strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


6 commenti

Anime & Politica

Molti anni or sono – ma davvero tanti, era il 1993 – un tale che conoscevo nell’ambiente dei magmamaniaci, che avevano da qualche tempo preso ad autodefinirsi otaku, mi venne a dire che alle prossime elezioni politiche avremmo dovuto votare un certo personaggio, imprenditore e proprietario di tre reti televisive, “perché è quello che ha portato più cartoni animati giapponesi nel nostro paese.”
Sarebbe stato un voto utile, mi spiegò.
Più anime per tutti.

Io avevo altro a cui pensare, ma l’idea mi parve al contempo ridicola, offensiva e pericolosa.
Ricordavo le foto di Reagan di pochi anni prima, con gli adesivi “Rambo is a Republican”, e dissi a quel tale di farsi un giro.
Gli citai anche, ne sono certo, i Campi Hobbit.

Ed ora, quasi trent’anni dopo, in occasione di questa tornata elettorale, ho sentito dire che sarebbe stata una buona idea votare per una certa candidata “perché almeno è una fan di Tolkien”.
E in comizio si è citato il film di Peter Jackson, e si è andati anche a scomodare il povero George R.R. Martin.

Qualunque cosa, pur di trovare un appiglio al nostro immaginario, ed usarlo.

Rambo, Capitan Harlock e Sailor Moon, Conan il Barbaro, Cthulhu, Aragorn figlio di chi sappiamo, Daenerys Targaryen…

È un po’ come quando viene fatto l’ennesimo remake, o il quinto sequel/reboot di un film su un personaggio dei fumetti – perché correre dei rischi proponendo qualcosa di nuovo, quando possiamo far leva su qualcosa che c’è già, nella testa e nell’anima del pubblico?

E quindi in politica, perché avere un programma quando possiamo arruolare i fan di un qualche grosso franchise semplicemente dicendogli “noi e voi siamo uguali, e quindi voi la pensate come noi”?

Ho sempre trovato sottilmente tragico che John Rambo, un veterano traumatizzato ed abbandonato dal sistema, che cerca un posto dove mangiare un boccone e invece viene bastonato e braccato dalla polizia, sia diventato il poster-boy per il partito Repubblicano.

Ho sempre torvato profondamente grottesco che l’opera di Tolkien sia stata dirottata dal lavoro di un critico al quale la buonanima di Tolkien disse “tu non hai capito nulla del mio lavoro”, e che quasi certamente non aveva mai letto i libri.

E trovo profondamente offensivo che un politico di qualsivoglia colore o inclinazione provi ad appropriarsi del mio immaginario al fine di potermi arruolare.

Però succede.
Continua a succedere.
Ed ho l’orrenda impressione che una certa percentuale di persone continui a cascarci.

Sotto il governo Reagan, le politiche a favore dei veterani vennero drasticamente ridimensionate.

A partire dagli anni ’90, le reti Mediaset ridussero drasticamente l’importazione di nuovi titoli di animazione giapponese, e cominciarono a censurare massicciamente le serie che rimasero in programmazione.

E io ho dei forti dubbi che una nuova apertura nei confronti degli elfi di Lothlorién avrà un impatto positivo sulla situazione internazionale, e sullo stato dell’ambiente.
Però, certo, gli elfi sono tutti biondi…


6 commenti

Un certo senso di futilità

Sono successe due cose, oggi.
Beh, no, ne sono successe anche di più.
Ad esempio – ho lavorato tutto il giorno ad una traduzione. È stata una giornata discretamente produttiva, ma arrivato alle cinque del pomeriggio ero fermamente convinto che fosse martedì anziché lunedì, e mi stavo preparando a registrare la prossima puntata di Paura & Delirio.
Poi, oops, no, come non detto, sono avanti di un giorno. È ora di fare una pausa.

È stata una giornata pesante, ed è sempre bene trovare il modo di staccare e ricaricarsi – ho un ottimo libro che sto leggendo. Due, in effetti.

Ma sono successe due cose.

La prima, è che il brano della Storia della Terra di Mezzo, Volume XII, che ho tradotto alla svelta stamani qui sul blog è stato citato, verbatim, per dimostrare la tesi opposta a quella che io stavo sostenendo – il testo di Tolkien è stato usato, in altre parole, per dimostrare che no, Galadriel nei testi originali non è mai stata una guerriera, non ha mai combattuto. Leggete il testo, se non lo ricordate.

Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro.

Però no, questa frase significa esattamente il contrario di ciò che dice.
Il bianco è nero, il nero è bianco. George Orwell ne sarebbe orgoglioso.

La seconda è che è stato pubblicato un video nel quale ciò che io ed il mio complice Germano Hell Greco abbiamo detto nell’ultimo episodio del podcast Chiodi Rossi è stato ultrasemplificato, generalizzato e travisato, e siamo stati accusati di aver sostenuto delle tesi deliranti e offensive che non abbiamo mai sostenuto. E il nostro podcast è là fuori, e lo potete ascoltare gratis, ma ci hanno accusati di aver detto qualcosa di diverso da ciò che abbiamo detto.
Il bianco è nero, il nero è bianco.

Comunque, avrei dovuto staccare, rendermi conto che è lunedì e non martedì (hey! è come avere un giorno di vita in più!), e andare a leggermi un altro paio di capitoli di Seven Devils, un libro che sto trovando decisamente divertente e a riguardo del quale farò un post nei prossimi giorni (ammesso che io riesca a finirlo).

Ma quelle due cose a cui ho accennato mi hanno fatto un po’ di malinconia – perché dimostrano che comunicare è impossibile, e provarci è futile. Il muro di rumore è ormai tale che tutto ciò che ci viene offerto è di unirci a un coro, uno qualsiasi, o stare a guardare mentre ciò che sosteniamo – e che probabilmente consideriamo la verità, o un aspetto di essa, o comunque qualcosa di importante, o interessante, o divertente – viene masticato e risputato, senza alcun argomento, senza alcuna classe.

E questo si ricollega, io credo, almeno in parte, al discorso che si faceva un paio di giorni addietro sulla morte o sull’agonia dei blog – perché forse a morire non sono tanto i blog, quanto la voglia di continuare a combattere contro i mulini a vento, quando il tempo che investiamo a squadrarci il culo sulla sella in groppa a Ronzinante lo potremmo passare molto più tranquillamente seduti da qualche parte a leggere, lasciando che ciascuno continui a vivere nell’inferno di sua scelta, in compagnia di “quelli giusti”, che “ne sanno a pacchi”.
Perché continuare a cercare di comunicare, quando la comunicazione è completamente compromessa?

C’è un terribile senso di futilità, in tutto questo.
O forse è solo la stanchezza, che sembra non trovare più alcun sollievo.


4 commenti

Santa Galadriel, Vergine e Martire

Questo non è il post che avrei voluto fare.
A dire il vero non avrei proprio voluto farlo – quel (poco?) che ho da dire sulla serie di Amazon Prime lo dirò, se sarà il caso, nel podcast Chiodi Rossi, dove pare che a furor di popolo io e Germano Hell Greco dovremo occuparci della serie.

Però però però… mi è capitata sotto agli occhi una cosa che mi ha spinto a meterci giù un post cotto e mangiato – post che non potrò condividere, e quindi poco più che un futile esercizio di auto-gratificazione.
Ma ci sono momenti in cui non possiamo solo tacere e permettere alle sciocchezze di diffondersi liberamente. Qualche persona in buona fede potrebbe venire ingannata da un cialtrone che se la spaccia per i propri scopi, e questo non sarebbe giusto.
Dobbiamo fare qualcosa, per quanto possa essere poco, e inutile.

Per cui OK, io dovrei essere al lavoro su una traduzione, e invece sono qui… a tradurre.
E traduco solo perché sottomano ho il testo in originale (ma sono quasi certo sia uscito anche in italiano).

Ma andiamo con ordine. Riassunto delle puntate precedenti…

1 . è uscita una serie molto liberamente tratta dalle sole appendici a Il Signore degli Anelli

1 b . appendici i cui diritti sono stati legalmente ceduti per 250 milioni di dollari dagli eredi di Tolkien, che supervisionano la produzione

2 . la serie si svolge nella Seconda Era (il romanzo principale si svolge nella Terza)

3 . uno dei personaggi è Galadriel, che esordisce facendo a cazzotti con un bullo da ragazzina, e procede diventando una cacciatrice di orchi ossessionata dall’idea di affrontare Sauron. In una bella sequenza pre-titoli, la vediamo affrontare e uccidere un troll, e poi si ribella all’autorità – tutto nel primo episodio.

E questo, signora mia, no no no, ma quando mai. Galadriel, io la conoscevo bene!
Galadriel la leggiadra e verginale signora del bosco, che mai e poi mai avrebbe impugnato una spada, dio, così si manca di rispetto all’opera del grande J.R.R. Tolkien, e tutto per questa storia dell’empowerment, mio dio che schifo! La mia Galadriel era buona e gentile e mai avrebbe fatto a pugni da ragazzina, figurati accoppare un troll!

E c’è persino chi è andato a scomodare i sacri testi del professor Tolkien per segnalare come il personaggio apparso su Prime sia una oscena perversione di un personaggio assolutamente diverso, che sulla pagina non ha mai combattuto, e mai impugnato una spada. Mai, in nessuno degli scritti originali.

E… No, mi dispiace.

Per dire… (scusate se mi perdo di strada qualche dieresi, vado di fretta)

Era orgogliosa, forte e di volontà indipendente, come erano tutti i discendenti di Finwe con l’eccezione di Finarfin; e come suo fratello Finrod, di tutti i suoi parenti il più vicino al suo cuore, sognava terre lontane e domini che potessero essere suoi da comandare come voleva senza supervisione. Eppure ancora più in profondita in lei dimorava il nobile e generoso spirito dei Vanyar, ed una reverenza verso i Valar che non poteva dimenticare. Fin dai suoi primi anni mostrò un meraviglioso dono di intuizione per i pensieri altrui, ma li giudicò con misericordia e comprensione, e non negò il proprio supporto a nessuno fuorché a Feanor. In lui percepiva un’oscurità che odiava e temeva, anche se non percepiva che l’ombra dello stesso male era calata sulle menti di tutti i Noldor, e sulla sua.
E così accadde che quando la luce di Valinor si spense, per sempre come pensavano i Noldor, ella si unì alla rivolta contro i Valar che avevano ordinato loro di rimanere; ed una volta messo piede sulla strada dell’esilio non si fermò, ma rifiutò l’ultimo messaggio dei Valar, e cadde sotto il Fato di Mandos. Persino dopo lo spietato assalto ai Teleri e lo stupro delle loro navi, pur combattendo con ferocia contro Feanor in difesa dei parenti della propria madre, lei non si voltò mai indietro. Il suo orgoglio non le permetetva di tornare, supplicante sconfitta in cerca di perdono; ma ora bruciava del desiderio di seguire Feanor con la propria rabbia fino a qualunque terra egli avesse raggiunto, e di ostacolarlo in ogni maniera che le fosse possibile. L’orgoglio l’animava ancora quando, alla fine dei Giorni Antichi dopo la sconfitta finale di Morgoth, ella rifiutò il perdono dei Valar per tutti coloro che avevano combattuto contro di lui, e rimase nella Terra di Mezzo. Non fu che dopo il passaggio di altre due lunghe ere, quando tutto ciò che aveva desiderato in gioventù venne a lei, l’Anello del Potere ed il Dominio della Terra di Mezzo che aveva sognato, che la sua saggezza fu matura, e rifiutò tutto quello, ed avendo superata l’ultima prova, lasciò per sempre la Terra di Mezzo

J.R.R. Tolkien, The History of Middle-earth XII: The Peoples of Middle-earth, Chapter XI “The Shibboleth of Fëanor” (Galadriel)

Così, con buonapace dei #massimiesperti padroni del fantasy.

Lasciamo agli studenti la discussione di come il personaggio di Galadriel, ne Il Signore degli Anelli, non sia un personaggio assolutamente, completamente e monoliticamente (quanti avverbi, il chiaro segno del pessimo scrittore!) positivo.

Ed ora torno a tradurre qualcosa per cui io venga pagato.


7 commenti

Senza la passione saremmo perduti

Credo di avervelo già raccontato – una ventina di anni or sono, quando ero un misero laureato che campava facendo corsi post-laurea a contratto, all’uscita da un congresso nazionale un collega che aveva due cattedre mi chiese se “questa cosa della statistica” io la facessi “sul serio.”
Perché lui aveva dei dati da analizzare.
“Troppi dati”, disse. Ma non intendeva pagare qualcuno che gli facesse le analisi.
Gli dissi che si poteva fare, e poi si pubblicavano i risultati a firme congiunte.
Ne fu molto deluso.
“Pensavo che lo facessi per passione.”
E non se ne fece nulla.

La regola empirica, a questo punto è – se cominciano a parlarvi di passione, è perché non vi vogliono pagare.
Ma come, maledetto straccione, ti offro la possibilità di fare ciò che ti piace, e vuoi anche essere pagato?

Oggi, un servizio a cui sono abbonato via internet, mi offre gratis (aha!) un pacchetto di risorse fotografiche dedicate alla Passion Economy.
Un paio di quelle immagini le sto usando in questo post – mi pare una cosa sufficientemente post-ironica.
ma cosa diamine è, la Passion Economy?

Una rapida ricerca via Google mi offre questa definizione

La Passion Economy è un’economia costruita attorno a “creatori con uno scopo”: persone fortemente motivate ad avviare un marchio, un’attività o una comunità, di solito su piattaforme digitali, attorno a una passione condivisa. Oggi, c’è una continua richiesta di tre cose che l’economia della passione fornisce: competenza, esperienze e relazioni.

O, per metterla giù in maniera molto più sbrigativa, trasformare i propri hobby in un lavoro.

Il termine è stato coniato, o popolarizzato, da un giornalista americano che si chiama Adam Davidson che, stando ad un articolo che ci narra le sue imprese

cercava la strada in mattoni gialli che potesse collegare [il suo percorso artistico] al successo commerciale

Immagino quella fosse la sua passione – e così ci scrisse un libro, ed ora siamo tutti fregati.

Ora non fraintendiamoci – io ho studiato paleontologia e geologia perché quelle erano le materie che mi piacevano, quello era il lavoro che pensavo mi sarebbe piaciuto fare. La mia passione, se volete.
Una delle mie passioni (ci torneremo).
Ed indubbiamente, considerando che da sei anni a questa parte pago i conti scrivendo, sono certamente una di quelle persone che hanno trasformato la loro passione, il loro hobby, in un lavoro che paga.
Poco e male, ma paga.
In entrambe le mie “carriere” principali, la passione è stata una componente fondamentale.
Ma anche in altri casi – ho insegnato perché mi piaceva insegnare.
Mi piaceva documentarmi, imparare le tecniche di comunicazione dai manuali e metterle in pratica, interagire con gli studenti, comunicare ad altri ciò che sapevo, ciò che avevo visto ed imparato.
Di tutti i lavori che ho in curriculum probabilmente solo quello come spaventapasseri non era motivato da una qualche forma di passione – se escludiamo la passione per i libri che il magro stipendio da spaventapasseri mi permise di acquistare.
Ah, e la vendita di auto usate.
Ho conosciuto una sola persona che avesse una vera passione per la vendita di auto usate, ma quella è una storia per un altro giorno.

E, a voler essere completamente onesti, forse è meglio fare soldi con qualcosa che ci piace davvero, piuttosto che guidare un’auto per Uber o consegnare pizze in bicicletta.
Passion Economy vs Gig Economy.
Ma chissà, ci sono persone a cui piace andare in bici, e persone a cui piace guidare.

Ma allora perché, a fronte di tutte queste considerazioni, l’idea di Passion Economy continua a darmi i brividi?

In parte, certamente, per ciò che mi hanno insegnato le mie esperienze personali – quando cominciano a sbandierare la passione, ti vogliono fregare.
Ci piace molto ciò che scrivi e vorremmo tanto pubblicarlo e venderlo, ma non saremmo mai così volgari da voler insultare la tua passione ed offrirti dei soldi.

In parte è per lo stesso motivo per cui il concetto di “azienda come famiglia” continua a darmi i brividi.
Perché sono segnali di come un aspetto della nostra esistenza – lavorare per vivere – stia cercando di infiltrarsi in ogni altro momento della nostra vita – fino aportarci a vivere per lavorare.
Non è sano, come non si sta dimostrando sana questa idea di trasformare ogni individuo in un’azienda, in competizione con tutte le altre.

Davidson si scorda di dirci, nei suoi lavori, che la Passion Economy alla fine i soldi li fa fare ad altri – ad Amazon che vende i nostri ebook autopubblicati, a Youtube che vende lapubblicità prima durante e dopo i nostri video, a Spotify che distribuisce inostri podcast, ad Etsy che vende le sciarpe che abbiamo fatto lavorando a maglia.
E non è una cosa nuova – da sempre gli editori fanno soldi sul lavoro degli autori; i “soldi veri”, nella Hollywood dell’epoca d’oro, li facevano gli studios che possedevano catene di cinema in cui distribuire le loro produzioni.
Oggi le cose sono cambiate. Chissà, forse i soldi li fanno le piattaforme digitali come Netflix.

Ciò che Davidson si scorda di dirci, insomma, è che la Passion Economy, fondata sulla passione e sulla creatività individuale, è solo un ingranaggio della Distribution Economy, fondata sul controllo di mezzi distributivi, che è poi sempre la solita Business As Usual Economy, dai tempi dei fenici.
Tu fai qualcosa, io lo vendo. Sono solo cambiati i dettagli e, forse, le percentuali.

Io forse sono fortunato.
Ho sempre avuto “troppi interessi”, e quindi diventa facile trasformarne uno in un lavoro, cercando di nonperdere il piacere di farlo, mentre si conservano gli altri interessi come ancora di salvezza, come spazio in cui rifugiarsi due ore al giorno per sfuggire alla competizione, all’ostilità, all’orrore del mio dio, se non scrivo la banca si prende la casa!

Ma non è una situazione sana, quella che ci viene presentata.

Ce lo aveva detto Ray Davies, nel 1986.
Ma noi non stavamo ascoltando.

Ah, dimenticavo – ci sono quei dati ancora da analizzare, se qualcuno fosse interessato.
Ma bisogna avere passione, e non sperare in un compenso o un riconoscimento.


6 commenti

Niente dura in eterno

Dopo lo scioglimento dei Beatles, il primo dei quattro a uscire con un lavoro da solista fu George Harrison, con un triplo album che si intitolava All Things Must Pass. Il brano che dava il titolo all’album era ispirato ad una poesia di Timothy Leary, a sua volta ispirata al tao te Ching – una meditazione sulla natura fuggevole dell’esistenza.

E sì, questo sarà uno di quei post che vanno un po’ a zig-zag, prima di arrivare , forse, ad una conclusione.

Un paio di giorni orsono, sul suo canale Youtube, Rick beato ha postato un breve video intitolato Nothing Lasts Forever. Beato è un ex produttore che da sei anni gestisce un canale Youtube in cui parla di teoria musicale – ha oltre tre milioni di abbonati, ed è una di quelle persone che si guadagnano da vivere su Youtube. Il suo video prendeva spunto da alcune statistiche pubblicate di recente, che sembrano indicare che la durata media di un canale Youtube è sei-sette anni. Da questa considerazione, il sessantenne Beato ha ricavato una interessante riflessione su come, se si ha la fortuna di vivere abbastanza a lungo, si finisce con l’avere più di una carriera, più di un modo per guadagnarsi da vivere. E a volte è molto difficile spiegare a chi ci sta attorno che sì, una volta facevamo altro, ma ora facciamo questo…
Il video dura sette minuti e mezzo, e vale la pena di essere ascoltato.

Il video di Rick Beato mi ha dato da pensare per un paio di cose che mi sono capitate di recente.
Io ho cinque anni meno di lui, ed una carriera in meno rispetto a lui.
Però…

A Novembre sarò a Novara per presentare Piemontesi ai Confini del Mondo.
L’associazione della quale sarò ospite mi ha contattato la settimana passata per chiedermi di verificare i dati sul materiale pubblicitario che stanno per mettere in circolazione. E lì, nero su bianco, c’era la dicitura…

Davide Mana, Storico

Che naturalmente è sbagliato. Per quanto mi possa piacere la storia, e per quanto il mio libro sia una raccolta di biografie, io non sono uno storico – si tratta di usurpazione di titolo. C’è gente là fuori che ha passato anni inuniversità, per fregiarsi di quel titolo, ed avrebbero tutti i diritti di risentirsi se io me lo appiccicassi addosso.

Perciò ho contattato l’associazione, spiegando che no, grazie, non sono uno storico.
Sono un paleontologo, ed ho un PhD in Geologia.
Oppure, considerando che è così che da sei anni mi guadagno da vivere, sono uno scrittore.

La risposta è arrivata a stretto giro, e il materiale pubblicitario conterrà la dicitura

Davide Mana, Scrittore

Ci sta. Come dicevo, sono ormai sei anni che pago i conti scrivendo, e sono passati sei anni dall’ultima volta che ho lavorato ad un articolo accademico, otto anni da che ho lavorato per l’ultima volta in università. Scrittore va bene. Descrive ciò che faccio, e come diceva la buonanima di Harlan Ellison non richiede altre qualifiche – scrittore è sufficiente.
Non è millantato credito, non è usurpazione di titolo.
Ma ci si sente strani, a dover accettare che sì, la vecchia carriera si è chiusa, ed una nuova è aperta ormai da anni. E ci si sente ancora più strani a parlarne, a spiegarlo al prossimo.

“Sì, OK. Ma di lavoro vero, cosa fai?”

Questo è ciò che mi ha fatto venire in mente il video di Rick Beato – che ci sono capitoli che si chiudono, ed altri che si aprono, e non c’è nulla di male.

Parallelamente a tutto questo, e sempre in seguito all’uscita di Piemontesi ai Confini del Mondo, è comparso un breve articolo sulla stampa locale. Un buon pezzo, che parla del mio libro, attribuendolo a

Davide Mana, scrittore monferrino

Ecco, questo no.
A parte la faccenda del non avere bisogno di altre qualifiche, io monferrino non lo sono – per quanto io possa vivere a un tiro di schioppo da Nizza Monferrato.
Io non sono cresciuto in questo posto. Mi limiterò a morirci.
Io non sono partecipe della storia e della cultura di queste colline.
Vivo in questo posto da oltre dodici anni, e sono ancora “quelloche viene da fuori.”
E lo sarò per sempre, e mi sta bene così.
Come alcuni conoscenti non mancarono di notare, ripetutamente, quando dodici anni or sono mi trasferii fra queste colline

“Sei proprio un Torinese…”

“Torinese”, sapete, detto con quel tono insistito e quel mezzo sorrisetto col quale si potrebbe dire “molestatore di pecore”, o “primate che si crede sapiens”.
Ed è vero. Io sono nato e cresciuto a Torino, e non posso negarlo, né ritengo di dovermi vergognare. Perché è vero, tutto ha una fine, come dice Rick Beato, e tutte le cose prima o poi passano, come diceva George Harrison. Ma ci sono cose che rimangono, e che nonostante tutto non cambiano.
E va bene così.


4 commenti

Né artificiale, né intelligenza

Questo è un post un po’ confuso, che andrà un po’ di qua e un po’ di là prima di arrivare, spero, ad una conclusione coerente. È anche uno di quei post in cui uno che si paga (a malapena) i conti scrivendo parlerà di pagarsi i conti scrivendo (a malapena).

Ed è anche possibile che contenga link commerciali, perché sapete come vanno queste cose.

Per cui siete stati avvisati, e potete anche staccare qui se la cosa non vi interessa.

Qualche giorno addietro ho ascoltato una bella intervista a Peter F. Hamilton, il popolare scrittore inglese che è schedato come “il più venduto autore di fantascienza in lingua inglese.” Ora, Hamilton può piacere o meno – io personalmente trovo che abbia delle idee spettacolari ma sia decisamente troppo prolisso; e resta il fatto che Great North Road, con le sue quasi mille pagine, sia un romanzo fantastico. E a quanto pare ci piacciono anche gli stessi libri, per cui provo un istintivo moto di simpatia nei suoi confronti.
Ma che piaccia o meno, si diceva, Peter F. Hamilton ha una infilata lunga un braccio di best-seller, ed emerge dalle interviste come una persona estremamente piacevole, coi piedi saldamente per terra, che ammette candidamente che scrivere è l’unico lavoro che sappia fare, e che quando i suoi libri non venderanno più, sarà davvero in difficoltà.
L’unica cosa che lo tranquillizza, dice ridendo, è che è molto improbabile che una intelligenza artificiale gli porti via il lavoro, checché ne dicano gli entusiasti.

Ed ora, io ho letto l’eccellente You Look Like a Thing and I Love You, il saggio di Janelle Shane, una ricercatrice che ha speso un sacco di tempo a cercare di addestrare una AI per farle generare delle battute “toc toc… chi è?”, dei “dad jokes” e delle frasi per rimorchiare. I risultati – divertentissimi, ed il libro è assolutamente impagabile (e in questi giorni Amazon vi lascia l’ebook a tre euro e mezzo) – mi portano a concordare con Hamilton: è abbastanza improbabile che un computer mi porti via il lavoro in tempi brevi.
Un problema in meno.

Però, però, però…

Durante il lockdown, nel 2021, mi arriva un invito per un seminario di scrittura tenuto da una popolare autrice americana di narrativa erotica. E io mi dico, perché no?
Come spesso capita in questi “seminari gratuiti”, lo scopo non era quello di insegnare alcunché, ma di vendere qualcosa – di solito si tratta di corsi o manuali, ma in questo caso era qualcosa di completamente diverso: un software per generare prime stesure di narrativa erotica.
Si inseriscono il numero, il genere e i nomi dei personaggi, si selezionano alcune opzioni, si stabilisce un word-count, e poi si p reme un bottone … e voil°, la prima stesura viene prodota in formato rtf., pronta per essere editata – ed è ovviamente necessario editarla masicciamente, ma hey, la prima stesura non è più un problema. Offerta speciale per i partecipanti al corso, quattrocento dollari per la licenza d’uso del software di base – gli aggiornamenti si pagano extra.

Non è intelligenza artificiale, ma è qualcosa che va ad intaccare, se vogliamo, una certa visione della scrittura – che si ipotizza sia frutto di un mix di logica, emozione e “ispirazione” (qualunque cosa sia), e qui invece si riduce ad un database e ad un modello di query.
A rendere tutto quanto ancora più spiacevole è l’autrice che sta cercando di vendermi il software, e che per un’ora, incessantemente, non fa che parlare di soldi – quanti soldi si fanno con l’erotica, quanti soldi possiamo fare all’anno, al mese, alla settimana, quanti soldi si possono fare sfornando una novella sconcia ogni sette giorni, quante belle cose luccicanti ci si può comperare con tutti quei soldi…

E io mi dico, OK, è americana, loro mangiano pane e realismo capitalista, cosa ci vogliamo fare.
Oerché è chiaro che chi scrive per vivere ai quattrini ci pensa, eccome, ma che diamine, un minimo di eleganza…

Poi però mi capitano due cose, nel giro di 24 ore – proprio mentre sto ascoltando una bella intervista a Claire North, che ha vinto il World Fantasy Award e che dice, sostanzialmente, che scrivere è meraviglioso e per fortuna ora le hanno acquistato i diritti per fare un film da un suo romanzo, perché per quel che ne sa, la sua carriera potrebbe finire domani – quando si scrive per vivere, non ci sono certezze.

Le due cose che mi succedono sono un articolo su una rivista online e un annuncio pubblicitario via Facebook.

L’articolo parla del mercato dei romanzi a base di sesso e licantropi – non fate quella faccia, hanno a quanto pare un certo successo – che stanno diventando oggetto di una sorta di gig economy – una quantità di piattaforme (a cominciare dal nostro amico Amazon) sfornano a cottimo decine e decine di titoli in questo ed altri generi, per un pubblico che macina pagine su pagine.
E gli autori, a seconda della piattaforma e del successo, possono fare dai 300 agli 800 dollari per ciasdcun titolo.
Non è una cosa limitata ovviamente a sesso e licantropi – e molti autoprodotti possono dichiarare cifre del genere, o anche più basse.
Ma ciò che è interessante è il meccanismo, questa sorta di produzione a cottimo, che sa più delle vecchie workhouse di dickensiana memoria che non di redazione di rivista pulp. È una catena di montaggio.
Per soddisfare la richiesta dobbiamo sfornare un certo numero di pagine all’ora, e quindi possiamo pagare qualcuno per “generare contenuti.”

La seconda cosa che mi capita sott’occhio è invece una pubblicità che Facebook è assolutamente convinto mi interesserà – si tratta di un corso di scrittura, destinato a giovani dai 18 ai 30 anni (ah, mister Zuckerberg, lo prendo come un complimento), equiparato a una laurea triennale: diecimila euro l’anno di iscrizione, più vitto alloggio e spese in una grande città, perché i corsi sono tutti in sede, e tutti in presenza. Ma l’iscrizione al corso ci garantisce fino al 20% di sconto per la permanenza in residence.
E qui il mio cervello surriscaldato comincia a macinare numeri – trentamila euro di iscrizione, più per lo meno altrettanto per vivere per quei tre anni. Sessantamila euro. Come minimo.
Ora, è estremamente improbabile che un esordiente riesca a scucire più di 5000 euro di anticipo sul suo primo romanzo nel nostro paese, ed all’estero è quasi impensabile che l’anticipo per un primo romanzo superi i 10.000 dollari. Di solito parliamo di cifre molto molto più basse.
In altre parole, a fronte di un investimento di sessantamila euro, ci toccherà vendere non meno di sei, più probabilmente una quindicina di romanzi.

E lo so, ora mi direte sì, ma una laurea in astrofisica costa uguale e quando mai l’ammortizzi lavorando…

Ma non stiamo parlando di astrofisica – stiamo parlando di scrittura.
On writing, di Stephen King, vi costa meno di otto euro in ebook, in italiano, più il tempo necessario per leggerlo, e magari trenta euro di classici di vostra scelta da leggere perché se non leggete non potrete mai scrivere. E OK, io personalmente non considero il testo di King questo grande manuale di scrittura su cui tutti piangono commossi, ma ne abbiamo parlato in eterno – non esiste un manuale che vada bene per tutti. Io per esempio preferisco Monkeys with Typewriters, di Scarlett Thomas, ma a ciascuino il suo.
Basta stare alla larga dallo Strunk & White, e va tutto bene.
E ammettiamolo, con sessantamila euro, di manuali di scrittura ce ne compriamo un container.

Senza contare, naturalmente, che ci sono fior di corsi online – da quelli a costo decisamente modesto ma eccellenti di Holly Lisle, a quelli assolutamente gratuiti di Brandon Sanderson pubblicati su Youtube.
Certo, bisogna conoscere l’inglese. Ma un corso di inglese costa molto meno di sessantamila euro – e molto meno di un corso di scrittura in italiano. E conoscere l’inglese è molto più utile che conoscere lo show don’t tell e l’infodump.

Ma al di là di queste considerazioni pratiche, ciò che mi colpisce in questo uno/due, articolo più pubblicità, è che se è vero che per ora l’intelligenza artificiale non minaccia leprofessioni creative e la scrittura in particolare, è anche vero che vediamo sempre più di frequente delinearsi due ambiti in cui “l’ambiente della scrittura” si sta dividendo – da una parte gli scrittori a cottimo, che per vivere al minimo della sussistenza devono sfornare due romanzi al mese, scrivendo con formule così ben definite che possiamo programmare un database per generare trame, e quelli per i quali la scrittura è essenzialmente un giocattolo per ricchi – trentamila euro di corso, e tre anni in residence.
Ed è particolarmente orribile, per me, che i primi vengano considerati scribacchini ed i secondi possano fregiarsi di titoli altisonanti e parlare di arte, di ispirazione, di muse e altre divinità improbabili dei quali sarebbero i prediletti. Premi, interviste, salotti, rubriche su riviste a bassa tiratura, e poi l’oblio.

Ciò che mi preoccupa, e che preoccupa molti altri, è la scomparsa, anche nel mondo della scrittura, della classe media, del semplice artigianato, della professione contrapposta al lavoro a cottimo o al lifestyle per il gusto del lifestyle – quegli scrittori che con due romanzi l’anno si mantengono dignitosamente, e che quando postano sul loro blog le belle recensioni del loro ultimor omanzo si sentono dire “però non è vera letteratura.”
Questo, e non le AI, è ciò che mi fa temere per il mio futuro professionale.


13 commenti

Le avventure di Logos, Pathos ed Ethos

Che no, non sono i tre moschettieri.
Ma andiamo per ordine…

Da un paio di giorni, le temperature a Londra hanno toccato i 40 gradi centigradi. Non era mai accaduto prima, neanche nella leggendaria estate del ’76.
Non così, non in maniera tanto estesa.
Perché naturalmente non sono solo le Isole Britanniche, è tutta l’Europa, è tutto l’emisfero settentrionale.

Ma io ieri ho passato mezz’ora a discutere con un tizio in UK che continuava a ripetermi che “è tutta propaganda”.
È solo l’estate, mi diceva.
È sempre successo.
È già successo nel ’76.
È successo nel medioevo.
È tutta propaganda.

Ci sono dei fatti ineluttabili, dei numeri, delle misure, la percezione personale uscendo per strada, ma qualcosa ha il sopravvento – la realtà non è ciò che sperimento, la realtà è ciò che dico.
Mezz’ora, e poi quando mi sono stancato di sentirmi dare del “libtard”, ho staccato.
La regola per sopravvivere è che non possiamo permettere a chi stiamo cercando di salvare mentre affoga, di tirarci di sotto.

Ora, ieri parlavo della corriera fra Kabul e Kandahar.
Nelle notti passate ho tenuto a bada la calura rileggendomi The Places In Between, dell’inglese Rory Stewart. Un tizio che all’inizio del nuovo millennio si fece ventuno mesi sulla strada, attraversando a piedi l’Asia centrale, dal confine turco al Nepal. Inclusa la tratta Kabul-Kandahar, e senza la corriera.
Un tizio che fu governatore militare dell’Iraq, e che venne buttato fuori dal partito Conservatore inglese – insieme ad altre ventuno persone – per aver osato andare contropelo a Boris Johnson sulla faccenda della Brexit.

Stewart è un conservatore onesto (strana bestia, purtroppo in via d’estinzione), un avventuriero (idem) ed un eccellente comunicatore. Scrive molto bene, è un piacere starlo ad ascoltare.
Siamo su posizioni molto diverse su un sacco di cose, ma siamo anche su posizioni terribilmente simili su altre – specie in termini di politiche ambientali (Stewart è stato Ministro per l’Ambiente per l’amministrazione Cameron).

Buttato fuori dai Tories il giorno in cui gli veniva assegnato il premio di Politico dell’Anno, Stewart se ne è andato – a Yale, dove ha una cattedra di studi internazionali, e su internet, dove gestisce un interessante (e divertente) podcast intitolato The Rest is Politics, in combutta con un altro scozzese bislacco, Alastair Campbell, già responsabile della comunicazione del governo Blair, e poi buttato fuori dal partito laburista perché il New Labour era un po’ troppo New e un po’ troppo poco Labour per i suoi gusti.
Due persone intelligenti e preparate che parlano di politica internazionale, libri e varia umanità da posizioni contrapposte.
Molto interessante. Gli episodi con le domande degli ascoltatori sono fantastici.

Ma intanto, Stewart ha anche una serie radiofonica sulla BBC, nella quale parla di retorica (avendo a suo temnpo tenuto un corso universitario sull’argomento) e di come progressivamente dei tre pilasti aristotrelici della retorica (Logos, Pathos e Ethos, i moschettieri del titolo), due siano diventati marginali – ciò che importa è il pathos, appellarsi all’emotività dell’ascoltatore, mentre i fatti (Logos) e la morale (Ethos) sono trattabili.
I politici mentono.
E mentono perché non siamo più di fronte a un dibattito fra due posizioni contrapposte che devono trovare una sintesi per raggiungere un accordo e avviare una serie di procedure politiche per “fare qualcosa”. Siamo di fronte a un dibattito fra due interlocutori il cui scopo principale è ottenere il sostegno del pubblico.

È cambiata la piattaforma, è cambiato lo stile comunicativo.

È un po’ ciò di cui si parlava l’altro giorno, quando si diceva che l’importante è che il nostro libro abbia un pezzetto, una frase, un paragrafo attorno al quale qualcuno possa farci un video su TikTok. Tutto il resto è superfluo. L’importante è quella microscopica scintilla, quell’esca.
Le altre trecento pagine possono anche solo essere bla bla per giustificare il prezzo di copertina.
Ciò che detta le regole è un format su una piattaforma social.

È una posizione conservatrice, quella di Stewart, che ci dice che in fondo si stava meglio quando i politici se la vedevano in parlamento, ed erano persone oneste in cerca di un accordo, sulla base di un confronto tanto personale quanto etico e tecnico, e non personaggi televisivi che devono piacere al pubblico e chissenefrega del resto.
Le cose sono certamente più complicate, ma l’ometto che via web cerca di convincermi che non c’è una crisi climatica in atto mentre a casa sua ci sono quaranta gradi, ed esauriti gli argomenti si mette a strillare “Libtard!” è una vittima di una comunicazione politice ed istituzionale che ha mirato a creare delle tribù, non a dibattere e risolvere dei problemi.

Curiosamente, mentre io sto discutendo – inutilmente – con l’ometto che strilla “Propaganda!” e che dice che è tutta colpa di Greta Thumberg, mi passa davanti un post di un politico locale … con una bella vallata alpina verde e lussureggiante, e un arcobaleno in technicolor, e un pistolotto retorico (aha!) e melenso su come “tutto andrà bene”.
Non sappiamo come, non sappiamo perché.
È una questione di fede, che ci viene chiesto di condividere. “Io ci credo!”
Ma è anche l’altra faccia della medaglia del delirio negazionista … è, di fatto, una diversa forma di negazionismo.
“Non credete agli scienziati, è tutto molto meglio di come sembra! Io ci credo!”
E invece no.
Quella vallata nella cartolina è bruciata dal sole, i ghiacciai sono scomparsi e gli animali stanno morendo di caldo, e nulla tornerà come prima.
Non più, quel treno è passato e l’abbiamo perso.
Ma l’importante è un post sui social che si appelli all’emotività, con le parole chiave e gli hashtag giusti.
Intanto, Logos e Ethos sono ancora missing in action.

E sì, ci ho messo un link commerciale al libro di Stewart, che è davvero bello – mentre il podcast potete cercarlo sulla piattaforma che preferite. Come ben sapete, l’acquisto del libro attraverso il link comporta per me una piccola percentuale, che mi viene versata da Jeff Bezos in persona, direttamente dalla sua astronave.


6 commenti

Un momento attorno a cui creare contenuti

Apparentemente là fuori c’è una cosa che si chiama BookTok, che sarebbe la comunità di persone che fanno video su TikTok parlando di libri.
Nulla di male in tutto ciò, ma apparentemente il successo della piattaforma TikTok per la promozione dei libri comporta un piccolo problema.
Vale a dire: perché un BookToker dovrebbe parlare proprio del vostro libro?

La risposta: il vostro libro contiene una scena o una frase sulla quale è possibile “costruire un contenuto.”

L’alternativa è che il vostro sia un libro “bello e tranquillo” che però per TikTok non funziona.

E questo, naturalmente, è il bacio della morte.
Libro tranquillo, no TikTok moment, no vendite.
Adios amigos.

Ora, prima di cominciare a strapparci i capelli e a strillare perché “ah, ai miei tempi non era così!” o – anche peggio – prima di cominciare a scrivere storie con TikTok come target, concediamoci un attimo di lucidità.

Sono anni che agli scrittori si chiede di essere come scimmie ballerine sui social, perché “i lettori” non comprano il vostro libro se non siete “simpatici.”
E uso le virgolette sia per “lettori” che per “simpatici” perché entrambi i itermini potrebbero essere fu9orvianti, e molto lontani dalla realtà. Chi vi segue perché siete tanto simpatici su Facebook difficilemente spenderà tempo e denaro per leggere i vostri libri – c iò che gli interessa è seguirvi sui social.
Perché con l’avvento dei social ciò che vendiamo non sono più storie, ma “esperienze” – e quello che davvero interessa al pubblico è l’autore, ciò che fa, ciò che dice.

Le foto della colazione.
Il selfie col gatto.
Il post paraculo su Twitter.
Magari un video, o un podcast, o qualcosa del genere – l’importante è acchiappare l’attenzione del pubblico con qualcosa di “accattivante”.

Non è neanche un’idea nuovissima – Le argentee teste d’uovo, di Fritz Leiber è del 1958. Avete presente, vero? Il libro in cui i romanzi li scrivono i computer, e gli autori devono semplicemente avere un aspetto eccitante nelle foto della quarta di copertina.
Fritz Leiber, naturalmente, era dio – e aveva visto il futuro.

E così negli ultimi anni abbiamo visto editori chiedere ai potenziali autori quanti follower potessero portare, ci è stato spiegato che come autori è importante la nostra piattaforma, non ciò che scriviamo.
Sono stati pubblicati libri su come “fare movimento” su Facebook o Twitter.
Idee sceme del tipo “fate una domanda ai vostri follower per stimolare l’attività sul profilo”.

Sceme, perché sostanzialmente false.
Nessuno vuol sembrare falso, là fuori, ma “fare i simpatici”, “creare movimento”, essere di fatto delle scimmie ballerine, non è qualcosa che venga necessariamente naturale a tutti.

Il “momento adatto” per TikTok è la stessa cosa – se ce lo devo mettere a forza (e probabilmente nelle prime pagine, in modo che il TikToker lo veda e crei a partire da esso un “contenuto”), che senso può avere per l’economia della storia?
Ma l’economia della storia non ha importanza, come non ha importanza a qualità della scrittura se ciò che vende le nostre storie è quanto siamo paraculi sui social.

Ora, forse lo avrete notato, qui in questa specie di città fantasma che è il mio blog, che non è che io sia granché popolare con quelli a cui interessano le scimmie ballerine.
Probabilmente perché non solo non so ballare, ma non ho alcuna voglia di ballare.
E perché dovrei? Io non sono Fred Astaire.

Io sono uno che scrive storie.
E sono le storie che hanno importanza. Sono le storie che devono reggersi sulle loro gambe.
Sono le storie che resteranno – se resteranno – quando io non ci sarò più.

Per cui, prendiamo atto che c’è chi darà importanza al “momento” nel nostro libro che qualcuno da qualche parte metterà su TikTok.
Ma ricordiamoci anche di ciò che diceva Al Stewart – se non viene naturale…