strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Un magnete per l’avidità

To Space-Age man, every mystery is a greed-magnet.

Fritz Leiber, The Silver Eggheads, 1962

Pare che dall’inizio dell’anno prossimo saranno disponibili commercialmente i primi software “efficienti” per la scrittura di narrativa.
Non nel senso di cose come Scrivener, che se si adatta al vostro approccio alla scrittura, vi permette di organizzare il vostro manoscritto. No, dei programmi che, usando il machine learning, potrenno campionare in tempi rapidissimi un intero corpus di testi e poi produrre, a partire da alcuni “semi”, un racconto o un romanzo.

AI per la narrativa – l’equivalente di ciò che Midjourney è per la grafica.
Li avete visti, in giro, ne sono certo, tutti quei post sui social con delle immagini un po’ legnose di gente con troppe dita, e sotto scritto, “Conan il Barbaro diretto da Wes Anderson”.

Che valanga di risate, eh?
Certo, dopo la sedicesima volta diventa un po’ noioso, ma il futuro è così brillante che devo mettermi gli occhiali da sole.

Quando, nelle settimane passate, un editore di prima fascia come la Tor ha messo una immagine AI-generated su una copertina, c’è stata una levata di scudi generale nel mondo della grafica e nel campo degli autori.
I problemi sono due.
Il primo, il più ovvio, è che ovviamente usando una AI per generare una copertina, non si paga un artista. E le persone che si guadagnano da vivere disegnando, sono comprensibilmente preoccupate, nel vedere una contrazione possibile del loro mercato.
Il secondo problema è dato da come una AI tipo Midjourney opera – sulla base delle parole chiave esegue una ricerca in rete per immagini taggate in quella maniera, le campiona, e le utilizza per sintetizzare un certo numero di nuove immagini. Questo significa che i lavori di chiunque abbia una galleria online del proprio lavoro come illustratore sono preda libera, in barba al copyright. Ancora una volta, chi si guadagna da vivere con la propria arte viene penalizzato.

È per questo che a me quasto eterno carosello di “Titanic diretto da F.W. Murnau”, “Flash Gordon diretto da Zack Snyder” e compagnia danzante dà abbastanza fastidio.
Non solo perché, onestamente, chissenefrega di come sarebbe King Kong diretto da Kubrik o Casablanca diretto da John Waters. Ma soprattutto perché è l’altra faccia del machine learning.
Se da una parte è necessario educare le macchine a campionare e sintetizzare sempre meglio le fonti – ed è ciò che coloro che creano e condividono quelle immagini stanno facendo – dall’altra è anche necessario educare il pubblico ad accettare l’AI art come la più gran figata dai tempi delle caverne di Altamira.

Ora, programmi che generano testi a partire da un seme di concetti, nomi e situazioni, esistono già – due anni or sono ho partecipato alla presentazione online di uno di questi software, sviluppato per produrre pornografia.
Perché pornografia?
Perché nel settore dell’autopubblicazione, è la categoria che paga di più, ed è un genere di narrativa che utilizza delle formule elementari, ripetitive e molto rigide (no, non è un doppiosenso), per un pubblico facilmente fidelizzabile e decisamente di bocca buona (ancora una volta, non un doppiosenso).
E quindi ecco un software nel quale io posso settare una manciata di parametri, e ricavarne un file con un testo del numero di pagine richieste, che necessita solo un’editata.
Poi ci metto il mio nome, e lo vendo.
Bello liscio.

Ciò che mi colpì in particolare di quella presentazione, fu il tono con cui la persona che aveva prfogrammato questo software descriveva la propria creazione.
Il concetto reiterato di continuo in quelle due ore era

Pensate a quanti soldi potrete fare, senza bisogno di saper scrivere.

Perché l’idea non era solo quella di presentare il software, naturalmente, ma anche di venderlo.
Un fisso per il programma principale, e un abbonamento annuale per gli upgrade.

Non c’era nulla, in quella presentazione, che facesse riferimento alla possibilità, francamente straordinaria, di avere una macchina che crea storie.
L’unico segno di passione mostrato dalla persona che aveva creato quella macchina era la passione per i soldi.
L’unica considerazione per i lettori era in funzione di quanti quattrini avrebbero pagato.

La frase con cui si apre questo post è presa da Le Argentee Teste d’Uovo, di Fritz Leiber – un romanzo satirico su un futuro in cui la narrativa viene creata dai “mulini”, a partire da input inseriti dagli “autori”, il cui lavoro principale è apparire bene in fotografia e fare cose per comparire negli articoli dei giornali.

Nel 1962, Fritz Leiber vide che l’avidità avrebbe prevalso.
Perché ai vecchi tempi, nella fantascienza, l’idea era che le macchine in futuro si sarebbero sobbarcate tutti i lavori noiosi, lasciando gli esseri umani liberi di dedicarsi all’arte, alla filosofia.

A just machine to make big decisions
Programmed by fellows with compassion and vision
We’ll be clean when their work is done
We’ll be eternally free, yes, and eternally young, ooh

Donald Fagen, I.G.Y., 1982

E invece no.
Che si fotta la filosofia, hanno detto alcuni.
Possiamo vendere l’arte fatta dalle macchine, e non dobbiamo pagarle.
È tutto profitto.
I lavori noiosi possono farli quei disgraziati là fuori, pagati il meno possibile.
E che ringrazino di avere un lavoro.
Se lavoreranno abbastanza duro potranno avere qualche spicciolo per comperare l’arte fatta a costo zero dalle macchine, che noi venderemo loro.
Si fottano la compassione e la visione – noi vogliamo i quattrini!

Leiber lo aveva previsto.

È accaduto, molti anni or sono, con i software di traduzione.
Oh, ve lo garantisco – provare a tradurre un romanzo con Google Translate darà dei risultati fra il grottesco ed il ridicolo, ma la sola comparsa sul mercato del vecchio, orribile Italian Assistant, negli anni ’90, fece crollare le tariffe dei traduttori.
Ora sta succedendo ai grafici.
Presto toccherà agli scrittori.

C’è stata una levata di scudi, si diceva, riguardo all’uso di AI art per le copertine della Tor.
Autori di successo come John Scalzi e Kaitlin R. Kiernan hanno dato disposizioni che i loro lavori non vengano mai pubblicati con illustrazioni generate da macchine.
Hanno il potere contrattuale per farlo.
Ma presto si potrà aggirare il problema pubblicando romanzi composti da macchine a partire da un campione di testi preesistenti. E le macchine non protesteranno per le copertine.

Le AI di scrittura seguirenno le regole del manuale alla lettera, per la gioia dei guru – che non potranno più tenere corsi di scrittura, certo, ma probabilmente si metteranno a vendere software, o corsi di programmazione e machine learning, perché gli eredi di P.T. Barnum cascano sempre in piedi.

E i sostenitori dell’idea che il successo di un testo dipenda dall’editor, e non dall’autore, saranno finalmente vendicati – perché l’unico lavoro disponibile per gli esseri umani, per un po’ almeno, sarà quello di ripulire e infondere un minimo di vita in testi fatti a macchina.
Ma se le regole sono chiare, anche l’editing può essere svolto da un software, per il solo costo dell’energia elettrica necessaria ad alimentare i processori.

È luddismo, il mio?
No.
Le intelligenze artificiali possono fare grandi cose – nella diagnosatica, sia in ambito medico che in ambito ingegneristico. Nella ricerca. Nella risposta alle crisi ambientali che diverranno sempre più frequenti nel nostro futuro prossimo.
Le AI possono fare moltissimo per migliorare la condizione umana.
Ma qui non è di migliorare la condizione umana, che stiamo parlando.
Qui parliamo del solito vecchio problema di cui parlava la buonanima di Harlan Ellison in quel vecchio video che io riposto spesso – pagare l’artista, pagare lo scrittore.

E, per contro, l’idea di massimizzare i profitti pagando il meno possibile il lavoro altrui.

Le macchine non eguaglieranno mai l’immaginazione e la creatività umana, si potrebbe obiettare.
Vero.
O per lo meno probabile, per qualche anno ancora.
Ma siamo interessati, davvero interessati, all’immaginazione, alla creatività ed all’originalità dell’essere umano?
Voglio dire, avete visto queste immagini fighissime di come sarebbe Yojimbo se l’avesse diretto Sergio Leone, o I Sette Samurai se l’avesse diretto John Sturgess?
Pensate che storia, avere la possibilità di leggere un nuovo romanzo proprio come quelli di Stephen King, uno nuovo, ogni anno, per l’eternità, anche dopo che il vecchio imbecille sarà morto e sepolto.
Meglio degli originali.

E quei palloni gonfiati che per anni si sono dati delle arie ed hanno fatto soldi standosene seduti a scrivere e a disegnare dovranno ffinalmente trovarsi un lavoro vero.
Così imparano.

Humans aren’t as you idealized them, Blanda. Humans are dream-killers. They took the bubbles out of soapsuds, Blanda, and called it detergent. They took the moonlight out of romance and called it sex.

Fritz Leiber, The Silver Eggheads, 1962

Dal punto di vista di una persona che invidia profondamente chi è capace a disegnare, che ama leggere, e che si guadagna da vivere scrivendo storie e facendo traduzioni, il panorama è desolante.
Il consiglio che si sente ripetere nei forum delle associazioni professionali di scrittori è di fare cassa e prepararsi a un lungo inverno.

Lo so, è una visione molto pessimistica di ciò che ci aspetta.
Ma a volte è necessario guardare alle meraviglie del progresso con una sana dose di diffidenza, e sperare che queste visioni oscure di avidità rampante e creatività umiliata siano delle self-preventing prophecies.


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Mille euro e una gita fra i monti

Nell’ultima settimana, attraverso il meraviglioso strumento dei post sponsorizzati su Facebook mi sono stati offerti cinque (CINQUE) corsi di scrittura – più una fantomatica “masterclass” sullo stesso argomento.
I corsi vanno dall’estremamente generico (“scopri il piacere della scrittura!”) al ridicolmente specifico (“scrivi fantasy come Brandon Sanderson”), ed hanno un costo che oscilla dai 350 ai 2000 euro.
Sono tutti offerti da scuole di scrittura con nomi tra il roboante e l’accattivante, e tenuti da persone che coprono lo spettro cha va da “e questo chi è?” alle risate isteriche, “ma che, davvero?!”
Uno dei corsi prevede che io parta con tenda canadese e sacco a pelo per andare a scrivere fra le montagne con una banda di sconosciuti “aspiranti scrittori” … e se non è l’incipit di un film horror indipendente questo, non so davvero cosa sia.

E potrei anche dire che, dopo sei anni ormai passati a pagarmi i conti scrivendo, essere martellato da questo continuo “impara a scrivere!” … “vieni a imparare come si scrive!” … “pubblica finalmente il tuo romanzo!” … ecco, non è che faccia benissimo alla mia sindrome dell’impostore … oddio oddio hanno scoperto che non ho idea di come si faccia.
Ma è un momento, e poi mi ricordo che no, ho una buona idea di come si faccia, e la mia banca lo può confermare (sono, in effetti, i miei più grandi fan – specie l’ufficio mutui e finanziamenti).
Lo possono confermare i miei lettori, i miei editori.

Ora, naturalmente, la strada che porta alla scrittura è diversa per ciascuno di noi, e magari c’è davvero qualcuno che, sperduto fra i monti con un paio di migliaia di euro in meno sul conto, alla disperata ricerca di una toilette che non sia una tana di marmotta e braccato dai montanari mutanti cannibali, trova la propria realizzazione come narratore.
E chi sono io per criticare queste persone?

Alla fine è come la persona che, colpita da una malattia odiosa e incurabile, fallito l’intervento di medici e specialisti, alla fine prova anche ad andare dallo stregone, dal guaritore omeopatico di scuola ayurvedica, dal settimino che gli impone le mani. Nessuno può biasimarlo, perché è un suo diritto provare qualunque cosa, davanti alla prospettiva di dover morire.

Possiamo però biasimare, e molto, chi approfitta di questa che è una necessità psicologica di una persona disperata, per farci dei soldi.

I corsi di scrittura – e credetemi, ne ho tenuti, quindi sono stato dall’altra parte della barricata – rispondono ad una forma di disperazione. Meno drammatica certo del sentirsi dire che non c’è cura e non c’è speranza, ma qui non stiamo facendo a gara su chi abbia la disperazione “più importante”.

Ciò che possiamo fare quando teniamo questi corsi è spiegare che non esiste una soluzione uguale per tutti – che l’incertezza è normale, e che esistono pratiche che possono aiutarci a tenerla sotto controllo.
Ma promettere la via, la verità e la luce è disonesto.

All’origine di questa che è ormai palesemente una industria è il problema centrale di chi scrive, ed un problema che tutti hanno affrontato quando hanno messo per la prima volta delle parole in fila su una pagina – “come faccio a sapere che quello che ho scritto è giusto“?

E giusto assume significati diversi per diverse persone – ma negli ultimi anni “scrivere giusto” ha assunto il significato di “seguire le regole”.
Seguire le regole è in fondo la risposta a quella paura che si diceva.
“Ho scritto giusto perché ho seguito le regole. Ergo, il mio è un buon libro.”

È interessante, in effetti, che molti di coloro che, per anni, su blog e forum, hanno insistito sull’importanza suprema delle regole (sempre e solo quelle quattro o cinque regole, non starò a ripetervele), poi si siano messi a offrire corsi di scrittura.
“Solo io posso insegnarti le regole per scrivere giusto. Vieni con me fra le montagne, ma prima caccia i danari…”

Sorvoleremo qui sul fatto che spesso queste persone non hanno alcuna esperienza di prima mano dell’atto della scrittura, ma sono semplicemente lettori – ed è un po’ come se l’essere assidui spettatori di gare di Formula 1 li qualificasse ad insegnare la guida ad alta velocità.

Ma no, restiamo focalizzati su questo fatto, che esiste una persona o, sempre più spesso, una organizzazione, che a fronte di un pagamento in denaro – un pagamento salato ma non inavvicinabile, perché sennò nessuno abbocca – vi insegnerà a scrivere.

Loro sanno come si fa, e sono disposti a insegnarvelo.
E se alla fine doveste fare un buco nell’acqua, e i vostri racconti dovessero venire usati come esca per il camino dagli editori, beh, siete voi che non vi siete impegnati abbastanza.
E poi, certo, c’è il corso avanzato di scrittura, al quale potreste iscrivervi avendo seguito il corso di base…

Dovremmo porci delle domande.
È davvero solo una questione di soldi e di applicare una serie di regole?
Conta la spesa? Scriverò meglio, seguendo un corso da 980 euro più IVA, di quanto scriverei se seguissi un corso da 350 euro tutto compreso?
Ma più importante, c’è davvero una formula, e alcuni che la possiedono sono disposti a condividerla con noi, e dopo tutto andrà bene?
È alla fine scrivere un libro come preparare una teglia di lasagne – basta seguire la ricetta e rispettare i tempi di cottura?
E se è così, perché ci sono al mondo così tanti ricettari, con così tante ricette diverse per le lasagne, e comunque nostra nonna ride di loro e fa a modo suo e le sue lasagne sono un sogno?

Ma certo, le lasagne sono una cosa diversa – mi basta assaggiarle per sapere se le ho preparate “giuste” oppure no.
Ma ciò che scrivo?
Come faccio a sapere che la mia storia funziona, che non mi rideranno in faccia, che qualcuno sul suo blog non la smonterà riga per riga dandomi del ritardato mentale davanti a un pubblico che nei commenti farà a gara a chi riesce ad essere più odioso?
Posso farla leggere alla mamma, o alla fidanzata, o agli amici, ma cosa ne sanno, quelli?
Ho bisogno di qualcuno che sia autorevole, e che mi liberi da questa paura.
Qualcuno che, metaforicamente, assaggi le mie lasagne dall’alto della sua esperienza, e a fronte di un pagamento e magari una gita fra i monti insieme ad altri aspiranti creatori di lasagne, mi dica come aggiustarle, metaforicamente, di noce moscata…

Il punto alla fine è questo – tutti hanno paura.
Nessuno sa come si scriva “giusto” … nessuno sa davvero cosa sia giusto o sbagliato.
Stiamo tutti improvvisando.
Ciascuno di noi sfrega assieme due idee, decide (forse) una struttura, buttagiù un paio di dialoghi, prova a vedere dove andrà questa storia… Magari riscrive, magari decide di buttare tutto e ricominciare da capo.
L’unica cosa che conta davvero è la pratica.
È la pratica che ci dice quali regole applicare, e dove, e quali ignorare. La pratica che ci dice che queste due idee sono promettenti mentre quelel altre dodici sono belle, sì, ma non funzionano, non qui, non ora, magari la prossima volta.
È la pratica che ci dice che, arrivati alla fine, sì, è una storia decente – e ci spinge a superare l’orrore di spedirla a uno sconosciuto che valuterà se pubblicarla oppure no.

Ciò che un corso di scrittura può fare è mettere ordine nelle nostre esperienze, e fornirci degli esempi, e degli strumenti (le più volte reiterate regole) che tuttavia starà a noi decidere – sul campo e a seconda delle circostanze – come, e quando, e perché usare. Se vogliamo usarli.
I corsi servono ad evitare che noi si debba reinventare la ruota, ma se poi usarla per costruire una carriola o per aprire una bottega di ceramista, quello sta a noi deciderlo.
Il resto è pura improvvisazione, una certa dose di incoscienza, ed una buona quantità di paura.

Questi corsi ci promettono la libertà da questa paura.
Ci promettono di liberarci dall’incertezza e dal dubbio.
Hai spuntato tutte le caselle giuste, puoi stare tranquillo.
Alla prova dei fatti, non basta.
Quell’incertezza e quel dubbio sono parte dell’esperienza, esattamente come il divertimento e i momenti di frustrazione.

Volete seguire un corso?
Perché no.
Ce ne sono tanti in giro, per tutti i prezzi – come mi ha dimostrato Facebook nell’ultima settimana – incluso uno che vi insegnerà a scrivere fantasy come Brandon Sanderson.
Brandon Sanderson che, in effetti, ha pubblicato gratis su Youtube il suo corso di scrittura tenuto alla Brigam Young University.

L’importante è essere consapevoli che i corsi, così come i manuali, servono solo a fornirci gli strumenti, e starà poi a noi decidere come usarli.
Le regole della scrittura, come dice un mio buon amico, sono solo convenzioni – e quindi si possono cambiare. Cambieranno, che ci piaccia o no.
Conoscerle è utile, usarle è una questione di esperienza e di pratica, non di formule precotte.

Qualche anno addietro ho postato sul mio blog in inglese un corso di scrittura gratuito in una sola pagina – ed ha avuto un certo successo, anche se alcuni l’hanno considerato uno scherzo o una parodia.
Ho una mezza idea di ampliarlo, tradurlo e distribuirlo di nuovo gratis.
Poche pagine, che potrete portare comodamente con voi in montagna…


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La preghiera di Shorr Kan

Leviamoci subito la notizia dai piedi, prima che i soliti canali se ne impossessino e la facciano deragliare: due membri di una organizzazione che afferisce alla galassia della “climate rebellion” è andata alla National Gallery di Londra, e ha gettato della zuppa di pomodoro Heinz su I Girasoli di Van Gogh lì esposti.

Il motivo del gesto, dalle loro dichiarazioni, era sensibilizzare il pubblico sul fatto che il pianeta sta andando all’inferno in un secchio e un sacco di gente sta male.

“Cosa vale di più? L’arte o vita? Vale più del cibo? Vale più della giustizia? Siete più preoccupati per la protezione di un dipinto o per la protezione del nostro pianeta e delle persone?”

Incredibile dictu, alla National Gallery di Londra, davanti a I Girasoli di Van Gogh, c’è un vetro antiproiettile, che ora sappiamo essere impenetrabile anche alla zuppa di pomodoro.

Si tratta di un gesto estremamente stupido – che ci siano musei che prerservano le opere d’arte non incide sui problemi ambientali e sociali. Non è che se bruciassimo tutte le tele in tutti i musei i problemi si risolverebbero.
Non è che si potrebbe dire, beh, OK, ora che non dobbiamo più finanziare i musei qui soldi li spendiamo in aiuti ai bisognosi.
I soldi per i bisognosi ci sono, ma non sono i musei a sottrarli dal sistema.

Si tratta perciò semplicemente di un gesto che fornisce munizioni a quelle persone (li conosciamo) che ora potranno farsi scudo dell’essere “moderati”, e puntando il dito accusare chiunque si occupi di crisi ambientale o diritti civili p che protesti in qualunque modi per qualunque cosa, di essere uno che vuole buttare zuppe diverse su capolavori dell’arte.

Per questo motivo, più che per ogni altro, si è trattato di un gesto stupido.
Perché è innegabile che le vite umane, e l’ambiente, e i diritti, siano estremamente importanti.
Ma questo gesto è inutile, e stupido, perché è completamente slegato dalle preoccupazioni – più che legittime – che si suppone lo abbiano animato.

E già che ci siamo, facciamo anche un po’ di difesa preventiva – perché li sento quelli là fuori che “ah, ma ai tempi delle proteste di Black Lives Matter, eri dalla parte di quelli che hanno abbattuto la statua di Edward Colston a Bristol!”

Sì, e sono ancora dalla loro parte, e vorrei approfittare della vostra attenzione per sottolineare la differenza fra i due eventi – perché presto li vedrete accomunati su qualche canale populista, e potreste non avere una visione completa dei fatti.

Il 7 giugno 2020, a Bristol (UK) i manifestanti per i diritti civili scesi in piazza con il movimento Black Lives Matter hanno abbattuto la statua di bronzo di Edward Colston, filantropo del 17°/18° secolo, e mercante di schiavi, e l’hanno letteralmente gettata a fiume. Un uomo che ha fatto un sacco di cose buone, Colston, scuole e case popolari ed ospedali, coi soldi ricavati dalla vendita di altri esseri umani.

Per gli amanti del dato statistico, parliamo di 84.000 uomini, donne e bambini, trasportati dall’Africa ai Caraibi. Per lo meno 19.000 morirono di stenti durante il transito.

Da circa vent’anni, l’amministrazione di Bristol ricevevava regolarmente petizioni perché la statua venisse rimossa, e ritirata in un museo, con una scheda di accompagnamento che spiegasse ai visitatori che sì, esiste questa contraddizione – uno può causare soffferenze indicibili con una mano, e fare del bene con l’altra.
L’amministrazione aveva sempre ignorato le petizioni.
Poi il 7 giugno la statua di Colston finì a mollo.

I manifestanti vennero accusati – di solito da gente che non sapeva fino al giorno prima chi fosse Colston, o che a Bristol ci fosse una sua statua – di voler “cancellare la memoria storica”, e di “non rispettare l’arte”.
Li ho sentiti.
“Abbattere le statue è sempre sbagliato!”
Davvero?

Incredibile dictu, il bronzo non soffre particolarmente per una breve immersione in acqua.
L’11 giugno 2020 la statua è stata ripescata, ed esposta in un museo.
Le petizioni della popolazione sono state finalmente accolte (bastava insistere un po’).

Paragonare questo evento a due pirlotti che gettano della passata di pomodoro su un quadro è scorrertto e tendenzioso – da una parte abbiamo una protesta per i diritti umani, che abbatte la statua di una persona che sulla negazione di quei diritti ha cotruito una fortuna, una statua che continua ad essere lì nonostante le ripetute e civili richieste della popolazione.

I due pirlotti con la loro latta di zuppa Heinz che si mettono in posa per le fotografie fanno un sacco di baccano in un museo per qualcosa che con i musei – e con Van Gogh e con i girasoli in genere – ha poco o nulla a che vedere.

Non ci risulta che Vincent Van Gogh abbia particolarmente inciso sul clima, e la spesa per il mantenimento dei musei è una goccia nel mare della spesa pubblica, e ci sono soldi spesi dagli stati che sono molto più discutibili e moralmente dubbi del tenere le luci accese nei musei.

Il “gesto di protesta” è solo un modo per attirare l’attenzione – e se l’idea era quella di attirare l’attenzione su un problema serio e pressante, c’erano infinite maniere più costruttive, e di maggiore impatto, e che non forniscono munizioni a chi cerca sempre e comunque una buona scusa per delegittimare le proteste.
C’erano infinite alternative.
Ma certo, comportavano rischi maggiori che un richiamo all’ordine per disturbo della quiete.
I super-ricchi si imbizzarriscono molto quando gli si vandalizzano le automobili o quando si pubblicano i loro rendiconti bancari, ad esempio – molto più dei dipendenti dei musei quando li si obbliga a smontare un vetro protettivo e metterlo in lavastoviglie.

Perciò no, le due proteste – come potete vedere anche dalle fotografie – sono due cose diverse.
Però ve le presenteranno come sintomi degli stessi problemi.
Magari ci butteranno dentro anche Greta Thumberg, e il fatto che dovrebbe tacere e andare a scuola.

E davvero, non mi interessa da che parte stiate in queste faccende, riguardo a Colton, a van Gogh, alla Thumberg e a tutto il resto.
Ma vorrei ricordare a voi, in questo momento di confusione, la Preghiera di Shorr Kan:

O signore, dammi dei nemici intelligenti ma non degli amici stupidi.


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Anime & Politica

Molti anni or sono – ma davvero tanti, era il 1993 – un tale che conoscevo nell’ambiente dei magmamaniaci, che avevano da qualche tempo preso ad autodefinirsi otaku, mi venne a dire che alle prossime elezioni politiche avremmo dovuto votare un certo personaggio, imprenditore e proprietario di tre reti televisive, “perché è quello che ha portato più cartoni animati giapponesi nel nostro paese.”
Sarebbe stato un voto utile, mi spiegò.
Più anime per tutti.

Io avevo altro a cui pensare, ma l’idea mi parve al contempo ridicola, offensiva e pericolosa.
Ricordavo le foto di Reagan di pochi anni prima, con gli adesivi “Rambo is a Republican”, e dissi a quel tale di farsi un giro.
Gli citai anche, ne sono certo, i Campi Hobbit.

Ed ora, quasi trent’anni dopo, in occasione di questa tornata elettorale, ho sentito dire che sarebbe stata una buona idea votare per una certa candidata “perché almeno è una fan di Tolkien”.
E in comizio si è citato il film di Peter Jackson, e si è andati anche a scomodare il povero George R.R. Martin.

Qualunque cosa, pur di trovare un appiglio al nostro immaginario, ed usarlo.

Rambo, Capitan Harlock e Sailor Moon, Conan il Barbaro, Cthulhu, Aragorn figlio di chi sappiamo, Daenerys Targaryen…

È un po’ come quando viene fatto l’ennesimo remake, o il quinto sequel/reboot di un film su un personaggio dei fumetti – perché correre dei rischi proponendo qualcosa di nuovo, quando possiamo far leva su qualcosa che c’è già, nella testa e nell’anima del pubblico?

E quindi in politica, perché avere un programma quando possiamo arruolare i fan di un qualche grosso franchise semplicemente dicendogli “noi e voi siamo uguali, e quindi voi la pensate come noi”?

Ho sempre trovato sottilmente tragico che John Rambo, un veterano traumatizzato ed abbandonato dal sistema, che cerca un posto dove mangiare un boccone e invece viene bastonato e braccato dalla polizia, sia diventato il poster-boy per il partito Repubblicano.

Ho sempre torvato profondamente grottesco che l’opera di Tolkien sia stata dirottata dal lavoro di un critico al quale la buonanima di Tolkien disse “tu non hai capito nulla del mio lavoro”, e che quasi certamente non aveva mai letto i libri.

E trovo profondamente offensivo che un politico di qualsivoglia colore o inclinazione provi ad appropriarsi del mio immaginario al fine di potermi arruolare.

Però succede.
Continua a succedere.
Ed ho l’orrenda impressione che una certa percentuale di persone continui a cascarci.

Sotto il governo Reagan, le politiche a favore dei veterani vennero drasticamente ridimensionate.

A partire dagli anni ’90, le reti Mediaset ridussero drasticamente l’importazione di nuovi titoli di animazione giapponese, e cominciarono a censurare massicciamente le serie che rimasero in programmazione.

E io ho dei forti dubbi che una nuova apertura nei confronti degli elfi di Lothlorién avrà un impatto positivo sulla situazione internazionale, e sullo stato dell’ambiente.
Però, certo, gli elfi sono tutti biondi…


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Un certo senso di futilità

Sono successe due cose, oggi.
Beh, no, ne sono successe anche di più.
Ad esempio – ho lavorato tutto il giorno ad una traduzione. È stata una giornata discretamente produttiva, ma arrivato alle cinque del pomeriggio ero fermamente convinto che fosse martedì anziché lunedì, e mi stavo preparando a registrare la prossima puntata di Paura & Delirio.
Poi, oops, no, come non detto, sono avanti di un giorno. È ora di fare una pausa.

È stata una giornata pesante, ed è sempre bene trovare il modo di staccare e ricaricarsi – ho un ottimo libro che sto leggendo. Due, in effetti.

Ma sono successe due cose.

La prima, è che il brano della Storia della Terra di Mezzo, Volume XII, che ho tradotto alla svelta stamani qui sul blog è stato citato, verbatim, per dimostrare la tesi opposta a quella che io stavo sostenendo – il testo di Tolkien è stato usato, in altre parole, per dimostrare che no, Galadriel nei testi originali non è mai stata una guerriera, non ha mai combattuto. Leggete il testo, se non lo ricordate.

Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro.

Però no, questa frase significa esattamente il contrario di ciò che dice.
Il bianco è nero, il nero è bianco. George Orwell ne sarebbe orgoglioso.

La seconda è che è stato pubblicato un video nel quale ciò che io ed il mio complice Germano Hell Greco abbiamo detto nell’ultimo episodio del podcast Chiodi Rossi è stato ultrasemplificato, generalizzato e travisato, e siamo stati accusati di aver sostenuto delle tesi deliranti e offensive che non abbiamo mai sostenuto. E il nostro podcast è là fuori, e lo potete ascoltare gratis, ma ci hanno accusati di aver detto qualcosa di diverso da ciò che abbiamo detto.
Il bianco è nero, il nero è bianco.

Comunque, avrei dovuto staccare, rendermi conto che è lunedì e non martedì (hey! è come avere un giorno di vita in più!), e andare a leggermi un altro paio di capitoli di Seven Devils, un libro che sto trovando decisamente divertente e a riguardo del quale farò un post nei prossimi giorni (ammesso che io riesca a finirlo).

Ma quelle due cose a cui ho accennato mi hanno fatto un po’ di malinconia – perché dimostrano che comunicare è impossibile, e provarci è futile. Il muro di rumore è ormai tale che tutto ciò che ci viene offerto è di unirci a un coro, uno qualsiasi, o stare a guardare mentre ciò che sosteniamo – e che probabilmente consideriamo la verità, o un aspetto di essa, o comunque qualcosa di importante, o interessante, o divertente – viene masticato e risputato, senza alcun argomento, senza alcuna classe.

E questo si ricollega, io credo, almeno in parte, al discorso che si faceva un paio di giorni addietro sulla morte o sull’agonia dei blog – perché forse a morire non sono tanto i blog, quanto la voglia di continuare a combattere contro i mulini a vento, quando il tempo che investiamo a squadrarci il culo sulla sella in groppa a Ronzinante lo potremmo passare molto più tranquillamente seduti da qualche parte a leggere, lasciando che ciascuno continui a vivere nell’inferno di sua scelta, in compagnia di “quelli giusti”, che “ne sanno a pacchi”.
Perché continuare a cercare di comunicare, quando la comunicazione è completamente compromessa?

C’è un terribile senso di futilità, in tutto questo.
O forse è solo la stanchezza, che sembra non trovare più alcun sollievo.


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Santa Galadriel, Vergine e Martire

Questo non è il post che avrei voluto fare.
A dire il vero non avrei proprio voluto farlo – quel (poco?) che ho da dire sulla serie di Amazon Prime lo dirò, se sarà il caso, nel podcast Chiodi Rossi, dove pare che a furor di popolo io e Germano Hell Greco dovremo occuparci della serie.

Però però però… mi è capitata sotto agli occhi una cosa che mi ha spinto a meterci giù un post cotto e mangiato – post che non potrò condividere, e quindi poco più che un futile esercizio di auto-gratificazione.
Ma ci sono momenti in cui non possiamo solo tacere e permettere alle sciocchezze di diffondersi liberamente. Qualche persona in buona fede potrebbe venire ingannata da un cialtrone che se la spaccia per i propri scopi, e questo non sarebbe giusto.
Dobbiamo fare qualcosa, per quanto possa essere poco, e inutile.

Per cui OK, io dovrei essere al lavoro su una traduzione, e invece sono qui… a tradurre.
E traduco solo perché sottomano ho il testo in originale (ma sono quasi certo sia uscito anche in italiano).

Ma andiamo con ordine. Riassunto delle puntate precedenti…

1 . è uscita una serie molto liberamente tratta dalle sole appendici a Il Signore degli Anelli

1 b . appendici i cui diritti sono stati legalmente ceduti per 250 milioni di dollari dagli eredi di Tolkien, che supervisionano la produzione

2 . la serie si svolge nella Seconda Era (il romanzo principale si svolge nella Terza)

3 . uno dei personaggi è Galadriel, che esordisce facendo a cazzotti con un bullo da ragazzina, e procede diventando una cacciatrice di orchi ossessionata dall’idea di affrontare Sauron. In una bella sequenza pre-titoli, la vediamo affrontare e uccidere un troll, e poi si ribella all’autorità – tutto nel primo episodio.

E questo, signora mia, no no no, ma quando mai. Galadriel, io la conoscevo bene!
Galadriel la leggiadra e verginale signora del bosco, che mai e poi mai avrebbe impugnato una spada, dio, così si manca di rispetto all’opera del grande J.R.R. Tolkien, e tutto per questa storia dell’empowerment, mio dio che schifo! La mia Galadriel era buona e gentile e mai avrebbe fatto a pugni da ragazzina, figurati accoppare un troll!

E c’è persino chi è andato a scomodare i sacri testi del professor Tolkien per segnalare come il personaggio apparso su Prime sia una oscena perversione di un personaggio assolutamente diverso, che sulla pagina non ha mai combattuto, e mai impugnato una spada. Mai, in nessuno degli scritti originali.

E… No, mi dispiace.

Per dire… (scusate se mi perdo di strada qualche dieresi, vado di fretta)

Era orgogliosa, forte e di volontà indipendente, come erano tutti i discendenti di Finwe con l’eccezione di Finarfin; e come suo fratello Finrod, di tutti i suoi parenti il più vicino al suo cuore, sognava terre lontane e domini che potessero essere suoi da comandare come voleva senza supervisione. Eppure ancora più in profondita in lei dimorava il nobile e generoso spirito dei Vanyar, ed una reverenza verso i Valar che non poteva dimenticare. Fin dai suoi primi anni mostrò un meraviglioso dono di intuizione per i pensieri altrui, ma li giudicò con misericordia e comprensione, e non negò il proprio supporto a nessuno fuorché a Feanor. In lui percepiva un’oscurità che odiava e temeva, anche se non percepiva che l’ombra dello stesso male era calata sulle menti di tutti i Noldor, e sulla sua.
E così accadde che quando la luce di Valinor si spense, per sempre come pensavano i Noldor, ella si unì alla rivolta contro i Valar che avevano ordinato loro di rimanere; ed una volta messo piede sulla strada dell’esilio non si fermò, ma rifiutò l’ultimo messaggio dei Valar, e cadde sotto il Fato di Mandos. Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro. Il suo orgoglio non le permetetva di tornare, supplicante sconfitta in cerca di perdono; ma ora bruciava del desiderio di seguire Feanor con la propria rabbia fino a qualunque terra egli avesse raggiunto, e di ostacolarlo in ogni maniera che le fosse possibile. L’orgoglio l’animava ancora quando, alla fine dei Giorni Antichi dopo la sconfitta finale di Morgoth, ella rifiutò il perdono dei Valar per tutti coloro che avevano combattuto contro di lui, e rimase nella Terra di Mezzo. Non fu che dopo il passaggio di altre due lunghe ere, quando tutto ciò che aveva desiderato in gioventù venne a lei, l’Anello del Potere ed il Dominio della Terra di Mezzo che aveva sognato, che la sua saggezza fu matura, e rifiutò tutto quello, ed avendo superata l’ultima prova, lasciò per sempre la Terra di Mezzo

J.R.R. Tolkien, The History of Middle-earth XII: The Peoples of Middle-earth, Chapter XI “The Shibboleth of Fëanor” (Galadriel)

Così, con buonapace dei #massimiesperti padroni del fantasy.

Lasciamo agli studenti la discussione di come il personaggio di Galadriel, ne Il Signore degli Anelli, non sia un personaggio assolutamente, completamente e monoliticamente (quanti avverbi, il chiaro segno del pessimo scrittore!) positivo.

Ed ora torno a tradurre qualcosa per cui io venga pagato.


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Senza la passione saremmo perduti

Credo di avervelo già raccontato – una ventina di anni or sono, quando ero un misero laureato che campava facendo corsi post-laurea a contratto, all’uscita da un congresso nazionale un collega che aveva due cattedre mi chiese se “questa cosa della statistica” io la facessi “sul serio.”
Perché lui aveva dei dati da analizzare.
“Troppi dati”, disse. Ma non intendeva pagare qualcuno che gli facesse le analisi.
Gli dissi che si poteva fare, e poi si pubblicavano i risultati a firme congiunte.
Ne fu molto deluso.
“Pensavo che lo facessi per passione.”
E non se ne fece nulla.

La regola empirica, a questo punto è – se cominciano a parlarvi di passione, è perché non vi vogliono pagare.
Ma come, maledetto straccione, ti offro la possibilità di fare ciò che ti piace, e vuoi anche essere pagato?

Oggi, un servizio a cui sono abbonato via internet, mi offre gratis (aha!) un pacchetto di risorse fotografiche dedicate alla Passion Economy.
Un paio di quelle immagini le sto usando in questo post – mi pare una cosa sufficientemente post-ironica.
ma cosa diamine è, la Passion Economy?

Una rapida ricerca via Google mi offre questa definizione

La Passion Economy è un’economia costruita attorno a “creatori con uno scopo”: persone fortemente motivate ad avviare un marchio, un’attività o una comunità, di solito su piattaforme digitali, attorno a una passione condivisa. Oggi, c’è una continua richiesta di tre cose che l’economia della passione fornisce: competenza, esperienze e relazioni.

O, per metterla giù in maniera molto più sbrigativa, trasformare i propri hobby in un lavoro.

Il termine è stato coniato, o popolarizzato, da un giornalista americano che si chiama Adam Davidson che, stando ad un articolo che ci narra le sue imprese

cercava la strada in mattoni gialli che potesse collegare [il suo percorso artistico] al successo commerciale

Immagino quella fosse la sua passione – e così ci scrisse un libro, ed ora siamo tutti fregati.

Ora non fraintendiamoci – io ho studiato paleontologia e geologia perché quelle erano le materie che mi piacevano, quello era il lavoro che pensavo mi sarebbe piaciuto fare. La mia passione, se volete.
Una delle mie passioni (ci torneremo).
Ed indubbiamente, considerando che da sei anni a questa parte pago i conti scrivendo, sono certamente una di quelle persone che hanno trasformato la loro passione, il loro hobby, in un lavoro che paga.
Poco e male, ma paga.
In entrambe le mie “carriere” principali, la passione è stata una componente fondamentale.
Ma anche in altri casi – ho insegnato perché mi piaceva insegnare.
Mi piaceva documentarmi, imparare le tecniche di comunicazione dai manuali e metterle in pratica, interagire con gli studenti, comunicare ad altri ciò che sapevo, ciò che avevo visto ed imparato.
Di tutti i lavori che ho in curriculum probabilmente solo quello come spaventapasseri non era motivato da una qualche forma di passione – se escludiamo la passione per i libri che il magro stipendio da spaventapasseri mi permise di acquistare.
Ah, e la vendita di auto usate.
Ho conosciuto una sola persona che avesse una vera passione per la vendita di auto usate, ma quella è una storia per un altro giorno.

E, a voler essere completamente onesti, forse è meglio fare soldi con qualcosa che ci piace davvero, piuttosto che guidare un’auto per Uber o consegnare pizze in bicicletta.
Passion Economy vs Gig Economy.
Ma chissà, ci sono persone a cui piace andare in bici, e persone a cui piace guidare.

Ma allora perché, a fronte di tutte queste considerazioni, l’idea di Passion Economy continua a darmi i brividi?

In parte, certamente, per ciò che mi hanno insegnato le mie esperienze personali – quando cominciano a sbandierare la passione, ti vogliono fregare.
Ci piace molto ciò che scrivi e vorremmo tanto pubblicarlo e venderlo, ma non saremmo mai così volgari da voler insultare la tua passione ed offrirti dei soldi.

In parte è per lo stesso motivo per cui il concetto di “azienda come famiglia” continua a darmi i brividi.
Perché sono segnali di come un aspetto della nostra esistenza – lavorare per vivere – stia cercando di infiltrarsi in ogni altro momento della nostra vita – fino aportarci a vivere per lavorare.
Non è sano, come non si sta dimostrando sana questa idea di trasformare ogni individuo in un’azienda, in competizione con tutte le altre.

Davidson si scorda di dirci, nei suoi lavori, che la Passion Economy alla fine i soldi li fa fare ad altri – ad Amazon che vende i nostri ebook autopubblicati, a Youtube che vende lapubblicità prima durante e dopo i nostri video, a Spotify che distribuisce inostri podcast, ad Etsy che vende le sciarpe che abbiamo fatto lavorando a maglia.
E non è una cosa nuova – da sempre gli editori fanno soldi sul lavoro degli autori; i “soldi veri”, nella Hollywood dell’epoca d’oro, li facevano gli studios che possedevano catene di cinema in cui distribuire le loro produzioni.
Oggi le cose sono cambiate. Chissà, forse i soldi li fanno le piattaforme digitali come Netflix.

Ciò che Davidson si scorda di dirci, insomma, è che la Passion Economy, fondata sulla passione e sulla creatività individuale, è solo un ingranaggio della Distribution Economy, fondata sul controllo di mezzi distributivi, che è poi sempre la solita Business As Usual Economy, dai tempi dei fenici.
Tu fai qualcosa, io lo vendo. Sono solo cambiati i dettagli e, forse, le percentuali.

Io forse sono fortunato.
Ho sempre avuto “troppi interessi”, e quindi diventa facile trasformarne uno in un lavoro, cercando di nonperdere il piacere di farlo, mentre si conservano gli altri interessi come ancora di salvezza, come spazio in cui rifugiarsi due ore al giorno per sfuggire alla competizione, all’ostilità, all’orrore del mio dio, se non scrivo la banca si prende la casa!

Ma non è una situazione sana, quella che ci viene presentata.

Ce lo aveva detto Ray Davies, nel 1986.
Ma noi non stavamo ascoltando.

Ah, dimenticavo – ci sono quei dati ancora da analizzare, se qualcuno fosse interessato.
Ma bisogna avere passione, e non sperare in un compenso o un riconoscimento.


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Niente dura in eterno

Dopo lo scioglimento dei Beatles, il primo dei quattro a uscire con un lavoro da solista fu George Harrison, con un triplo album che si intitolava All Things Must Pass. Il brano che dava il titolo all’album era ispirato ad una poesia di Timothy Leary, a sua volta ispirata al tao te Ching – una meditazione sulla natura fuggevole dell’esistenza.

E sì, questo sarà uno di quei post che vanno un po’ a zig-zag, prima di arrivare , forse, ad una conclusione.

Un paio di giorni orsono, sul suo canale Youtube, Rick beato ha postato un breve video intitolato Nothing Lasts Forever. Beato è un ex produttore che da sei anni gestisce un canale Youtube in cui parla di teoria musicale – ha oltre tre milioni di abbonati, ed è una di quelle persone che si guadagnano da vivere su Youtube. Il suo video prendeva spunto da alcune statistiche pubblicate di recente, che sembrano indicare che la durata media di un canale Youtube è sei-sette anni. Da questa considerazione, il sessantenne Beato ha ricavato una interessante riflessione su come, se si ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo, si finisce con l’avere più di una carriera, più di un modo per guadagnarsi da vivere. E a volte è molto difficile spiegare a chi ci sta attorno che sì, una volta facevamo altro, ma ora facciamo questo…
Il video dura sette minuti e mezzo, e vale la pena di essere ascoltato.

Il video di Rick Beato mi ha dato da pensare per un paio di cose che mi sono capitate di recente.
Io ho cinque anni meno di lui, ed una carriera in meno rispetto a lui.
Però…

A Novembre sarò a Novara per presentare Piemontesi ai Confini del Mondo.
L’associazione della quale sarò ospite mi ha contattato la settimana passata per chiedermi di verificare i dati sul materiale pubblicitario che stanno per mettere in circolazione. E lì, nero su bianco, c’era la dicitura…

Davide Mana, Storico

Che naturalmente è sbagliato. Per quanto mi possa piacere la storia, e per quanto il mio libro sia una raccolta di biografie, io non sono uno storico – si tratta di usurpazione di titolo. C’è gente là fuori che ha passato anni inuniversità, per fregiarsi di quel titolo, ed avrebbero tutti i diritti di risentirsi se io me lo appiccicassi addosso.

Perciò ho contattato l’associazione, spiegando che no, grazie, non sono uno storico.
Sono un paleontologo, ed ho un PhD in Geologia.
Oppure, considerando che è così che da sei anni mi guadagno da vivere, sono uno scrittore.

La risposta è arrivata a stretto giro, e il materiale pubblicitario conterrà la dicitura

Davide Mana, Scrittore

Ci sta. Come dicevo, sono ormai sei anni che pago i conti scrivendo, e sono passati sei anni dall’ultima volta che ho lavorato ad un articolo accademico, otto anni da che ho lavorato per l’ultima volta in università. Scrittore va bene. Descrive ciò che faccio, e come diceva la buonanima di Harlan Ellison non richiede altre qualifiche – scrittore è sufficiente.
Non è millantato credito, non è usurpazione di titolo.
Ma ci si sente strani, a dover accettare che sì, la vecchia carriera si è chiusa, ed una nuova è aperta ormai da anni. E ci si sente ancora più strani a parlarne, a spiegarlo al prossimo.

“Sì, OK. Ma di lavoro vero, cosa fai?”

Questo è ciò che mi ha fatto venire in mente il video di Rick Beato – che ci sono capitoli che si chiudono, ed altri che si aprono, e non c’è nulla di male.

Parallelamente a tutto questo, e sempre in seguito all’uscita di Piemontesi ai Confini del Mondo, è comparso un breve articolo sulla stampa locale. Un buon pezzo, che parla del mio libro, attribuendolo a

Davide Mana, scrittore monferrino

Ecco, questo no.
A parte la faccenda del non avere bisogno di altre qualifiche, io monferrino non lo sono – per quanto io possa vivere a un tiro di schioppo da Nizza Monferrato.
Io non sono cresciuto in questo posto. Mi limiterò a morirci.
Io non sono partecipe della storia e della cultura di queste colline.
Vivo in questo posto da oltre dodici anni, e sono ancora “quelloche viene da fuori.”
E lo sarò per sempre, e mi sta bene così.
Come alcuni conoscenti non mancarono di notare, ripetutamente, quando dodici anni or sono mi trasferii fra queste colline

“Sei proprio un Torinese…”

“Torinese”, sapete, detto con quel tono insistito e quel mezzo sorrisetto col quale si potrebbe dire “molestatore di pecore”, o “primate che si crede sapiens”.
Ed è vero. Io sono nato e cresciuto a Torino, e non posso negarlo, né ritengo di dovermi vergognare. Perché è vero, tutto ha una fine, come dice Rick Beato, e tutte le cose prima o poi passano, come diceva George Harrison. Ma ci sono cose che rimangono, e che nonostante tutto non cambiano.
E va bene così.