strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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La fine della corsa

Quasi esattamente sei anni or sono, il 26 di Luglio 2016, un uomo di 26 anni, di nome Satoshi Uematsu usò un martello per far saltare la serratura di una delle porte d’ingresso del centro residenziale per disabili di Sagimahara, una cittadina della prefettura di Kanagawa, Giappone.
Erano le due e dieci di notte.
Una volta dentro, Uematsu stordì e legò uno degli inservienti, prese le sue chiavi, e procedette ad accoltellare alla gola 45 dei 149 ricoverati dell’istituto – uccidendone 19.
Poi uscì dall’edificio. Erano le due e cinquanta.
Attorno alle cinque del mattino, Uematsu si consegnò alla polizia.
Secondo la sua confessione…

Immagino un mondo in cui una persona con disabilità multiple possa essere soppressa, con il consenso dei tutori, quando è difficile per la persona svolgere attività domestiche e sociali.

E nell’attesa del concretizzarsi di questo stato di cose, Uematsu-san aveva deciso di portarsi avanti col lavoro, “per il bene del Giappone e della pace nel mondo.”
E chissenefrega dei tutori e del loro consenso.

Diciamo che messa in questi termini, la questione della fine vita prende una piega sinistra: il fatto che una persona abbia il diritto (che dovrebbe essere sancito per legge) di scegliere il modo in cui finire la propria corsa non significa che un tizio mai visto e mai conosciuto possa farsene carico part-time, di propria iniziativa, usando un coltello su delle persone addormentate.

Poi, quest’anno a Cannes viene presentato Plan 75, della regista giapponese Chie Hayakawa.

A fronte di una popolazione che sta rapidamente invecchiando, il governo nipponico avvia una campagna di eutanasia a tappeto per gli over-75. Tutto gratis, e con un bonus di 1000 dollari per farci quel che ci pare prima di venire soppressi e cremati.

Visto che “sta rapidamente invecchiando” mi descrive abbastanza bene, io trovo orribile ed aghiacciante la prospettiva del film – soprattutto perché è maledettamente credibile.
Non fatico affatto a credere che i nostri governi, a fronte delel difficoltà che ci aspettino, partano con dei piani di “depopolamento guidato” – se saremo fortunati, sarà bello asettico e soft come in Plan 75, ma è più probabile che si torni ai vecchi sistemi col filo spinato e i forni. Costa meno.

Ora, si dirà, non è il caso di farsi prendere dall’ansia.
È fantascienza, giusto?
Quando mai è successo, che un governo abbia dichiarato che le fasce più deboli potevano essere lasciate a morire per favorire l’economia e il “ritorno alla normalità”?
Assurdo, vero?
Quando mai è successo che nel dover decidere fra la propria sopravvivenza e il fatturato, una civiltà abbia esitato, a lungo, non sapendo cosa fosse preferibile?
Quale ridicola parodia di figura politica ha mai affermato la necessità di dover lasciar morire delle persone perché i principi della legge, o le promesse elettorali, vengono prima?

Ma a giustificare ed alimentare ulteriormente la mia ansia è un esperimento che Chie Hayakawa ha fatto prima di distribuire il proprio film – lo ha fatto vedere ai suoi genitori, ed ai loro amici, ed ha chiesto loro cosa ne pensassero.

E questi anziani hanno detto che loro sarebbero ben felici, di essere eutanasiati con simpatia, piuttosto che gravare sul bilancio familiare dei loro figli.
Meglio morire e via, che lasciare ai figli i debiti delle cure, e l’impegno, la fatica e il logoramento morale di dover dedicare la propria vita all’assistenza di un anziano.
Meglio morire.

C’è solo un piccolo problema, in tutto questo.
Che nel film – così come nelle farneticazioni di Satoshi Uematsu – i congiunti non figurano affatto.
Il Piano 75 è motivato dalla necessità di risparmiare sulle spese statali per l’assistenza, “per il bene della nazione”.
È il sistema che, anziché accudire i propri elementi più deboli, li sopprime.
Perché costa meno.

E i poveri vecchi intervistati dalla Hayakawa dicono sì, OK, facciamolo, se l’alternativa è che i costi siano caricati alle nuove generazioni. Sacrifichiamoci per i ragazzi.

Ma qui i ragazzi non c’entrano – e i costi non dovrebbero essere ribaltati su di loro.
E non c’entra la legittima scelta consapevole di porre fine alla propria esistenza.
Qui è semplicemente una questione di soldi pubblici, che non si vogliono spendere in assistenza.

Una agghiacciante variazione sul tema di quel vecchio modo di dire – che le uniche due certezze al mondo sono la morte e le tasse.

E io sono qui, ed ho paura, perché non sarebbe la prima volta che per preservare i fondi pubblici, il PIL, il fatturato, si manda in malora l’esistenza della cittadinanza.
Per proteggere i posti di lavoro dell’industria automobilistica, ad esempio, anche se le proiezioni parlano di deterioramento ambientale.
O per garantire la sopravvivenza dei minatori nelle miniere di carbone, anche se il carbone è inefficiente e inquinante.
O perché convertire l’infrastruttura dei trasporti in termini sostenibili “obbligherebbe le aziende a ristrutturare le proprie linee produittive”, e quello sarebbe un costo che intaccherebbe i loro fatturati e metterebbe in pericolo dei posti di lavoro.
Meglio morire.

E posso immaginarli, che portano la questione del diritto all’eutanasia in primo piano in quanto diritto inalienabile dei cittadini in uno stato laico, parte di una piattaforma progressista.
Normalizzando l’idea che chi non è produttivo è meglio morto.
Secondo la loro definizione di “produttivo”, naturalmente.
E non fate quella faccia.
Parliamo di gente che sosteneva che l’uso migliore possibile per un parco naturale sia farci dei parcheggi a pagamento, perché “cosa se ne fanno gli orsi di tutti quei boschi? Un parcheggio genera un utile…”

Il fatto è che tutti, dal primo giorno della nostra esistenza, stiamo correndo a capofitto verso quel traguardo, verso la nostra personale ed unica fine della corsa.
Tutti noi dovremo finirla in qualche modo, questa corsa.
Ma ciò non significa che qualcuno abbia il diritto di farci lo sgambetto, e farcela finire qui ed ora, per la propria convenienza.

E quindi sì, sto invecchiando rapidamente, e l’intera faccenda mi mette molto a disagio.
Il fatto che un giorno si possa far leva sul fatto che sono diventato un peso (per chi?), colpevolizzandomi, per convincermi a staccare la spina è agghiacciante.

In fondo sei un costo. Noi non abbiamo creato strutture che ti possano supportare. Non abbiamo pianificato gli anni della tua vita fuori dal sistema produttivo. Non abbiamo alcuna forma di contingenza per l’invecchiamento dell a popolazione, che sapevamo essere una realtà da cinquant’anni, ma che abbiamo ereditato dal governo precedente. Non abbiamo intenzione di pagare per farti continuare a vivere. Non hai figli o congiunti che possano accollarsi le spese.
Sei veramente un problema, e dovresti vergognarti di te stesso.
Fai qualcosa di buono, per una volta. Ucciditi.

Ve li vedete, che sostengono la bontà di questo approccio, in un talk show televisivo in prima serata, condotto da un giornalista falsamente aggressivo e compiacente.
Io sì.
Ma io, naturalmente, scrivo fantascienza per vivere.

Ah, quasi dimenticavo.
Chiudiamo con una nota ironica.
Per quello che fece quella notte a Sagimahara, Satoshi Uematsu è stato condannato a morte.


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Ai vecchi tempi certe cose non esistevano

OK, così giugno è il mese dell’Pride.
Di solito non ci faccio molto, perché credo che in genere sia meglio lasciare spazio ai membri della comunità LGBTQ+ per essere al centro della scena, piuttosto che offrire alcune opinioni “dall’esterno”.
Solitamente posso segnalare qualche iniziativa, delle interviste o dei libri sui miei blog, ma questo è tutto.
Ma quest’anno è diverso, per ragioni che diventeranno evidenti, quindi ho una storia da raccontare e l’ho già raccontata un paio di giorni or sono sulla mia pagina Patreon. La riprendo qui, con qualche minima modifica.

All my friends are monsters, la mia storia nell’antologia Arkham Horror The Devourer Below, è stata accolta molto positivamente, è in corsa per un premio (e non ha una speranza nell’inferno di vincere, ma non importa) e presenta un personaggio principale queer.
Il motivo di questa scelta…

Ah, per prima cosa – mi è stato chiesto “è stata una scelta consapevole?”
Spoiler: la maggior parte delle cose che mettiamo sulla pagina, soprattutto in termini di personaggi e trama, sono una scelta consapevole; ti siedi e pianifichi la tua storia e fai delle scelte. E sì, è possibile che ci siano degli incidenti inaspettati e positivi, ma non è quello che stiamo cercando, per lo meno in fase di pianificazione.
Quindi sì, quello che leggete nelle nostre storie dis olito è una selta consapevole.

Allora, perché la scelta di un personaggio omosessuale?
L’antologia richiedeva al mio personaggio principale di essere la vittima di un ricatto (non stiamo a fare più spoiler del necessario).
Come conseguenza del ricatto, sarebbe finita in posti molto oscuri (questa è dopo tutto una storia lovecraftiana) e sarebbe arrivata a mettere in discussione le proprie convinzioni.
Quindi, è necessario decidere: perché viene ricattata? Cosa hanno su di lei i cattivi?

Il ricatto implica un qualche tipo di segreto. C’è qualcosa che il nostro personaggio non vuole che alcune persone – la sua famiglia, i suoi capi, il mondo in generale – sappiano.
Qualcosa che potrebbe danneggiarla se dovesse uscire allo scoperto.
La scelta più ovvia: ha commesso un crimine.

Ma io voglio che il mio personaggio sia unapersona che non ha fatto nulla di male, e rimanga tuttavia catturata dalle oscure macchinazioni dei cattivi.
Quindi, il crimine deve essere qualcosa che ha commesso inconsapevolmente o senza intenzione, oppure è qualcosa che era considerato un crimine negli anni ’20 (quando è ambientata la storia) ma non lo è più oggi.

E allora?
Il mio personaggio ha investito un ragazzino per strada mentre guidava ed è scappata?
Un’azione del genere potrebbe renderla suscettibile al ricatto e darle un forte rimorso. Le sue azioni più avanti nella storia potrebbero essere dettate dal suo desiderio di espiare…

Il problema è che a questo punto io avevo già una solida idea di dove volevo che la mia storia andasse ap arare: col procedere della vicenda, i ricattatori avrebbero costretto la protagonista ad addentrarsi in un oscuro mondo lovecraftiano, e lei si sarebbe trovata più benvenuta tra i mostri che tra gli umani. Iniziando a perdere la sua umanità, come meccanismo di difesa contro l’orrore, sì, ma anche perché i mostri si sarebbero rivelati molto più amichevoli e molto meno critici degli esseri umani.

Quindi, ricapitolando, ho bisogno di un segreto che da un lato potrebbe mandare in frantumi l’esistenza del personaggio se dovesse venire alla luce, e dall’altro, preservare il suo status, agli occhi dei lettori, di brava persona che la società sta trattando davvero male.

Rendere il mio personaggio principale queer è una scelta perfetta, storicamente accurata, plausibile ed economica.
Come donna gay negli anni ’20, la mia protagonista deve affrontare terribili conseguenze: un feroce ostracismo sociale, il rischio di perdere il lavoro, e probabilmente la prigione o il manicomio, ammesso che sopravviva alle attenzioni della polizia, notoriamente piuttosto dura nel trattare con la comunità queer all’epoca. I fatti sono ampiamente documentati.
Tutto questo, per quanto oggettivamente terribile, fornisce un gancio perfetto per il ricatto.
Mette il personaggio in una situazione molto incerta, ed è davvero pazzesco, perché di fatto la mia protagonista non sta facendo del male a nessuno; questo può contribuire a renderla simpatica ai lettori.
E l’intera situazione è assolutamente alienante: come puoi provare lealtà verso persone che non ti riconoscono come essere umano, che non ti riconoscono alcun diritto?
Perché non passare dalla parte dei mostri, quando di fatto i tuoi simili ti trattano già come un mostro?

Quindi ho fatto un po’ di ricerca e mi sono messo al lavoro.
L’orientamento sessuale della protagonista non è il punto essenziale della storia, ma l’atteggiamento della società americana negli anni ’20 a riguardo è il motore che innesca l’intera vicenda.
Bello liscio.
E la storia che ne è venuta fuori non è niente male, anche se me lo dico da solo.

E come ho detto, le recensioni sono state eccellenti.

Fatta eccezione per un tizio – presumo fosse un tizio – che ha scritto una lunga recensione online, lamentando il fatto che l’antologia in generale e “certe storie” in particolare fossero “woke”.
Oh!
Ci sono storie, in questo volume, che hanno completamente stravolto l’ambientazione storica per spingere un’agenda.
Social Justice Warriors, dittatura del politicamente corretto e bla bla bla.
Come ad esempio la storia con il personaggio lesbico, che è completamente errata da un punto di vista storico, “perché sappiamo tutti che le lesbiche non esistevano negli anni ’20”.

E sì, la prima reazione è ridere come dei derelitti, ma… sì, immagino che dimostri davvero che abbiamo bisogno di qualcosa come il Pride Month.
Perché ci sono persone là fuori che credono davvero che le persone queer siano spuntate dal nulla negli anni ’70 a causa delle femministe, o dei film violenti, o dell’animazione giapponese o dall’eccesso di fluoro nell’acqua potabile, o che altro.

Qui non si tratta di una persona che dice “questa storia non fa per me” (che è perfettamente lecito, e potrebbe essere una buona occasione per farsi delle domande), ma di una persona che sostiene che il racconto è “sbagliato” perché contraddice la realtà – beh, OK, la realtà secondo il lettore – e la realtà è che il personaggio principale non può esistere.
Perché si tratta di una aberrazione recente, dovuta alla politca dei liberali o alla presenza di additivi nella carne di pollo o qualcosa del genere.
Ai bei vecchi tempi, ci dice il recensore, “certe persone” non esistevano, ed il fatto che l’autore voglia “inserirle a forza” in una storia è inaccettabile. È sbagliato.
È, se mi passate il termine, contronatura.
Una stellina.

La letteratura è uno strumento meraviglioso per entrare nella mente di persone diverse da noi – un’opportunità per vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri.
Ci aiuta a capire che a volte potrebbe davvero sembrare che i tuoi unici amici siano i mostri.


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Cose morte

Ai tempi dell’università avevo un’amica che credeva che This is Spinal Tap, il rockumentary diretto da Rob Reiner, fosse un vero documentario su una vera band.
Un giorno o l’altro dovremo parlarne.

E io in questi giorni mi sono ritrovato a pensare spesso agli Spinal Tap, e in particolare al loro secondo batterista, Eric “Stumpy Joe” Childs, che suonò con la band fra il 1966 ed il 1967, e poì morì soffocato nel vomito di qualcuno.
Non sappiamo con precisione di chi.
Probabilmente non il suo.
Il problema naturalmente è che non si possono prendere le impronte digitali, sul vomito.

Io mi sento un po’ come Stumpy Joe Childs ogni volta che esce una nuova stagione di Stranger Things.
(ma non è diverso quando compare un nuovo prodotto di un altro franchise, che sia Star Wars, Star Trek o qualche serie a fumetti)
Mi sento come se qualcuno avesse consumato in maniera bulimica il mio passato, ed ora me lo stesse rigurgitando addosso, con l’intento di affogarmi.

Scopro, in questi giorni, che nella poltiglia acida e maleodorante nella quale rischiamo di sprofondare a questo giro ci sono, tra gli altri, Kate Bush (“una cantante dimenticata, tornata in classifica grazie a Stranger Things”) e il mio vecchio amico Vecna.

Beh, OK, forse “amico” non è la parola giusta, per Vecna.

“Ma non lo avevamo già ammazzato una volta, ‘sto tizio?”
“Sì… a Ravenloft, mi pare.”
“Persistente figlio d’una monaca.”

E qui potrei perdermi nei meandri della memoria, andare a tirar fuori la cassa coi supplementi di Planescape, e ricordare su quale semipiano dimenticato abbandonammo i resti bruciati di Vecna (“Tanto prima o poi ce lo ritroveremo fra i piedi”), ma non intendo farlo – sono gli effetti psichedelici dell’ondata di rigurgito. Se vogliamo evitare di affogarci come il povero Stumpy Joe, dobbiamo restare lucidi.

Certo, io non sono il target di questa marea di rigurgito multicolore.
Io quegli anni li ho vissuti, ho giocato quei giochi, e decine di altri, ascoltato quelle canzoni, e migliaia di altre.
That was then, this is now.

Ma ciò non significa che gli spruzzi di rigurgito non possano raggiungermi, e inzaccherarmi le scarpe, se non tapparmi l’esofago e la trachea.
E sono stanco che il mio passato mi venga riproposto, opportunamente editato, semplificato, edulcorato e drammatizzato, al fine di vendermi magliette, pupazzi della Funko e altri gadget inutili. Sono stanco di sentirmi spiegare da sconosciuti con metà dei miei anni chi fosse Kate Bush, quali fossero i poteri e le caratteristiche esatte di Vecna, come si gioca “nel modo giusto” a D&D, quanto strani e meravigliosi fossero gli anni ’80.

Non è una novità, questa pratica di riciclare il passato per farne qualcosa di nuovo – è in effetti ciò che un sacco di artisti hanno fatto nel passato, ciò che l’Homo sapiens fa da tempo immemore, probabilmente da prima di essere sapiens.
Ma ci mettevano qualcosa di loro, qualcosa di diverso.
Vecna, in effetti, è un ottimo esempio di ciò che sta accadendo: una nota a margine in un manuale degli anni ’70 che iterazione dopo iterazione evolve, ritorna, cambia, si ripresenta, viene abbattuto e risorge in qualche forma diversa, ma restando sempre uguale a se stesso.
Vecna, naturalmente, è una incarnazione del male.
Uno che trafficava in cose morte.
Non è orribile, che l’attuale stile di produzione dell’intrattenimento ne ricalchi i modi e le dinamiche?

Perché questo riciclaggio dell’immaginario del passato – ma solo l’immaginario vendibile, mi raccomando, solo l’immaginario che è “dimenticato” solo sulla carta, solo l’immaginario di cui possiamo proporre una ristampa, un poster, un pupazzo – è un’operazione talmente cinica e spudorata, che l’anima di questi oggetti che vengono isolati e riproposti viene strappata e distrutta, annientata e consumata.
Non si genera nulla di nuovo, non si impone alcuna nuova direzione a qualcosa di già vistoe già fatto.
Si riduce tuitto a un nome, a una lista di nomi che si possa sgranare come un rosario per dimostrare di essere quelli giusti (sì, sto guardando te, Ready Player One, inutile e sopravvalutato spreco di carta e inchiostro).
Il futuro è un eterno presente popolato di consumatori che rimpiangono un passato che non è mai esistito, e acquistano prodotti per validare la propria identità.

Una fine che neppure quel vecchio bastardo di Vecna ha mai meritato.

Un mainstream che si crede nicchia, perché le nicchie sono infinitamente più cool del mainstream.

E questo è più o meno il punto in cui un arrogante imbecille mi dice “OK, boomer!” e poi mi spiega che lui ha tutti i 45 giri dei New Originals, che era il vecchio nome degli Spinal Tap.
Li ha comprati dal sito ufficiale della band, dove ha anche comprato le action figures.

E di chi è la colpa di tutto questo?
Non lo sappiamo.
Non si possono prendere le impronte digitali sul vomito.
Ma possiamo farci un paio di idee usando altri metodi di analisi.


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Un fuoco sconosciuto

Non quello dei Blue Oyster Cult, ma quello di Cass Morris.

Nel senso che ho messo le mani su un romanzo fantasy storico intitolato From Unseen Fire, scritto dall’americana Cass Morris, e lo sto leggendo. I fantasy di ambientazione romana non sono poi tantissimi, per cui la cosa mi incuriosiva. Pubblicato da DAW Books nel 2019, primo di una serie della quale è giù uscito il secondo volume, per ora il romanzo della Morris pare una cosa competentemente scritta e con un paio di buone idee, ed una trama che ci trascina avanti – e una volta finito metterò su una recensione su Binario Morto.

Ciò che mi interessa discutere qui, nel frattempo, è il disclaimer con il quale si apre il libro.
Dopo averci detto che ha fiducia nelle capacità di noi lettori di conoscere i propri limiti, l’autrice ci tiene a informarci che il romanzo contiene

  • alcuni casi di violenza, spargimento di sangue e morte, nel contesto di guerre e combattimenti
  • una breve scena di violenza sessuale, abuso emotivo, infedeltà coniugale e le conseguenze a lungo termine dell’aggressione sessuale
  • rappresentazioni di schiavitù, società strutturata per classi, sessiosmo e costrutti patriarcali nel contesto del mondo antico

Ed io qui vorrei evitare il classico signora mia dove finiremo con questa dittatura del politicamente corretto. Cerchiamo di non essere stupidi fino a questo punto, OK?

Personalmente non ho nulla in contrario nel mettere una introduzione davanti a un romanzo o a un film per aiutare il pubblico a contestualizzare ciò che sta per leggere o vedere. Io probabilmente nella maggior parte dei casi non ne ho bisogno, ma che ci sia non mi fa né caldo né freddo. E chissà, in certi casi potrei scoprire cose che non sapevo.
Appartengo oltretutto a una generazione che ha guardato in TV i film con l’introduzione di Claudio G. Fava o di Enrico Ghezzi, e che è cresciuta leggendo i romanzi pubblicati da Nord o da Fanucci con le loro fantastiche introduzioni che sì, contestualizzavano ciò che stavamo per leggere.

Però…

La prima cosa che mi sorprende è che nel presentare un romanzo fantasy sia necessario allertare i potenziali lettori per la presenza di combattimenti e uccisioni. A parte il fatto che esiste la quarta di copertina, per dirmi cosa aspettarmi, il genere fantasy di solito ci promette scene d’azione e combattimenti. È un po’ ciò che mi aspetto scegliendo un libro come questo dallo scaffale.

Perciò mi sento un po’ strano, ma alla fine è OK – lo prendo come un segnale che potrebbe esserci abbastanza fantasy senza scene di violenza e morte, là fuori, da farci immaginare che una fetta del pubblico possa sorprendersi o sentirsi a disagio. Io per primo sarei interessato a leggere storie del genere, perché si discosterebbero drasticamente dalla formula. Penso a cose copme Little, Big, di John Crowley … io sarei ben felice di leggere più libri come quello.

Il secondo punto è perfettamente ragionevole – se nell’avvicinarmi a un fantasy in genere mi aspetto dei combattimenti, la violenza sessuale e gli abusi non sono qualcosa che di default prevedo di incontrare in un libro fantasy. Può succedere, ma non è una certezza. Ci sta, quindi, l’idea di avvisare i lettori che potrebbero non gradire o risentirsi per certi contenuti, e quindi è OK avvisarli.
Ancora una volta, io non credo di averne bisogno (ma non ho ancora letto le scene incriminate, quindi potrei rivedere la mia opinione), ma è OK.

Quello che davvero mi lascia perplesso è il terzo punto – stiamo per affrontare un romanzo ambientatoa Roma in epoca repubblicana. Che la struttura sociale sia patriarcale, che le donne abbiano un ruolo subordinato in molti aspetti della vita civile e che esista la schiavitù non dovrebbe essere qualcosa di cui io debba essere avvertito.

L’antica Roma era così.
Non dico che fosse giusto, per i nostri standard, o piacevole, ma se voglio scrivere (o leggere) una storia ambientata all’epoca, si tratta di elementi che dovrò mettere in conto.
E diamine, è possibile che ci siano persone che non gradiscono la rappresentazione di certi aspetti della società romana (ne riparliamo fra un secondo), ed è perfettamente OK, ma… dovrebbero saperlo, che ci saranno, in un romanzo ambientato nell’antica Roma.

Naturalmente, molto dipende anche da come rappresentiamo certi aspetti delle civiltà che ci hanno preceduto – che sia la presenza di schiavi nell’antica Roma o la tendenza a strappare il cuore a fini rituali fra i Maya. Il romanzo glorifica o presenta certi aspetti in termini più positivi del dovuto?

OK, OK, voi mi dite, in che senso più positivi del dovuto?
Nel senso della differenza fra queste due frasi

  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e la loro società funzionava
  • I Maya praticavano i sacrifici umani, e per questo motivo la loro società funzionava perfettamente ed i treni arrivavano in orario

Il romanzo in questione non pare presentare una società patriarcale o l’uso intensivo di schiavi, o il classismo come fattori straordinariamente positivi. Anzi, l’intera storia ruota attorno a tre sorelle della classe consolare e un liberto, che devono navigare la politica repubblicana restando negli interstizi del sistema. Per cui le strutture sociali sono presenti, forniscono una impalcatura alla trama, e non vengono presentate come il dono degli dei all’umanità. Sono uno degli ostacoli che i protagonisti devono superare.

E naturalmente, poiché stiamo scrivendo una storia ambientata in un’epoca diversa, con strutture sociali diverse, potremmo anche avere un personaggio che sostiene l’eccellenza di certe situazioni – penso al personaggio di Oliver Reed ne Il Gladiatore, di Ridley Scott, che sostiene seriamente il valore artistico del farsi ammazzare malamente per il divertimento di terze persone. Nessuno tuttavia si sognerebbe di sostenere che il film di Scott faccia propaganda a favore dei ludi gladiatorii.

In una storia non esiste solo l’elenco puntato dei personaggi e dei tropi, ma anche come diamine quegli elementi nella lista vengono raccontati. Il contesto, il sotto-testo.
In certi casi è chiarissimo, in altri tocca rifletterci un attimo. Succede.
Magari, chissà, quelle introduzioni di cui si diceva prima potrebbero aiutare.

Ed è qui che comincio a temere che gli yankee abbiano gettato il bambino con l’acqua sporca, come si suol dire – perché scrivere una storia in cui esiste la schiavitù non significa automaticamente voler giustificare la schiavitù e presentarla in una luce positiva, proprio come descrivere i sacrifici umani dei Maya non significa necessariamente proporre un ritorno ai cuori strappati in cima alla Piramide del Sole. Posso scrivere un romanzo in cui ci sono i Nazisti, e non per questo fare propaganda nazista.

Poi certi libri esistono, certo.
È di poche settimane or sono la scoperta, che ha sconvolto il mondo del gioco di ruolo, che uno dei più amati creatori di giochi del ventesimo secolo era anche l’editor di una rivista votata al revisionismo storico, ed aveva pubblicato un romanzo pieno di bravi nazisti che abbattevano la dittatura ebraica e riportavano il mondo alla purezza ariana.
Conosco gente che è rimasta seriamente traumatizzata da questa notizia – game designer miei coetanei che con quell’autore avevano un rapporto di amicizia, salvo scoprire adesso che quel signore tanto gentile sognava un mondo in cui loro sarebbero stati mandati nelle camere a gas.
È orribile, è seriamente, profondamente orribile.

Ma questo significa forse che per colpa di quell’individuo orribile io devo rinunciare a scrivere una storia ambientata su un’isola misteriosa nel Pacifico, dove i nostri eroi danno i nazisti in pasto ai dinosauri?
Mi permetto di dissentire.

Insomma, bisognerebbe valutare le storie per come sono scritte, non solo sulla base di una serie di parole chiave.
Ma certo, per valutare la storia nel merito tocca leggerla.
E non abbiamo più tempo, per certe cose, vero?

E no, lo ripeto, non credo sia la dittatura del politicamente corretto, l’avanzata inesorabile dei Social Justice Cossacks o quant’altro.
Credo sia la contrazione degli utili – un fenomeno che ci perseguita dai tempi in cui vagavamo per le savane. Ed anche, io credo, una certa ossessione molto protestante ed evangelica diffusa negli Stati Uniti, per il giudizio insindacabile sulle convinzioni altrui apartire dalle nostre che sono sempre giuste, accoppiato con l’idea che la dannazione eterna, e che i peccati dei padri ricadano sui figli.

Perciò sì, capita di leggere degli strani disclaimer all’ìinizio dei libri, che ci fanno sentire un po’ strani. La scelta a questo punto è se strillare per la caduta della società occidentale, strillare contro coloro che strillano della caduta della civiltà, o magari cercare di ragionarci, entro i limiti delle proprie capacità, per capire cosa ci dicono questi cambiamenti su come sta cambiando il mondo – e magari vedere le cose dal punto di vista di persone che non condividono le nostre esperienze.
Difficile, eh?
Qualcuno vi aveva forse promesso che sarebbe stato facile?


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Aiutati che dio ti aiuta 2 (il ritorno)

I tempi cambiano.
Cambiano i comportamenti delle persone.
Negli ultimi anni – e in particolare a partire dal 2020, con la successione di pandemia, lockdown e altre catastrofi – abbiamo assistito all’ascesa di una vasta reazione ai cosiddetti libri di “self-help” – manuali che ipoteticamente dovrebbero aiutarci a navigare le acque non troppo placide della nostra esistenza.

Estremamente popolari per buona parte del ventesimo secolo, e oggetto di una proliferazione addirittura inquietante dagli anni ’70 in poi, oggi i manuali di self-help vengono additati come una sorta di cancro che sta corrodendo la nostra civiltà.
Il che è curioso, considerando che – per lo meno a giudicare da come si esprimono – coloro che stanno facendo più danni là fuori in questo momento non hanno mai aperto un libro.

Però sì , c’è un forte movimento di opposizione a quella che viene definita “positività tossica” di questi manuali.
E in parte è certamente giustificato.
Però…

Ho già parlato in passato del favoloso Teach Yourself to Live, di Charles Garfield Lott Du Cann, che Amazon ci descrive come “un classico del self-help”.
E tuttavia in questo volumino uscito all’origine nel 1955, di tossico c’è ben poco.
E forse è qui che sta la differenza.

A differenza dei volumi usciti negli anni ’90, il libro di Du Cann non ci promette successo e felicità.
Seguendo i precetti elencati e descritti nelle 175 pagine di Teach Yourself to Live non faremo un sacco di soldi, non conquisteremo amici e non influenzeremo le persone, non fonderemo un’azienda di successo, non rimorchieremo come un ottovolante, non impareremo a parlare in pubblico, non cambieremo la mente delle persone con la programmazione neurolinguistica, non investiremo in criptovaluta, non raggiungeremo l’illuminazione attraverso la mindfulness, non diventeremo guru.
C.G. L. Du Cann non è interessato a queste cose, e il libro non se ne occupa. Il manuale è una semplice collezione di procedure e suggerimenti per orientarsi nell’esistenza, per fare scelkte consapevoli, per costruirsi uno straccio di cultura, uno straccio di personalità.
Poi, siamo soli, e ci tocca arrangiarci.

La reazione nei confronti dei manuali di self-help è legata soprattutto allo stile che questi stessi manuali hanno acquisito a partire dai primi anni ’90, alla promessa (raramente mantenuta) di poter risolvere tutti i nostri problemi senza particolare sforzo.
Soluzioni facili e immediate, di solito fondate sul crederci fortissimo.

Il fatto che nel ventunesimo secolo questi manuali abbiano alimentato la mistica della hustle culture – per cui diventeremo tutti ricchi monetizzando i nostri hobby attraverso delle piattaforme online – è una ulteriore aggravante.

La pandemia è stata l’ultimo chiodo nella bara di questi libri – perché è vero, durante il lockdown abbiamo imparato un nuovo hobby da qualche manuale for Dummies, abiamo imparato a giocare a scacchi dopo aver visto quella serie tyelevisiva, maggari abbiamo messo giù un piano per tenerci in forma, abbiamo imparato una lingua straniera…
Ma questo è diverso dal conquistare il successo e la felicità seguendo i dettami di un manuale motivazionale, imitando le abitudini (sette, quattordici o diciannove che siano) delle persone di successo … svegliarsi alle cinque, non guardare il telegiornale, pensare fuori dalla scatola…
Chi ci ha provato, manuale di self-help alla mano, durante la pandemia, ci ha sbattuto la faccia, malamente.

Ho sempre avuto un interese, quasi un’ossessione per i manuali per autodidatti. E credo fermamente che da un libro si possa sempre imparare.
Ma credo anche che un vecchio classico comprato di seconda mano sulle bancarelle possa insegnarci di più del manuale di qualche guru la cui fortuna è costruita su uno schema a piramide.

Recentemente mi è dispiaciuto vedere classificato come manuale di self-help il breve volume Se il mondo ti crolla addosso, di Pema Chödrön. Che è qualcosa di abbastanza diverso. Una raccolta di lezioni di filosofia buddhista che l’autrice ha tenuto nel corso degli anni sul tema del rapporto quotidiano con la paura e la catastrofe, il libro non ha traccia di positività tossica, e non ci promette successi stratosferici e istantanei, soldi e fama e gloria…
Nell’edizione italiana, il volume è 178 pagine – tre pagine in più rispetto a quello di Du Cann (che in italiano non esiste) – e ciò che ci promette, ammesso che ci prometta qualcosa, è una vita di impegno per migliorare il nostro rapporto con le esperienzew negative, confortandoci con la consapevolezza che i fallimenti sono parte della nostra esperienza tanto quanto i successi – e probabilmente sono più frequenti.

E sì, probabilmente leggendo Pema Chödrön e C.G.L. Du Cann aiutiamo noi stessi.
Ma restiamo anche coi piedi saldamente per terra.
Il che è molto lontano dalla positività tossica dalla quale così tanti, negli ultimi anni, si sono sentiti traditi.


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La perdita della vergogna

Io realtà non dovevo scrivere questo post. Il progetto per questa sera era di ritirarmi presto, che domattina mi tocca una levataccia per andare in ospedale e farmi togliere fasciature e staffa alla mano sinistra. Per cui l’idea era di farsi ancora una teiera di tè e poi leggere un libro. Sto leggendo, ammesso che possa interessarvi, un libro intitolato The Places In Between, di Rory Stewart, che nel 2002, dopo la liberazione di Kabul, attraversò a piedi l’Afghanistan, in pieno inverno, da Herat a Kabul appunto. Quaranta giorni di marcia che diventarono quasi due mesi. Per vedere come stessero le cose in quelle terre.
È un libro estremamente interessante, e ci ho messo anche un link per quelli che volessero dargli un’occhiata.
Fatemi causa.

Però no, perché sono successe alcune cose, tutte assieme, che mi hanno fatto venire voglia di farci un post. Un post che non vedrà nessuno, perché lo ricordate, questo blog diffonde l’odio, e non può essere condiviso su Facebook.
Ma chissà, forse qualcuno questo post lo leggerà ugualmente.
Andrò un po’ a ruota libera e sto scrivendo con una mano sola, per cui abbiate pazienza…

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Un altro arcobaleno

Dove andremo a finire con questa storia del gender, eh?
È quello che mi ha chiesto un contatto (straordinariamente sporadico) su facebook, pochi minuti dopo che ho aggiornato la copertina del mio profilo, stamani.
Perché sì, uguali diritti per tutti e tutto quanto, ma non si potrebbe fare a meno di portare avanti questa faccenda in maniera così visibile?

Che ovviamente è il punto dell’intera faccenda.
Ma in effetti diventa anche meglio di così, perché “la bandiera arcobaleno” che ho messo sul mio profilo ed ha risvegliato il “sì, ma allora…” del mio “contatto sporadico” … beh, non è una bandiera, e non è un arcobaleno.
È questo…

Non c’è il verde, vedete?
Arcobaleno = rays of young girls blessed in virginity = red orange yellow green blue indigo violet.
Rosso, Arancio, Giallo, Verde, Blu, Indaco e Violetto.
E lo sappiamo che nessuno ha proprio chiara l’idea di cosa sia l’indaco, e che Newton ce lo mise perché sette colori gli suonava “più mistico” e quindi meglio di sei.

E potremmo discutere per qualche minuto sul fatto che ci siano questi “contatti sporadici”, appostati al largo dei nostri profili Facebook come U-boot al largo di Gibilterra, in attesa di veder passare la nostra nave per silurarla, ma quello lo lasciamo magari per un’altra volta.

Come lasciamo per un’altra volta il fatto che, con la piega che sta prendendo il nostro paese, forse “esporsi”, come dicono questi “contatti sporadici”, potrebbe avere delle conseguenze spiacevoli, in futuro.
Che sia sui diritti di chi ha inclinazioni diverse dalle nostre, o anche su problemi diversi.
Ma anche di questo parleremo un’altra volta.

Ciò che è interessante invece è che questo qui sopra non è un arcobaleno, e non ha nulla a che vedere col Pride Month. Aumentiamo il livello dei dati, e vediamo se così diventa più chiaro.

Già.
L’andamento delle temperature anno per anno, nel nostro paese, negli ultimi 120 anni.

E trovo sommamente curioso che ci siano persone che quotidianamente, proprio su Facebook, postano status su quanto odiano l’estate, e nessuno di costoro pare aver ancora notato che le estati non sono più quelle di una volta.
E gli inverni nemmeno.

Non è per quello che serve Facebook, si dirà.
Facebook serve per attirare l’attenzione e sembrare interessanti.
Parlare della crisi climatica è noioso.

Il grafico qui sopra arriva da un sito dell’Università di Reading, chiamato #ShowYourStripes.
È disponibile anche il grafico dell’andamento globale.
Non è bello neanche quello.

Ne abbiamo parlato in passato.
La nostra civiltà si sta suicidando, e si sta suicidando per continuare a garantire i profitti di una ristretta cerchia di persone. E non parrebbe un problema così complicato – perché si riduce al classico “o la borsa o la vita”.

Ma a quanto pare stiamo scegliendo la borsa.
Sempre e comunque.
Perché la vita, ci illudiamo, e sempre quella degli altri.

Ma forse non è vero.
Forse quelle strisce colorate sono qualcosa che si sono inventati gli scienziati malvagi per ingannarci!
O forse è vero ma non è colpa nostra, è un andamento naturale, e tutto tornerà normale dopo che saremo morti male.
O magari è vero, ma non ci possiamo fare nulla, e sprecheremmo solo dei soldi senza alcun risultato.

Che sono alibi mechini, che si riducono alla fine al semplice “perché dovrei sbattermi?”

Ed è interessante, perché è come la storia di una persona che prova un dolore sordo e continuo al fianco, per giorni, settimane, mesi.
E va dal medico, ed il medico gli fa una serie di visite ed esami, e gli dice, “mi dispiace, sei messo male, devi cambiare stile di vita, dare un taglio a sigarette, alcoolici, carni rosse e bevande gassate, e magari metterti a fare delle lunghe passeggiate.”
Ed il tipo si dice “cosa ne sa il medico? Perché dovrei fidarmi? E se poi non cambia nulla?”
E se ne torna a casa, domandandosi a cosa sia dovuto quel dolore al fianco.
Magari dando un’occhiata su Facebook troverà una risposta che gli piaccia.

Avendo osservato la campagna di disinformazione che dai primissimi anni ’80 venne messa in campo per delegittimare le posizioni dei ricercatori sulla crisi climatica, mi domando se la nostra attuale relazione conflittuale coi fatti, e con le opinioni dei tecnici, non derivi da lì.
I terrapiattisti, gli antivaccinisti, i complottari assortiti, i respiriani, i difensori della civiltà dagli orrori del gender, i “contatti sporadici”… tutti figli di una martellante campagna stampa voluta da un cartello di aziende per non dover modificare il proprio modello imprenditoriale.

E volete ridere?
Poi hanno cambiato il loro modello imprenditoriale.


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Chi vi parlerà di ciò che non conoscete?

Questo post comincia da una osservazione volante che mi ha fatto mio fratello ieri sera a cena: ma i tizi che fanno “reaction videos” su Youtube, guardano tutti gli stessi film?
E così ieri sera dopo cena ho fatto un po’ di indagini, perché era una serata tranquilla, non avevo voglia di leggere, ed avevo passato buona parte del pomeriggio a scrivere.

Sempre provvida di informazioni, Wikipedia mi spiega che

un reaction video è un video in cui le persone reagiscono a qualcosa.

Wow.

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