strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti


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Lo scrittore che vende

Ricordo ancora con un misto di affetto malato e desiderio di morte il blogger che, una decina di anni or sono, aveva preso l’abitudine di recensire i miei ebook senza leggerli, ed appioppando a tutti loro dei giudizi pessimi. Non aveva bisogno di leggere ciò che scrivevo, spiegava, per sapere che era terribile, in quanto sapeva che “Mana non crede nelle regole della scrittura.”
Talvolta mi domando, nelle lunghe notti di luna piena, cosa ne sia stato di quel tale.
Ma capita di rado, e presto mi dimentico di lui.
Però…
In realtà quella frase, quel “non crede nelle regole della scrittura” era asinina ed imprecisa – sono fermamente convinto che esistano delle regole, ma concordo anche con la buonanima di Rudyard Kipling…

“There are nine and sixty ways of constructing tribal lays,
And every single one of them is right!”

Kipling, In the Neolithic Age, Stanza 5, 1892

In altre parole, esistono delle regole, una quantità di regole, e sono tutte giuste; e quelle che vanno bene per me potrebbero non andare bene per altri. E anche, le regole che si applicano al mio lavoro attuale potrebbero non funzionare per il mio prossimo lavoro.
Chi vi dice il contrario probabilmente non sa di cosa sta parlando, ma vuole vendervi un corso di scrittura.

Ora, nel mio post di ieri citavo la faccenda degli avverbi e di Stephen King

La strada per l’inferno è lastricata di avverbi

Stephen King, On Writing, 2000

… ed illuminata dai crani fiammeggianti di sedicenti editor, aggiungo io.

E il libro di King è certo uno dei manuali di scrittura più venduti al mondo, e compare con regolarità sugli scaffali di un sacco di autori affermati, e di un sacco di aspiranti scrittori.
La cosa interessante è che tuttavia non si tratta del manuale più popolare in quella fascia intermedia di scrittori che campano scrivendo, spesso a malapena, sfornando racconti e novelle per le riviste di genere di medio livello. I cosiddetti midlister, categoria in via di estinzione da vent’anni almeno – ma ragazzi, siamo ancora qui, più coriacei e duri a morire del celacanto.
Nel caso di questa gente, il manuale che è normalmente in mostra sullo scaffale non è On Writing.
È Techniques of the Selling Writer, di Dwight V. Swann.
Conosco di persona un sacco di gente che giura e spergiura su questo libro.

Dwight Vreeland Swain, classe 1915, aveva la faccia del genere di persona che vive vendendo assicurazioni sulla vita e tronchesine per unghie, ma era in realtà uno scrittore. Negli anni del crepuscolo dei pulp pubblicò un buon numero di storie, su riviste come Fantastic Adventures e Imagination, storie con titoli improbabili come Henry Horn’s X Ray Eye Glasses (1942) o Bring Back My Brain! (1957).
Ma voi potete ridere quanto vi pare – Dwight V. Swain scriveva e ci pagava i conti, e questo era ciò che importava.
Negli anni ’50 si allargò al campo della sceneggiatura, specializzandosi nello scrivere documentari e video didattici – dobbiamo a lui la struttura narrativa standard dei documentari in uso ancora oggi.
Nel 1965, mentre insegnava scrittura all’Università dell’Oklahoma, Swain scrisse Techniques of the Selling Writer, e da allora il volume è andato un paio di volte fuori catalogo, ma è rimasto nel cuore di una vasta comunità di scrittori, che se lo sono procurato di riffa o di raffa – di seconda mano, ristampato in ebook, rubato dalla biblioteca…
Altri manuali seguirono, soprattutto sul tema della sceneggiatura, ma Techniques rimane, a 57 anni dalla sua uscita, il testo di riferimento di un sacco di gente, ed il best-seller nel catalogo di Swain.

Lo scrittore che vende, in quanto professionista orientato ad una attività commerciale, non può permettersi di scrivere testi che non siano gradevoli e/o eccitanti.
Poiché sono principalmente arnesi del mestiere, queste tecniche hanno poco o niente a che vedere con la qualità letteraria o l’assenza della medesima. Nessuno scrittore le usa tutte. Nessuno scrittore può evitare di usarne alcune. Quanto bene vi potranno servire dipende da voi stessi. Sono, in poche parole, trucchi e tecniche dello scrittore che vende. Sono tutto ciò che questo libro ha da offrire.

Dwight V. Swain, prefazione, Techniques of the Selling Writer, 1965

Mi è venuto in mente, il libro di Swain, perché dopo aver parlato della sintassi come stile, nel lavoro di Virginia Tufte, mi sono ricordato che Swain, nel suo manuale sostiene che ci sono solo quattro cose che uno scrittore deve saper fare per scrivere una buona storia – e la prima di queste quattro cose è disporre le parole in un ordine tale da creare “unità di motivazione ed azione”. In altre parole, la sintassi come stile.
Bello liscio – e sei anni prima che Virginia Tufte pubblicasse il suo infinitamente più accademico ma altrettanto influente e popolare saggio.

Pragmatico fin dalla copertina, il testo di Swain è asciutto, didascalico – sembra davvero un manuale di istruzioni per fare la manutenzione di un motore. Ho visto ricettari scritti con più eleganza e più ricchezza artistica. Swain non usa lo stile colloquiale e aneddotico di King. È freddo e diretto, fatto di liste numerate e di istruzioni che sono, sì, davvero degli strumenti, degli arnesi … cacciaviti e piedi di porco, chiavi inglesi e grimaldelli. Il genere che con il tempo e l’uso si adatterà alla mano di chi li utilizza.
Non c’è nulla di romantico, in questo libro, e nell’attività che descrive.
Scrivere è un duro lavoro, ed esistono attrezzi che ci permettono di renderlo meno faticoso, meno frustrante. Questo libro è la scatola degli attrezzi.

Per cui sì, il manuale di King è certamente molto più divertente da leggere.
Ma noi, ci piega Dwight Swain, non siamo qui per divertirci.

Con buonapace di antichi blogger dimenticati, ho letto decine e decine di manuali di scrittura. E Techniques of the Selling Writer non è probabilmente il mio manuale preferito, ma è certo uno di quelli per i quali provo il maggior rispetto, insieme con Creating Characters, How to Build Story People, che il settantacinquenne Swain scrisse nel 1990, due anni prima della propria morte, espandendo uno dei capitoli di Techniques.
Perché era uno scrittore commerciale, e quindi non buttava via nulla.

Amazon (e sì, c’è un link commerciale in questa pagina) ha ancora una singola copia cartacea dell’edizione del 1981 di Techniques, a un prezzo salato ma accettabile. L’ebook ha un prezzo da capestro, ma è perché si tratta di uno di quei libri che, se scrivete, dovete leggere.
E poi avanti, costa infinitamente meno di molti corsi di scrittura tenuti da personaggi alquanto dubbi, che vi rigurgiteranno in gola King e Vogler malamente digeriti.


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Stile e Grammatica

Ho scopertosolo oggi, con terribile ritardo, della morte, avvenuta nel marzo del 2020, di Virginia Tufte.
Aveva 101 anni. Una bella corsa, ma mi mancherà ugualmente.

Virginia Tufte era una studiosa di letteratura, ed insegnò a lungo all’Università della California a Los Angeles, come esperta di poesia rinascimentale e dell’opera di Milton in particolare, e come studiosa e storica dell’evoluzione della grammatica della lingua inglese. Fu in questo ruolo che nel 1971 Virginia Tufte pubblicò un volume intitolato Grammar as Style, in cui esplorava la relazione fra grammatica, sintassi e stile in letteratura.
Il volume, molto accessibile nonostante il taglio accademico, rimase un fenomeno di nicchia per quasi trent’anni – per venire riscoperto all’inizio del nuovo secolo. Oggi Jeff Bezos ve ne propone una copia usata per la modica cifra di 490 euro – e non sperate di trovare il secondo volume, quello con gli esercizi, per sempre scomparso negli abissi del tempo.

L’idea alla base del lavoro della Tufte era che il modo in cui le frasi vengono costruite, le scelte non solo lessicali ma grammaticali e sintattiche influiscono sul significato di ciò che stiamo scrivendo. Le stesse parole, poste in un ordine diverso, possono convogliare lo stesso significato o significati radicalmente diversi, e la scelta consapevole dell’ordine in cui disponiamo le parole è una componente essenziale di ciò che chiamiamo “lo stile” … di un autore, di un movimento, di un genere letterario.

Grammar as Style è un volume “trasversale”, che può interessare tanto gli studiosi di grammatica e linguistica quanto coloro che scrivono, ed è uno dei pochi volumi sulla piazza che si possono considerare manuali “avanzati” per scrittori … non i soliti bla bla su infodump, show don’t tell e sulla velenosità degli avverbi, ma l’analisi consapevole di come disponiamo le parole – anche gli avverbi (fattene una ragione, Stephen) – sulla pagina, e perché, per ottenere quale effetto.

Il successo tardivo del volume del ’71, che come si diceva era diventato nel frattempo una sorta di sacro graal per chi praticava la scrittura in lingua inglese, spinse Virginia Tufte a scrivere un nuovo libro, Artful Sentences: Syntax as Style, pubblicato nel 2006, quando l’autrice aveva ormai 88 anni.
Rispetto al testo del ’71, Artful Sentences è meno accademico, più leggero sulla teoria e molto ricco di esempi … decine e decine di frasi tratte da lavori di autori celebri, su un arco di quasi 400 anni, per mostrare come certe scelte sintattiche incidano sul significato delle frasi, sul ritmo del testo, e permettano di identificare elementi di uno stile.
È anche un manuale che mostra come la lingua inglese – ma, in effetti, qualunque lingua – offra una straordinaria varietà di soluzioni possibili al problema di trasmettere non solo idee, ma anche emozioni, al lettore.
Ancora una volta, non il vostro solito manualino per “aspiranti scrittori”, con il PoV e la struttura in tre atti e il Viaggio dell’Eroe. Artful Sentences è un libro per chi i rudimenti li ha appresi – di solito leggendo un sacco di romanzi, e non due manuali zeppi di errori e banalità – ed ora vuole cominciare a ragionare su quelle che Hemingway chiamava “le parole giuste”. Come sceglierle, e in che ordine disporle sulla pagina. Un libro per chi sa scrivere, e vuole provare a capire perché scrive in un certo modo, e cosa può fare di più, di meglio, di diverso.

Scoprii Artful Sentences poco dopo che era stato pubblicato – sul catalogo della Graphic Press, piccola casa editrice messa in piedi da Edward R. Tufte, figlio di Virginia, artista, scultore e grande studioso della comunicazione scientifica attraverso l’analisi grafica, il cosiddetto information design. All’epoca tenevo corsi di analisi dati, e i libri di Edward Tufte erano la Bibbia, o il Codice di Hammurabi, per quel tipo di studi. Annidato in un catalogo che comprendeva testi scientifici belli come libri d’arte, stampe artistiche di grafici statistici e pamphlet come Lo stile cognitivo di Power Point, c’era un libro sulla scrittura.
E io mi dissi, perché no?

Rileggo Artful Sentences di tanto in tanto, anche una volta o due l’anno, in certi periodi, andando a rivedermi un capitolo o due, tanto per mettere in movimento il cervello e rinfrancarmi dopo una brutta esperienza con un editor (succede, anche se grazie al cielo non di frequente).
Perché uno degli aspetti interessanti del lavoro di Virginia Tufte è che ci sgancia dalla formula cara a molti, che viene spesso applicata supinamente, col solo effetto di annientare qualunque parvenza di stile un testo possa avere. Avete mai avuto l’impressione che tutto ciò che leggete sia stato scritto dalla stessa mano? Con lo stesso ritmo delle frasi, la stessa allergia ai doppi aggettivi e la stessa assenza di avverbi – che pure usate nel vostro parlato quotidiano, e nessuno pare morire per questo….

È stato appunto durante una di queste riletture, mentre buttavo un occhio per vedere se per caso ci fosse in commercio una copia a prezzo civile del libro del ’71, che ho scoperto che Virginia Tufte se ne era andata nel 2020.

La scomparsa di Virginia Tufte mi ha causato un momento di autentica tristezza – non che mi aspettassi che restasse con noi per l’eternità … aveva 101 anni, dopotutto. Ma è un po’ come scoprire con criminale ritardo la dipartita di una zia preferita, che ci prendeva sul serio e ci trattava da adulti, e che ci incoraggiava a vivere una vita un po’ più avventurosa, anche se solo sulla pagina bianca.

Artful Sentences è fuori stampa, ma Amazon ne ha una manciata di copie usate a un prezzo decisamente abbordabile, motivo per cui vi ho messo un link commerciale, con tutto ciò che questo comporta. Una versione digitale di Grammar as Style si trova invece nell’Internet Archive, in consultazione gratuita. ;eglio che niente.


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Diamo i numeri

Molto dipende dal carattere delle persone, ovviamente.
Persone diverse, comportamenti diversi, diverse necessità.

Una cosa che ho scoperto qualche anno addietro, riguardo al mio modo di scrivere, è che avere dei traguardi e delle “metriche” come le chiamano alcuni, mi aiuta a restare a fuoco durante il levoro di scrittura. Scrivere di più, se non necessariamente meglio (anche se ci si prova).

Photo by Leah Kelley on Pexels.com

Questo è uno dei motivi per cui può sembrare, ai più rilassati fra i miei lettori, che io abbia una specie di ossessione per il numero delle parole, e nello specifico il numero di parole all’ora, o al giorno.

Un commentatore, molti anni addietro, si domandava – immagino in senso retorico – se la mia fosse scrittura o un lassativo.
E no, anch’io non ho idea di cosa volesse dire, o in che modo fosse in relazione con la sua scelta (lecitissima, e molto strombazzata) di scrivere “solo una buona pagina di prosa al giorno”.
E potrei aggiungere, contento lui…

Il numero di parole per me è importante perché gli editori anglosassoni – che sono quelli che pagano per il mio lavoro – misurano (e pagano) le storie sulla base del numero di parole.
In Italia si preferiscono le cartelle o le battute.
È solo una questione di diverse unità di misura.
“Una buona pagina di prosa la giorno” sarebbero circa 450 parole, o 2000 battute.

Misurare e tabulare il volume della propria produzione non è mero feticismo, ma aiuta a capire certi aspetti del nostro modo di scrivere.
Scriviamo di più, in termini di parole all’ora (ad esempio) se scriviamo di sera o durante il giorno?
Scriviamo di più, su base oraria, se affrontiamo una singola sessione, o se facciamo delle pause?
E quante pause? Ogni quanti minuti?
Potrebbero essere dettagli importanti da conoscere.

Un altro aspetto della mia produzione che ho iniziato – per necessità – a tabulare, a partire dal 2018, è il numero di proposte spedite agli editori.
Storie, articoli, traduzioni… una misura del mio output, anno per anno.

La necessità nasce dal fatto che le storie spedite vengono rifiutate, e tocca spedirle altrove – e dopo un certo tempo ci si scorda se quella specifica storia l’abbiamo già spedita a quella specifica rivista.
Serve un registro, perché non è bello spedire due volte la stessa storia allo stesso editor.
Terribilmente poco professionale.

E a questo punto, se tengo un registro per i racconti, tanto vale mettere a registro tutto il resto.
Gli articoli, che di solito vengono scritti su richiesta e quindi non verranno (si spera) rifiutati, le traduzioni, ecc.

Guardando questi numeri, vedo che nel periodo 2018-19 ho spedito via 72 lavori.
92 nel 2020.
88 nel 2021.
E ad oggi, nel 2022, 39.

Nel 2020 mi ero ripromesso di arrivare a 100 per l’anno successivo – non ce l’ho fatta.
Ed è estremamente improbabile che io ci riesca quest’anno.
Ma allora, guardiamo una misura diversa – e no, non sto parlando delle storie accettate rispetto a quelle spedite – diciamo che da quattro anni viaggio su un 25-35% di storie accettate, e va benissimo così.

No, guardiamo il numero totale delle parole spedite via, anno per anno.

  • 2019 – 205528
  • 2020 – 290470
  • 2021 – 330528
  • 2022 – 383180 (ad oggi)

Cosa è cambiato?
Nel 2022 ho consegnato due romanzi, ed una lunga campagna per un gioco di ruolo, a tre diversi editori – e quello conta per quasi 200.000 parole.
Per cui no, non arriverò a 100 proposte agli editori, ma mi posso dire ragionevolmente soddisfatto di come la mia produttività stia evolvendo.

E notate che quei numeri si riferiscono al numero di parole in storie, articoli o traduzioni proposti agli editori, non scritti durante l’anno – ci sono cose spedite nel 2022 che erano state scritte nel 2021 ecc.
E non sono naturalmente le parole pubblicate.
Per quelle, il traguardo resta quello di Walter B. Gibson, che in media pubblicava un milione di parole l’anno. Ma erano altri tempi, e lui era Walter B. Gibson.

Certo, resta il problema del lassativo, ma credo che non lo risolverò mai.


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Frankenstein e la seconda stesura

Qualche giorno addietro parlavo con alcuni colleghi, di come ci siano persone che una volta finita la prima stesura di una storia – racconto o romanzo che sia – la cestinano in toto e si mettono al lavoro sulla seconda ex novo.
Pagina bianca, neanche un’occhiata al testo composto fin qui. Quello era una specie di prova generale, un esercizio terminato il quale si può riscrivere la storia da zero.

Io trovo questo sistema terribilmente dispersivo – le parole non crescono sugli alberi, e se è vero che c’è quella vecchia storia che bisogna “uccidere i propri preferiti” – vale a dire eliminare quelle frasi che ci piacciono troppo, nel nostro manoscritto – è anche vero che se ho scritto dieci buone pagine nella mia prima stesura, non le butto nella carta straccia quando riprendo in mano il lavoro.
Quelle dieci pagine sono un’ora di lavoro, e ci ho messo impegno, e se sono venute bene, diamine, non vanno da nessuna parte.

Molti dei miei colleghi hanno letto questa idea di buttare la prima stesura e ricominciare ex novo come un’affettazione da wannabe, il genere di cosa che si posta sui social per mostrare al mondo che siamo scrittori e che soffriamo per la nostra arte.
O qualcosa del genere.
Gente che non ha mai dovuto fare le corse con l’orologio per arrivare in tempo su una scadenza, gente che non ha mai dovuito vedersela con un editor, gente che non ha mai scritto, se non di voler scrivere.
Io credo anche che quello di riscrivere da zero sia probabilmente un retaggio di quando si scriveva a macchina, su carta – il testo della seconda stesura doveva essere ribattuto tutto da capo. Oggi grazie ai software a nostra disposizione, possiamo semplicemente prendere la prima stesura, farne una copia, e poi lavorare di taglia e cuci: eliminare frasi inutili, aggiungere dettagli dove servono, spostare quei due paragrafi dal sesto capitolo all’inizio del terzo, riscrivere completamente un paio di personaggi (magari facendone di due uno).

È quello che sto facendo – nei giorni più caldi della storia dell’umanità, perché naturalmente non vogliamo che le cose siano troppo facili – col romanzo che sto screivendo e che dovrei consegnare fra una settimana.

Un romanzo per il quale ho formato un NDA grosso come una casa, e che quasi certamente uscirà con un house name, per cui non posso dirvi di cosa parla, chi sono i protagonisti, chi lo pubblica e quando – credo di non poter neanche rivelare esattamente di che genere sia.

Ma posso dirvi che sto facendo la seconda stesura – che assomiglia molto al genere di lavoro che il Dottor Victor von Frankenstein era solito fare nel suo laboratorio.
Si prendono le sessantacinquemila parole della prima stesura, che equivale ad un corpo morto, e poi si comincia a lavorare. Si butta tutta la seconda parte (ventimila parole da riscrivere ex novo), si rivolge uno sguardo pietoso all’incipit, e poi si cominciano a spostare i blocchi validi, e a riempire gli spazi lasciati vuoti dai tagli.

La prima stesura è piena di cartelli, del tipo [CAMBIARE I PRIMI DUE CAPITOLI PER INSERIRE IL PERSONAGGIO X], oppure [AMPLIARE IN SECONDA STESURA].
Mentre si scrive la prima, è inutile tornare indietro per cambiare ciò che si è scritto.
Un personaggio si rende necessario al capitolo tre?
Mettiamo un cartello per ricordarci di sistemate i primi due capitoli di conseguenza.
La prima stesura serve essenzialmente per dare corpo all’outline, e rendersi conto di cosa non funziona, e cambiarlo.
Il risultato finale non sarà necessariamente molto simile all’outline che l’editor ci ha approvato, ma dovrebbe essere meglio…

Questo, naturalmente, è il mio approccio, in questo momento e a questo lavoro.
Altri possono fare diversamente. Io stesso posso fare diversamente in diverse situazioni, lavorando ad altre storie.
Se vi hanno detto che esiste un solo modo per scrivere un romanzo, vi hanno mentito – fatevi restituire i soldi del corso (sì, certo… buona fortuna).

Per me tagliare e cucire, seguendo le bandierine che ho messo in prima stesura, è più rapido che non riscrivere tutto da zero – ma è anche perché io trovo sempre più faticoso e doloroso scrivere a macchina. Tastiere ergonomiche, esercizi e pause tattiche possono fare qualcosa, ma ormai le mie mani sono rovinate. Ho le dita che sembrano una strada di montagna, non suonerò mai più il flauto traverso (non una gran perdita, ero molto mediocre) e non farò più giochi di prestigio con le carte (questo un po’ mi dispiace), e guardo avvicinarsi lo spettro dell’artrosi senza avere troppe speranze di scansarlo.
La vecchiaia incombe inesorabile.
Perciò, ringraziamo gli dei della scrittura ed il barone von Frankenstein per Scrivener e LibreOffice, metttiamo il ventilatore al massimo, caraffa di té freddo e diamoci da fare.
Le lancette girano, e ci sono tutte le scene d’azione da riscrivere.

Io le odio le scene d’azione. Coreografare una scena d’azione è un processo lungo e fastidioso, e c’è sempre in agguato il rischio di ripetersi, di usare le stesse parole, le stesse immagini.
Io le odio le scene d’azione.

Ma alla fine, si spera, il risultato sarà all’altezza di quelli raggiunti a suo tempo dal Barone…

Vi terrò informati.


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Scrivi ciò che conosci

Facciamo come fanno quelli bravi – tra circa 36 ore il mio romanzo The Raiders of Bloodwood sarà disponibile in ebook. Chi lo ha prenotato su Amazon se lo vedrà recapitare sul Kindle, chi non vuole dare soldi a Jeff Bezos potrà trovarlo su DriveThruFiction. A quel punto vedremo i lettori cosa diranno.

Nel frattempo, come raccomandano i guru del marketing online, è il caso che l’autore faccia un paio di post riguardo al libro, per pastur… ehm, per suscitare la curiorità e l’interesse dei potenziali lettori.

O, se preferite, per parlare un po’ di sé e del proprio lavoro, fingendo che interessi a qualcuno.

Diamo un’occhiata alla quarta di copertina, appositamente tradotta e adattata…

L’invasione di Terrinoth è iniziata. Orde brutali di Uthuk Y’llan sciamano attraverso il continente, devastando ogni cosa sul loro cammino. Un grande campione è sorto nelle Darklands: il Beastmaster Th’Uk Tar, deciso a distruggere il selvaggio e mistico Bloodwood come primo passo per conquistare le grandi foreste di Aymhelin e annientare gli elfi che le abitano. Se l’Amyhelin brucia, lo farà anche Terrinoth. Intrappolata tra il l’esercito di Th’Uk Tar e la foresta c’è una banda di profughi disperati: elfi, orchi, felini e umani. Per respingere l’omicida Beastmaster, devono superare le loro differenze, abbracciare le loro abilità e apprendere i segreti del Bloodwood. Sono l’unica speranza del regno.

Che dai, non suona così male.

L’originale dice “band of misfits”, che tradotto sarebbe “banda di disadattati”, che non è proprio gentilissimo. E in effetti “misfit” indica, secondo l’onnipotente Wikipedia

una persona il cui comportamento o atteggiamento la distingue dagli altri in un modo scomodamente evidente

E sì, questi sono i miei ragazzi. Scomodamente evidenti nel loro essere diversi dagli altri.
Perché OK, l’originalità è sopravvalutata, ma cercare di spargerne un pizzico anche in una storia così fortemente strutturata è in fondo ciò che rende divertente il lavoro di scrittura.

A me piace l’idea di personaggi straordinariamente poco straordinari che compiono qualcosa di grande non perché sono i prescelti, o perché sono le persone giuste al posto giusto.
Il vecchio “le persone sbagliate nel posto sbagliato” funziona molto meglio, per me.

Così ho creato quattro personaggi (che poi sono diventati cinque), e li ho passati attraverso una serie di esperienze traumatiche, e li ho obbligati a usare le proprie capacità per uscirne, e nell’uscirne, fare qualcosa di buono.

I manuali dicono di scrivere ciò che si conosce.
E io sono qui con un vecchio, uno stregone fallito, un orco e una donna-gatto.
Uno storico, uno stregone, una spadaccina e un guerriero.
Cosa conosco io di queste cose?

Ma, l’ho detto in passato, e non mi stancherò di farlo – se “conoscere” significasse “avere sperimentato personalmente”, allora Jules Verne non avrebbe mai scritto Ventimila Leghe sotto i Mari, John Brunner non avrebbe mai scritto Shockwave Rider.

Io ho conosciuto decine di persone che sono state spinte a negare il proprio talento per seguire le aspirazioni dei loro familiari, di vederli “sistemati” con un “lavoro vero” – e questa è certamente Brixida, letale con una spada fra le mani, ma finita a fare la governante per i figli di un ricco idiota.

Ed ho conosciuto un sacco di accademici brillanti ai quali è stato offerta come unica opzione di insegnare le materie che avevano amato a dei ragazzotti ai quali non poteva fregargliene di meno – e questo è Arnost Emery, da decenni impegnato a inculcare un minimo di cultura nella testa di tre generazioni di mercanti.

Ho conosciuto molto bene – ed ho le cicatrici per dimostrarlo – persone che si sono lasciate alle spalle (più o meno volontariamente) una carriera accademica perché non erano adatti a reggere la pressione e la competizione giocando secondo le regole – è questo è Grimalt, che da studioso di arti mistiche si è riciclato a bottegaio.

Ed ho conosciuto da vicino persone alle quali è stata negata un’istruzione, e la possibilità di scoprire il mondo, perché erano troppo poveri, o del colore sbagliato, ed hanno cercato altrove la struttura di cui avevano bisogno – e questo è Tanner, che era un bracconiere e poi è entrato nella milizia.

Ammettiamolo, non sono proprio materiale da romanzo – persino gli hobbit di Tolkien erano in fondo dei membri felici di una media borghesia campagnola ed agiata, con grandi case, un bel panorama, montagne di cibo ed erba pipa coltivati da altri, e un complemento di servitori fedeli.
Ma io non sono un grande fan degli hobbit, dopotutto.

Quattro persone qualunque, in fuga lungo una strada, incalzati da creature assetate di sangue, e senza una speranza all’inferno, senza un posto dove andare.
È così che io inizio un romanzo.

Chissà se piacerà…?

Oh, certo, e a questo punto potreste chiedermi cosa ne sappia io di essere braccato da creature sanguinarie, dell’essere un profugo, dell’essere perso in una foresta o cose del genere.
Magari ne parleremo un’altra volta.

E naturalmente ci sono dei link commerciali – ma se cliccate quello di Amazon mi danno una percentuale, se invece andate da DriveThruFiction io non vedo un centesimo. In entrambi i casi, vi devo avvertire.


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Il caldo non aiuta

L’idea è quella di finire la prima stesura di questo romanzo che ho in macchina nei prossimi quindici giorni.
Considerando che sono a un terzo buono, e che ho tutto delineato con cura, non dovrebbe essere difficile, a patto di scrivere almeno 3/4000 parole al giorno.
Che non è poi così orribile.

Se solo non facesse così caldo.

Scrivere, lo abbiamo detto più volte, è starsene seduti al buio aparlare coi nostri amici invisibili, ma è anche un duro lavoro fisico – lunghe ore passate alla tastiera causano problemi diversi come l’artrosi alle mani o il rischio trombosi.
Il caldo non aiuta, specie il caldo umido della valle del Belbo.

A questo si aggiungono altri problemi contingenti.

La prima stesura che sto cercando di finire è di fatto, già adesso, a un terzo della corsa, una seconda stesura. Fortunatamente.
Perché le prime stesure sono sempre orribili.
Non credete a chi dice il contrario.

Il fatto è che scrivendo, è facile tornare indietro, rileggere, dare una sistemata. Rendersi conto che c’è un personaggio sul quale ruota tutta la faccenda e che è insopportabile, inutile, slavato e grazie al cielo muore fra venti pagine … però perché funzioni dobbiamo arrivare in fondo a quelle venti pagine col lettore fermamente convinto che quello sia il personaggio principale, e ci si affezioni, e creda in lui.
Perché quello era un dettaglio che nella delineatura non c’era, e bisognerà lavorarci.

Diventa complicato, specie col caldo, e la consapevolezza che verremo pagati, forse, chissà, fra due anni.
Ma c’è un contratto, e una volta consegnato il libro saremo liberi di tornare a lavorare a cose più divertenti, e con migliori prospettive di retribuzione, e sarà intanto arrivata la stagione delle piogge.

Per cui ora il sistema è scrivere 500 parole, e poi fare una pausa, due passi, un sorso d’acqua, magari un rapido post sul blog, e poi avanti. Così, dalle sei del mattino alle dieci, e poi di nuovo verso il tramonto.

Possiamo farcela, anche se il caldo non aiuta.


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Il titolo e la copertina (per ora)

Ieri, mentre ero a Nizza per fare provviste ed ammirare il nuovo Thunderdome sulla Via Maestra, la Aconyte Books ha annunciato la lista di libri in uscita per l’Estate 2022, e l’elenco contiene anche un mio libro.

Sono perciò finalmente libero di annunciare che l’estate dell’anno che viene, vedrà l’uscita del mio romanzo The Raiders of Bloodwood, parte della linea della Aconyte Books ambientata nell’universo del gioco da tavolo Descent, Leagues of Darkness.

Il romanzo è un’avventura high fantasy non troppo tradizionale, in cui una manciata di disperati malassortiti dovranno affrontare una minaccia che rischia di avvelenare il cuore del loro universo.

Sono davvero orgoglioso e felice di far parte del team della Aconyte per Descent, e in attesa che il libro arrivi sugli scaffali, eccovi qui la copertina.


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Una sfida per novembre

Lo sentite anche voi, lo scricchiolio delle sedie e il cigolare degli ingranaggi mentali di migliaia di persone che si apprestanoa riversare fiumi di parole sui loro file in occasione del NaNoWriMo, il National Novel Writing Month, martoriandosi le dita sulle tastiere?

Come ho spiegato in passato, da qualche parte, io non faccio il NaNoWriMo, perché scrivere tutti i giorni è il mio lavoro di tutti i giorni. Al momento ho una campagna di 50.000 parole per un gioco di ruolo da consegnare fra otto settimane, ed un romanzo di 85.000 parole da consegnare per la fine di gennaio. Il NaNoWriMo lo lascio a chi lo fa per hobby, con l’augurio di divertirsi e la mia benedizione, per quel che vale.
E badate, non ho nulla contro il NaNoWriMo, né contro una discreta percentuale di coloro che vi partecipano. Semplicemente non fa per me perché tutti i miei Mo sono WriMo e francamente della patacca di “Vincitore del NaNoWriMo” non so cosa farmene.
Preferisco, per dire, lo StoryADayMay, in cui per un mese si scrive un racconto al giorno. Perché è una cosa più gestibile, e perché i trentuno racconti scritti in quel mese li posso vendere – Singularity, che è stato pubblicato su Shoreline of Infinity e messo in lista per il BSFAAward, l’ho scritto in un pomeriggio, a maggio.

Però, però, però…

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