strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Le fantasie degli altri

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Strategie evolutive si spegne per una settimana circa, mentre il barista/pianista/gestore del locale si sposta ad Urbino per doveri di dottorato.
Non piangete, cari lettori – non sarà poi così lungo.

E dovendo sospendere i lavori per qualche giorno, mi pare il caso di lasciare il pubblico con un bel pork chop express.
Una riflessione che è venuta fuori ieri al Salone del Fumetto, durante la presentazione dell’antologia Alia (sì, ok, dopo quel certo incontro), e che a detta di alcune persone dell’opinione delle quali mi fido, merierebbe di essere ampliata.

Ed allora comincio qui, metto giù un paio di note, e vi lascio per una settimana a pensarci e a discuterne fra voi, se avete voglia – chiedendo in anticipo scusa se qualcuno dovesse restare fuori dai commenti data la mia impossibilità di approvare i post.

La mia osservazione, quindi – uno strumento eccellente (non l’unico, forse non il migliore, ma eccellente) per conoscere davvero una cultura diversa dalla nostra, consiste nel leggere la loro narrativa popolare.
I polizieschi.
La fantascienza.
L’orrore.
I romanzi rosa.
Non i classiconi, non le pietre miliari – importantissimi, eh, quei libri, ma non subito, non a digiuno.

Ricordo che quando Alia muoveva i primissimi passi (tempi eroici in cui i dinosauri dominavano la terra), molti lettori “forti”, vicini al progetto ed interessati, si dissero incapaci di avvicinarsi con serenità ai testi giapponesi, mancando di “punti di riferimento culturali”.
Ricordo anche che trovai la cosa ridicola.
Queste persone non avevano intenzione di leggere fantascienza e fantasy… per paura che fossero troppo diversi?
Diversi da cosa?
È da sempre che il fantastico e l’immaginario ci parlano della realtà descrivendo qualcosa di completamente diverso!

Il genere innesta dei filtri, vedete.
Il poliziesco ha una sua struttura, delle sue regole, mi fornisce dei punti di riferimento.
L’orrore fa leva su elementi comuni e li cucina in salsa locale.
La fantascienza ed il fantastico in genere prevedono una certa diversità, un certo esotismo, e smorzano perciò lo chock di confrontarsi con qualcosa di completamente diverso.
Il romanzo rosa… beh, immagino ci dica un sacco di cose sulle convenzioni sociali, in termini molto molto semplici.
(ammissione di un lettore onnivoro – ho letto un solo rosa nella mia vita, per studiarne la struttura, e mi sono annoiato a morte. Meglio, infinitamente meglio l’erotismo, quando è scritto bene, che lì almeno ci si diverte…)

In confronto a questi semplici generi, la letteratura davvero difficile rischia di lasciarci disorientati.
L’umorismo, ad esempio.
Ecco – io ho capito che sotto c’era la fregatura quando, dopo anni che me la menavano con “l’umorismo demenziale” di Rumiko Takahashi, ho letto Frederik Schodt e ho scoperto che non era assolutamente demenziale – semplicemente ci eravamo persi i riferimenti culturali.
E, già che ci siamo, sì, è per questo che io i mangamaniaci li tengo a distanza di braccio.
Perché bluffano – e spesso ignorano altezzosamente il contesto culturale.
“È assurdo perché deve essere così!”
Certo, come no…

Poi, ok, bisognerebbe leggere in originale, bla bla bla.
Facciamo ciò che possiamo.
Però anche una buona (e sottolineo buona) traduzione va più che bene.

Bisogna leggere i romanzi d’avventura – per avere un’idea di cosa sia che risveglia il desiderio di fuga di quella gente.
I romanzi per ragazzi, per sapere cosa sognino gli adolescenti – e cosa pretenda daloro la società.
È l’immaginazione che ci apre le porte ad altri modi di vedere e mediare la realtà.
Sono le fantasie defgli altri, che ci aiutano a capirli.

Unico problema – per leggere e capire, ed usare, il genere degli altri, dobbiamo conoscere bene il nostro.
Specie i generi dalla codifica più plastica – il fantasy, la fantascienza.
Perché i generi si contaminano, si intrecciano, si scambiano elementi.
Sono linguaggi.

Forse l’unico mezzo altrettanto efficace per avvicinare una cultura diversa dalla nostra è la musica popolare.
Occhio – non il folk, e non il pop di MTV.
La musica che ascolta le gente.

E così ho una scusa per lasciarvi mettendoci anche un video…

Autore: Davide Mana

Paleontologist. By day, researcher, teacher and ecological statistics guru. By night, pulp fantasy author-publisher, translator and blogger. In the spare time, Orientalist Anonymous, guerilla cook.

16 thoughts on “Le fantasie degli altri

  1. Hum, un video meno moscio del pane bagnato – Dov’è la coerenza?

    Il concetto sembra buono: aggiungo, un giornalista (Luca Goldoni o Beppe Severgnini) per avere un’idea del posto leggeva i piccoli annunci sui quotidiani locali.
    Cronaca spicciola, senza neppure il filtro del redattore.

    Sto rimuginando anche qualche esempio filmico – ci lavoro su e aspetto: coi link finirebbe da moderare.

  2. La coerenza è per i deboli 😛

    Buona la faccenda dei piccoli annunci – anche se, coi tempi che corrono, chissà cosa capita di trovare…

  3. Molto vero.
    Persone di mia conoscenza che sono andate in Giappone inseguendo solo il mito trasudato da manga e televisione sono rimasti, giustamente, delusi.

    Personalmente, la mia conoscenza del Giappone si è approfondita consultando i notiziari locali. Non scorderò mai:
    “Yamagata: ladro affamato ruba torta di riso di plastica.”

    enjoy!

  4. …ho notato che fra i nostri connazionali qui in Giappone, quelli che si adattano meno ed hanno piu` problemi (non linguistici) e piu` si lamentano sono quelli che provengono da studi di orientalistica…

  5. L’approccio “narrativa di genere” mi sembra, tra i tanti possibili, uno dei più divertenti e soprattutto meno spiazzanti. Quasi ovunque i generi letterari di consumo sono pesantemente influenzati dallo stampo originario occidentale/angloamericano, per cui secondo me per capire qualcosa di una cultura occorrerebbe scremare prima gli aspetti legati alla formula scelta (es. l’hardboiled, l’avventura planetaria, etc.) e poi quelli legati alla sensibilità del singolo autore: insomma forse alla fine non rimane molto della cultura locale, ma quel poco lo “digeriamo” bene. Tuffarsi a bomba nei classiconi ci darebbe molte più informazioni, ma rimarrebbero sullo stomaco. Forse.

  6. Il fatto di avere una struttura nota e standard permette di captare i dettagli.
    Su un libro “tradizionale”, prima devi capire come è strutturato il libro ed il modo di raccontare.

    Forse bisogna però intendersi su cosa si intende per:

    Ovvero – in Frankenstein Junior, il Dr.Fronkestin si sporge dal finestrino e chiede se è la “transilvania station”. Un pacioso bambinetto gli risponde in tedesco (nell’edizione italiana).
    Anche in inglese, un non-americano fatica a notare che “Pardon me boy, It’ The Transilvania Station/Ja,Ja, track twentynine, can I give you a shine?” riprende il testo di Chattanooga Choo Choo
    Ma questa intraducibilità della gag, spiega qualcosa degli statunitensi?

    Invece, piglio a prestito da Umberto Eco una singola parola citata nella perfazione agli Esercizi di Stile di Queneau.
    Downtown: quanti investigatori prendono un taxi per Downtown?
    Ed i traduttori italiani annaspano: perché non esiste niente di simile ad una Downtown, nell’immaginario culturale italiano.

    Non c’è neanche una sola Downtown: spesso è la zona degli uffici, deserta appena viene sera (Washington, per dire).
    A volte è la “città vecchia”, regno di spacciatori e case cadenti – o è la zona dei locali “sfiziosi” dove la pupa vuole andare a ballare.
    Los Angeles ed Atlanta sono un mix, ci sono stato: Grattacieli spenti tra la 7th e Figeuroa con il malfamato Toy District alle spalle, in California.
    Il ghetto dei poveracci vestiti da MTV ga’sta all’ombra dei grattacieli della CocaCola e della CNN, mentre i colletti bianchi vivono nelle villette sparse per le campagne della Georgia tutto attorno, con barbecue e doppio garage.

    A New York c’è la Midtown sulla 42nd: Downtown o Uptown sono solo le direzioni della metro.
    Si può considerare Downtown Battery park e Wall Steet, deserti di notte? O Downtown è la città vecchia del Village (a sua volta diviso in aree), mix di poveri e fighetti? Harlem è Uptown, ma somiglia a una certa definizione di downtown.

    Su Downtown si apre uno spiraglio culturale: in America non c’è il Centro, come lo intende una qualunque città italiana.
    Non c’è la piazza, non c’è lo struscio sotto i portici, i nostri riti sociali.
    Non c’è osmosi tra le classi sociali – I ricchi stanno coi ricchi, i poveri coi poveri. Al massimo i ricchi vanno a caccia di emozioni nel locale malfamato dove i poveri lavorano e suonano.

    Una singola parola: Downtown. Eppure…

  7. Hai ragione Locomotiva, gli hardboiled ci raccontano tantissime cose degli Stati Uniti, ma proprio perchè è “produzione propria”. Ho paura che un hardboiled cinese o peruviano sarebbe forse più attento a imitare il modello originale (downtown comprese) che a raccontarci qualcosa di autentico sulla Cina o il Perù.

  8. Non lo so: il mio dubbio è che possa funzionare per una questione di genere.

    Traduco: Un peruviano che mi scrive un hard-boiled, mi ci infila di sicuro dentro una downtown.
    Il mio dubbio è che ‘sta downtown somigli stranamente al quartiere elegante di Lima, in cui si aggira un bizzarro tizio in fedora ed impermeabile.

    Agli inizi dell’epopea, c’era chi accusava Bonelli di far muovere Tex Willer in dei canyon che assomigliavano un po’ tanto all’aspro entroterra genovese, giusto un po’ spelacchiato per somigliare alla Valle Della Morte adocchiata in qualche pellicola americana.

    Suppongo tu abbia sentito parlare di “romanzi ungheresi”: era un trucco dell’era fascista.
    Se c’era una moglie infedele, un tipo losco, un funzionario corrotto, qualunque cosa che non piacesse al regime, il romanzetto era ambientato in Ungheria.
    Un Ungheria in cui agivano cloni di mogli annoiate di industriali Milanesi e sottosegretari romani, ma ungheresi 100% garantiti ricaricabili e no.
    Se era un giallo, saltava fuori una Chicago o una Nuova York in cui l’osteria diventava un bar.
    O quel bizzarro americanismo che avrebbe portato al successo Fred Buscaglione nel dopoguerra.

    Per me la trasmissione di informazioni è involontaria: ma c’è. É intramuscolare.

    Per girare la frittata, qualunque serie USA ha una puntata “estera” in cui si vede come gli americani vedono un paese straniero (le puntate “Italiane” sono molto gettonate, mai quanto la generica repubblica delle Banane, la Russia, la Francia e la Grecia).

  9. A distanza di un giorno e mezzo, m’accorgo di aver deviato la palla in una pessima posizione.
    (Domanda: cacchio rileggo le mie cose a 36 ore di distanza?
    Risposta: Son disoccupato, piove e sono di quelli a cui piace da pazzi la propria prosa. Bruttissima razza)

    Aher, dicevo: ho deviato il tiro.
    Perché in una Chicago o New York casareccia si può intravedere in filigrana la realtà dello scrivente.
    Però, per quanto casareccia, una America da hard-bolied ha dei canoni culturali obbligati.

    Come dice giustamente il padrone di casa, il mondo di elfi e draghi o una nave spaziale, molto meno.
    Anche una casa stregata britannica non è come una casa stregata americana.

  10. @Loco
    Esiste un eccellente hard-boiled nipponico (che comincia ad emergere in buone traduzioni di lingua inglese, e per questo lo conosco e lo cito) che poco ha a che spartire con la scuola Chandleriana.

    Esiste un eccellente fantastico caraibico che non ha nulla a che vedere con Gandalf e compagni.

    Quando io parlo di genere nel mio post, intendo nell’accezzione più ampia dell’etichetta… poliziesco (e non cozy vs hard boiled vs procedurale etc), fantastico (e non heroic fantasy vs sword & sorcery vs fabulazione) etc…
    Consideriamo il genre in senso ampio – come il sapore generale.
    Scegliequel genere capisco in che direzione potrà svilupparsi la storia.
    Poi lascio all’autore ed alla sua cultura la scelta della strada da seguire.

    PS – mi fa comunque piacere che ti sia ocuiupato del mio blog mentre non c’ero
    😉

  11. Si fa quel che si può…

    Piuttosto, io l’avevo letta in un modo più indiretto.
    Io, per esperienza, la vedevo del tipo:
    Se hai macinato Woody Allen e Nora Ephron, vai a New York e ci sguazzi.
    Mentre tu la intendi, qui:
    Hai un biglietto di New York? Caccia nel DVD Manhattan e Harry, Ti Presento Sally, ora, subito. Correre!

    É casomai una questione di scelta dei titoli: Se parto per il Giappone, meglio fantascienza cyberpunk in un ipotetico Giappone futuro che fantascienza di una astronave in una galassia lontana lontana scritta da un giapponese?
    Che, probabilmente, sull’astronave ci sono convenzioni e cultura giapponese, ma un minimo camuffate.
    So dove va a parare l’uno e l’altro, ma c’è più “succo di giappone” in uno piuttosto che nell’altro.

  12. Vediamola meno pratica ed immediata.
    È innegabile che una delle persone che hanno contribuitomaggiormente alla comprensione della cultura nipponica da parte degli occidentali è stato Lafcadio Hearn, che ha collezionato storie di spettri e fattoidi su feste popolari, passioni entomologiche…
    Ora, se leggo tutto Hearn non divendo un nipponologo.
    Ma mi avvicino di più a quella cultura che non leggendo, per dire, The Japanese Mind o La Spada e il Crisantemo.
    O meglio ancora… mi avvicino ad aspetti di quella cultura… chiamiamoli aspetti minuti, che i saggi ponderosi non toccano.

    Poi io dico giapponesi perché sono quelli che ho a portata di mano, ovviamente.
    Lo stesso vale per qualsiasi cultura – o sottocultura.

    Sulla questione cyberpunk o astronave… perché non tutti e due, se sono scritti bene?

  13. Per un discorso costo/efficacia.

    Mi spiego. Càpito spesso in Germania per questioni starwarsiane.
    La Germania non mi interessa granché – non più dell’Ungheria o della Ruritania.
    Ma in Ruritania non penso d’andarci, in Germania si.

    Quindi, tutto ‘sto post mi lascia pensare che sarebbe una buona idea se inciampassi dentro ad un giallo tedesco, da mettere su comodino al posto del solito Chandler, Christie, Stout (o Guareschi, o l’ennesimo mattone sul D-Day o il Vietnam).
    Un giallo, lettura piacevole e abitudinaria, ma col plus di assorbire un po’ di cultura tedesca.
    Cultura “Gratis”, perché tanto volevo comprare un giallo comunque – e non faticosa perché il genere mi piace.
    Diciamo una serendipity guidata – un occhio di riguardo alla Germania, hai visto mai.

    Il “tutti e due” che proponi, posto che non sia un doppio inciampo, richiederebbe già uno sforzo: caccia alla bibliografia di genere teutonica, selezione, distinguo tra valori aggiunti di tedeschità, esplorazione di bancarelle umane e digitali, acquisto, caccia all’inafferrabile omino della SDA, spacchettamento.

    In termini di “deltaVu”, lo sforzo per cercare apposta dieci titoli di genere “utili” equivale allo sforzo di comprarsi una pallosissima Guida totale a Cruccolandia e leggerla come un compito a casa.

  14. Credo che il nostro punto di divergenza stia nel fatto che tu vedi nella faccenda un fine – leggo fantascienza tedesca (o poliziesco tibetano) per avere un qualcosa in più quando mi trovo in Tibet – o in Germania.
    Io lo vedo come un sostanziale effetto collaterale.

    Se poi uno vuole o deve approfondire la cultura di un dato paese, allora narrativa indigena e dotti trattati possono andare di pari passo – soddisfano differenti bisogni, toccano differenti aspetti della cultura di un paese.

    E poi io alla Ruritania non ci sputerei sopra.
    È vero, negli anni della Guerra Fredda era un posto lugubre, ma ora stanno riscoprendo un certo turismo culturale…
    E poi, è noto, uno in Ruritania ci va per la caccia.

  15. M’han parlato bene anche della birra.
    Appena organizzano l’outpost della Rebel Legion ruritano, potrei pensarci.
    Se ce l’han fatta i polacchi e sono a buon punto i Cechi, c’è speranza…

    Nel caso, The Zenda Vendetta di Simon Hawke ci sarà anche in italiano?
    The Strelsau Dimension di Haythorne son quasi sicuro di no.

  16. E le donne?
    Ah, le donne di Zenda…

    A proposito delle quali, tangenzialmente, ti rimando al prossimo post…

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