strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Le 11 domande di Ferriss

Nel 2016, l’americano Tim Ferriss inviò una mail con undici domande ad un centinaio di persone, chiedendo loro di rispondere almeno a cinque. L’idea era quella di raccogliere la saggezza di persone che l’autore di 4-Hours Work Week stimava, per farne un volume.
Non una cattiva idea, ammesso di avere la faccia tosta per farlo.

Tim Ferriss, guru self-made che aveva appena compiuto quarant’anni e si sentiva un po’ alla deriva, la faccia tosta ce l’aveva – e molti di coloro a cui aveva inviato la sua mail risposero – una lista di attori e celebrities, studiosi ed autori di bestseller, imprenditori e atleti – daDustin Moskowitz, il co-fondatore di Facebook, a Dita Von Teese, passando per Steven Pinker.
Il risultato è un volume che si intitola Tribe of Mentors, ed una copia mi è stata di fresco regalata, perché si avvicinano le festilenze, ed io ho dei fan a cui piacciono i libri spessi, e che sanno che io di Ferriss magari non mi fido granché, ma resto affascinato.

E ieri sera, mentre sfogliavo il volume, ho dato un’occhiata alle undici domande che Ferriss spedì ai suoi idoli, e mi sono detto… perché non farci un post, rispondendo a tutte e undici?
Potrebbero le risposte interessare a qualcuno?
A qualcuno oltre a me, intendo.
Stiamo a vedere…

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La storia di Michele

Questo è un post estemporaneo, frutto di alcune chiacchierate fatte negli ultimi giorni. Questa è la storia di Michele, che naturalmente non esiste, anche se tutti noi abbiamo conosciuto, da qualche parte, qualcuno proprio come lui.

Michele ha una cinquantina d’anni ben portati, una laurea triennale e una buona attività in proprio in un settore che non conosce crisi – anche se si lamenta spesso delle tasse, Michele non ha grossi problemi di denaro. È single, ha una bella casa e un’auto sportiva. Frequenta “i giri giusti”, e coloro che lo conoscono lo considerano una brava persona, un “gran lavoratore”, una persona di carattere, uno che “ce l’ha fatta”. Michele è una persona che al gioco della vita vince spesso, e vince forte.

Ma Michele ha un problema.

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Novanta giorni

In questo momento, mentre sto scrivendo questo post, il cliente (che non verrà nominato) del mio ultimo lavoro come ghost-writer sta spedendo il manoscritto all’editore (che non verrà nominato) col quale ha intenzione di pubblicare.

Dalle linee guida pubblicate sul sito dell’editore si legge, scritta bella in grande, una clausola che fa più o meno così…

mandateci il vostro lavoro – se ci dovesse interessare vi risponderemo entro 90 giorni; se non ci sentite dopo 90 giorni, significa che non ci interessa

Il che, io credo, dice qualcosa di molto interessante su una certa parte della nostra piccola editoria.
Ma prima, una storia, che mi raccontò un amico molti anni or sono…

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Provate a fermarmi

L’estate è arrivata anche nel Blocco C, ed il cortile per l’ora d’aria è arso dal sole e polveroso come un quartiere povero di Tangeri, nel 1920. E oggi il mio vicino di cella, Alessandro Girola, ha postato un video sul suo canale Youtube (che vi invito a seguire). Vi invito anche a guardare il video, che per comodità vi piazzo qui sotto…

Visto?
OK, ora lasciate che vi racconti una storia.

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La Società 5.0

In un mondo perfetto, lo abbiamo già detto, io dovrei essere là fuori nelle terre selvagge, a dare la caccia ai dinosauri, o a navigare sugli oceani sconfinati per studiare l’ecologia del plancton, ma poiché questo non è un mondo perfetto (ci torneremo), io sono qui seduto al buio ad ascoltare le voci dei miei amici invisibili (ed anche dei miei nemici invisibili), al fine di scriverci delle storie che, vendute, mi permettano di pagare i conti.

Una parte importante dello scrivere storie – specie il genere di storie che io scrivo o che vorrei scrivere – è mantenersi informati. Le idee non crescono sugli alberi, ma in effetti si trovano ovunque, costano dieci centesimi la dozzina, al limite poi si deve trovare il modo di usarle. Ma le idee grezze? Ovunque.

È vero d’altra parte che la qualità delle idee è molto variabile – e non tutti ci garantiscono un’idea di qualità al mese come lo Story Idea Club di Schenectady (voi gli pagate 25 dollari l’anno, e loro tutti i mesi vi mandano un’ottima idea per una storia).
Quelli di noi troppo tirchi o troppo poveri per pagare lo Story Idea Club, devono cercare altrove.
Per me, un’inesauribile fonte di idee per future storie è la letteratura accademica – specie nei miei ambiti di interesse (ecologia, paleontologia, scienze della terra, oceanografia, sistemi complessi).
Il che ci porta alla Società 5.0.

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La scarpetta della misura sbagliata

All’inizio di questa settimana ho passato due pomeriggi a scrivere una storia dell’orrore, ambientata a Torino, e mirata ad una specifica antologia che chiuderà alle proposte lunedì. Sono abbastanza soddisfatto del lavoro – è una bella storia, 2000 parole, asciutta e costruita con cura.

È stato andando a verificare le linee guida per formattare il manoscritto prima di spedirlo che mi sono accorto di aver commesso un errore – l’antologia cerca storie di 3000-6000 parole. Ho sbagliato le misure, e se la spedissi la mia storia non verrebbe accettata,
Allungarla di un 50% non è proponibile – la narrativa breve, per sua natura, ha una sua economia, un suo equilibrio, non è che si possano aggiungere paragrafi a casaccio per allungare il brodo senza rischiare di spaccare il meccanismo.
Oh, diamine!

Naturalmente, questa non è una tragedia mortale – la storia resterà qui sul mio hard disk in attesa di una occasione propizia.

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Ozymandias (non quello, l’altro)

Statue. Si è fatto un gran parlare di statue oggi, sui social – abbattute, decapitate, imbrattate, fra applausi o riprovazione, per motivi giusti o sbagliati, si fa, non si fa, è bene, è male.
Ho sentito chiedere che differenza ci sia fra l’abbattere e gettare in un fiume la statua di Edward Colson a Bristol e far esplodere le statue dei Buddha di Bamyan.
Io sono una persona semplice, e mi hanno a volte accusato di aver troppa simpatia per il colonialismo inglese e i vittoriani, ma così a istinto, direi che per esempio il Buddha non ha mai marchiato a fuoco altri esseri umani per venderli.
Quello, potrebbe essere un discriminante…

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