strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Lulù, Hunter S. Thompson e la retorica nerd – ovvero, l’infinità del vuoto

La notte passata ho speso un’oretta a guardare un vecchio documentario della BBC sulla buonanima di Louise Brooks. Forse non tutti sanno che la Brooks, oltre ad essere una figura iconica del cinema muto e dell’era del Jazz, fu anche, negli ultimi anni della sua vita, una straordinaria scrittrice di cinema. Lei c’era stata, ad Hollywood, fin dall’inizio. Aveva lavorato coi peggiori scalzacani e con i supremi artisti, era stata parte di quella cosa incredibile che è Pandora’s Box, e poi aveva vissuto un declino drammatico. La scrittura era stato il suo strumento di rinascita, l’atto di rivalsa di un’attrice mediocre (parole sue) che aveva sempre solo recitato se stessa, ma che aveva tenuto occhi ed orecchie aperti, ed aveva vissto, conosciuto, imparato.

E quello che segue sarà un discorso che andrà un po’ in tutte le direzioni per poi cercare di convergere su un solo punto.
Siete stati avvisati.

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Una storia che potrebbe esservi familiare, e come va a finire

Nel 20° secolo l’aumento della popolazione e la domanda di beni materiali spinge a una maggiore produzione industriale, che cresce a una velocità maggiore rispetto alla popolazione. L’inquinamento causato dall’aumento dell’attività economica aumenta, ma a partire da un livello molto basso e non influisce seriamente sulla popolazione o sull’ambiente.
Tuttavia, la maggiore attività industriale richiede input di risorse sempre crescenti (nonostante il miglioramento dell’efficienza) e l’estrazione delle risorse richiede capitale prodotto dal settore industriale (che produce anche beni di consumo). Fino a che la base di risorse non rinnovabili non è ridotta a circa il 50% del livello originale o finale, solo una piccola parte (5 per cento) del capitale totale viene allocata al settore delle risorse, essendo queste ancora facilmente ottenibili o di alta qualità. Tuttavia, poiché le risorse scendono al di sotto del livello del 50% nella prima parte di il 21° secolo e quelle rimaste diventano più difficili da estrarre e elaborare, inizia ad aumentare l’investimento del capitale necessario. Ad esempio, nel momento in cui si scende al 30% della base di risorse originale, la frazione del capitale totale che è assegnato al settore delle risorse raggiunge il 50% e continua ad aumentare mentre la base di risorse viene ulteriormente esaurita.
Con una significativa percentuale del capitale destinato all’estrazione di risorse, nonostante una intensificata attività industriale (per soddisfare le molteplici richieste di tutti i settori), la produzione industriale effettiva (pro capite), non avendo fondi allocati sufficienti (li stiamo usando per le risorse) inizia a diminuire precipitosamente attorno al 2015, mentre l’inquinamento derivante dall’attività industriale continua a crescere. La riduzione degli input per l’agricoltura da parte dell’industria (che deve focalizzarsi sulla ricerca di risorse), combinata con gli impatti dell’inquinamento sui terreni agricoli, porta a un calo delle rese agricole e quindi una diminuzione della quantità di cibo prodotto pro capite. Allo stesso modo, i servizi (ad es. Salute e istruzione) non sono mantenuti a dovere a causa di capitale e input insufficienti.
La diminuzione della fornitura pro capite di servizi e alimenti provoca un aumento del tasso di mortalità a partire dal 2020 circa. La popolazione globale quindi diminuisce, al ritmo di circa mezzo miliardo per decennio. A partire dal 2030 circa gli standard di vita medi per la popolazione aggregata (ricchezza materiale, cibo e servizi pro capite) riflettono sostanzialmente le condizioni dell’inizio del 20° secolo.

Vi suona familiare?

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La dignità delle puttane

Quanto segue è una versione accorciata ed editata di unpost che i miei follower su Patreon hanno ricevuto pochi minuti fa.
Poiché è bello essere miei sostenitori su Patreon, la loro versione è completa – e si va ad incastrare in una cosa che si chiama Nuts & Bolts – lo zen e l’arte di scrivere per pagare i conti.
O qualcosa del genere. Si tratta di una serie di articoli (14, finora) con cadenza per lo meno mensile, spesso bisettimanale. esclusivi per i miei sostenitori, per parlare di quegli aspetti della scrittura che di solito non si trovano coperti nei manuali.
Ma questo argomento specifico mi interessa, questo post è (anche) una risposta alla mia amica Silvia, e quindi metto la versione raccordiata qui per tutti.

Questo post è iniziato con una conversazione che ho avuto con la mia amica Silvia, una conversazione che è iniziata a causa di questa copertina e di questo libro.

Ammetto di non conoscere l’autrice, né la coautrice/ghostwriter menzionata in copertina. Capisco che si tratti di una sorta di instant-book pubblicato (dal più grande editore in Italia) per capitalizzare sulla popolarità dell’autrice, che sarebbe la giovane donna in copertina.
Dal titolo possiamo presumere che non sia un libro di cucina o una raccolta di meditazioni zen, ma chi lo sa?

La mia amica Silvia ha pubblicato la copertina di cui sopra e ha notato …

Io ho solo una domanda che mi frulla in testa: ma per il ghostwriter ne vale la pena?

La mia amica Silvia
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Sono arrivato in fondo alla scala

Oh, and there we were all in one place
A generation lost in space
With no time left to start again

Don McLean

Domani è il venti di luglio 2019. A meno che non siate molto distratti, vi sarà capitato di sentire da qualche parte che è il cinquantenario del primo allunaggio umano sulla luna.
Venti di luglio 1969, Apollo 11. Cinquant’anni fa.
Ci saranno molte celebrazioni, molte commemorazioni.
Io però vorrei cominciare da una data diversa.
Io vorrei cominciare dal 2 di novembre del 2000.

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Non c’era nulla di sbagliato nel piano

Questo non è il post che avrei voluto scrivere – avevo voglia di raccontarvi di quella volta che per un soffio non diventai un esperto di calcestruzzo refrigerato, ma quella magari ce la teniamo per un’altra puntata.
Oggi vorrei cominciare parlando di musica, per poi finire naturalmente in un posto molto diverso, e magari ci scappa anche il calcestruzzo…

E sì, questo dipende (anche) dal fatto che The Earphones Diaries è partito ormai da 36 ore e non se lo sta filando nessuno, ma non importa perché è molto divertente andare a scavare nella mia vecchia collezione di vinili e CD e tirar fuori cose che non ascoltavo da vent’anni almeno.

Musica, si diceva…

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Nudo

Hiroo Onoda non voleva fare il militare, o per lo meno così dicono. Ma era nato nel 1922 e quindi arrivato a diciott’anni, nel 1940, venne arruolato nella fanteria dell’Esercito Imperiale Giapponese. Venne addestrato nel Futamata Bunkoo per compiere azioni di guerriglia, e nel 1944 venne sbarcato a Lubang, nelle Filippine. Non fece granché guerriglia, perché i suoi superiori non glielo permisero – era considerata un’attività disonorevole. Poi, il 28 febbraio 1945 gli americani sbarcarono a Lubang, e il tenente Onoda e tre commilitoni riuscirono ad evitare la cattura, si addentrarono nelle foreste che coprivano gran parte dell’isola, e si diedero alla macchia, svolgendo attività di guerriglia contro gli yankee.

Nell’Ottobre del ’45 Onoda e i suoi tre compagni trovarono nel fitto della foresta un volantino che diceva “La guerra è finita il 15 di Agosto! Venite fuori dalle montagne!”
Un ingenuo espediente degli americani, ovviamente.
Onoda e i suoi uomini proseguirono la loro attività di guerriglia.

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L’uomo dietro la maschera

Volevo fare un post diverso, ma poi mi sono perso nella biografia di Armando Giuseppe Catalano, e ho deciso di cambiare il taglio di ciò che avrei voluto raccontarvi. Ve lo racconterò ugualmente, ma partendo da Armando, perché… beh, capirete perché.

Armando Joseph (o Giuseppe) Catalano nacque a New York nel 1924, figlio di Attilio e Clara Catalano, che erano emigrati dalla Sicilia. Un giovane brillante, molto forte in matematica, Armando si pagò il liceo lavorando al chiosco delle bibite fuori dal liceo medesimo, e successivamente entrò in accademia militare, dove di dimostrò (anche) un eccellente giocatore di football e un abile scacchista. Gli altri suoi hobby includevano l’astronomia, la scherma, la musica classica e i pesci tropicali.

E questa non è la storia fatta coi cialtroni anche se, come vedrete, potrebbe esserlo…

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Al Salone, tutti

OK, a dire il vero io non volevo fare un post sul Salone del Libro di Torino fino a dopo esserci stato. Magari con qualche foto, e un po’ di chiacchiere sugli amici che ci ho incontrato, sui libri che ho visto, sulla baraonda, sul fatto che vendono una bottiglietta di minerale a sedici euro ma io me la son portata da casa… cose così.

Poi però è successa questa cosa, che a quanto pare c’è un editore fascista.
Non che sia una particolare novità – in effetti fin dal primo anno al salone c’era di tutto, compresa una vasta e sinistrissima rappresentanza di editori di estrema destra.
Ricordo che, forse durante il secondo salone, o il terzo, trovai in uno stand desolato e solitario un libriccino con una storia di Howard di cui non avevo mai sentito parlare. Lo comprai, e scoprii con un misto di risate isteriche e di brividi che si trattava di un’opera giovanile di Two Guns Bob, una decina di pagine, accompagnate però da una cinquantina di pagine di deliri che descrivevano il quindicenne Howard come un profeta della razza e la sua storiella (ahimé, molto mediocre) come un monito sulla minaccia costituita dalle razze inferiori.

C’erano, quindi, fin dal giorno uno, ma erano sotto traccia.
Era palese la loro linea, ma non era esplicita.
E quindi nessuno si indignava pubblicamente.
Ipocrisia spicciola, sostanzialmente.
Quieto vivere.
Quest’anno è diverso.

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