gli yankee abbiano gettato il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire – perché scrivere una storia in cui esiste la schiavitù non significa automaticamente voler giustificare la schiavitù e presentarla in una luce positiva, proprio come descrivere i sacrifici umani dei Maya non significa necessariamente proporre un ritorno ai cuori strappati in cima alla Piramide del Sole. Posso scrivere un romanzo in cui ci sono i Nazisti, e non per questo fare propaganda nazista.

Poi certi libri esistono, certo.
È di poche settimane or sono la scoperta, che ha sconvolto il mondo del gioco di ruolo, che uno dei più amati creatori di giochi del ventesimo secolo era anche l’editor di una rivista votata al revisionismo storico, ed aveva pubblicato un romanzo pieno di bravi nazisti che abbattevano la dittatura ebraica e riportavano il mondo alla purezza ariana.
Conosco gente che è rimasta seriamente traumatizzata da questa notizia – game designer miei coetanei che con quell’autore avevano un rapporto di amicizia, salvo scoprire adesso che quel signore tanto gentile sognava un mondo in cui loro sarebbero stati mandati nelle camere a gas.
È orribile, è seriamente, profondamente orribile.

Ma questo significa forse che per colpa di quell’individuo orribile io devo rinunciare a scrivere una storia ambientata su un’isola misteriosa nel Pacifico, dove i nostri eroi danno i nazisti in pasto ai dinosauri?
Mi permetto di dissentire.

Insomma, bisognerebbe valutare le storie per come sono scritte, non solo sulla base di una serie di parole chiave.
Ma certo, per valutare la storia nel merito tocca leggerla.
E non abbiamo più tempo, per certe cose, vero?

E no, lo ripeto, non credo sia la dittatura del politicamente corretto, l’avanzata inesorabile dei Social Justice Cossacks o quant’altro.
Credo sia la contrazione degli utili – un fenomeno che ci perseguita dai tempi in cui vagavamo per le savane. Ed anche, io credo, una certa ossessione molto protestante ed evangelica diffusa negli Stati Uniti, per il giudizio insindacabile sulle convinzioni altrui apartire dalle nostre che sono sempre giuste, accoppiato con l’idea che la dannazione eterna, e che i peccati dei padri ricadano sui figli.

Perciò sì, capita di leggere degli strani disclaimer all’ìinizio dei libri, che ci fanno sentire un po’ strani. La scelta a questo punto è se strillare per la caduta della società occidentale, strillare contro coloro che strillano della caduta della civiltà, o magari cercare di ragionarci, entro i limiti delle proprie capacità, per capire cosa ci dicono questi cambiamenti su come sta cambiando il mondo – e magari vedere le cose dal punto di vista di persone che non condividono le nostre esperienze.
Difficile, eh?
Qualcuno vi aveva forse promesso che sarebbe stato facile?


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L’orrore nei campi e nei boschi (e altrove)

Il termine “folk horror”, usato originariamente per indicare oggetti disparati come i romanzi di Nathaniel Hawthorne, film come The Wicker Man e serie per ragazzi come Prigionieri delle Pietre, è diventato estremamente popolare nell’ultima quindicina di anni – caratterizzandosi prima come un (sotto)genere tipicamente britannico della narrativa del terrore, per poi venire riconosciuto come una modalità narrativa comune a tutte le letterature e le cinematografie del mondo, ed infine abusato – esattamente come noir, o pulp, o grimdark – al fine di vendere quanti più pezzi possibili a un pubblico tanto ignorante quanto affamato di novità.

E mentre tutto, dalle leggende metropolitane al true crime viene etichettato come “folk horror” per vendere, il 2021 ha visto l’uscita di un documentario che potrebbe servire a scrostare un po’ di quell’ignoranza sulla quale fanno leva i ragazzi del marketing per appiopparci ciarpame: l’equivalente di un breve corso universitario sulla materia, Woodlands Dark & Days Bewitched: A History of Folk Horror, di Kier-La Janisse e prodotto da Severin Films, raccoglie interviste, stralci di film, abbondanti riferimenti a saggi ed articoli, e in tre ore e venti, 200 minuti croccanti, offre una panoramica completa e divertente sul folk horror.

Per lungo tempo disponibile solo in streaming su Shudder (piattaforma che non mi pare sia disponibile in Italia), il DVD del documentario è ora reperibile su Amazon per un prezzo in fondo modesto (circa 20 euro), e vale ogni centesimo.

E sì, OK, sono tre ore e venti minuti – ma suddivise in capitoli tematici, per cui se non volete dedicarci tutta una sera, potete distribuire la visione su più giorni.
E intanto prendere appunti.

È infatti consigliabile avere un bloc notes a portata di mano, per segnarsi titoli e autori dei testi che vengono citati, e che potrebbe essere molto divertente (e, ahimé, costoso) procurarsi.

Per ciò che riguarda invece i film che vengono citati – e sono una quantità, andando anche a toccare cinematografie “minori” e titoli meno che popolari – esiste fortunatamente una lista curata su Letterboxd, e potete fare riferimento a quella, senza metter mano al bloc notes.

A meno che non vogliate scucire i quasi duecento e ottanta euro per il box-set che fa da controparte al documentario – All the haunts be ours, che contiene quindici blue ray e abbondante materiale aggiuntivo, per un totale di venti film e un sacco di altra roba.

Certo, il folk horror è un interesse di nicchia, e tuttavia proprio a causa della sua natura interstiziale e internazionale, potrebbe diventare un buono strumento per avvicinarsi all’immaginario di altre culture – cosa c’è infatti di meglio dell’orrore, e per di più dell’orrore legato alle tradizioni popolari, per conoscere intimamente un altro popolo, le sue idee e le sue convinzioni?

E restando invece vicino a casa, potrebbe essere, questo documentario, un buono strumento per ricordare cose viste trenta o quarant’anni or sono, ed inquadrarle in un ambito più ampio. Perché davvero, chi l’avrebbe mai detto che guardare l’episodio occulto/folk horror di Attenti a quei due, da ragazzini, ci avrebbe preparati per apprezzare una cosa come Onibaba?
Oltre a fornirci gli strumenti per prendere a pernacchie il prossimo che verrà a dirci che Don Matteo o Fracchia contro Dracula sono folk horror.
Perché capiterà. Lo sapete, vero, che capiterà?

E a questo punto vi devo informare che questo post contiene link commerciali, e che eventuali acquisti effettuati attraverso tali link faranno sì che Jeff Bezos in persona passi qui da casa per darmi del denaro. Siete stati avvisati.


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Paura & Delirio: La Maschera di Cera (1953 & 2005)

Un episodio a richiesta, questa settimana, su due remake – perché il film originale, The Mystery of the Wax Museum, è del 1933, con Fay Wray.
Nel 1953 la Warner decide di rifarlo, in Technicolor e 3D, con Vincent Price, e poi nel 2005 quelli della Dark Castle si dicono che non sarebbe male rifarlo, e ci mettono Paris Hilton, e farla morire male.

E noi abbiamo rivisto questi film, e ne parliamo estesamente, pur avendo posizioni abbastanza differenti su una delle due pellicole nello specifico.
Buon ascolto.