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ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Usurpazione di titolo

6 commenti

introductions-like-gentlemanQuesto post nasce da una osservazione fatta nei giorni passati.

Nell’ultimo mese/mese-e-mezzo, dovendomi presentare a destra e a sinistra, dovendo postare biografie sul web e mandare richieste a questo o quell’altro personaggio, mi sono scoperto a descrivermi più frequentemente come autore che non come ricercatore.

Ora, in effetti, è vero che negli ultimi due mesi i miei conti li ha pagati la scrittura, non certo la ricerca.
Incluse le spese per la ricerca – anche quelle, me le son pagate vendendo un paio di articoli.
O facendo traduzioni.
E non ho intenzionedi smettere, avendo la possibilità di proseguire.

Ma non è della crisi economica devastante e della necessità di reinventarsi, che vorrei parlare qui e adesso, quanto la questione delle qualifiche e delle etichette.

È usurpazione di titolo, definirmi autore?
Contano, i miei pochi lavori autopubblicati ed i crescenti (speriamo) lavori pubblicati da terzi?
C’è una quota minima?
Un romanzo? Due?
Venti racconti?
Dieci dotti articoli?
Un romanzo quanto fa in racconti?
E un saggio, quanto fa in articoli?

Cosa diranno, i miei amici veri scrittori, di tanta presunzione?

Oppure, come diceva un mio vecchio amico, ciò che conta non è ciò che fai, è ciò che sei – ed allora io se sono uno scrittore (e penso di esserlo), sarò sempre uno scrittore, e quando stavo facendo altro, era documentazione per i prossimi lavori?

Certo, è stato un cambiamento inconsapevole.
Nel momento in cui mi è stato chiesto di identificarmi con una etichetta, quella di paleontologo o di geologo è passata in secondo piano.
Ed a venire a galla non è stato “insegnante” o “spaventapasseri” o “addetto al servizio d’ordine” – qualifiche che comunque compaiono nel mio curriculum.

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Poi, sì, io baro e scrivo “paleontologist & author”, o “author, paleontologist”, ma ci siamo capiti.

Di sicuro, se è vero che devi camminarla come la parli o perdi il ritmo*, allora pensarsi autori è il primo importante passo per essere percepiti come tali.
Per esserlo, bisogna sentirselo.
Se dici di essere uno scrittore, vedi di comportarti come tale, come dice il titolo di un libriccino che recensirò la settimana prossima.

E i naysayers?
Quelli che ti dicono che se valessi due lire il tuo lavoro sarebbe stampato su carta da un “vero editore”, e quando gli porti la carta ti diconoche comunque è la rivista sbagliata, l’editore sbagliato, l’argomento sbagliato…?

Che poi alla fine si finisce sempre così, giusto?

“E che lavoro fai?”
“Scrivo.”
“No, di lavoro, quello vero…?”

Forse allora non è per fare ricerca.
Forse gli autori finiscono a fare i lavori strambi che poi mettono in curriculum solo per poter dare una risposta rassicurante alle menti deboli.

“E che lavoro fai?”
“Scrivo.”
“No, di lavoro, quello vero…?”
“Ah, in quel senso! Scusa… vendo auto usate.”
“Ah! E com’è? Gira, o anche voi sentite la crisi?”

Ecco fatto.
La normalità è stata ristabilita.

Però qualcosa sta cambiando.
E tutti i cambiamenti sono portatori di opportunità.

—————————————

* Oscura citazione di una canzone che non conosce nessuno.

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

6 thoughts on “Usurpazione di titolo

  1. Eh, annosa questione anche per me la storia del titolo…
    Che lavoro fai?
    Il regista, il drammaturgo…
    No, dico di lavoro proprio, che fai?
    Eh, il regista, il drammaturgo, L’insegnante di teatro…
    Ah…
    -segue espressone a metà tra lo stupito e il disgustato-
    … Bello!

    Che poi anche la questione dell’usurpazione…dipendesse da quello che faccio per pagare i conti..sarei qualcosa di diverso ogni due mesi! 😀
    Sono curioso di leggere la recensione del libro da cui proviene quella citazione, comunque!

  2. In certi ambiti è più semplice ma solo apparentemente.

    Io rispondo sempre “programmatore”, insomma nel 2000 ormai i computer no, li conoscono tutti…

    Il che però – se una persona davvero ne capisce qualcosa – finisce per essere denigrante del tuo lavoro – che sarebbe progettista analista e cose così – e ti guardano come fossi l’ultimo dei galoppini.

    Se invece la persona non ne capisce ti guarda con quegli occhi vacui in attesa di spiegazioni, oppure annuisce vagamente e allora tu la butti lì pur di andartene “faccio cose coi computer” (che è proprio brutto diciamolo sembra una qualche devianza). E allora tutti a dire ahhhh eccoooo sì sì anche mio cuggino li aggiusta e ci fa cose.

    E tu annuisci pure, e ti chiedi perché non hai risposto “ragioniere” – che il diploma inutilizzato comunque ce l’hai – e quello ahi voglia lo conoscono bene, un lavoro vero, lavoro sicuro.

  3. La storia della mia vita.
    Quando dico che mi piacerebbe campare di scrittura, nel senso più ampio del termine, mi guardano tutti male.
    Ricordo l’espressione che fece un mio conoscente, quando gli dissi che non escludevo di poter campare bloggando. Se gli avessi confidato, che ne so, “stupro tacchini”, avrebbe fatto uno sguardo meno schifato.

  4. Credo di capirti. Anche a me in questo periodo è capitato spesso di riflettere sul mio rapporto con la scrittura e mi pare di trovarmi più o meno nella stessa situazione. Soltanto di recente ho iniziato a dire, senza remore, che voglio fare e che di fatto faccio (anche) lo scrittore.
    Bel post, spontaneo e sincero… Nella scelta del titolo si sente un po’ di titubanza (non so quanto questa sia spontanea, e a questo proposito sono curioso di sapere qualcosa di più del libriccino che recensirai la prossima settimana), ma in fondo si tratta fondamentalmente di una questione psicologica: se tu ti senti un autore, sei libero di definirti tale. Poi, se il tuo interlocutore fa facce strane o si mostra incuriosito, sono fatti suoi, al limite che ti chieda pure spiegazioni.

  5. L’ultima volta che ho rinnovato la carta d’identità, ho giocherellato con l’idea di indicare “scrittrice” a titolo di professione. No, non sul serio, solo in uno di quei momenti What If che prendono a volte. Poi però ho risposto “editor”, e ho gettato l’impiegata nel panico più scomposto. “Editor” non è previsto, rientra sotto la categoria Altro, e la signora si è fatta ripetere quattro volte l’astrusissimissimo spelling. La prossima volta magari ci provo davvero con scrittrice – giusto per comparare le reazioni municipali…

  6. Io non mi faccio problemi: dico che sono una web writer, autrice e sceneggiatrice e chi vuol capire capisca. Poi nella vita per pagarmi i conti ho fatto anche tutt’altro eh! Il fatto è che dopo quasi un anno a litigare con l’ex che mi rinfacciava continuamente che non facessi un “vero” lavoro e tanto valeva che andassi a fare le pulizie (con tutto il sacrosanto rispetto per chi quel lavoro lo fa), ho imparato a frequentare gli ambienti dove non devo essere costretta a giustificare certe mie scelte di vita (e infatti siamo tutti abbastanza morti di fame, senza girarci intorno) oppure sarà che forse in questo Roma è un attimo più comprensiva anche se c’è ancora qualcuno che fa la faccia stranita.

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